Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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L’amore (per i libri) non ha età.

Nei giorni scorsi, una sterile e offensiva polemica ha investito il mondo della scuola; fulcro della discussione, la proposta ai ragazzi – adolescenti di un Liceo Classico di Roma – di leggere e commentare in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, storia di una famiglia omogenitoriale. Senza entrare nel merito del discorso, su cui sono già state spese tutte le parole possibili e anche molte, molte di più, mi sono chiesta: che libri è giusto consigliare a giovani donne e uomini? È un luogo comune che i ragazzi leggano poco e male: e allora cosa dovrebbe fare un insegnante o un genitore? Indicare, esortare, elencare titoli e trame? Imporre, stuzzicare la curiosità, vietare? Limitarsi a dare il buon esempio, mostrandosi sempre con un romanzo che esce dalla tasca del paltò e disseminando la casa di volumetti di ogni genere? Ignorare il problema e regalare al proprio figlio recalcitrante un completo da rugby?

Da adolescente, ero sempre alla ricerca di bei libri da scoprire; mi annoiavo molto, guardavo poco la tv e leggevo compulsivamente. Chiedere consiglio a insegnanti o bibliotecari si è presto rivelata una pessima idea: la professoressa di italiano mi sconsigliò vivamente La casa degli spiriti, con l’ovvio risultato di farmi leggere l’intera produzione di Isabel Allende; la responsabile della biblioteca scolastica ci tenne molto a prestarmi quello che definì un romanzo piacevole e divertente: era un testo di Colette, che mi lasciò quantomeno perplessa. I miei genitori, invece, erano prodighi di suggerimenti: mio padre mi spinse a prendere, dagli scaffali di una piccola libreria, un tascabile dalla copertina rossa a ideogrammi verdi: era Tokyo blues di Haruki Murakami, all’epoca sconosciuto in Italia. Di mia madre, invece, fu l’intuizione di comprare Tsugumi di Banana Yoshimoto: entrambi nutrirono per anni la mia mania per i libri orientali, facendomi passare da Kawabata a Su Tong a Acheng a Tanizaki, con alterni risultati. Il fatto di avere molti libri in casa ha contribuito a rendermi una lettrice forte e curiosa, onnivora; andare alla Feltrinelli e poter prendere tutto quello che volevo era un premio ambitissimo.

Oggi, sui social network, moltissime persone chiedono consigli librari per i propri figli bambini e adolescenti: si lagnano della loro scarsa propensione alla lettura e della loro predilezione per Geronimo Stilton o Harry Potter; pletore di brava gente suggeriscono, allora, la lettura dei classici: come se un quindicenne tutto computer e smartphone potesse apprezzare Pattini d’argento o Rosso Malpelo. Non è impossibile, certo, ma è molto improbabile: un adolescente, in media, ha voglia di un 50% di trasgressione, un 30% di ritmo avvincente, un 20% di linguaggio adatto alla sua età, il tutto spolverato da una storia vicina al suo sentire. Piuttosto che far annoiare mortalmente un ragazzo ammannendogli qualcosa di vetusto, stantio, sideralmente lontano da lui, stupiamolo, colpiamolo, spaventiamolo, al limite: ci sarà sempre tempo per discutere con lui, spiegare, comprendere. Non che i classici siano da buttare, chiaramente: ma è più probabile che un ragazzo abituato a leggere, con un palato già affinato da libri diversi, possa apprezzare Machiavelli: ma, per cominciare, forse Ammaniti è meglio.

Tra i libri del cuore della mia adolescenza ci sono, oltre a quelli di Isabel Allende e Murakami, i romanzi di Starnone, di  di Isabella Santacroce: autori che oggi non leggo più, ma che hanno nutrito e divertito i miei quindici-sedici anni.

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Stereotipi letterari.

