“Esempio” a chi?

Una manciata di settimane fa, mia madre è stata parecchio male; è stata una cosa improvvisa, inattesa, destabilizzante e orrenda, anche se per fortuna si è conclusa rapidamente e in maniera sorprendentemente positiva. In quei giorni, molte persone del suo coro le hanno inviato messaggi, pecorelle pasquali, preghiere e libri; ovviamente, per far fronte alla mole di comunicazioni su smartphone, mezzo col quale mia madre ha meno dimestichezza che con l’islandese, sono stata convocata io: e lì, sciorinando le mie doti di copy e la mia molto invidiata capacità di scrivere coi pollici, ho dispensato decine di Grazie, anche a te, di Non dovevi disturbarti, di Speriamo di vederci presto, di No, domenica a messa non verrò. Sono stata, credo, sufficientemente gentile e cordiale: ho indossato un tono pacato e neutro, degno di una persona ricoverata ma che sta tornando a casa: preoccupata ma non troppo, dolente ma non troppo, interessata ai messaggi ma non troppo; mi sono lasciata andare a qualche citazione biblica, che col pubblico che mi era stato assegnato fa sempre grande effetto, sono stata parca di faccine che mia madre odia e che non utilizzerebbe neanche se costretta, ho evitato congiuntivi, puntievirgola e punti esclamativi.

Sono stata, dicevo, gentile con tutti: tranne che con la persona che ha avuto l’ardire di scrivere Sei un esempio per tutti noi; a quel messaggio, trasformandomi da rotondetta trentenne a mostro verde della Marvel, ho reagito con astio, virulenza ed evidente fastidio: perché non c’è niente che odi di più della gente che dice a un malato di considerarlo un esempio. Ma un esempio di cosa, buon dio?

In questi giorni, mi capita sovente di trovarmi in compagnia di una persona con un passato pesante alle spalle, una brutta storia di violenza domestica; la persona di-cui-sopra ha innumerevoli pregi ma, ai miei occhi, un grande difetto: quello di porsi sempre, in qualsiasi situazione e contesto, come una vittima. Anche con astanti che non conoscono (e non hanno motivo di conoscere) il suo passato, l’atteggiamento è sempre quello di chi ha subìto un oltraggio – ed è indubbio – e lo continua a subire ogni giorno, ogni minuto, in ogni frangente: anche quando le si rivolge la parola in maniera serena, le si chiede di fare qualcosa di assolutamente adeguato, le si offre un cioccolatino o un bicchiere d’acqua; ha scelto di ridurre la sua vita a quell’aspetto, come se fosse l’unico degno di nota, l’unico caratterizzante la sua persona. Non prova a far emergere altri lati di sé: ha scelto di ammantarsi di quel ruolo e basta. È lo stesso ragionamento di chi vede un malato come un esempio: non una persona, con una gamma multiforme di luci e ombre, passioni e idiosincrasie, amori e antipatie, hobby e passatempi e musica da ascoltare e libri preferiti e malocarattere e puzza di piedi, ma una figurina bidimensionale, esclusivamente compreso nel ruolo di malato. Lo so, ne ho parlato spesso, ma mi urta in maniera indescrivibile: mi sembra il peggior affronto che si possa fare a chi cerca di trovare, al di là della propria salute traballante, stimoli e obiettivi per vivere bene.

E comunque, la goffa e irrispettosa mittente del messaggio incriminato è stata severamente redarguita e ha ritenuto di non parlarmi più: immagino che me ne farò una ragione.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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Stereotipi.

I disabili sono così forti e coraggiosi!
I disabili sono persone speciali.
I disabili sono un esempio per tutti noi.
Sei disabile? Ti stimo molto per questo.

Oddio, i gay sono così sensibili! Si vestono così bene e sanno anche ballare!
Voi gay siete più fortunati, sapete cosa aspettarvi dal/dalla vostr* partner.
Ormai essere gay è quasi una moda, un tempo non ce n’erano così tanti.
Ho tanti amici gay, però permettere loro di sposarsi mi sembra esagerato, il matrimonio è un valore.

Sei medico? Io non potrei mai farlo, soffrirei troppo.
Fare il veterinario? No, no, non posso vedere star male un animale.
Gli infermieri sono persone migliori dei medici.
Comunque ai medici interessa solo dei soldi e dei pazienti se ne fregano.

