“Una volta sofferta, l’esperienza del male non si dimentica più”

Da cosa deriva il male? Perché esiste? C’è un male utile, un male necessario, un male motivato, un male sensato, o è tutto intrinsecamente inutile, orrendo, immotivato, non-necessitato, insensato? Me lo sono sempre chiesta, ma in questo periodo me lo chiedo con maggiore veemenza. Non per un motivo preciso, ma così, per caso: perché sfogliando wikipedia, saltellando in rete, sbocconcellando informazioni utili solo per risolvere il cruciverba di pagina 37 della Settimana Enigmistica mi è capitata sotto gli occhi la teoria, attribuita a Sade – ma anche ad altri, immagino – che fare il male, sottomettere il debole, essere brutali e sadici, appunto, sia la vera natura dell’uomo; e che l’empatia, l’altruismo, la protezione accordata agli indifesi sia solo un portato culturale. Che non esista un senso morale universale, e che quello che per noi è giusto, onesto, sano, etico sia sbagliato, frutto di pavidità e di un sentire religioso che ha plagiato le coscienze. Chiaramente, penso che si tratti di un’ipotesi folle, delirante, enunciata – spero – solo a scopo provocatorio; se così non fosse, ci sarebbero molti argomenti per ribattere, ma il punto non è quello. Il punto è: perché, quello che per molti è riprovevole fino a diventare, nel senso più pieno, un tabù, per altri è accettabile? Ovviamente esistono molti limiti (sociali, religiosi, culturali) che alcune società giudicano invalicabili, mentre altre non vedono neanche. Ma come si spiega che paletti morali come l’orrore per chi uccide, tortura, fa deliberatamente del male a qualcun altro sono universali, condivisi anche dagli altri animali vengano abbattuti, da singoli individui o da intere comunità? Da un punto di vista storico-politico, spiegare la Shoa o il genocidio degli Armeni, motivare la pulizia etnica perpetrata ai danni degli incolpevoli bosniaci o la violenza continua a cui sono sottoposti i palestinesi si può. Ma il singolo uomo che ha picchiato, ucciso, stuprato, torturato, perché lo ha fatto? E come ha potuto snaturarsi fino a non provare pietà, pena, empatia per un altro essere umano? Cosa c’è di più forte dell’umanità? La paura, il condizionamento mentale, la volontà di potenza, la presunzione di valere più degli altri? La malattia mentale? Ma possono mai, intere nazioni, essere in preda a una follia collettiva? Come si fa a non provare disgusto fisico, nausea vera e propria, sottoponendo qualcun altro all’orrore?
Ho cercato risposte nelle persone a cui voglio bene, e ovviamente nei libri. Sul tema della violenza inutile ha scritto e riflettuto moltissimo Primo Levi. Un suo passo è un capolavoro di lucidità, di consapevolezza, di analisi dei meccanismi psicologici: la violenza inutile serve a rendere la vittima qualcosa di meno di un essere umano, per rendere il carnefice meno colpevole. È agghiacciante, ma insufficiente; si limita a delegare la responsabilità a chi ha deciso scientemente di mettere in atto questo osceno condizionamento; e loro, i burattinai, come hanno fatto? C’è un fondo di crudeltà in ognuno di noi, che viene tenuto a bada dall’etica, dalla vita in società, dalla legge, e che in qualcuno zampilla fuori come melma da un tombino? Ci sono persone che nascono, o diventano, cattive? E come fanno a farsi seguire, e obbedire, da intere comunità? Tirando fuori il loro lato peggiore, costringendo i singoli con la forza, blandendoli e spintonandoli per la strada sbagliata? Perché i miei nonni, persone normalissime, non trovarono oscena l’esistenza dei ghetti? Cosa ne era stato, del loro senso morale? Come lo hanno recuperato? Può la guerra, o qualsiasi altra condizione di tensione estrema, mutare radicalmente l’etica di un popolo?
«Visto che li avreste uccisi tutti… che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?», chiede la scrittrice a Stangl, detenuto a vita nel carcere di Dusseldorf; e questi risponde: «Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano». In altre parole: prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della colpa. È una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile.


2 thoughts on ““Una volta sofferta, l’esperienza del male non si dimentica più”

  1. credo, onestamente, credo, di non aver mai fatto male a qualcuno deliberatamente. forse non sono sempre gentile (gli operatori di call center che chiamano quando stiamo mangiano ne sanno qualcosa) ma male fisico… mai. per questo, forse, non riesco a capacitarmi di quello che in questi giorni si sente e si vede. quello che è successo l’ altro giorno nelle piazze d’ italia, quello che sta succedento in palestina, la violenza insensata che colpisce soprattutto le donne da parte di uomini che una volta le amavano. c’ è già abbastanza dolore nella vita senza bisogno di procurarne altro. la crudeltà fine a se stessa per me non ha senso, nè da parte di un singolo, nè da parte di un’ intera popolazione. credo però che i condizionamenti siano possibili. quello che è giusto per me può non esserlo per altri. ma.
    p.s. non si sbircia su google per risolvere i cruciverba. bartezzaghi ti bacchetterebbe 😉

    1. sai che un paio di volte gli ho scritto, a bbartezzaghi? mi ha anche risposto. e poi non sbircio per risolvere i cruciverba: sbircio per curiosità, e poi riciclo le informazioni per i cruciverba 🙂

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *