Estate nell’Amena Località.

Da quando ho memoria, la mia famiglia trascorre l’estate in un pittoresco luogo di villeggiatura stretto tra Monte Pellegrino e Capo Gallo. Anche se gli autoctoni ne parlano come di un paese a sé stante, che nella vulgata popolare appare molto lontano da Palermo (Ant’ura me frate scinniu in Paliermu, da accompagnare con espressione del volto meravigliata e vagamente preoccupata), in realtà l’amena località non è altro che un quartiere della città: una borgata a due passi dal mare, quindi dal clima fresco e piacevole – soprattutto per chi non deve fare ogni giorno venti chilometri in auto per andare al lavoro, camminando a passo d’uomo tra bagnanti in infradito di gomma e telo da mare sulla spalla, come capitava a me negli ultimi anni di permanenza estiva lì – ma popolata quasi esclusivamente da cani ringhianti, giovani che ascoltano la musica tunz tunz a tutto volume giorno e notte, zanzare fameliche e persone bizzarre.

La prima e più marcata caratteristica del residente maschio dell’Amena Località è di non indossare mai nulla che copra torace, addome e schiena: dai sedici anni in su, gli uomini trascorrono l’intera estate con addosso soltanto calzoncini sdruciti, possibilmente di colore beige, e ciabatte in gomma con il fascione, prese a due euro al mercatino del giovedì, pescando da un grosso cassone metallico. La femmina della specie, invece, indossa vestagliette a fiori o copricostume stinti, e calza anche lei solo ciabatte, anche sotto la pioggia. Entrambi, l’uomo originario dell’Amena Località e sua moglie, solitamente non lavorano: altrimenti non si spiegherebbe come facciano a stazionare costantemente agli angoli delle strade o accanto alle fontanelle, parlottando con fare cospiratorio e rallentando il traffico, onde poi spostarsi con lentezza tra occhiate sbieche e minacce mormorate a mezza voce se sollecitati con infastiditi colpi di clacson a liberare la sede stradale. Quando lavorano, gli autoctoni dell’Amena Località lo fanno con uno snervante misto di indolenza e mancanza di senso pratico: quello che fa sì, ad esempio, che l’unico panificio che vi alberga non abbia mai pane, a nessun orario; l’ignaro acquirente si sentirà sempre rispondere È troppo presto, non l’abbiamo ancora sfornato, o È troppo tardi, finiu, poco fa trasiu una signora e s’accattò tutto. Le leggende narrano che una volta un tizio di Milano sia riuscito a centrare l’orario e acquistare una scaletta di rimacino e due sfilatini integrali, ma nessuno ne ha le prove. Capostipite dei bottegai dell’Amena Località fu un burbero vecchietto che coltivava un fazzoletto di terra e vendeva zucchine lunghe e tenerumi in una casupola all’angolo della strada; l’anziano, che non aveva merce da tenere esposta ma che usava cogliere le verdure su richiesta, la maggior parte delle volte si scocciava ad andare nel campo a prendere quanto gli veniva chiesto e rispondeva di non averne: e, dato che odiava essere importunato mentre giocava a carte sotto la lamiera ondulata che ombreggiava il tavolo da scopone, di solito si rivolgeva con tono sprezzante dicendo È venerdì e m’addumanna verdura? ‘U sabato non si mangia minestra, si mangia la pasta cu’ ‘u sucu, turnasse lunedì.

L’Amena Località ospita spesso turisti sbigottiti, che si aggirano tra i viali cercando beni di prima necessità come farmacie di turno, supermercati o posti dove acquistare un pollo arrosto; sebbene molte delle villette siano state destinare a B&B, infatti, nessuno ha pensato al fatto che i turisti possano volersi sfamare, o comprare una crema solare o un costume nuovo, o anche solo una cartolina o una penna per compilarla. Tolti un paio di costosi negozi sul lungomare, nell’Amena Località non c’è nulla: soltanto una tabaccheria e una piccola salumeria, e poi il panificio-non-panificio e un barbiere. Non c’è neanche una pizzeria che faccia servizio a domicilio: o meglio, non c’era fino all’estate scorsa. Qualche giorno fa mio padre è andato alla pizzeria della zona – l’unica, ovviamente – e ha chiesto se si fossero attrezzati per il domicilio; Sì, lo facciamo, ha risposto il cassiere: ma consegniamo solo in questa strada, e non più di quattro pizze alla volta: sa, il ragazzo si muove solo a piedi.

Negli anni, nell’Amena Località si sono succeduti garzoni di salumeria che consegnano le casse d’acqua portandole a braccia e bar che chiudono nella settimana di Ferragosto, gastronomie che a pranzo e cena tirano giù la saracinesca e fruttivendoli che ti chiedono di tornare il pomeriggio per trovare le patate bollite: e che, al tuo ritorno, comunicano che No, non le abbiamo fatte più, c’era caldo e ci scocciava. Vivere lì può comportare gravi danni al sistema nervoso o essere il perfetto tirocinio per la ricerca di una serena vita interiore: se, dopo venti minuti di fila fuori dal panificio, con mascherina regolamentare, sotto il sole a picco, si riesce a sentirsi rispondere che non c’è pane, Lei a ‘st’ ura lo cerca?, anche se è solo mezzogiorno, e a non bestemmiare in molte lingue diverse, vuol dire che si è sulla giusta strada per la santità.