Le mamme sanno cosa è meglio per i loro figli.
Da quando sono mamma non ho più neanche il tempo di fare una doccia ma ne sono felice.
Mio marito mi aiuta, eh, ma i bambini hanno bisogno della mamma.
Una vera mamma non lavora/non esce con gli amici, una vera mamma è felice solo con suo figlio.

Gli scrittori hanno una sensibilità particolare.
Gli scrittori sono tutti ricchissimi e scrivono soltanto per i soldi.
Saviano non è un vero scrittore e poi le cose di cui parla lui si sapevano già da decenni.
Se Saviano fosse davvero stato minacciato dalla camorra a quest’ora sarebbe già morto.

Avete adottato un bambino! Siete davvero sensibili.
Avete adottato un bambino?! Oddio, sarà difficilissimo.
Avete adottato un bambino? Vabbè, ma non è la stessa cosa di un figlio vero.
Vostro figlio è adottato? Inutile illudersi, con tutto quello che ha sofferto non sarà mai felice.

Il mio cane per me è come un figlio.
Ormai le persone considerano i cani alla stregua dei figli.
I cani sono migliori delle persone.
Per certuni i cani contano più delle persone, non mi sembra giusto.

La Bibbia è un testo importante e tutti dovrebbero leggerlo.
La Bibbia esprime valori che anche i non cattolici apprezzano.
Nel Corano c’è solo violenza.
Il Vangelo è un esempio di vita per tutti.

Non capisco cosa c’entra il rispetto per le donne con termini come “ministra”.
Ormai le donne sono alla pari degli uomini, a che serve utilizzare termini particolari per designarle?
Va bene tutto, ma “ministra” e “ingegnera” non li userò mai.
Con tutti i problemi più importanti che ci sono, questa mi sembra una piccolezza.

Se una donna gira di notte in minigonna e viene aggredita, un po’ se l’è cercata.
L’uomo è predatore, si sa.
Comunque certe donne provocano.
Uno schiaffo non mi sembra così grave, non è violenza!

Non potrei mai leggere un ebook, il libro deve essere di carta!
Io senza l’odore della carta non posso leggere.
Libri e ebook non sono certo la stessa cosa.
Ascoltare un audiolibro è molto diverso da leggere un libro.

Ecco, tutte queste frasi qua sopra le odio. Non ditele davanti a me.

Ho finito di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio, letto dal supremo Omero Antonutti; ci ho trovato dentro una tristezza senza fondo, un dolore sordo e lancinante: un senso di assoluta inutilità, come se la vita, propria e altrui, diventasse priva di significato. Un romanzo maestoso, ma che mi ha lasciata con moltissime domande e poche risposte; mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di parlarne.

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Non c’è più religione.

In questi giorni, una polemica ha occupato testate cartacee e online e bacheche facebook di palermitani e limitrofi: in una scuola pubblica cittadina, il dirigente scolastico ha avuto l’ardire di disporre la rimozione di alcune statue a soggetto religioso dai locali dell’istituto e di richiedere al corpo insegnante di non imporre ai giovanissimi allievi (si tratta di un istituto comprensivo che abbina scuola dell’infanzia e primaria) la preghiera collettiva all’inizio delle lezioni e alla ricreazione. Le reazioni scomposte non si sono risparmiate: dai titoli sensazionalistici sui giornali (“a scuola è vietato pregare”) ai commenti esarcebati sui social, dalle incursioni della lega (la minuscola è voluta) alle manifestazioni dei genitori che, armati di coroncine del rosario intorno al collo degli ignari scolari, hanno bloccato la strada chiedendo il rispetto delle tradizioni. Quegli stessi genitori, va detto, che non sono scesi in piazza quando, all’inizio dell’anno scolastico, in quello stesso plesso è crollato l’intonaco in una classe: ma, è evidente, tra una Madonna rimossa e un soffitto che viene giù è sicuramente la prima eventualità la più drammatica e pericolosa.

