Halloween a chi?

Ci sono tradizioni e festività che, per raggiunti limiti di età, mi interessano poco; tra queste c’è Halloween. Sono troppo vecchia per cantilenare “dolcetto o scherzetto”, ovviamente: ma anche per girare per locali, di sera, con un cappello da strega e un trucco dark; la serata dello scorso 31 ottobre, per dirla tutta, giacevo sul divano di casa nostra, con un forte dolore alla schiena e una vestiglia rosa di pile, mentre la mia bella mi offriva una tazza di tisana ai semi di finocchio.
Non ho bambini a cui regalare dolciumi, non addobbo la casa nei toni dell’arancio e del nero e non preparo torte decorate con ragni e mostri; potrei dire che, in generale, non preparo torte, ma sarebbe superfluo. Halloween mi è del tutto indifferente: come i tortelli di zucca, le riviste dedicate al ricamo a mezzo punto, l’ultimo modello di iPhone, l’opinione di Adinolfi su qualsiasi argomento, i programmi televisivi pomeridiani delle reti generaliste, e naturalmente Hugh Jackman. Mi è indifferente, dicevo: quindi, non mi interessa che qualcuno lo festeggi o meno, e sono del tutto impermeabile alla paccottiglia a tema e ai post dedicati sui social (a meno che, naturalmente, non si tratti di qualche buffa foto di cuccioli di quadrupede con costumi da mago o da vampiro). Mi importa molto poco di Halloween: e non capisco come mai anche quest’anno frotte di persone a cui potrebbe e dovrebbe importare anche meno che a me si siano sentite in dovere di annunciare su Facebook che no, ecco, Halloween non è una tradizione italiana (o siciliana, o palermitana, a seconda del livello di indignazione espresso) e quindi non si deve festeggiare, pena il pubblico additamento e la noiosa lagnanza mediatica. Si è andati dai deliranti post che chiamano in causa la religione e che vedono in Halloween una sicura manifestazione satanica (e lì penso che invocare un tso non sia esagerato), con tanto di annunci di raccolte di firme per impedire alla scuola del pargolo di organizzare una sfilata di bimbi in maschera (per carnevale immagino sarà proposto un esorcismo di gruppo) ai più blandi ma non meno stucchevoli post in cui si contrappongono la tradizione “sana” della Festa dei morti siciliana a quella “malata” di Halloween, con corollario di frasi inneggianti al patrimonio etnoantropologico autoctono e di pigolio lamentoso sulle nostre radici ormai perdute. Che noia, mamma mia. Ma se ognuno potesse scegliere di festeggiare (o non festeggiare) quello che gli pare? Nella nostra cucina torreggiano un vassoio di dolcetti di martorana e una bambola di zucchero già abbondantemente smozzicata: ma sarei stata felice che qualche ragazzino del palazzo fosse venuto a bussare alla nostra porta per richiedere la sua quota di zuccheri. Gli avrei propinato, temo, dei biscotti secchi iposodici ai cereali, o un quarto di mela, o le nostre merendine della colazione, ma avrei riso e finto di spaventarmi per il suo aspetto: come mi è successo ormai una decina di anni fa, quando un drappello di bambini ha davvero suonato alla mia porta, e io ho davvero dato loro gli abbracci-del-mulino-bianco, ché non sapevo che sarebbero passati e non avevo di meglio, ed erano vestiti da zombie con tenerissimi costumi fatti in casa, ed erano davvero carini.

Sono passati quattro giorni, ormai, e la polemica su Halloween è stata ricacciata in un cassetto per essere di nuovo brandita tra un anno: ma, al di là del momentaneo fastidio per una pletora di post indignati sul nulla, mi è rimasto addosso un vago disagio: quello di notare come moltissimi tendano a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in tradizioni nostre e tradizioni altrui, in feste da accettare e feste da rigettare, quando invece io continuo a sognare un mondo in cui ognuno, nel rispetto assoluto e tassativo del prossimo, si senta parte non di uno Stato, di una regione, di un gruppo etnico, ma del mondo.

Se penso ad Halloween, il libro che mi viene in mente immediatamente è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Dopo averlo letto diverse volte, quest’estate l’ho ascoltato in versione audiolibro (si può scaricare gratuitamente il podcast dal sito di Ad alta voce) e penso che sia un libro necessario, imprescindibile, che non si può non leggere.