Nei libri, come in film e serie tv, ci sono stereotipi duri a morire: ad esempio, se in un telefilm da prima serata su raiuno c’è un personaggio – di solito un tardoadolescente maschio con forte accento romano – che inalbera un sopracciglio forato da un piercing o fuma, potete stare sicuri che, entro la fine della puntata, si macchierà di qualche orribile delitto. Sulla stessa scia, è da molto tempo che noto che, nella maggior parte dei romanzi, i gay fanno solo i gay: nel senso che, mentre un personaggio eterosessuale potrà impersonare l’investigatore o l’assassino, la guardia o il ladro, il buono o il cattivo, potrà essere uno svitato un poeta un medico dal cuore d’oro o un politico corrotto, un personaggio gay sarà lì solo per fare il protagonista di una vicenda a tematica lgbt; nello specifico, se è una donna sarà coinvolta in una triste storia di incomprensioni familiari e rappresaglie da parte dei compaesani e sarà triste e malinconica, oppure rimarrà incinta e sarà confusa e perplessa ma molto felice. Se si tratta di un uomo, invece, sarà vittima di orribili vicende omofobe, o piangerà un compagno scomparso, o si ritroverà a letto con una donna senza sapere perché. Spinta dalla curiosità, ho provato a porre la domanda (“mi indicate romanzi il/la cui protagonista sia gay, ma il libro non tratti la tematica omosessuale”) in un gruppo fb pieno di appassionati di libri, che si sono cimentati con me nel cercare qualche volume che rispondesse al quesito. Al netto dei consigli non centrati – dovuti al fatto che, probabilmente, mi ero spiegata come un barbagianni rauco -, qualche titolo, soprattutto giallo, è venuto fuori. Anche a me era venuto in mente qualcosa: dal bellissimo Il bacio della donna ragno di Manuel Puig alla serie di gialli scritta da Sandra Scoppettone, dai libri di Anne Holt a quelli di Joseph Hansen. C’è pure un po’ della produzione di Rossana Campo, in realtà, e La ragazza dello Sputnik di Murakami, e Azalea Rossa di Anchee Min, o Arcobaleni di Kawabata, o anche La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, ecco. Ce ne saranno molti altri, in realtà; ma, nella stragrande maggioranza dei casi, i personaggi gay sono funzionali solo a trattare l’argomento omosessualità: in maniera scabrosa o intimista, dolente o seria, comica o beffarda; ma, ecco, per usare un paragone che mi è stato proposto ieri, è come se i personaggi coi baffi esistessero solo nei libri sui baffi: e non si parlasse di altro che della forma di questi baffi, del loro colore e della manutenzione necessaria a mantenerli forti e lucenti. Mentre a me piacerebbe leggere di un uomo coi baffi in un libro che parli di politica, di impegno sociale o di sbarchi alieni: i baffi verranno nominati, magari, quando lui berrà del latte e se li sporcherà, ma solo in quel punto o poco oltre.
Un bel romanzo che purtroppo ricade nello stereotipo concettuale è Un uomo solo di Christopher Isherwood: ma la storia è raccontata con tanta delicatezza, con tanta dolce e misurata consapevolezza che le si perdona questo e altro.

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Di sonno, di sogni, di realtà.

Ricordate i vostri sogni, ogni mattina, al risveglio? Vi lasciano in bocca un sapore dolce e appiccicoso e rotondo e appagante come di caramella mou, o vi fanno aprire gli occhi tra i singhiozzi e i che succede di chi vi vive accanto? Siete in grado, se vi svegliate nel cuore della notte per la sete o il desiderio di far pipì, di tornare a dormire e riprendere il sogno da dove lo avevate lasciato, come se aveste infilato un indice tra le pagine per tenere il segno? Quanto è frustrante, ritrovarsi con la testa sul cuscino e gli occhi spalancati e la sensazione di non riuscire ad afferrare la coda di quel sogno che, solo una manciata di secondi fa, era vivo e scintillante, proiettato in techincolor dentro la vostra testa?
Qual è il primo sogno di cui avete memoria? È rimasta dentro di voi la bava iridescente di un sogno infantile, o un nodo duro di paura e sgomento che ha la forma di quell’incubo che vi faceva gridare ogni notte, quando andavate all’asilo? Avete sogni ricorrenti? Immaginate di cadere, volare, non poter gridare? Quante volte vi siete chiesti, al risveglio, il significato di un sogno, e quante volte siete scesi a patti con voi stessi, per ammettere che il senso era proprio quello?
I vostri animali sognano? Vi chiedete mai a cosa stiano pensando, quando agitano le zampe nel sonno, e scodinzolano e mugugnano e uggiolano? Cosa ci sarà, in quel momento, davanti a loro? Una ciotola di pappa gusto agnello e pollo con erbette, la cockerina del terzo piano, un prato puntellato di coniglietti a cui correre dietro? Quanto è deluso, il semi-labrador, quando lo sento gemere sulla brandina e lo scuoto delicatamente e lui, aperti gli occhi, non trova cagnoline smorfiose, roditori timorosi o cibi succulenti ma solo il mio viso preoccupato?