Non sono credente, ma penso di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di chi lo è: ho sempre accompagnato mia madre in chiesa o alle prove del coro religioso di cui fa parte, sono riuscita a non ridere in faccia ai miei cugini vestiti da boy-scout a quarant’anni, con tanto di fazzoletto al collo e gagliardetti sulla camicia; ho presenziato senza battere ciglio a tutte le cerimonie in cui la mia presenza era richiesta, matrimoni o funerali che fossero. Ho anche letto l’intera Supplica alla B.V. di Pompei a mia madre, per telefono, un anno che la prima domenica di ottobre era ricoverata fuori città e non c’erano ancora gli smartphone per cercarla online, e lei non trovava più la sua copia. Sono stata abituata fin dall’infanzia a vedere mia nonna che recitava il rosario, la mattina; ma non credo che mi abituerò mai all’imposizione della religione cattolica nella vita quotidiana degli italiani: anzi, non voglio farlo. Non voglio accettare i crocifissi nelle camere di ospedale di strutture pubbliche, né tantomeno nei tribunali e nelle aule scolastiche: per quel minimo, necessario rispetto che ho sempre tributato, in qualsiasi momento della mia vita, a chi crede. Sono stanca di sentire annoverare riti e simboli della religione cattolica tra gli elementi “tradizionali” della nostra cultura: sono, appunto, le vestigia di un credo religioso, che non è spontaneo e automatico che tutti scelgano di condividere. La recita in classe di una preghiera non è soltanto un momento di rievocazione di usi e costumi della zona, non è cantare “ciuri ciuri” battendo a tempo il piede: è un modo per includere chi sente proprio quel credo religioso ed estromettere chi invece è stato cresciuto con un’altra fede, o ha semplicemente deciso di poter farne a meno. La violenza passivo-aggressiva sottesa alla maggior parte delle manifestazioni della vita religiosa mi fa paura: e mi spaventa ancora di più il fatto che sia considerato tutto scontato, ovvio; è ovvio che ci si sposi in chiesa, è ovvio che si celebrino esequie religiose, è ovvio che i bambini frequentino il catechismo o l’ora di religione in classe. Vedo, in queste piccole, quotidiane imposizioni, il terrore di chi si professa cattolico all’idea che qualcuno scopra di non aver bisogno di statue da adorare e riti da celebrare per poter vivere bene: la paura che si venga a sapere che senza religione si continua ad essere persone dotate di moralità, in grado di scegliere per sé e i per propri figli, capaci di vivere in un contesto civile e sensato. Il panico all’idea che qualcuno sappia che della religione si può fare a meno: e la mia personale esperienza di bannata da una sedicente amica per aver avuto l’ardire di nominare la pratica dello sbattezzo la dice lunga.

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Una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta.

Qualche giorno fa, su una pagina facebook che vanta una fanbase di dimensioni rapportabili alla popolazione di una città di medie dimensioni, una delle partecipanti a una conversazione ha avuto l’ardire di presentarsi come “architetta”. Molti hanno storto il naso: qualcuno le ha suggerito di usare l’espressione “architetto donna”, qualcun altro di servirsi direttamente del maschile per definire la sua posizione lavorativa; un paio di persone hanno anche sorriso maliziosamente: il gioco di parole era tanto ovvio quanto adatto alla ricreazione di un gruppo di brufolosi studenti di prima media, intenti a smozzicare il toast freddo portato da casa. Io mi sono limitata, come sempre, a commentare che l’espressione, in italiano, è perfettamente corretta, e a biascicare imprecazioni tra i denti per interi quarti d’ora: perché, accidenti, non se ne può più.

Non conosco nessuno che abbia difficoltà nel chiamare l’insegnante del proprio pargolo “maestra”; nessun problema neanche con “infermiera”, “bidella”, “portinaia”, “ostetrica”: ma pochissimi anni or sono una Ministra della Repubblica, per altro eletta nelle file di un partito di sinistra, dichiarava di voler essere appellata “signora Ministro”. Ma diobbuono, perché? Perché la maestra va benissimo e la ministra no? La bidella sì e l’architetta no? L’ostetrica sì e la primaria no? Perché sono mestieri prettamente “da donne”, porzioni della realtà lavorativa in cui, da tempi immemori, le donne si sono fatte strada; sono luoghi mentali in cui le donne sono riuscite a dimostrare la necessità della loro presenza: e lo hanno fatto con tale fermezza da avere una definizione chiara, grammaticalmente corretta e che rispetti il loro genere. Il resto del panorama lavorativo-istituzionale, invece, vede le donne come un accidente casuale, minoritario, indegno di essere nominato come merita: da qui le insensate soluzioni di comodo, tipo “la sindaco”, cacofonico e involuto, o “il sindaco donna”, che sembra più una battuta da avanspettacolo. E invece, ecco, un modo per definire una donna che sia stata eletta a governare un Comune c’è: ed è “la sindaca”, sic et simpliciter.