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L’amore è.

I miei genitori che, trentacinque anni dopo, guardano la luna piena e dicono C’è la nostra luna!, perché nelle foto del matrimonio si vede che c’era la luna piena anche allora.

Chi sta fuori a bagnare le piante nel mezzo di una sciroccata di fuoco, per evitare che il basilico perda le foglie.

La mia compagna che mi piega il pigiama ogni mattina, perché le fa piacere e perché dice che si sente il mio odore.

Camminare per mano anche se è estate e ho le mani più sudate del solito.

Quel padre che porta il bambino sulle spalle fino alla macchina, anche se la macchina è molto lontana e il bambino gli sta tirando i capelli, ma ha capito che fa così perché è stanco e non si lamenta.

La nonna che ha conservato per quindici anni un mio vecchio bigliettino in cassaforte.

La collega che piange il suo amato cane e che dice Ho perso la mia ombra per sempre, e non riesce a capacitarsene.

Chi sceglie di accettare una nuova sfida in politica non per nutrire il proprio ego, ma per provare a fare qualcosa di buono.

Mio padre che dice a mia madre Stasera non usciamo, sono stanco, quando in realtà sappiamo tutti che quella che è stanca è lei.

Mia madre che, anche se è molto stanca, dice Mi piacerebbe davvero uscire, perché sa che a mio padre piacerebbe farlo.

Nando che ringhia verso chiunque si avvicini alla macchina con mia madre dentro, perché pensa di doverla proteggere ma ha paura.

La mia compagna che è disposta a rinunciare a qualcosa che vorrebbe davvero fare ma che sa che non mi fa piacere. Io che non permetterò che rinunci a qualcosa che vuole davvero fare, sebbene non mi faccia piacere.

Il ragazzino che, alle medie, mi regalò un rametto di mimosa.

Gli occhioni buoni di Miruccio.

Un genitore che riesce davvero a mettere le esigenze dei figli davanti alle proprie, anche se ha il cuore spezzato.

Una persona che non può camminare e si batte a fatica contro la burocrazia per avere una sedia a rotelle per accompagnare il proprio figlio a scuola.

Mi madre che ha sempre fatto il possibile per accompagnarmi alle riunioni con i professori.

La mia compagna che aspetta che abbia finito di prepararmi minuziosamente le cose per il giorno dopo, la sera, e anche se casca dal sonno rimane sveglia per addormentarci insieme.

Preparare un regalino per una persona lontana, sperando che la faccia sorridere.

Mio padre che monterà le nostre tende, anche se è stanco e affaticato, ma ci tiene.

Mia zia che mi dice Ti ricordi di quando eri piccola e tornavo presto dal lavoro per stare con te?

Le nonne che mi hanno cresciuta, i nonni che mi hanno protetta. La certezza di non dimenticarli mai e di rimpiangerli ogni giorno.

Mia madre che mi prepara il gateau di patate per cena. Mio padre che mi compra il succo d’arancia. La mia compagna che sceglie con cura un film che mi piaccia.

Io che oggi andrò alla parata del Palermo Pride, perché il primo amore, quello che non dobbiamo mai mancare di alimentare e curare, è quello per noi stessi.

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Di papà ce n’è uno solo.

Sono una persona banale, mainstream, terra terra: sono rimasta con gioia nella mia città natale, con buona pace di tutti quelli che pensano che sia una scelta rinunciataria e da perdenti, non disdegno panini con hamburger e patatine del fast food per una cena veloce, ho letto tutte le sfumature di grigio presenti in commercio e visto tutti i film con vampiri algidi e lupi mannari nerboruti che si trovino in streaming; mi piace ricevere mimose l’otto marzo, andare a cena fuori per l’anniversario, festeggiare con malcelato entusiasmo San Valentino, la festa della mamma e tutte le altre ricorrenze che fanno storcere il naso alle persone colte e radical chic che mi circondano. Ad esempio, domani sarà la festa del papà, e io, nella mia ovvietà, ho comprato un regalino per mio padre: perché, appunto, sono una persona assolutamente ordinaria, e perché mio padre, che ordinario non è, semplicemente se lo merita.