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Esasperazione (Covid-19 edition).

Non è niente di grave, è solo un’influenza.
Ma lo sai ogni anno quanti morti fa l’influenza?
Basta lavarsi le mani.
Basta usare la mascherina.
Basta non essere vecchi.
Basta che nessuno ti tossisca in faccia.

State esagerando, così non si vive più.
La vera malattia è l’ignoranza.
La vera malattia è l’indifferenza.
Non moriremo di Covid ma di povertà.

Lo fanno solo per tenerci chiusi in casa.
Vogliono tenere tutto chiuso per farci fallire.
Vogliono aprire tutto per farci morire.

Se la quarantena non finisce in fretta impazzisco.
Ah, no, io ho paura, resto a casa anche nella fase 2.
Ma tanto vedrai, la fase 2 durerà un paio di settimane e basta.
Io non mi fido degli altri.
Io sono prudente e scrupoloso, sono gli altri che non sanno comportarsi.
Le strade sono piene!, vedrai che nel giro di poco saremo di nuovo chiusi dentro.
Non accetto di dover stare chiuso dentro per colpa degli altri.
Io sono uscito, ché avevo cose importanti da fare; ma che ci facevano tutti gli altri in giro?

Qua non c’è nessun controllo.
Basta con questi controlli, non se ne può più!
Ho visto dei posti di blocco.
Qua non ci sono mai stati posti di blocco.

Mi rifiuto di scrivere un’autocertificazione per uscire di casa.

Non torneremo mai alla normalità.
Io non voglio tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.
Ma cosa vuol dire, tornare alla normalità?
Io voglio andare al cinema e a cena fuori, questa per me è la normalità.

Se riaprono le chiese, riaprano anche i cinema.
Io ho un cinema e non voglio riaprire, con i posti scaglionati guadagnerò un quarto rispetto al solito, non mi conviene.
Io ho un locale e lo voglio riaprire.
Io ho un locale e non lo voglio riaprire, voglio i soldi dallo Stato.

Io sto bene a casa, per me potete richiudere quando volete.

Io voglio vedere gli amici.
Io devo uscire per lavoro e ho paura.
Io lavoro da casa e non ho problemi, chi se ne frega delle paure degli altri.
Io ho paura per me, ma non mi interessa se gli altri corrono un pericolo.
Io sto a casa e pretendo che gli altri escano per me.
Io voglio stare a casa e pretendo che gli altri stiano a casa come me.

Questa cosa degli affetti stabili è assurda, non si capisce cosa significa.
Questa cosa degli affetti stabili è eteronormata e moralista.
Questa cosa degli affetti stabili è anacronistica.
Chi sono gli affetti stabili?
Il cognato del salumiere è un affetto stabile? E il fidanzato? Il marito? L’amante? Il mio vecchio compagno di banco delle medie? Posso vedere il tipo che ho incontrato due volte al panificio prima della quarantena? Posso vedere il panettiere? E come compro il pane, allora?
Sono stanco di questo bigottismo, la famiglia non è solo quella del Mulino Bianco.
Gli amici sono i miei affetti stabili, non me ne frega niente di vedere i familiari.
Io non ho familiari vicini e mi sento discriminato.
Io non ho un compagno e mi sento discriminato.
Io sto sulle palle ai miei parenti e mi sento discriminato.
Io sono gay e mi sento discriminato, anche se non è specificato da nessuna parte che gli affetti stabili devono essere di sesso diverso, ma se non faccio battaria poi magari nessuno si ricorda della mia esistenza.

Io non voglio vedere solo le persone con cui ho uno stabile legame affettivo, rivendico il mio diritto al sesso mercenario e occasionale.
Io voglio uscire la sera e fare sesso con sconosciuti, li si può considerare affetti stabili dopo due cocktail? Ah, non posso ancora andare a bere due cocktail?

Io in questo periodo non riesco a leggere: capita solo a me?
Io in questo periodo leggo un sacco: capita solo a me?

Mi manca la quarantena, mi sono goduto la mia famiglia e ho imparato a impastare il pane.
Non ne potevo più della quarantena, mi è mancata la mia famiglia e non ho nessuna voglia di impastare il pane.

Per me non cambia niente, tanto la sera guardo Netflix sul divano.

Fanno pochi tamponi, così non ne usciremo mai.
Conosco una persona che aspetta da marzo 2012 il risultato del tampone.
Conosco una persona che fa cofcof da marzo 2012 e non le fanno il tampone.

Sicuramente abbiamo avuto tutti il Covid quest’inverno, altro che influenza.

L’unica soluzione è l’immunità di gregge.
L’unica soluzione è il tracciamento dei casi.
L’unica soluzione è la terapia col plasma.
L’unica soluzione è fare millemila tamponi.
Altro che quarantena, servono i tamponi, ma tanto li danno solo ai calciatori.

Conosco mille persone che sono scese da Milano in Sicilia, che vergogna.
Conosco mille persone che sono bloccate a Milano e non possono scendere in Sicilia, che vergogna.

E i bambini? Nessuno pensa ai bambini?!
I bambini sono le vere vittime.
Pretendo che riaprano le scuole, non ce la faccio più a tenere i bambini in casa.
Non voglio che riaprano le scuole, insegno e mi spavento.
Con la didattica a distanza i bambini devono essere seguiti.