Sembra una battaglia sciocca o superflua, quella portata avanti da molti gruppi di persone (quasi tutte donne, ovviamente) per la corretta declinazione al femminile dei termini che definiscono il mestiere o la carica politica o istituzionale: ma è solo uno dei molti elementi su cui dovremmo lavorare per scardinare la mentalità maschilista che poi porta ad aberrazioni come quelle che stiamo vivendo in questi mesi, in cui le donne vittime di molestie sessuali sono colpevolizzate per non aver denunciato “quando avrebbero dovuto” e tacciate di connivenza con i molestatori, in cui una donna stuprata viene interrogata fino alla sfinimento per accertare se portasse o meno, al momento della violenza, la biancheria intima; in cui le donne guadagnano sempre meno degli uomini, a parità di ore lavorative, in cui un marito che in casa svolge qualche semplice compito diventa un uomo da ammirare perché “aiuta la moglie”; in cui le donne nelle istituzioni sono rare, come nei posti di direzione nel mercato lavorativo: e, facendo un banalissimo esempio, anche un mondo aperto e culturalmente vivace come quello editoriale vede una percentuale altissima di donne che lavorano in casa editrice: ma gli editori sono quasi tutti uomini. Dalla toponomastica (quante strade vicino casa vostra sono dedicate a donne?) alla vita di tutti i giorni, le donne ci sono, e sono fondamentali: e quindi, accidenti, definiteci come è giusto (e sintatticamente corretto) fare.
Quanto a me, di lavoro faccio la web content editor, e quindi pace.

In qusto periodo ho deciso di colmare una imperdonabile lacuna e di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio; sul sito di Ad alta voce il libro è letto da Omero Antonutti, che riesce a caricare la voce di tutta l’impazienza e il cieco dolore di Milton, della sua furiosa ricerca della verità. Il libro probabilmente non entrerà nell’emprireo dei miei preferiti, ma sicuramente merita.

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Halloween a chi?

Ci sono tradizioni e festività che, per raggiunti limiti di età, mi interessano poco; tra queste c’è Halloween. Sono troppo vecchia per cantilenare “dolcetto o scherzetto”, ovviamente: ma anche per girare per locali, di sera, con un cappello da strega e un trucco dark; la serata dello scorso 31 ottobre, per dirla tutta, giacevo sul divano di casa nostra, con un forte dolore alla schiena e una vestiglia rosa di pile, mentre la mia bella mi offriva una tazza di tisana ai semi di finocchio.
Non ho bambini a cui regalare dolciumi, non addobbo la casa nei toni dell’arancio e del nero e non preparo torte decorate con ragni e mostri; potrei dire che, in generale, non preparo torte, ma sarebbe superfluo. Halloween mi è del tutto indifferente: come i tortelli di zucca, le riviste dedicate al ricamo a mezzo punto, l’ultimo modello di iPhone, l’opinione di Adinolfi su qualsiasi argomento, i programmi televisivi pomeridiani delle reti generaliste, e naturalmente Hugh Jackman. Mi è indifferente, dicevo: quindi, non mi interessa che qualcuno lo festeggi o meno, e sono del tutto impermeabile alla paccottiglia a tema e ai post dedicati sui social (a meno che, naturalmente, non si tratti di qualche buffa foto di cuccioli di quadrupede con costumi da mago o da vampiro). Mi importa molto poco di Halloween: e non capisco come mai anche quest’anno frotte di persone a cui potrebbe e dovrebbe importare anche meno che a me si siano sentite in dovere di annunciare su Facebook che no, ecco, Halloween non è una tradizione italiana (o siciliana, o palermitana, a seconda del livello di indignazione espresso) e quindi non si deve festeggiare, pena il pubblico additamento e la noiosa lagnanza mediatica. Si è andati dai deliranti post che chiamano in causa la religione e che vedono in Halloween una sicura manifestazione satanica (e lì penso che invocare un tso non sia esagerato), con tanto di annunci di raccolte di firme per impedire alla scuola del pargolo di organizzare una sfilata di bimbi in maschera (per carnevale immagino sarà proposto un esorcismo di gruppo) ai più blandi ma non meno stucchevoli post in cui si contrappongono la tradizione “sana” della Festa dei morti siciliana a quella “malata” di Halloween, con corollario di frasi inneggianti al patrimonio etnoantropologico autoctono e di pigolio lamentoso sulle nostre radici ormai perdute. Che noia, mamma mia. Ma se ognuno potesse scegliere di festeggiare (o non festeggiare) quello che gli pare? Nella nostra cucina torreggiano un vassoio di dolcetti di martorana e una bambola di zucchero già abbondantemente smozzicata: ma sarei stata felice che qualche ragazzino del palazzo fosse venuto a bussare alla nostra porta per richiedere la sua quota di zuccheri. Gli avrei propinato, temo, dei biscotti secchi iposodici ai cereali, o un quarto di mela, o le nostre merendine della colazione, ma avrei riso e finto di spaventarmi per il suo aspetto: come mi è successo ormai una decina di anni fa, quando un drappello di bambini ha davvero suonato alla mia porta, e io ho davvero dato loro gli abbracci-del-mulino-bianco, ché non sapevo che sarebbero passati e non avevo di meglio, ed erano vestiti da zombie con tenerissimi costumi fatti in casa, ed erano davvero carini.