Quali sogni inseguite, ogni giorno? Sogni concreti e tangibili, robusti e sensati, come l’auto nuova, quella maglietta con scollo a barca che avete visto nella vetrina del nuovo negozio all’angolo, il posto fisso alle Poste, o sogni spumeggianti e un po’ sciocchi, una cena con un divo della tv, una passeggiata sul red carpet, un viaggio tra le stelle? Sognate di ascoltare Billie Holiday che canta o di calcare il palco del concerto del primo maggio? Vorreste la serenità per la vostra famiglia, o lasciare tutto e scappar via? Quanto pensate che siano giusti, i vostri sogni?
Quante volte i vostri sogni si sono avverati, e quante avete pensato che avreste dovuto formularli meglio? Quante volte avevate chiesto una mucca e vi siete trovati davanti un motorino? Quante volte, e quanta rabbia, vi siete chiesti perché i vostri sogni non venivano esauditi? E quante volte, quando avevate smesso di sperare, sono diventati realtà? Qual è il legame, tra i sogni e la realtà? Sono uno stimolo a crederci e lottare, o una scusante per attendere dall’alto la soluzione? In definitiva, quanto fa bene sognare?
Di sogni, in maniera più o meno metaforica, parlano molti autori a cui sono affezionata: ne parla Isabel Allende nel suo La casa degli spiriti, come anche Banana Yoshimoto, che al mondo onirico dedica grandissimo spazio. Ne parla Haruki Murakami, ne parla Andrea De Carlo in Uto; sogna spesso il commissario Montalbano, galleggiano in un’aria di sogno i personaggi terribilmente corporei e presenti di Trilogia della città di K. Infine, di incubi parla molto un fumetto che ho letto, inspiegabilmente, in adolescenza: Dylan Dog, un classico dell’horror che mi ha sottratto intere settimane di sogno, ma che ricordo con tenerezza.

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Ci sono persone da cui vorrei essere capito e che vorrei capire. Quanto agli altri, se non mi capiscono fino in fondo, pazienza, mi devo rassegnare

È possibile affermare con certezza se un libro, un dipinto, un film siano obiettivamente validi o meno? Dove si trova il sottile discrimine tra gusto personale e oggettiva qualità? Ci sono romanzi che si possano fregiare del titolo di capolavori senza porgere il fianco a critiche? Per quale strano motivo il lettore medio ‘scopre’ improvvisamente un autore, lo apprezza e condivide e improvvisamente decide di denigrarlo? Perché, dopo gli scopritori dell’ultima ora, il più nutrito gruppo di commentatori di libri è quello dei denigratori gratuiti?

Recentemente mi sono lasciata invischiare nell’ennesima sciocca rissa-da-social-network: esperienza di assoluta inutilità, data, oltretutto, la fuga a gambe levate dell’avversaria. L’oggetto del contendere era, tra le altre cose, il giudizio (riassumibile nel sintagma è una cagata) affibbiato dalla persona di-cui-sopra ai libri di Murakami. Astraendosi dalla conversazione, è possibile decretare se Norwegian Wood, Dance dance dance, L’uccello che girava le viti del mondo o 1q84 siano o no dei libri di qualità? Sinceramente, non credo tanto alla frase fatta i gusti sono gusti – non più di quanto creda a un tempo qui era tutta campagna; nel senso che, operati i distinguo del caso, non credo che qualcuno possa affermare, se non come provocazione, che Leonardo era un imbrattatele. A me, personalmente, i dipinti di Leonardo trasmettono poco, esporre in salotto la Gioconda non è il mio sogno segreto, non sono una fan del figurativo, ma non mi sognerei mai (mai, mai!) di dire che Leonardo era un cretino qualunque. Fatte le debite proporzioni, liquidare i libri di Murakami, che sono molti ed anche ben diversi tra loro, con un’alzata di spalle e una frase sprezzante mi sembra, come minimo, una sciocchezza. Ho letto Norwegian wood quando ancora si chiamava Tokio blues, aveva la copertina rossa e verde ed era pubblicato dalla Feltrinelli, in economica. All’epoca non dobbiamo averlo comprato in molti, se la Feltrinelli, dopo A sud del confine, a ovest del sole, ha preferito cedere i diritti all’Einaudi. Mi ha colpita molto, la storia tenera e malinconica e umbartile e terribilmente adolescenziale di Watanabe, Naoko e Midori. Mi è sembrato un romanzo scorrevole e delicato, complesso e denso di personaggi ben strutturati. Potentemente giapponese, tra l’altro: ché non c’è bisogno di kimono e cerimonie del tè, per esserlo, altrimenti anche Musica di Mishima sarebbe poco giapponese, e il suo autore farebbe di nuovo il seppuku, pur di non sentirlo. Non penso che Tokio blues sia paragonabile alla Divina Commedia, ma liquidarlo come libro volgare e morboso mi sembra folle: anche perché, accidenti, dei pochi libri di autori giapponesi che ho letto si tratta di uno di quelli con meno riferimenti alla sfera erotica, e in cui l’argomento è trattato in modo più sereno e meno scabroso; basti pensare a Il ponte dei sogni di Tanizaki, ecco.