Se torno al lavoro, chi si occuperà dei miei figli?
Io ho una baby-sitter che pago tre euro l’ora, ma voglio il bonus baby-sitter da 1200 euro al mese.

Hanno riaperto i parchi, ma lo spazio per cani è chiuso, quindi monto una bega infinita per questo.
I cani hanno più diritti dei bambini.

I padroni dei cani sono dei privilegiati.
I genitori sono dei privilegiati.
I single sono dei privilegiati.
Gli insegnanti sono dei privilegiati.
Quelli che lavorano da casa sono dei privilegiati.
Quelli che non hanno perso il lavoro sono dei privilegiati.

(Tutti noi che siamo qui, che parliamo, che stiamo bene, che non abbiamo perso nessuno dei nostri cari: noi, sì, siamo dei privilegiati).

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Quis ut Deus?, ovvero del senso di colpa durante una pandemia.

Che ci sia una pandemia in corso lo sa anche il canenando; che finora la si sia affrontata chiedendo alla popolazione di collaborare stando a casa, limitando le uscite e mettendo in atto dei comportamenti virtuosi – corretta e attenta pulizia delle mani, scrupolosità nel mantenere la distanza dalle persone con cui si viene a contatto, se possibile uso di dispositivi di protezione come mascherine e guanti – è anch’esso argomento arcinoto al pavido meticcetto giallo del mio cuore: che ne ha piene le tasche di non uscire e si aggira mogio e disfiziato tra poltrona e divano, come mi è stato documentato da un allarmante numero di video girati da mio padre e mandatimi su WhatsApp con commenti sempre più perplessi, Lo vedi?, non vuole giocare con la pallina, Hai visto?, rifiuta anche i biscotti vegani crusca&farro, Ti rendi conto?, non ha voglia neanche di portarmi le pantofole, fino al tremebondo e dolente Non mi porge più le zampe mentre lo spazzolo. Ma tant’è.

Che ci sia una pandemia, dicevo, lo sappiamo tutti. Che non tutti la stiano affrontando nella stessa maniera è evidente e scontato: c’è chi lavora e chi può rimanere a casa, c’è chi ha spazio e tempo a disposizione e chi vive in due stanze e un bagno con altre sette persone, c’è chi ha perso il lavoro e chi sa che lo perderà a breve e che non può fare nulla per evitarlo; c’è chi impasta e chi mangia, chi beve molto e chi prende ansiolitici, chi dorme tutto il pomeriggio e chi ha gli incubi, chi vede Netflix e chi litiga con la moglie, chi si preoccupa dei suoi figli e chi dei suoi nonni. C’è anche chi se ne frega, vivaddio, e chi si lamenta sempiternamente. E poi, c’è chi si sente in colpa, chi attribuisce agli altri una colpa, chi cerca un eroe da venerare e chi un capro espiatorio da additare.

Mi imbatto spesso, sui social, in post in cui ci si scusa con i bambini di averli privati, nell’ordine, del divertimento, della spensieratezza, dei giochi all’aria aperta, della scuola, della compagnia di amichetti, zii e maestre. E io non capisco: posto che è ovvio che dispiaccia, ma perché dovremmo sentirci in colpa di stare cercando di proteggere i più piccoli da una pandemia? Non li stiamo tenendo a casa per un sadico piacere, ma per non farli entrare in contatto con un virus potenzialmente letale. Alla mia domanda sul perché ci si senta in colpa, Non è di questo che ci stiamo scusando, mi è stato risposto: ma di averli messi in condizione di trovarsi in mezzo a un’epidemia di questa portata. Qui, mostrando i miei evidenti limiti, capisco ancor meno: ma perché addossarci la colpa di una malattia? Sì, probabilmente è stata gestita male, occultata e sottovalutata e ci sarà modo e tempo di comprendere chi avrebbe potuto far meglio e non lo ha fatto, per mancanza di volontà, per impreparazione, per insipienza o per dolo. Ma al di là di queste considerazioni, il Covid è, appunto, una malattia: un accidente che capita da sempre, da che mondo è mondo, e delle cui cause non sono sicuri, al momento, neanche i più titolati a parlarne. E allora, perché attribuircene una colpa? Forse che ci sia, come sempre, la tracotanza di pensare che tutto ciò che avviene sulla Terra abbia origine antropica? È così difficile pensare che non tutto, e non sempre, dipenda da noi? L’impressione è che, sotto la patina appiccicosa del senso di colpa e del piagnisteo, ci sia il superomismo di credersi i detentori delle sorti del mondo.

L’altra faccia della medaglia è quella di chi attribuisce agli altri una colpa: il ragionamento secondo cui, se qualcuno si è ammalato, è perché non è stato abbastanza attento; e anche lì, sottotraccia leggo il bisogno, prettamente umano, di credere di poter controllare tutto, anche un virus ancora in larga misura sconosciuto: come se i nostri comportamenti, da soli, bastassero a decretare il nostro destino.