Sono passati quattro giorni, ormai, e la polemica su Halloween è stata ricacciata in un cassetto per essere di nuovo brandita tra un anno: ma, al di là del momentaneo fastidio per una pletora di post indignati sul nulla, mi è rimasto addosso un vago disagio: quello di notare come moltissimi tendano a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in tradizioni nostre e tradizioni altrui, in feste da accettare e feste da rigettare, quando invece io continuo a sognare un mondo in cui ognuno, nel rispetto assoluto e tassativo del prossimo, si senta parte non di uno Stato, di una regione, di un gruppo etnico, ma del mondo.

Se penso ad Halloween, il libro che mi viene in mente immediatamente è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Dopo averlo letto diverse volte, quest’estate l’ho ascoltato in versione audiolibro (si può scaricare gratuitamente il podcast dal sito di Ad alta voce) e penso che sia un libro necessario, imprescindibile, che non si può non leggere.

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Perché nessuno pensa ai bambini?!

Nessuno pensa ai bambiniQualche giorno fa mi sono imbattuta in un post su Facebook che mi ha turbata. Una foto ritraeva una pagina di un libro illustrato, pensato per un target di ragazzini di circa otto anni; disegno e didascalia descrivevano, con delicatezza e senza particolari disturbanti, il concepimento. Il commento al post, scandalizzato oltre misura, evocava lo spettro di un attacco all’innocenza dei bambini: che dovrebbero conoscere l’educazione sessuale esclusivamente dai propri genitori (l’assunto era dettato come dogma imprescindibile) ed essere liberi (perché “è giusto”) di credere a fate e creature magiche fino a che lo desiderino. Si scomodava, addirittura, un passo evangelico (Mt 18, 6), sul cui reale significato, fuor di metafora, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Lo ammetto, tutta la storia mi ha lasciata sbigottita.

Penso che non ci sia nulla di più pericoloso del privare le persone degli strumenti per decrittare il mondo che le circonda: e penso, altresì, che i bambini siano persone, e non strane creature nane da far vivere in mondo fiabesco e irreale; e penso che il primo compito dei genitori sia fornire ai propri figli una pluralità di punti di vista tra cui trovare quello che si avvicina di più al proprio.