Ieri è ricorso l’anniversario della nascita di Miró, il più surrealista di tutti, il pittore che mi dona un brivido a ogni dipinto. La prima volta che sono stata alla fondazione a lui dedicata, a Barcellona, nella splendida frescura del Montjuic, ero estasiata e disgustata in parti uguali: estasiata dallo splendore superbo dei colori, dall’equilibrio rasserenante delle composizioni, dall’immediata comprensibilità dei miroglifici, e disgustata dal coro di lo so fare anche io delle persone che ciondolavano tra le tele. È possibile accettare che vengano pronunciate simili blasfemie? Bah. Resto dell’idea che non tutte le opinioni sono valide: che si tratti di uno scrittore giapponese, di un pittore catalano o del semi-labrador.

 

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Non capisco molte cose (ma alcune più di altre)

Ci sono molte cose che non capisco: perché ci si ostini a complicare situazioni semplici e piacevoli, perché molte donne indossino pantaloni stretti alla caviglia e scarpe con tacco alto senza accorgersi dell’inevitabile effetto zampetto-di-maiale, perché gli uomini non si facciano tutti crescere la barba, che rende virili, occulta le rughe ed evita mattutine e affrettate rasature; e poi, perché il semi-labrador abbia una spiccata predilezione per la pappa dei gatti randagi e per l’acqua che ristagna nei sottovasi, perché il simpatico ex-ottuagenario si finga malato quando è sano e ragionevolmente robusto, perché tutti si lamentino della tv continuando poi a sorbirsi Le Iene ed altre amenità simili. Perché esistono i ristoranti a menu fisso, perché il carrello del super è sempre troppo profondo e per afferrare il vasetto di capperi sul fondo devo saltarci dentro o chiedere aiuto a qualcuno? Ma soprattutto, perché Watanabe si è sentito in dovere di giurare amore e fedeltà a Naoko? Solo per aver fatto l’amore con lei (‘per calmarla’, poi, afferma Murakami, frase che regolarmente mi spiazza)? E perché, in Porci con le ali, Antonia decide di lasciare Rocco, passando poi metà del libro a righiare contro di lui, che intanto frigna a più non posso? Non sembra anche a voi una decisione quantomeno pretestuosa? Forse il mio desiderio di realismo, applicato a libri telefilm film, è piuttosto fuori luogo, ma davvero non capisco.

