Non mi piace.

Quando mi danno una cattiva notizia e mi chiedono di riferirla anche agli altri.

Quando una buona notizia mi viene riferita da altri.

Quando al lavoro non mi danno le informazioni che mi servono, e devo chiedere più volte e scusarmi con insistenza e ascoltare i sospiri e gli sbuffi e le lamentele degli altri.

Quando finisco di lavorare alle nove di venerdì sera e mia madre mi chiede come mai non esco.

Quando nelle parole crociate ci sono definizioni sciocche o scherzose o inutilmente nozionistiche, tipo il fiume più lungo della Val Brembana.

Quando scrivo o dico una cosa seria e mi viene risposto con una battuta.

Quando mi fanno un complimento che suona come un insulto.

Quando mi dicono Ora però non dimagrire più, dai.

Quando mi accorgo di non aver pensato a Mohamed per un’intera giornata e mi sento in colpa.

Quando sembra che le persone con figli meritino tempo, cure ed energie molto superiori agli altri e abbiano diritto a trattamenti speciali.

Quando un bambino piccolo, solo perché è il maggiore di mollti fratelli, viene trattato come un tredicenne capriccioso e non come un essere umano troppo giovane per sopportare frustrazione e sconforto.

Quando devo fare un sorriso per una foto ricordo e faccio la mia solita faccia da sofficino e mi viene detto che non va bene e dovrei sorridere un po’ di meno.

Quando non ho il tempo per leggere, cucinare o stare con la mia bella.

Quando mi accorgo di aver dimenticato gli yogurt e non so cosa mangiare dopo cena.

Quando mi pento di aver risposto impulsivamente a qualcuno che non lo meritava.

Quando mi sento molto sola, di solito la mattina presto.

Quando non ho nessuno con cui parlare.

Quando penso che mangerò la pizza ma poi non la prendiamo più e devo accontentarmi di qualcos’altro.

Quando mi dicono che sono una brava persona mentre vorrei che mi dicessero che valgo qualcosa.

Quando i peperoncini stanno mettendo il terzo giro di foglie ormai da giorni e penso che non cresceranno più.

Quando vado via da casa dei miei genitori e Nando ci rimane male, e anche i miei genitori.

Quando mi viene chiesto di fare qualcosa, e poi la faccio e nessuno se ne accorge.

Quando mi dicono che mi sarei dovuta vestire o pettinare meglio.

Quando chiedo come starei con i capelli corti e tutti storcono il naso.

Quando non mi rispondono ai messaggi.

Quando so che qualcuno sta male e non posso farci niente.

Quando vengo messa nelle condizioni di dover fare qualcosa.

Quando mi scordo per molti giorni di seguito di mettere in auto il foglio dell’assicurazione.

Quando sono così stanca da non riuscire a dormire.

Quando devo leggere un libro che non mi piace.

Quando mi sento precaria, sul lavoro e nella vita.

Quando mi sembra di sprecare tempo e di starmi perdendo la parte bella della vita.

Quando so di sbagliare e non riesco a cambiare.

[Sto leggendo Kafka sulla spiaggia di Murakami, ed erano molti anni che non leggevo un suo libro. Non credo che mi stia piacendo, è molto lontano dalle mie corde ma ha come una risonanza di fondo che mi intriga. Spero di riuscire a finirlo prima di aver dimenticato l’inizio, dato che è interminabile e io ho pochissimo tempo].

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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It’s ok to be gay?

