Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Consuetudini.

Sono una persona tendenzialmente pigra: lo sono fisicamente, e il mio aspetto lo rivela già alla prima occhiata, con la stessa dovizia di dettagli di una portinaia che ha saputo della tresca del ragioniere del terzo piano, e lo sono ancor di più mentalmente. Sono solita fare economia di sforzi: non salgo le scale a piedi, ascolto gli audiolibri e tendo a non deviare molto dalle consuetudini. Sono, anzi, innamorata delle consuetudini: non solo per il mio temperamento ansioso ma soprattutto, appunto, perché mi permettono di inserire con frequenza il pilota automatico.

Per anni abbiamo passato la sera nello stesso locale: ed era un posto che mi piaceva, avevo un tavolo preferito e bevevo sempre la stessa bottiglietta di limonata. Mi rassicurava pensare che, ogni venerdì e sabato, che ci fosse vento o grandinasse, non avrei dovuto prendere una decisione in più. Da sei anni vado al lavoro percorrendo sempre la stessa strada: che è, probabilmente, la più rapida e meno trafficata, ma la prendo ogni mattina soprattutto perché ormai la seguo a occhi chiusi. Quando abbiamo cambiato ufficio, all’inizio, posteggiavo in una grande piazza alberata; dopo una manciata di mesi, quel tratto della piazza in cui lasciavo la macchina è stato insensatamente chiuso al traffico. Cambiando parcheggio, ho smesso di fare a piedi la stretta e ripida stradina dei primi mesi: e adesso non ci passo più, mai, e se qualche volta mi capita di trovarmi lì sono stranita e stupita, mi sembra di non riconoscerla più. Sono così, ecco, anche con le amicizie: e infatti, quando una persona a cui voglio bene si trasferisce, soffro terribilmente; mi sembra ogni momento che avremmo potuto vederci, che magari avremmo preso un panino insieme, o visto un film o fatto una partita a Scarabeo, e anche se magari è successo poche volte di vederci di martedì, ecco che io di martedì sento addosso tutti i chilometri che ci dividono e mi sento triste. Riesco però, di solito, a crearmi delle consuetudini anche così. Fino a qualche anno fa, avevo un’amica che viveva lontano; non troppo lontano, in reatà: abbastanza vicino da potersi vedere un fine settimana ogni due. Era, per me, una consuetudine sufficiente: e sapevo che un fine settimana ogni due avrei detto alle colleghe che non potevo dare la mia disponibilità per il sabato sera alla fiera di Natale, per esempio, perché ecco, Arriva la mia amica da Catania. Adesso quall’amica viene qui molto meno, e io cerco modi per stabilire nuove consuetudini: e forse l’unica soluzione sarebbe creare un calendario condiviso, in cui inserire le date in cui tutte le amiche che stanno fuori vengono in città, in modo che io possa pensare che tra qualche settimana ci vedremo ed essere meno triste.

La mia consuetudine del mattino è, ora, quella di spegnere la radio ed ascoltare il podcast di un audiolibro; dopo aver finito per l’ennesima volta di ascoltare Lessico famigliare, e dopo essermi commossa scioccamente sempre negli stessi punti, adesso mi tiene compagnia in auto Elio De Capitani che legge Il sistema periodico di Primo Levi: che è uno dei libri che ho più amato nella mia vita.

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Memoria.

La prossima settimana si celebrerà il Giorno della Memoria, quello in cui si ricordano le vittime della Shoah. Prima di lavorare in una casa editrice non avevo mai fatto molto caso a questa data: semplicemente, un giorno di gennaio mi accorgevo che davano in tv La vita è bella e che, a tarda notte, durante una trasmissione di approfondimento, veniva intervistato qualche sopravvissuto ai campi di concentramento. Adesso, il Giorno della Memoria è una di quelle ricorrenze che tendo a non dimenticare: date come il 9 maggio, il 19 luglio, il 23 maggio scandiscono perentoriamente l’anno. Sono ricorrenze da attendere, preparare e celebrare adeguatamente: giornate dedicate al ricordo di ciò che è stato, perché non si verifichi mai più.

Non è peregrino chiedersi, oggi, se abbia ancora un senso parlare di Shoah: in troppi siamo convinti di sapere tutto ciò che c’è da sapere. Pensiamo di aver ascoltato tutte le testimonianze mai pronunciate, di aver letto tutti i libri mai scritti, di aver visto tutte le foto e i filmati e i cinegiornali. Di aver discusso motivazioni e comportamenti, di aver scoperto efferatezze e drammi, orrori e particolari raccapriccianti. Pensiamo che non ci sia nulla di nuovo da imparare: siamo saturi di nefandezze e pronti ad archiviare tutto alla voce “passato”. Pensiamo di esserci corazzati per il futuro: non ripeteremo quello che è stato. Non giudicheremo l’altro per le sue origini o la sua religione, per il suo credo politico o le sue abitudini sessuali, per la sua morale o la sua militanza. Non imprigioneremo, tortureremo, abuseremo, spingeremo alla morte nessuno: e mentre lo pensiamo, accantoniamo l’immagine dei migranti che muoiono su un gommone in mezzo al Mediterraneo, perché mica possiamo accogliere tutti, dei detenuti pestati nelle carceri, perché sono delinquenti e lo meritano, dei ragazzini gay che si suicidano perché derisi, perché quelli sono fatti privati delle loro famiglie, dei giovani africani e asiatici pigiati nei centri di identificazione ed espulsione, perché facevano meglio a restare a casa loro. Sappiamo tutto della Shoah: ogni gesto, parola e imprecazione ci addolorano e avviliscono. Della storia attuale, invece, sappiamo ben poco: e non ci importa saperne di più.

Ho letto molti libri sulla Shoah, nella convinzione che coltivare la memoria non sia una scelta, ma una necessità imprescindibile. Molti dei testimoni dei campi di concentramento sono ormai morti o troppo anziani per continuare a parlare; senza la potenza dei loro racconti, sarà più difficile far comprendere alle nuove generazioni l’enormità del dramma; solo l’empatia potrà fare in modo che la Shoah, nel ricordo, non diventi soltanto un numero enorme di persone morte a causa della follia criminale del nazifascismo. Tra i libri che preferisco c’è I sommersi e i salvati di Primo Levi; non è solo una cronaca, più o meno accorata, del dramma della Shoah: è soprattutto una riflessione, lucida e precisa, su motivazioni e conseguenze di quella tragedia. Da leggere, in qualsiasi periodo dell’anno, da parte di chiunque.

«I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.»

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