Tra le cose che per ora mi sfuggono, c’è il fatto che molti affermino di aver letto con piacere La forza del destino di Marco Vichi. Raramente un libro mi ha amareggiato e infastidito di più. Neanche la Mazzantini, che pure non ci scherza, non è arrivata a tanto. Un giallo (?) per presunzione giuridica, in cui dall’inizio si conoscono colpevoli, movente, ogni squallido o pruriginoso dettaglio dell’efferato omicidio; un romanzo che probabilmente non è altro che il prolisso seguito dell’osannato Morte a Firenze: una quadratura del cerchio in cui, con una morale che trovo ributtante (il termine giusto penso sia ‘fascista’), il protagonista assurge al ruolo di angelo vendicatore e stermina i colpevoli tra le ovazioni dei personaggi di contorno. Il libro è noioso oltre ogni dire – il commissario Bordelli non fa altro che preparare pasti frugali, leggere davanti al camino e fare lunghe passeggiate -, ci sono episodi assurdi o inutili – e vabbe’, Vichi, abbiamo capito che ti piace ascoltarti, ma che c’entravano i racconti dei cinque uomini a tavola per il compleanno del protagonista? -, un cane appare e poi scompare senza un motivo apparente; ma soprattutto, il romanzo è privo di storia, di sviluppo, di conflitti, in sostanza, di trama: deciso a farsi giustizia da solo, Bordelli mette in atto il suo piano. Nessun errore, nessun pericolo corso, nessun rischio, neanche un briciolo di suspence. Praticamente, basta leggere le prime dieci pagine.
Ho detto spesso che criticare qualcuno, specialmente uno scrittore, può essere un atto vile e, diciamolo, stronzo: c’è molto di autobiografico in ogni libro, ci sono impegno e coraggio e determinazione e paura di fallire, e speranza e voglia di farcela. Ma in questo caso ho deciso di proseguire, in deroga ai miei principi: e non solo perché si tratta di un libro brutto, ma perché la morale del farsi giustizia da sé è quanto di più aberrante e disgustoso una società possa produrre.

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Se non altro, fino alla fine non ho camminato

Cosa è stato, per voi, il 2011? È stato un anno sereno o frenetico, rilassante o mesto, cupo o radioso? Da ricordare, da dimenticare, da confondere con altri? È stato l’anno della morte di Liz Taylor e Peter Falk o della falsa partenza di Bolt ai mondiali? Quello di ‘se non ora, quando?’ o dei quattro sì ai referendum? L’anno della caduta di B. o dell’ascesa conclamata di Djokovic? L’anno della crisi economica o quello dell’arresti di Mladic? Dei 150 anni dell’unità d’Italia o della squalifica di Dayron Robles a Daegu?
A me è piaciuto, il 2011. È stato un anno complesso e stancante e faticoso e frizzante, iniziato con una notizia bella e inaspettata, una di quelle che ti fanno pensare che forse qualcuno dei tuoi progetti un giorno si realizzerà, e che chi dice che in Italia si fa tutto solo grazie a raccomandazioni e favori, be’, rosica. È stato l’anno che mi ha permesso di mettermi alla prova, di imparare che, se ho uno scopo, alzarmi presto può anche non pesarmi; quello che mi ha fatto scoprire che cambiare ritmi e abitudini è un’impresa alla mia portata, e anche a quella del semi-labrador. È stato l’anno del mal di schiena che toglie il fiato, della paura e della stanchezza, ma anche delle soddisfazioni, dei riconoscimenti piccoli ma insperati e gustosi, l’anno di Praga e di Magda Szabò, di Saramago e Odifreddi, di Masterchef e di un portachiavi a forma di gufo che sta saldamente fissato alla mia borsa, per evitare che scappi via. L’anno degli incendi di spazzatura e della mia prima estate senza neanche un bagno a mare, dei 90 anni del simpatico ottuagenario e dei regali che, silenziosi e assordanti, hanno attraversato l’Italia per raggiungermi, carichi di sorrisi che non ho mai visto e abbracci che non ho mai toccato, o forse sì. L’anno del mio ultimo libro di De Carlo e anche di Safran Foer, uff. L’anno in cui ho scoperto con triste meraviglia che di Natalia Ginzburg ho già letto tutto, e che quel sentimento cinquanta per cento stupore cinquanta per cento ammirazione che i suoi libri mi regalavano a poco a poco finirà con lo scemare. È stato l’anno in cui ho deciso di fare a meno di tutte le persone che mi appesantivano le scarpe, e di tenere solo pochi amiciamoci (adesso ne conto tre, ecco) e tanti amici virtuali, che forse un giorno incontrerò, o forse no. L’anno in cui mi sono scocciata di parlare e spiegare e capire e accettare, di far finta di non comprendere, di avere pazienza, e ho deciso che non ho più tempo da perdere per chi usa parole forbite per celare pensieri violenti: basta, fanculo. È stato anche l’anno del concerto di Max Gazzè, della volta in cui sono scappata dal cinema perché avevo paura, del mio primo matrimonio di famiglia. È stato l’anno in cui ho temuto di non riuscire a cambiare, e mentre lo pensavo stavo già, lentamente, cambiando.
La ricetta di oggi è quella di un piatto a base di prosciutto che ho mangiato il giorno di Natale: coscia di maiale disossata e precotta (la vendono in macelleria) fatta bollire due ore, cosparsa di spezie e fatta arrostire in forno. A tre quarti di cottura, cospargetela di marmellata di lamponi. Va scaloppata e servita, calda e fragrante, con patate al forno e un sorriso speranzoso e titubante: o almeno, così me l’ha proposta mio cugino, e sono stata felice di mangiarla, perché era buona e perché lui lo meritava.
Un anno fa, annunciavo che il primo della lista dei miei buoni propositi sarebbe stato coltivare il dubbio: in fede, non l’ho dimenticato.
Con questo post, rivolgo a tutti i migliori auguri per un ottimo 2012: che realizzi i vostri desideri, tutti meno uno, che vi faccia continuare a sognare e sperare nel meglio.