Penso che parlare di procreazione non sia sbagliato o traviante, se fatto con un linguaggio corretto e non fraintendibile e senza traccia di violenza o di sessismo. Penso che all’educazione sessuale vadano dedicati tempo e attenzione crescenti: perché i bambini di oggi sono gli adolescenti di domani, e mostrare che il sesso è qualcosa di giusto e naturale, inserito in un contesto sano, protetto, libero e sicuro, sia l’unico modo per farlo uscire dal tabù e renderlo non una meta ambita, da ottenere con la forza e di cui vantarsi, né un peccato di cui vergognarsi, ma uno dei mille modi con cui comunicarsi emozioni. Penso che poche cose siano realmente pericolose come spingere un bambino a ritenere di avere a che fare con un’unica autorità, sia essa un genitore, un insegnante, un libro: perché il genitore può essere un adulto abusante, l’insegnante può essere poco preparato o scorretto, il libro può diffondere concetti falsi o sbagliati; e che l’unico modo per salvaguardarsi dall’errore del singolo sia proprio quello di permettere al bambino di formarsi da fonti diverse: dalle parole dei genitori, da quelle delle altre figure di riferimento della famiglia o della cerchia di amici, dalle lezioni di maestri e professori, da libri e giornali. Penso che la scuola abbia il dovere di formare e informare su tutto: e che chiedersi con quale diritto si privino i bambini della propria ingenuità parlando di procreazione sia del tutto assurdo: allora perché non inibire anche lo studio della storia? Cosa c’è di più sconvolgente della guerra, delle violenze perpetrate su popoli oppressi, delle dittature, dei genocidi? Per coerenza, dovremmo chiedere di non parlare più delle guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli Armeni o di quello contro i bosniaci, o delle violenze degli europei contro gli indigeni delle Americhe. Dovremmo impedire alla scuola di parlare di morale, di religione, di attualità.

Infine, credo di non aver mai sentito niente di più sconcertante del richiamo a una presunta ingenuità primigenia dei bambini, da non corrompere con i libri e gli insegnamenti: mi ha lasciato in bocca un sapore pre-illuministico, quasi un’esaltazione del buon selvaggio, che ho trovato ripugnante e svilente per i ragazzini stessi, ridotti al rango di sciocchi.

Ma forse il mio punto di vista, traviato da un’infanzia in cui Babbo Natale ha smesso di sembrarmi reale già a tre anni e le fate (o le cicogne) non portavano i bambini, ha fatto di me quella persona atea e materialista che sono; ringrazio quotidianamente i miei genitori per questo.

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Questione di fiducia.

health2Da giorni, ormai, gira su facebook un video. Si vede una ragazza di una ventina d’anni, stesa su un divano, col corpo scosso da spasmi muscolari. Il testo del post spiega che la giovane, affetta da sclerosi multipla, soffre, appunto, di forti mioclonie; fin qui, purtroppo, nulla di strano: chiunque conosca un malato di sclerosi multipla sa che i cloni esistono, che sono tipici di una determinata fase della malattia, che possono essere più o meno fastidiosi e invalidanti. Il resto del messaggio, però, ha dell’incredibile: la ragazza – o chi per lei – chiede di fare girare il video: si augura che possa finire sotto lo sguardo di un neurologo che sappia aiutarla. Leggere questo post mi ha causato una sorta di cortocircuito intellettivo: giuro, non ne capivo il senso. Nella mia mente fin troppo consequenziale e schematica, per tentare di arginare un disturbo clinico ci si rivolge al medico competente in materia, o magari al medico di famiglia per un consulto, non alla rete e alla strabiliante casualità che un medico possa vedere un video e decidere di intervenire.

Il senso di assurdità che provavo si è accentuato quando ho notato che la ragazza, oltre tutto, vive a Latina: in che cosa le è utile che io abbia visto il post e come potrebbe giovarle se io lo condividessi con i miei contatti, in maggioranza palermitani? Ho comunque provato a commentare, chiedendo come mai non ci si rivolgesse a un medico reale, piuttosto che a una ipotetica entità neurologo-che-legge-i-post-su-facebook. Qualcuno, non meglio informato di me sulle reali condizioni della ragazza e sul senso ultimo dell’intera vicenda, mi ha risposto facendo riferimento a ipotizzate condizioni economiche sfavorevoli (“non avrà i soldi per il medico”). Sono allibita due volte: come mai a nessuno – né alla ragazza, né a chi la circonda, posto che la storia sia vera, né a tutti i commentatori che hanno profferito “amen” o “condivido” – è venuto in mente di indicare, banalmente, di rivolgersi al reparto di neurologia di un qualsiasi ospedale italiano? Immagino, ma forse mi sbaglio, che una persona afflitta da una patologia così grave e progressiva abbia un neurologo di fiducia: ecco, basta rivolgersi a lui, piuttosto che cercare l’Eldorado sul web. Nella mia esperienza, piccola ma credo abbastanza rappresentativa, un qualsiasi neurologo di struttura pubblica sa come attenuare le mioclonie: perché non rivolgersi a lui?