Per parafrasare il titolo del romanzo di un’autrice a me cara, dove potreste mai trovare un altro padre come il mio? Vi auguro di averne accanto uno anche voi. Vi auguro che sia, appunto, come il mio: comprensivo, facile alla risata, timido con gli sconosciuti e aperto e sincero con le persone vicine. Forte e rassicurante, sicuro di sé, sereno: un perfetto cane alpha della paternità. È, mio padre, la persona più impermeabile all’ansia che io conosca: ha dormito pacificamente il giorno prima di impegni insormontabili, di viaggi rocamboleschi, di interventi rischiosi, per poi cedere alla preoccupazione per motivi sciocchi: sarà il caso di comprare quella macchina fotografica che mi piace, anche se è piuttosto costosa? [comunque sì, era proprio il caso].

Ha un’enorme barba bianca, mio padre: più lunga della sua la aveva solo Ife che, forse per l’omologia di aspetto, riponeva in mio padre una cieca fiducia; ha chiesto di incontrarlo più volte, per parlargli di problemi di salute propri e del mondo, per chiedergli aiuto per Mosca, per mostrargli la vastità della piazza dalla coperta arancione e come stava bene, Ife, con il suo giaccone blu. Era presente, mio padre, il giorno terribile in cui Ife è morto: e anche in molti altri giorni terribili, ma soprattutto in giorni stupendi, e ancor di più in giorni straordinariamente normali: quando ho imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, quando ho preso 10 nella versione di latino, quando sono stata tamponata e l’investitore è scappato, quando ho preparato la crostata con crema e marmellata e per la prima volta non si è attaccata allo stampo. È presente, in maniera costante e poco appariscente, ogni giorno, accanto a chi soffre: lo ha fatto per decenni con i suoi pazienti, continua a farlo con parenti, amici e mariti di colleghe e conoscenti e vicini di casa, quando stanno male o hanno bisogno di un consiglio.

Ama il buon cibo, mio padre: ma ha sempre trangugiato con gioia qualsiasi cosa gli abbia preparato, per ardita e scotta che fosse. Ama il cinema, i gialli, la fotografia, i cani, la montagna, le passeggiate, portare il cane Nando al parco; ama anche i bambini, ma riesce a non farmi pesare la mancata prospettiva di un nipote. Odia, nell’ordine, i fascisti, i prepotenti, i violenti, le verdure, le cene che finiscono senza un dolcetto, i libri che sembrano gialli e poi non lo sono. È sempre stato, per me, un impareggiabile esempio di tolleranza, apertura mentale, capacità di ascolto. È anche un appassionato di turpiloquio e coltiva la suggestiva abitudine di prendere in giro i bambini molto piccoli inventando storie sconclusionate da spacciare per vere. Ha ancora un eskimo, nell’armadio, retaggio degli anni della contestazione giovanile, e idee non meno estreme e rivoluzionarie di quelle.

Probabilmente non leggerà mai questo post: ma se lo facesse arrossirebbe e non direbbe nulla. E io aggiungerei soltanto una parola: auguri.

(Anche) di rapporti tra genitori e figli parla il bellissimo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, che ho finito da poco: e che, davvero merita.

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Et quo coniuges fiunt una caro.

Ieri i miei genitori hanno festeggiato 35 anni di matrimonio; avrebbero dovuto essere a Lisbona, per l’anniversario: ma motivi di salute lo hanno impedito, e si sono accontentati di una passeggiata in riva al mare con cane al seguito, di una cena al ristorante e di una pianta gentilmente omaggiata dalla nostra parente più formalista. Non si sono lagnati troppo, del cambio di programma: ché ad abbozzare ci sono abituati, e hanno entrambi una natura lieta e accollativa, poco portata al piagnisteo e all’autocompatimento.