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Ma chi è che dissemina di cadaveri carbonizzati i miei libri?

Ci risiamo: comincio a leggere un romanzo che sembra perfettamente normale, trama personaggi contenuti stile morale che rientrano nei miei personali canoni di leggibilità e di non-paura, e all’improvviso salta fuori un cadavere arso, un uomo torturato, una famiglia deportata; ma insomma, lo fate apposta? L’ultimo sussulto seguito da moto di disgusto è stato causato da La porta di Magda Szabò, libro che avevo comprato perché invogliata dai forza forza leggilo di persone che stimo e anche perché era in sconto, e io ero alla Feltrinelli e mi sentivo triste e c’era freddo – motivi sufficienti, per me, per comprare un libro, se non due o più. L’ho preso in mano un po’ di tempo fa ma, causa improvvido abbinamento con L’arte di correre di Murakami, dolce tenero appassionante e incentrato su un tema che amo, quello della maratona amatoriale, la lettura aveva assunto il ritmo lento e sonnacchioso di una passeggiata da domenica mattina d’autunno; ingoiato l’ultimo boccone di Murakami (e anche un po’ di lacrime, ché se non altro, fino alla fine non ho camminato è una frase stupenda), ho recuperato frau Szabò (schiacciata dai sette-otto libri che ho comprato nel frattempo, tutte le volte che mi sono sentita triste o infreddolita) e mi sono rimessa a leggere: ed ecco che, al giro di boa delle trenta pagine, mi attendevano i due cadaverini carbonizzati. Maccheccavolo, va’. Sono profondamente offesa.

Sicuramente la mia soglia del terrore è piuttosto bassa – diciamo, paragonabile a quella di un criceto cucciolo – però non è leale far così. Non ne capisco neanche il senso, di certe scivolate nel truculento. Astraendo da questo libro che non ho ancora terminato, per quale motivo molti autori prediligono il particolare orrendo, che tocca lo stomaco invece che il cuore o il cervello? E perché è così, purtroppo, anche nella normale conversazione tra conoscenti? Perché sembra necessario avvalorare le proprie opinioni con oscene descrizioni? La mia pietas per una persona morta non è accresciuta dal racconto delle tristi circostanze della sua dipartita. La mia indignazione per un gesto feroce non aumenterà conoscendo tutti i mostruosi particolari del suo svolgimento. Non è l’immonda immagine che mi fa paura: sono le motivazioni che l’hanno causata, che mi atterriscono. Non ho bisogno di dettagli. Quando in un libro mi imbatto in una scena cruda, mi chiedo che senso abbia; vuole colpire, ferire, istruire? L’autore ghignava, mentre la scriveva, o aggrottava le sopracciglia in preda al fastidio? In Gomorra, che peraltro amo, era necessaria la raccapricciante descrizione di una tortura di gruppo? Qual era la reale intenzione dell’autore? Mostrare la ferocia del sistema, o far rivoltare lo stomaco con una scena forte e abbastanza inutile, con lo stesso assurdo piacere con cui mia zia, quando ero bambina, mi raccontava istruttive storie a base di persone vittime di incendi ed esplosioni?
Forse è vero, sono troppo delicata, una specie di fanciulletta del seicento dalla svenimento (figurato) facile; forse mi precludo molti libri e film belli per paura di avere paura. Però per favore, smettetela: non abbiamo bisogno di stringere i denti e sospirare per il ribrezzo, per capire. Abbiate un po’ più di fiducia in noi lettori, plis.

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