Due giorni fa, il 17 maggio, cadeva la giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: e io, ovviamente, non me lo ricordavo; la sveglia è suonata e io, come sempre furibonda e avvilita dal fatto che fosse già mattina, ho afferrato lo smartphone, ho ridotto al minimo l’illuminazione dello schermo per non svegliare la deliziosa creatura che russacchiava al mio fianco, ho attivato la connessione dati e ho iniziato a smistare email, a rispondere a richieste d’aiuto – non so come fare, sono sulla cima dell’Himalaya e ho dimenticato che il presidio social che inizia tra sette minuti toccava a me, chi mi sostituisce? – su molteplici chat diverse, a ipotizzare modifiche nel fitto calendario di impegni della giornata (qualcosa dovrà saltare, evito di pranzare o di fare il bucato? Posso fare a meno più agevolmente della doccia o della colazione? E se non bevessi acqua per tutta la giornata quanti minuti risparmierei, tra riempire il bicchiere e mandar giù? Un numero sufficiente per inserire, al posto della futile idratazione, la stesura di due comunicati stampa e sei email?). Ero ancora a letto, dicevo, e per rimandare ancora di una manciata di minuti il momento in cui avrei infilato i piedi nelle pantofole di pile – sì, di pile, a Palermo a maggio le temperature sono molto rigide – ho dato uno sguardo a Facebook: e lì, sulla bacheca di un gruppo dedicato ad amanti dei libri, ho intercettato il post che ha fatto definitivamente passare la giornata da mediocre a dimmerda. Un’amministratrice, armata di ottime intenzioni e scarse capacità comunicative, annunciava l’importante ricorrenza: e QUINDI augurava il buongiorno a TUTTI (il maiuscolo non è mio), gay compresi; lo faceva, con enorme spreco di melassa, parlando di “lei che ama lei, lui che ama lui” e via bellamente melenseggiando, ma il senso recondito del post era lì, evidente ai miei occhi come se fosse stato scritto al neon: oggi è il giorno blabla, quindi (nessuno di causalità) buongiorno a tutti; domani non è il giorno blabla, quindi buongiorno solo a qualcuno. Ho provato a fare presente il mio punto di vista, con pazienza man mano decrescente mentre venivo presa, nell’ordine, per paranoica, pignola, fissata e traumatizzata da chissà quale evento che ignoro. Di fatto, dopo mezz’ora avevo mentalmente mandato a farsi benedire l’intera pletora dei commentatori, con buona pace del mio sistema nervoso. Due giorni dopo, mentre sul gruppo in questione si è tornati ai soliti post stimolanti – voglio regalare un libro a un amico che odia leggere, che mi consigliate? Mi indicate un libro che parli di coleotteri estinti nell’antico Egitto e che sia scritto in seconda persona plurale? Quanti libri avete sul comodino? Guardate come sono bravo, ora recensisco il settantottesimo libro dell’anno -, io continuo a schiumare rabbia: perché non sopporto di non riuscire a farmi capire, e ancora meno di essere tacciata di paranoia.

In Italia, che lo si ammetta o meno, esiste un grave problema legato all’omofobia, e negarlo non aiuta nessuno; da anni vivo serena la mia vita, non ho mai fatto misteri, a scuola, all’università o al lavoro, sul mio orientamento sessuale; non penso di essere eccessivamente all’erta sull’argomento, ma sono anzi abituata ad ascoltare con un orecchio solo commenti vagamente sgradevoli o velatamente a disagio. Non temo per la mia vita e la mia incolumità, Palermo è una città solitamente accogliente (e, dove non lo è, è una città omertosa, in cui si preferisce fingere di non vedere quello che ci dispiace); l’omofobia che vivo sulla mia pelle non è quella, orrenda e omicida, di chi rischia di essere ucciso o malmenato, incarcerato o vilipeso perché gay; è però, la frase strisciante con cui un amico, su Facebook, si premura di dire, a commento di un post, che è etero MA che rispetta tutti, come se ci fosse da applaudire per questa enorme concessione. È quella della vicina di casa che dà per scontato che la mia bella e io siamo due studentesse universitarie attempate, piuttosto che due donne che hanno scelto di vivere insieme; è quella del conoscente a lavoro che mi dice, con tono di lode, che in me vede una persona e non una lesbica, forse perché ho i capelli lunghi, niente tatuaggi e non uso ruttare in pubblico. È quella di chi dice che è giusto che ognuno ami chi vuole, purché lo faccia con moderazione: e che, messo alle strette sul concetto di moderazione, si ritrova a blaterare di educazione e di non gridare, la notte, sotto le finestre altrui. È quella di chi ammicca e mi dice “ma tu le capisci le donne?”, come se io non lo fossi, o di chi dà per scontato che, in un gruppo di lavoro, sia ovvio assegnare a me i clienti visibilmente gay, perché io so trattare con loro. È quella delle battute su cetrioli e saponette che si incontrano costantemente sui social, quella dell’”a che vi serve il pride, ormai avete tutto”, quella di chi pensa che le unioni civili possano essere abolite, o che comunque non meritino spazio nella discussione politica, perché i diritti di noi gay non sono una priorità.

È quella che non mette in pericolo la mia vita o la mia incolumità, ma che comunque mi fa vivere male.