Ci sono poi, gli stuoli di persone che gridano all’eroismo: dei medici e degli infermieri che affrontano il loro lavoro con sprezzo del pericolo, dei cassieri che non abbandonano la loro postazione all’ipermercato nemmeno nel momento di massima diffusione della malattia, dei malati che affrontano a viso aperto gli effetti della patologia. Ma l’eroe è, per definizione, qualcuno che affronta una situazione potenzialmente pericolosa per libera scelta, spinto da altruismo o da un superiore bene collettivo, senza alcun vincolo che lo costringe a farlo: cosa che non si attaglia a chi lavora – e non può mettersi in ferie o malattia o darsi alla macchia – o a chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi. Che gente eroica, quella che ogni giorno indossa il camice (o la divisa del lidl) e va al lavoro!, leggo sui social; Quanto sono eroici i malati che si sottopongono alle cure!, c’è scritto due righe dopo. Ma cos’altro avrebbero potuto fare? Licenziarsi, fuggire, chiedere alla malattia di lasciarli in pace e andare a infettare qualcun altro? I medici, gli autisti dei mezzi pubblici, i magazzinieri e i librai e i lavoratori della Gdo non sono eroi, ma persone che fanno il loro mestiere come meglio possono, e che un domani potranno e dovranno lamentarsi con chi (padroni, dirigenti, sindacati) non li ha tutelati abbastanza: ma non c’è niente di eroico in questo. E per fortuna, mi viene da dire: perché gli eroi son tutti giovani e belli, e di solito morti, mentre i lavoratori possono essere meno giovani, panciuti o stempiati o con i denti storti, ma hanno il diritto di godere di ottima salute e di morire anziani a casa propria.

Infine, c’è chi cerca qualcuno con cui prendersela: da chi vorrebbe sanzionare il vicino che è sceso due volte in un pomeriggio a buttare la spazzatura a chi pensa che all’intera classe politica vada indicato il patibolo, la gamma di sfumature è varia; è anche questo un bisogno umano, quello di trovare qualcuno a cui dare la colpa: ma di solito lo si supera a cinque o sei anni, quando si smette di indicare alla mamma il fratellino colpevole di una marachella. Quando si capisce che le cose a volte capitano, e basta.

Sarebbe il caso di darci tutti una bella calmata, su.

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Esiste il silenzio.

La quarantena sta facendo uscire fuori il peggio di me; sono più ansiosa e asfissiante del solito, ho poca pazienza, lavoro lentamente e con scarsa attenzione, invece di dormire passo ore a guardare la gabbia di Anastasia e a dirle Anastasia Anastasiaaa finché lei si scoccia e mi morde. Sono poco lucida e molto esasperata, perdo facilmente la testa, le chiavi di casa, il dispenser di gel disinfettante per le mani, il caricabatterie del telefonino. Oscillo tra il tedio e il fatto di non aver il tempo di fare nulla, passo dieci ore al giorno al computer e altre dieci a fare videochiamate, spiegare a mia zia come fare la spesa a domicilio, ascoltare messaggi vocali e scrivere sulla chat di cazzeggio & supporto morale che al momento è una delle nostre riserve di ossigeno. In questo mix di compulsione, maluchiffare e raggia ho recuperato un’attività ricreativa che non svolgevo da anni: gli aggaddi su Facebook. Era forse dal 2009 che non mi infiammavo per le baggianate lette sui social: anche perché, lavorando come social media blabla da dieci anni, leggo ogni giorno intere lenzuolate di stupidaggini, e ormai sono abbastanza corazzata. Però.

Però, ecco, se c’è una cosa che non sopporto, che non capisco e che forse mai capirò, è il voler fare per forza ironia su tutto. Chi è stato il primo ad aver diffuso l’assurda idea che su tutto si possa ridere? Che ogni argomento meriti una battuta? Un paio di giorni fa mi sono impelagata in una assurda discussione sul fatto che fosse o meno moralmente eccepibile dare a qualcuno dell’handicappato come parola d’offesa: e ovviamente la risposta è stata che, suvvia, dobbiamo farci una risata. Ma io per ora sono poco propensa alle risate, e in generale non penso che dare a qualcuno del disabile faccia ridere, e quindi bon, avanti il prossimo. Oggi, in una discussione dedicata alla benedizione del Papa Urbi et Orbi, qualcuno ha fatto una goffa battuta sul fatto che, dopo l’Estrema unzione, ci si sentirà meglio. Ed io, che sono una persona poco ironica, non ho avuto l’istinto di farmi una risata: ma ho pensato a quando mia nonna stava molto male, e abbiamo cercato disperatamente per un intero pomeriggio un prete che le potesse somministrare l’Unzione degli infermi, ed eravamo nella Settimana Santa e il prete non è potuto venire e mio nonno gridava al telefono e poi si è messo a piangere; e sicuramente chi ha fatto quella battuta non poteva saperlo: però il punto non è questo. Il punto non è che io, che ho vissuto questa esperienza, trovo fuori luogo questa battuta: è che la battuta è fuori luogo, e dovrebbe esserlo per chiunque.

