Metti una sera in pizzeria.

Qualche sera fa sono stata in pizzeria. Al tavolo accanto mangiava una famiglia: due coppie di genitori sulla quarantina con caschi da moto appesi agli schienali delle sedie degli uomini e brutti tatuaggi a forma di farfalline cuori e stelline che sbirciavano dalle scollature delle donne; una ragazzina preadolescente taciturna e annoiata; una bambina sugli otto anni che ha giocato incessantemente col tablet, mandando gridolini di divertimento a intervalli regolari; una nonna con l’abito da lutto e spessi occhiali da vista. Mentre mangiavano la pizza, la nonna ha fatto un’osservazione alla bambina, che immediatamente è scoppiata a piangere. I quattro adulti si sono subito prodigati in difesa dell’inerme frignona: mentre le donne sibilavano parole di stizza (mamma, come ti permetti di parlare così alla piccola?!), gli uomini trasportavano fuori a braccia la nanetta, cercando di calmarla con carezze sui capelli e promesse di farla baloccare con il pane in pasta. L’anziana, confusa e mortificata, è rimasta in silenzio per il resto della cena; non ha ordinato il dolce, ha fissato i bicchieri con aria desolata mentre gli altri, nipote in primis, ridevano, ciarlavano, scherzavano, trangugiavano la panna cotta. Alla fine della serata la nonna ha pagato il conto, confondendosi e chiedendo aiuto a uno dei generi che, esasperato, le ha strappato di mano il borsellino. Mi sono sentita malissimo per lei: per la vecchietta che aveva invitato la famiglia fuori a cena per festeggiare qualcosa, o forse solo per passare un po’ di tempo insieme, e si è ritrovata a tacere e guardare il vuoto per aver osato rimbrottare, non so se a ragione a o torto, una bambina che, con ogni probabilità, se fosse stata solo consolata con calma e se la vicenda fosse stata minimizzata e riportata alle giuste proporzioni, avrebbe dimenticato tutto nel giro di pochi minuti.
Non so se la bambina dimenticherà questa spiacevole serata, o se la ricorderà, da adulta, con umiliazione e fastidio, come faccio io quando penso a tutte le volte che ho maltrattato i miei nonni e che alla frase Non puoi rivolgerti così, sono più grandi di te ho risposto Non per merito loro. So solo che sarebbe stato compito dei genitori spiegare che a volte gli anziani hanno punti di vista diversi dai nostri, ma che li dobbiamo rispettare e comprendere; e poi, sorridendo e facendo finta di niente, coinvolgere la nonna nella conversazione, sollecitarla ad assaggiare il parfait di mandorla, punzecchiarla dolcemente fino a farla sorridere. Sarebbe stata una perfetta integrazione del ruolo di genitore con quello di figlio: ma è più semplice scegliere un capro espiatorio, rimproverarlo, ostracizzarlo. È molto meno stancante.

Nel giro di pochi anni ho perso tre dei miei quattro nonni. L’ultimo vive ormai in un mondo tutto suo, in cui io ho un’edicola – o forse lavoro in un ufficio, a seconda dei giorni – e il suo amico Peppino è vivo, solo che si è trasferito a Milano e lui non trova il numero. Mi mancano un bel po’, i miei nonni: con loro sono cresciuta, ho imparato a parlare imitando le loro cadenze e ricalcando i loro detti, ho costruito il mio palato sui loro piatti, ho corso nei loro corridoi, giocato a campana sui loro tappeti, conosciuto le loro case meglio della mia. Il 2 novembre, a Palermo, i morti portano i regali: a me hanno portato Ranocchi sulla luna di Primo Levi, che corteggiavo da quasi un anno e che ancora non avevo avuto il coraggio di comprare. Grazie, nonni, anche per questo.

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