Quando ero bambina, i miei genitori litigavano moltissimo: scoppiavano zuffe furibonde senza alcun preavviso, con urla e minacce di andar via, fare i bagagli e saltare in auto e sparire dalla circolazione; due o tre volte la settimana promettevano, a turno, di cambiare indirizzo, trasferirsi nel box insieme alla Panda, tornare dai nonni: e io mi spaventavo a dismisura, telefonavo alle nonne in cerca di conforto, mi vedevo già nella versione figlia-di-divorziati: con uno zainetto al seguito, rimpallata tra due case che non conoscevo, mesta e lacrimante come una madonnina di periferia. Adesso, litigano ancora: con strilli immotivati e musi e lancio di tovaglioli in aria; ma io ho imparato a non farci caso: perché dopo un quarto d’ora sono di nuovo sul divano a guardare la tv e ciacolare e ridacchiare, e della baruffa di poco prima non conservano memoria: anzi, se mando loro un messaggio per chiedere se stanno ancora litigando, rispondono stupiti e un po’ perplessi dicendo che no, ma che dico, non hanno proprio litigato mai, almeno oggi.

I miei genitori, insieme, fanno un effetto bizzarro: mio padre è barbuto come un babbonatale fuori stagione, panciuto e con l’aria burbera; mia madre è filiforme, col viso ricoperto di lentiggini e l’espressione di una pippicalzelunghe coi capelli neri. Mia madre riesce a pronunciare settantatrè parole al minuto, mio padre settantatrè in tutta la giornata: ma, dato che nella vita c’è compenso, riescono lo stesso a condurre mirabolanti ed equilibrate conversazioni.

Condividono lo stile di vita: e la morale, e l’appartenenza politica, e i (discutibili) gusti musicali; trovano noiosi gli stessi film – che sono, poi, quasi tutti quelli che vedono. Non sopportano, nell’ordine, i fascisti, gli arroganti, chi evade le tasse, Cicchitto, la gente che non si vaccina, chi non sa prendersi cura del proprio cane e lo lascia ad abbaiare in balcone tutto il giorno. Amano, invece, i cani, i gatti (ma un po’ meno), la musica sinfonica, le tagliatelle ai funghi, i libri sudamericani – anche se la querelle sulla superiorità di Amado o di Márquez rimane aperta – e quelli giapponesi, la gente che non fa pettegolezzi, le perifrasi italiane che celano inaudite volgarità, prendere in giro i bambini piccoli.

Sono ancora in grado, dopo tutti questi anni, di preoccuparsi l’uno per l’altra, di accudirsi e coccolarsi, di emozionarsi e soffrire e gioire insieme; di passare interi pomeriggi per comprare un regalo di compleanno, di andare a farsi gli autoscatti al tramonto col cane che fa capolino dietro le loro teste: in una parola, di essere felici insieme. Che poi, per me, è l’unica vera ragione che giustifichi un rapporto: la capacità di essere felici guardando nella stessa direzione. Auguri a loro (e un po’ anche a me, vittima dei loro strali e del loro sadico senso dell’umorismo).

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Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

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Febbraio è il mese più dolce.

Mi piace il mese di febbraio. Custodisce una data importante, mi ricorda i momenti più belli e intensi e pieni di aspettative e sogni che abbia mai vissuto, quando avevo diciotto anni e non avrei saputo immaginare come sarebbe stato il mio futuro e assaporavo con stupore e tremore ogni giornata, col suo campionario nuovissimo e sconosciuto di sorrisi parole maninellemani, ed ero semplicemente felice e inconsapevole, attraversata da una corrente di gioia a millemila volt; a Palermo c’è odore di primavera, a febbraio, le giornate sono timidamente tiepide, si parla già di vacanze estive, e poi c’è il festival di Sanremo: e io, che ho un’anima inguaribilmente kitsch, adoro il festival di Sanremo. Ci comincio a pensare a gennaio: mi lagno perché il presentatore non mi sta simpatico e perché tra i cantanti in gara non ce n’è uno che mi piaccia, e non so per chi tifare, uffa: anzi, addirittura di solito non li conosco, o pensavo che fossero già morti – mi spiace, Zarrillo, ma ero convinta che non ci fossi più da qualche anno. Delle canzoni proposte ce ne sono un paio che ascolterò volentieri quando le incrocerò alla radio, e il resto è fuffa, va bene: ma Sanremo mi diverte un bel po’.