Comprendo senza difficoltà che una persona gravemente malata e la sua famiglia possano sentirsi motivate a cercare fantasiose soluzioni sul web per scongiurare la fine o danni fisici irreparabili: ma perché farlo anche per un disturbo come questo, che nella maggior parte dei casi si attenua con una semplice terapia per bocca che qualunque neurologo è in grado di prescrivere? Cosa ci ha portato a perdere fiducia nella scienza e a sostituirla con la cieca protervia nel ricercare soluzioni alternative, quando ce ne sarebbero di semplici e di sicuro effetto? Allargando il discorso, mi chiedo come mai molti genitori preferiscano credere a mai dimostrati “danni causati dai vaccini” di cui la rete pullula, piuttosto che ad accertati benefici apportati dai vaccini, di cui esiste letteratura scientifica a iosa. Ma si sa, io sono troppo poco fantasiosa per capire.

A Palermo il tempo sta vagamente rinfrescando, e io e la mia bella abbiamo ricominciato a nutrirci “da inverno”; in questi giorni, a casa nostra va per la maggior il risotto con funghi, speck e brie. Lo speck lo inseriamo in parte all’inizio e poi in mantecatura, insieme al brie. Sarebbe più adatto al mese di gennaio in Valtellina, piuttosto che a un tiepido settembre palermitano, ma non sottilizziamo.

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Depre.

Qualche giorno fa ho rivisto Il mio miglior nemico, uno dei film di Verdone a cui sono meno affezionata; in mezzo a decine di battute sciocche e gag prevedibili (e sì che di solito i film di Verdone mi piacciono) si inseriscono un paio di dialoghi tra Silvio Muccino e Sara Bertelà, che interpretano rispettivamente un figlio molto protettivo e condiscendente e una madre depressa e particolarmente scassaballe; il giovane, affranto non tanto per la malattia della madre ma per i suoi sani tentativi di curarsi, attacca interminabili pipponi contro “le pillole”: dichiara di sentirsi un pusher perché le procura le medicine – che, immagino, saranno state prescritte da un neurologo o uno psichiatra – e inveisce contro di lei cercando di convincerla ad abbandonarle.
Solo il fatto di avere un unico pc funzionante in casa mi ha trattenuto dal gettarlo dal settimo piano, per interrompere prima possibile la malefica visione.

Conosco un buon numero di persone che fanno uso di psicofarmaci: e lo fanno per reale necessità e sotto controllo medico; da quando hanno iniziato la cura, molte di loro stanno molto meglio, qualcuna sta proprio bene (ed è una cosa che mi rende pazza di gioia ogni secondo della mia giornata), qualcuna sta ancora cercando di prendere le misure con la situazione ma ce la faràa breve: ma tutte sono state molto, molto male, e la scelta di curarsi con i farmaci è stata da me fortemente caldeggiata: esattamente come spronerei un diabetico a prendere l’insulina o un cardiopatico a non trascurare la cura suggerita dal cardiologo. Mi sembra abbastanza ovvio, scontato, pacifico: se ho un disturbo, parlo con un medico e seguo i suoi consigli per guarire.

Mi sfugge come mai, ancora oggi, ci siano persone ritenute intelligenti che sembrano non capire: che considerano gli psicofarmaci una scorciatoia, che guardano con pietà e sospetto chi li usa e ne trae indubbio beneficio, che cercano di instillare vani sensi di colpa (“io sto male come te ma non prendo nulla, tu sei debole e hai bisogno delle pillole”): ecco, io provo profonda pena e un sordo rancore per queste persone. Pena perché vedo, nelle loro parole, la loro piccolezza: mi fanno pensare a bambini in età prescolare che simulano il mal di pancia per avere le attenzioni della mamma che si sta occupando del fratellino in fasce; rancore perché non hanno chiaro il danno che provocano: con le loro parole fomentano la medievale teoria che la malattia psichica non sia, appunto, una malattia, quindi un accidente casuale e stronzo che può colpire chiunque di noi, ma una colpa, generata da una personalità poco forte, poco resiliente, poco reattiva; fanno sentire a disagio qualcuno che sta soffrendo, che pensa (a torto!) di non aver speranza di guarigione, che si sente in un vicolo cieco: e così come picchierei con molta violenza un uomo, se lo vedessi intento a fare lo sgambetto a uno zoppo, così vorrei poter mandare a quel paese tutti quelli che aggravano le sofferenze di chi sta male con i propri insulsi giudizi.