Ecco, io quelli che pensano di essere molto simpatici e arguti facendo battute su argomenti che possono collidere con la sensibilità altrui di solito li affronto alzando le spalle e dicendo vabbe’: ma ora, che sono infastidita e di pessimo umore, sono pericolosamente portata al mandare a stendere chiunque mi capiti a tiro. Però mi chiedo, al netto del mio carattere malmostoso: davvero c’è qualcuno che trova sensato fare una (brutta) battuta su disabilità, malattie e morte? E smettiamola di crearci l’alibi dell’ironia: la frase “dopo quanti video su Tik Tok sei ufficialmente handicappato?” non è ironica, è solo stupida, offensiva, aggressiva, discriminante, fascista. Non è diversa dal dare a qualcuno del neg*o o del fr*cio. È, nella migliore delle ipotesi, un modo per manifestare la propria pochezza.

Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”: ecco, in tempi faticosi, di quarantena, di paura, di conteggio quotidiano dei morti, forse sarebbe il caso di riflettere, prima di parlare a schiovere.

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Regole di buon vicinato, ovvero della vicinainvadente e dei vicinidistratti.

Ormai alcuni anni fa, Ste ed io siamo venute a stare in questa casa; alla firma del contratto, la simpatica vecchietta che ce l’ha affittata ci ha dato un mazzo di chiavi: Mi dispiace, ha detto, manca quella del cancelletto blindato che c’è sul pianerottolo, temo di averla persa, chiedete ai dirimpettai se ve ne prestano una per fare la copia. Con perplessità e scarsa convinzione, ma consce del fatto che non ci fosse altro modo, il pomeriggio stesso abbiamo bussato alla porta accanto alla nostra. Scalpiccii, musica in sottofondo, una voce stonata che cantava al karaoke; non ha aperto nessuno – avremmo poi imparato che è un tratto distintivo dei nostri vicinidistratti, non aprire mai. Allora, sempre più scoraggiate, abbiamo suonato il campanello della terza porta del pianerottolo: col senno di poi, sarebbe stato meglio evitare.

La tipa che ci ha aperto ha iniziato immediatamente a gridare: eravamo forse delle ladre? O, ancor peggio, degli stupratori sotto mentite spoglie femminili? Eravamo zingare, o addirittura extracomunitarie? Come poteva fidarsi di noi e darci la chiave? A poco sono serviti i nostri tentativi di mostrarle il contratto di affitto, farla parlare con la padrona di casa, indicare l’altro mazzo di chiavi che avevamo in mano (Vede, signora? È casa nostra!): per persuaderla abbiamo usato tutte le nostre doti di pazienza e carisma, un’intera gamma di facce ingenue e occhioni da Bambi e almeno quaranta minuti di suppliche. Alla fine, con la mano del Signore e un attimo prima che scoppiassi in lacrime, ha deciso di fidarsi di noi. Da quel momento, la vicina è diventata parte integrante del nostro ménage familiare.

In cinque anni di frequentazione, vicinainvadente ha bussato al nostro campanello almeno 1500 volte; mi ha telefonato – preferibilmente la mattina, quando sono in ufficio – non meno di dieci volte: e ogni volta non ha creduto al fatto che non fossi a casa, e ha continuato con insistenza a chiedermi di aprirle, per favore. Ci ha chiesto di fare di tutto: dal cancellarle i messaggi dal cellulare al chiamare il suo gestore telefonico per segnalare un guasto, dall’applicare cerotti contro il mal di schiena all’aprire un pacco di pasta particolarmente ostico. Ci ha fatto telefonare a sua madre, a suo fratello, al serrandista e all’avvocato, ha inveito contro gli altri vicini, contro i politici, contro i suoi parenti e contro il padreterno in tutte le lingue conosciute e un paio inventate sul momento. Ha avuto crisi d’ansia e attacchi di panico, e raffreddori e una volta anche la bronchite: e ogni volta ha ritenuto il nostro parere più affidabile di quello del suo medico di famiglia. Ha definito con accuratezza i raggi di azione mio e di Ste nei suoi confronti: io sono l’uomo di fatica, e vengo chiamata per sbloccare la caldaia o sistemare l’anta dell’armadietto che cigola; Ste, invece, in qualità di quasi-medico (è psicologa, che per vicinainvadente è comunque una professione medica) deve sovrintendere alla somministrazione di antibiotici e antidolorifici e viene chiamata per missioni “di concetto” come decidere se la posologia delle gocce di valeriana consigliata dal farmacista è corretta.

Usa un metodo subdolo ma efficace per evitare che, esasperate dalla terza chiamata del pomeriggio, fingiamo di non sentire il campanello: attende di vederci rientrare da fuori, acquattata dietro lo spioncino della porta, e non appena entriamo in casa ci balza al collo con le zanne in evidenza.

Durante le scorse feste ci ha regalato una grossa stella di Natale: un pensiero gradevole, immediatamente vanificato da una scena madre contro Ste che, colpevole di non poterla accompagnare a fare dei servizi, è stata accusata di essere egoista e poco propensa al supporto. Una parte di me, alla notizia del litigio, ha gioito: pensavo che ci avrebbe tenuto il muso per qualche settimana; macché: il giorno dopo mi ha chiamata per svitarle il tappo di una confezione di mascara. Neanche l’offesa ci ha potuto: siamo le sue vicine preferite, e dobbiamo onorare questo ruolo ogni giorno; che fatica, però.

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Si fa presto a dire “disabile”.

Parecchi mesi or sono, una mia conoscente ha pubblicato su facebook un post che recitava pressappoco così: Cosa provate quando vedete arrivare una persona in sedia a rotelle? Sono rimasta un po’ interdetta; mentre fioccavano le risposte – ed erano quasi tutte “Stima per la sua grande forza di volontà”, “Ammirazione”, “Mi sento piccolo e insignificante”, “Penso a quanto è inutile la mia vita” – ho cercato di analizzare come mi senta, io, al cospetto di una persona in sedia a rotelle: e mi sento esattamente come al cospetto di una persona in piedi, o seduta, o sdraiata sulla spiaggia al mare. Provo stima – se si tratta di qualcuno che conosco e di cui ammiro le capacità lavorative, o le doti morali, o la bontà del suo pandispagna – o ripugnanza, affetto o sconforto, nervosismo o indifferenza o amore o rabbia, nella stessa misura in cui le provo per le persone che mi circondano (con una netta prevalenza per nervosismo e rabbia, ma per colpa della mia malmostosità e non della loro disabilità).

Alcuni giorni fa, sempre su facebook, una persona a cui voglio bene e che stimo ha pubblicato un post dedicato a Pierangelo Bertoli, cantautore che mi piace moltissimo. Si faceva riferimento al fatto che fosse in sedia a rotelle e lo si esaltava per questo, affiancandolo a Bebe Vio e Alex Zanardi: dei grandissimi davanti a cui sentirci piccoli, non per le loro indubbie capacità musicali o sportive, ma anche e soprattutto per la loro disabilità. Ne è nata una discussione che ho preferito troncare, perché so bene che la persona-di-cui-sopra aveva le migliori intenzioni del mondo, e io sono notoriamente virulenta e intollerante. Ma.

Ma sono stanca che, di un Pierangelo Bertoli, si noti la sedia a rotelle e non (o comunque, marginalmente) la voce potente, i testi incisivi, la musicalità energica e, perché no?, gli occhi azzurri. Che di una Bebe Vio, che ha elasticità, esplosività e grande capacità di leggere le strategie degli avversari, si evidenzino solo cicatrici e protesi. Così come disprezzo e detesto chi maltratta i disabili, chi li deride o riduce al rango di esseri incapaci di badare a sé stessi o di prendere decisioni per la propria vita, chi, in un locale pubblico, non rivolge la parola al disabile ma al suo accompagnatore, provo fastidio per questa visione “angelicata” dei disabili: tutte splendide persone, dotate di grande forza di volontà, da prendere a modello. Mi sembrano le due facce di una stessa medaglia: quella che riduce, comunque, il disabile a una non-persona, che non ne evidenzia pregi individuali e difetti personali, ma lo considera parte di un mucchio indistinto. Personalmente ho conosciuto disabili intolleranti, razzisti, stupidi o accidiosi, esattamente come ne ho conosciuto di interessanti, cordiali, colti o eleganti. Essenzialmente, ho conosciuto molte persone: alcune stavano su una sedia a rotelle, alcune erano cieche, altre usavano la Lis, altre ancora si servivano di un bastone; devo dire che, parlando con loro o trascorrendo del tempo insieme, non erano questi i particolari che saltavano all’occhio per primi.

A volte, basterebbe solo andare oltre le apparenze ed essere un pochino più curiosi.

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Perché i matrimoni mi annoiano.

Bisogna svegliarsi presto: perché il matrimonio è di mattina, e bisogna avere il tempo di fare la doccia e indossare abiti scomodi e rinfrescare lo smalto ai piedi e raggiungere chiese abbarbicate su declivi rocciosi o su spiaggette poco conosciute venti chilometri a sud della città. Se il matrimonio è di pomeriggio, bisogna comunque svegliarsi presto: perché l’intera mattinata a disposizione ci ha fatto erroneamente supporre di poter rimandare alla mattina della cerimonia il taglio di capelli o l’acquisto delle scarpe.

Bisogna indossare vestiti eleganti, sandali argentati col tacco alto e cappellini in tinta: e io mi stufo e sono a disagio e sembro cicciotta e molto infelice, e chiunque mi incontri si sente in dovere di dirmi che avrei potuto vestirmi meglio, o truccarmi, o andare dal parruchiere, cose che notoriamente non faccio.

Bisogna sorridere molto e parlare con persone semi-sconosciute o che non si incontrano da anni del tempo, delle vacanze incipienti, nella migliore delle ipotesi di animali domestici: e sebbene il CaneNando sia uno dei miei argomenti favoriti, dopo parecchie ore diventa stancante e ripetitivo.

Bisogna mostrarsi stupiti e piacevolmente colpiti dall’abito della sposa, dalla spilla ferma-cravatta dello sposo, dalla qualità degli antipasti, dalla vasta scelta di dolci: anche se il vestito sembra una meringa grondante fiocchi e nastri, il ferma-cravatta è pacchiano, gli antipasti sono unti e i dolci sanno solo di panna spray.

Bisogna rimanere nello stesso posto per molte ore: e io abitualmente mi annoio subito e resto nello stesso luogo per più di quattro ore solo se sto lavorando o dormendo o leggendo un libro particolarmente interessante.

Bisogna mangiare moltissimo, e io solitamente mangio poco e quasi solo insalata e frutta e yogurt e pizza, e ad un pranzo di matrimonio non vengono mai serviti insalata yogurt e pizza e la frutta compare solo come guarnizione sulla torta di nozze.

Bisogna pranzare o cenare in condizioni di assoluta scomodità; se il matrimonio prevede che ci siano tavoli assegnati, si rimane per molte ore seduti con anziani parenti aspettando che camerieri azzimati servano la ventiseiesima portata a base di crostacei. Se invece gli sposi hanno scelto di fare un rinfresco a buffet, si sta con un piatto in una mano e un bicchiere nell’altra cercando di trovare un gradino o un angolo di prato in cui sedersi a mangiare il taboulè.

Bisogna rispondere con cortesia alla ventitreesima persona che chiede come va, o che commenta con tono entusiastico la splendida cerimonia e il raffinato ricevimento.

Bisogna complimentarsi con tono serio e credibile con gli sposi, con i genitori degli sposi, con i testimoni degli sposi, anche se si desidera solo andare via.

Bisogna attendere il momento in cui accommiatarsi: e ogni volta che sembra di potersi allontanare alla chetichella viene proposta una nuova imprescindibile attività: taglio della torta, distribuzione dei confetti, lancio di colombe bianche o di fuochi d’artificio.

[Quando finalmente si va via, con i piedi doloranti e l’acconciatura miseramente crollata, si scopre di aver dimenticato nella sala ricevimenti la borsa, gli occhiali da sole o la bomboniera. Ma perché gli sposi non conoscono il limite di tempo che separa una bella festa da un tentativo di sequestro di persona?].

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Non mi piace.

Quando mi danno una cattiva notizia e mi chiedono di riferirla anche agli altri.

Quando una buona notizia mi viene riferita da altri.

Quando al lavoro non mi danno le informazioni che mi servono, e devo chiedere più volte e scusarmi con insistenza e ascoltare i sospiri e gli sbuffi e le lamentele degli altri.

Quando finisco di lavorare alle nove di venerdì sera e mia madre mi chiede come mai non esco.

Quando nelle parole crociate ci sono definizioni sciocche o scherzose o inutilmente nozionistiche, tipo il fiume più lungo della Val Brembana.

Quando scrivo o dico una cosa seria e mi viene risposto con una battuta.

Quando mi fanno un complimento che suona come un insulto.

Quando mi dicono Ora però non dimagrire più, dai.

Quando mi accorgo di non aver pensato a Mohamed per un’intera giornata e mi sento in colpa.

Quando sembra che le persone con figli meritino tempo, cure ed energie molto superiori agli altri e abbiano diritto a trattamenti speciali.

Quando un bambino piccolo, solo perché è il maggiore di mollti fratelli, viene trattato come un tredicenne capriccioso e non come un essere umano troppo giovane per sopportare frustrazione e sconforto.

Quando devo fare un sorriso per una foto ricordo e faccio la mia solita faccia da sofficino e mi viene detto che non va bene e dovrei sorridere un po’ di meno.

Quando non ho il tempo per leggere, cucinare o stare con la mia bella.

Quando mi accorgo di aver dimenticato gli yogurt e non so cosa mangiare dopo cena.

Quando mi pento di aver risposto impulsivamente a qualcuno che non lo meritava.

Quando mi sento molto sola, di solito la mattina presto.

Quando non ho nessuno con cui parlare.

Quando penso che mangerò la pizza ma poi non la prendiamo più e devo accontentarmi di qualcos’altro.

Quando mi dicono che sono una brava persona mentre vorrei che mi dicessero che valgo qualcosa.

Quando i peperoncini stanno mettendo il terzo giro di foglie ormai da giorni e penso che non cresceranno più.

Quando vado via da casa dei miei genitori e Nando ci rimane male, e anche i miei genitori.

Quando mi viene chiesto di fare qualcosa, e poi la faccio e nessuno se ne accorge.

Quando mi dicono che mi sarei dovuta vestire o pettinare meglio.

Quando chiedo come starei con i capelli corti e tutti storcono il naso.

Quando non mi rispondono ai messaggi.

Quando so che qualcuno sta male e non posso farci niente.

Quando vengo messa nelle condizioni di dover fare qualcosa.

Quando mi scordo per molti giorni di seguito di mettere in auto il foglio dell’assicurazione.

Quando sono così stanca da non riuscire a dormire.

Quando devo leggere un libro che non mi piace.

Quando mi sento precaria, sul lavoro e nella vita.

Quando mi sembra di sprecare tempo e di starmi perdendo la parte bella della vita.

Quando so di sbagliare e non riesco a cambiare.

[Sto leggendo Kafka sulla spiaggia di Murakami, ed erano molti anni che non leggevo un suo libro. Non credo che mi stia piacendo, è molto lontano dalle mie corde ma ha come una risonanza di fondo che mi intriga. Spero di riuscire a finirlo prima di aver dimenticato l’inizio, dato che è interminabile e io ho pochissimo tempo].

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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It’s ok to be gay?

Due giorni fa, il 17 maggio, cadeva la giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: e io, ovviamente, non me lo ricordavo; la sveglia è suonata e io, come sempre furibonda e avvilita dal fatto che fosse già mattina, ho afferrato lo smartphone, ho ridotto al minimo l’illuminazione dello schermo per non svegliare la deliziosa creatura che russacchiava al mio fianco, ho attivato la connessione dati e ho iniziato a smistare email, a rispondere a richieste d’aiuto – non so come fare, sono sulla cima dell’Himalaya e ho dimenticato che il presidio social che inizia tra sette minuti toccava a me, chi mi sostituisce? – su molteplici chat diverse, a ipotizzare modifiche nel fitto calendario di impegni della giornata (qualcosa dovrà saltare, evito di pranzare o di fare il bucato? Posso fare a meno più agevolmente della doccia o della colazione? E se non bevessi acqua per tutta la giornata quanti minuti risparmierei, tra riempire il bicchiere e mandar giù? Un numero sufficiente per inserire, al posto della futile idratazione, la stesura di due comunicati stampa e sei email?). Ero ancora a letto, dicevo, e per rimandare ancora di una manciata di minuti il momento in cui avrei infilato i piedi nelle pantofole di pile – sì, di pile, a Palermo a maggio le temperature sono molto rigide – ho dato uno sguardo a Facebook: e lì, sulla bacheca di un gruppo dedicato ad amanti dei libri, ho intercettato il post che ha fatto definitivamente passare la giornata da mediocre a dimmerda. Un’amministratrice, armata di ottime intenzioni e scarse capacità comunicative, annunciava l’importante ricorrenza: e QUINDI augurava il buongiorno a TUTTI (il maiuscolo non è mio), gay compresi; lo faceva, con enorme spreco di melassa, parlando di “lei che ama lei, lui che ama lui” e via bellamente melenseggiando, ma il senso recondito del post era lì, evidente ai miei occhi come se fosse stato scritto al neon: oggi è il giorno blabla, quindi (nessuno di causalità) buongiorno a tutti; domani non è il giorno blabla, quindi buongiorno solo a qualcuno. Ho provato a fare presente il mio punto di vista, con pazienza man mano decrescente mentre venivo presa, nell’ordine, per paranoica, pignola, fissata e traumatizzata da chissà quale evento che ignoro. Di fatto, dopo mezz’ora avevo mentalmente mandato a farsi benedire l’intera pletora dei commentatori, con buona pace del mio sistema nervoso. Due giorni dopo, mentre sul gruppo in questione si è tornati ai soliti post stimolanti – voglio regalare un libro a un amico che odia leggere, che mi consigliate? Mi indicate un libro che parli di coleotteri estinti nell’antico Egitto e che sia scritto in seconda persona plurale? Quanti libri avete sul comodino? Guardate come sono bravo, ora recensisco il settantottesimo libro dell’anno -, io continuo a schiumare rabbia: perché non sopporto di non riuscire a farmi capire, e ancora meno di essere tacciata di paranoia.

In Italia, che lo si ammetta o meno, esiste un grave problema legato all’omofobia, e negarlo non aiuta nessuno; da anni vivo serena la mia vita, non ho mai fatto misteri, a scuola, all’università o al lavoro, sul mio orientamento sessuale; non penso di essere eccessivamente all’erta sull’argomento, ma sono anzi abituata ad ascoltare con un orecchio solo commenti vagamente sgradevoli o velatamente a disagio. Non temo per la mia vita e la mia incolumità, Palermo è una città solitamente accogliente (e, dove non lo è, è una città omertosa, in cui si preferisce fingere di non vedere quello che ci dispiace); l’omofobia che vivo sulla mia pelle non è quella, orrenda e omicida, di chi rischia di essere ucciso o malmenato, incarcerato o vilipeso perché gay; è però, la frase strisciante con cui un amico, su Facebook, si premura di dire, a commento di un post, che è etero MA che rispetta tutti, come se ci fosse da applaudire per questa enorme concessione. È quella della vicina di casa che dà per scontato che la mia bella e io siamo due studentesse universitarie attempate, piuttosto che due donne che hanno scelto di vivere insieme; è quella del conoscente a lavoro che mi dice, con tono di lode, che in me vede una persona e non una lesbica, forse perché ho i capelli lunghi, niente tatuaggi e non uso ruttare in pubblico. È quella di chi dice che è giusto che ognuno ami chi vuole, purché lo faccia con moderazione: e che, messo alle strette sul concetto di moderazione, si ritrova a blaterare di educazione e di non gridare, la notte, sotto le finestre altrui. È quella di chi ammicca e mi dice “ma tu le capisci le donne?”, come se io non lo fossi, o di chi dà per scontato che, in un gruppo di lavoro, sia ovvio assegnare a me i clienti visibilmente gay, perché io so trattare con loro. È quella delle battute su cetrioli e saponette che si incontrano costantemente sui social, quella dell’”a che vi serve il pride, ormai avete tutto”, quella di chi pensa che le unioni civili possano essere abolite, o che comunque non meritino spazio nella discussione politica, perché i diritti di noi gay non sono una priorità.

È quella che non mette in pericolo la mia vita o la mia incolumità, ma che comunque mi fa vivere male.

Causa ritmi di lavoro forsennati, in questi giorni sto leggendo poco e male; ho iniziato e non ancora terminato Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, preso per caso solo perché l’ho trovato in forte sconto; è la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di scuole medie, del loro amore per il calcio, delle piccole beghe tra loro, dell’amicizia che li lega. Simpatico, scorrevole ma abbastanza “vuoto”: una discreta prova stilista ma una lettura che non lascia molto.

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