Mi attira, oltre allo spettacolo in sé, la dimensione sociale e social del festival: il senso di appagamento nel piazzarmi davanti alla tv e pensare che qualche altra lenzuolata di persone lo sta facendo, le serate trascorse mangiando cibo ipercalorico con amicastorica e la mia bella, i commenti seriali su Facebook su abiti scarpe arrangiamenti e stonature. E poi quelli che si ritengono grandi critici e propongono una lettura filologica del brano di Elodie, e le chiacchiere da ufficio – no, capo, Bianca Atzei proprio no! – e quell’inappropriato senso di unità nazionale nel constatare che ormai Al Bano non sta sullo stomaco solo a mema a buona parte del resto della nazione: e mi dispiace per Gigi D’Alessio, ma ormai anche lui ha fatto il suo tempo, avanti. Mi piacciono le dirette Twitter, i commenti caustici e l’apprezzamento collettivo, gli applausi a scena aperta, i ritornelli che rimangono subito in testa: l’idea di essere parte di un gruppo vario ed eterogeneo che sghignazza e canticchia, stronca e difende, si accapiglia sul look di Lodovica Comello (ma chi diamine è?) e ballonzola al ritmo di Francesco Gabbani.

Domani saremo ognuno per la propria strada, io e queste milionate di persone accomunate a me solo da un programma televisivo, il vincitore del festival sarà dimenticato nel giro di un paio di settimane, la sua canzone non ricorderemo nemmeno più come faceva (ma gli Stadio, l’anno scorso, che hanno cantato?): ma fino a stanotte, pace, c’è Sanremo.

Oggi – domani, in realtà – festeggeremo una data speciale: un anniversario tondo, di quelli che fanno quasi paura a sentirli nominare. La mia bella ed io saremo state insieme un numero di anni che non avevo mai pensato che potesse anche solo pronunciarsi: e mi fa strano che ormai, nella mia vita, è quasi più lunga la parte passata insieme di quella in cui c’ero solo io. Ecco, allora, questo post è per lei (che ama Sanremo non meno di me), insieme a tutto quel che di meglio ho, o posso sperare di avere: perché non merita niente di meno, ma solo pizze fumanti, risate a piena gola, corse in riva al mare, leccate di cane nell’orecchio, tisane bollenti quando fuori piove e bibite fresche in agosto; e gioia, serenità, felicità: di quella che ti prende la pancia e il cuore e il petto, e ti fa sorridere fino ad avere male alle guance. Tutto questo, e molto altro ancora: la sicurezza e la realizzazione, la consapevolezza di sé e l’appagamento, la stima di chi la circonda, il sostegno, il rispetto. E, in un angolino, tutto l’amore di cui sono capace.

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Grazie, 2016.

Il 2016 si conclude oggi. Leggo sui social – tra l’annuncio del programma di una folle nottata di bagordi e le foto di completini intimi rossi, minigonne intessute di filo d’oro, elaborati piatti in avanzato stato di preparazione e alberi di Natale psichedelici – parole di giubilo all’idea: sembra che l’anno appena trascorso sia stato sullo stomaco a molti. A me, invece, tranne che per la morte dell’ultimo nonno rimasto, è proprio piaciuto.

È stato un anno dolce, sereno, senza scossoni: un anno in cui ho apprezzato moltissimo le serate in casa, i film da vedere al pc sotto una enorme coperta di pile, le serie tv – ma accidenti, niente sarà mai più bello di Queer as folk! – e le tisane calde. Un anno pieno di hamburger e cenette a base di cibo cinese, di biscotti secchi a colazione e aperitivi davanti a un puzzle, di “amore, che buono!” davanti a pizze fatte in casa e frittate e pollanche. Un anno in cui ho ringraziato ogni giorno la mia buona stella per avermi ridato la mia compagna: bella, luminosa, sorridente, sicura, tenera, protettiva, attenta, paziente. Un anno in cui all’amore sono finalmente riuscita a coinugare la consapevolezza: dei miei limiti, delle mie insicurezze, della nostra forza insieme. Della necessità di pensare molto, parlare meno, ascoltare e riflettere e attendere, dare spazio e tempo e fiducia.

È stato un anno punteggiato di amici: in cui mi è spiaciuta la lontananza di alcune persone a cui voglio bene, che ho visto poco – ma cercando di racchiudere, in un fine settimana o in pochi giorni, tutto il mio affetto e la mia attenzione e la voglia di fare qualcosa di bello insieme – e che spero di vedere più spesso, ma che comunque tengo accanto a me, nel cuore e nei pensieri e in quel fondo di preoccupazione e apprensione che sono parte di me e che nutro come una piantina d’appartamento. Un anno in cui ho scoperto persone che conoscevo poco e che mi hanno riempita di consigli e suggerimenti e idee, in cui ho passato più tempo con altri a cui voglio bene da anni: vecchi amici, di quelli che citi a modello per gli astanti e abbracci forte forte quando li vedi, che cambiano casa, lavoro e vita rimanendo sempre quelli che erano, graziealcielo.

È stato un anno di crescita: in cui ho cercato di apprezzare quello che c’è di buono nella mia vita – genitori attenti e presenti, parenti acquisiti affettuosi ed empatici, un lavoro che mi piace, un canuccio festante – e ignorare quello che non mi è andato giù: sorridendo e pensando pace, va bene così.

Degli ultimi anni, sicuramente il 2016 è stato quello in cui ho letto meno: ma ho vissuto di più, quindi anche in questo caso va bene così. Chiudo l’anno con le ultime pagine di “Una domenica con il commissario Ricciardi” di Maurizio de Giovanni: non un romanzo ma una raccolta di quadri raccontati con dolente delicatezza e intervallati da foto d’epoche. Un libro che si legge in una manciata di mezze giornate e che forse lascia poco, ma che regala uno scorcio interessante della Napoli degli anni Trenta.

Felice anno nuovo a tutti: vi auguro che il 2017 porti a ognuno di voi la gioia che mi ha regalato il 2016.

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Pro e contro del Natale.

È il momento più bello dell’anno.
È il momento dell’anno in cui chi è solo si sente ancora più solo.

Càpita solo una volta all’anno.
Càpita solo una volta all’anno.

Si può mangiare moltissimo senza sentirsi in colpa.
Si rimpiange per i mesi a venire di aver mangiato moltissimo senza pensare al futuro.

Si ricevono molti regali.
Si devono scegliere, comprare, impacchettare e recapitare moltissimi regali.

Si incontrano molte persone che non si vedevano da mesi.
Non sempre è piacevole incontrare queste persone: se non si vedevano da mesi, c’era un buon motivo per non farlo.

Si passa più tempo in famiglia.
A volte non è piacevole passare un pomeriggio insieme allo zio Osvaldo.

Si può dormire fino a tardi.
Chi ha tempo di dormire, con il pranzo da preparare e i regali per lo zio Osvaldo ancora da incartare?

Le ferie.
Avere lavorato moltissimo dato che dopo ci sarebbero state le ferie.

Ricevere quell’oggetto che si desiderava tanto.
Ricevere ventitrè oggetti di dubbio gusto di cui non si sentiva affatto la necessità.

Le strade piene di suggestive lucine.
Le strade piene di imbecilli in auto che girano disperatamente in cerca di posteggio per comprare il regalo allo zio Osvaldo.

Tanto tempo libero per leggere, riposare e giocare a Trivial.
Dover fare queste attività nei ritagli di tempo tra la visita di cortesia allo zio Osvaldo, le pulizie di casa rimandate da mesi e i molti minuti sprecati in cerca di un posteggio.

Panettone, pandoro, torroni sempre a disposizione.
Nessuno di questi dolci mi piace.

Lo spirito natalizio.
La retorica di ‘non roviniamoci la giornata, è Natale!’ dispiegata davanti alle intemperanze di parenti e amici, lo zio Osvaldo in primis.

Feste e serate di divertimento sfrenato.
Non abbiamo più sedici anni: una mano di briscola con lo zio Osvaldo è il meglio che la casa offre.

Poter passare un intero pomeriggio a completare il puzzle.
È un puzzle di Mirò e ci vorranno molti mesi per completarlo.

Vestirsi carine per andare a cena con lo zio Osvaldo.
Sembrare irrimediabilmente un pinguino vestito di viola.

Ho già scartato i primi regali di Natale e, in mezzo a tante altre bellissime cose, è saltato fuori un libro che desideravo da un po’: ‘Io che vi parlo’, una lunga e toccante intervista a Primo Levi. Mentre mi accingo a gustare le parole di uno dei miei scrittori preferiti, auguro a tutti buone feste.

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