Anzi, penso che da domani lo farò: risponderò per le rime e con veemenza a chi dice “non posso lavorare con uno che si stordisce di pillole”, a chi fa il verso a una donna che piange, a chi si sente superiore perché sa affrontare la vita “senza aiuti chimici”. Meglio ancora, lo faccio da subito: iniziate ad andare a fanculo già adesso e risparmiatemi il fiato, please.

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Tra le due scelgo la terza.

Ogni inverno penso che non ci sia niente di più brutto dell’inverno: il freddo mi intristisce, il buio mi instilla torpore, odio la pioggia e gli ombrelli gocciolanti e i guanti che si perdono e le pozzanghere e i piedi umidi nelle scarpe; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’inverno, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sul maltempo, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto freddo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche coperta. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in estate, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’inverno.

Ogni estate penso che non ci sia niente di più brutto dell’estate: il caldo mi innervosisce, la luce che filtra dalle serrande mi sveglia presto, odio il sudore e i costumi gocciolanti e gli occhiali da sole che si perdono e la polvere e i piedi umidi nei sandali; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’estate, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sullo scirocco, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto caldo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche bottiglia d’acqua. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in inverno, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’estate.

Ogni stagione ha i suoi meriti, ma soprattutto i suoi demeriti. Sono molti, e io saprei elencarli quasi tutti.

D’estate si dorme male, è indubbio: c’è molto caldo sempre, anche nelle notti più miti, e non è ecologico né economico tenere il condizionatore a 16° per molte ore; tutte le strategie ipotizzabili – condizionatore acceso un’ora prima di andare a dormire per rinfrescare la stanza, ventilatore sapientemente orientato verso il letto – lasciano il tempo che trovano: il condizionatore, appena spento, riporta la camera alla temperatura di partenza in un nanosecondo e il ventilatore si limita a muovere aria bollente, provocandomi solo dolorosi crampi. D’inverno si dorme bene, se al piumone si aggiunge una coperta di pile e un plaid per i piedi e una borsa dell’acqua calda e un canuccio peloso e tiepido sul letto: ma in compenso ci si alza male, tremando e battendo i denti e imprecando, e si tenta di auto-convincersi a fare la doccia immaginando che l’acqua bollente ci riporti a una temperatura compatibile con la vita, speranza puntualmente disattesa.

D’estate ci si veste rapidamente: un paio di fluttuanti pantaloni di cotone, una canottiera e dei sandali bastano; peccato che i pantaloni non abbiano tasche e siano parecchio scomodi, che la canottiera mi stia male e che con i sandali cammini come mamma oca. D’inverno si impiegano molte ore a sovrapporre strati di vestiti, canottine dolcevita maglioncini cardigan cappotto sciarpa berretto, creando un ovvio effetto da omino Michelin. Penso che nessuna storia d’amore sia mai nata in inverno.

D’estate portare il cane a spasso è scomodo e faticoso: il sole picchia, l’asfalto scotta, Nando è troppo grande e divincolantesi per essere portato al parco in braccio; d’inverno non va meglio: si scivola, il cane si bagna e assume il caratteristico odore da cane bagnato, i tuoni lo spaventano e non indosserebbe un impermeabile nemmeno se gli fosse ingiunto dalla legge.

D’estate le piante hanno bisogno di acqua due volte al giorno: e comunque sono sempre riarse, con una sfumatura di giallo sotto il verde delle foglie, boccheggianti. D’inverno i sottovasi traboccano, le radici marciscono, aspetta, aiutami a togliere tutta quest’acqua o la pomelia il prossimo anno non fiorirà.

In conclusione, estate e inverno sono due stagioni fastidiose e colme di pericoli e insidie e fastidi. Bisognerebbe indire una petizione per una primavera perenne.

Sto leggendo Rondini d’inverno, ultima uscita di Maurizio de Giovanni, autore che amo: e proprio perché lo amo sono piuttosto delusa, la storia scorre lentamente e la narrazione è abbastanza ripetitiva, senza guizzi. Spero che migliori più avanti.

LaMate, questo post ovviamente è per te!

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