Causa ritmi di lavoro forsennati, in questi giorni sto leggendo poco e male; ho iniziato e non ancora terminato Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, preso per caso solo perché l’ho trovato in forte sconto; è la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di scuole medie, del loro amore per il calcio, delle piccole beghe tra loro, dell’amicizia che li lega. Simpatico, scorrevole ma abbastanza “vuoto”: una discreta prova stilista ma una lettura che non lascia molto.

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“Esempio” a chi?

Una manciata di settimane fa, mia madre è stata parecchio male; è stata una cosa improvvisa, inattesa, destabilizzante e orrenda, anche se per fortuna si è conclusa rapidamente e in maniera sorprendentemente positiva. In quei giorni, molte persone del suo coro le hanno inviato messaggi, pecorelle pasquali, preghiere e libri; ovviamente, per far fronte alla mole di comunicazioni su smartphone, mezzo col quale mia madre ha meno dimestichezza che con l’islandese, sono stata convocata io: e lì, sciorinando le mie doti di copy e la mia molto invidiata capacità di scrivere coi pollici, ho dispensato decine di Grazie, anche a te, di Non dovevi disturbarti, di Speriamo di vederci presto, di No, domenica a messa non verrò. Sono stata, credo, sufficientemente gentile e cordiale: ho indossato un tono pacato e neutro, degno di una persona ricoverata ma che sta tornando a casa: preoccupata ma non troppo, dolente ma non troppo, interessata ai messaggi ma non troppo; mi sono lasciata andare a qualche citazione biblica, che col pubblico che mi era stato assegnato fa sempre grande effetto, sono stata parca di faccine che mia madre odia e che non utilizzerebbe neanche se costretta, ho evitato congiuntivi, puntievirgola e punti esclamativi.

Sono stata, dicevo, gentile con tutti: tranne che con la persona che ha avuto l’ardire di scrivere Sei un esempio per tutti noi; a quel messaggio, trasformandomi da rotondetta trentenne a mostro verde della Marvel, ho reagito con astio, virulenza ed evidente fastidio: perché non c’è niente che odi di più della gente che dice a un malato di considerarlo un esempio. Ma un esempio di cosa, buon dio?

In questi giorni, mi capita sovente di trovarmi in compagnia di una persona con un passato pesante alle spalle, una brutta storia di violenza domestica; la persona di-cui-sopra ha innumerevoli pregi ma, ai miei occhi, un grande difetto: quello di porsi sempre, in qualsiasi situazione e contesto, come una vittima. Anche con astanti che non conoscono (e non hanno motivo di conoscere) il suo passato, l’atteggiamento è sempre quello di chi ha subìto un oltraggio – ed è indubbio – e lo continua a subire ogni giorno, ogni minuto, in ogni frangente: anche quando le si rivolge la parola in maniera serena, le si chiede di fare qualcosa di assolutamente adeguato, le si offre un cioccolatino o un bicchiere d’acqua; ha scelto di ridurre la sua vita a quell’aspetto, come se fosse l’unico degno di nota, l’unico caratterizzante la sua persona. Non prova a far emergere altri lati di sé: ha scelto di ammantarsi di quel ruolo e basta. È lo stesso ragionamento di chi vede un malato come un esempio: non una persona, con una gamma multiforme di luci e ombre, passioni e idiosincrasie, amori e antipatie, hobby e passatempi e musica da ascoltare e libri preferiti e malocarattere e puzza di piedi, ma una figurina bidimensionale, esclusivamente compreso nel ruolo di malato. Lo so, ne ho parlato spesso, ma mi urta in maniera indescrivibile: mi sembra il peggior affronto che si possa fare a chi cerca di trovare, al di là della propria salute traballante, stimoli e obiettivi per vivere bene.

E comunque, la goffa e irrispettosa mittente del messaggio incriminato è stata severamente redarguita e ha ritenuto di non parlarmi più: immagino che me ne farò una ragione.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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Stereotipi.

I disabili sono così forti e coraggiosi!
I disabili sono persone speciali.
I disabili sono un esempio per tutti noi.
Sei disabile? Ti stimo molto per questo.

Oddio, i gay sono così sensibili! Si vestono così bene e sanno anche ballare!
Voi gay siete più fortunati, sapete cosa aspettarvi dal/dalla vostr* partner.
Ormai essere gay è quasi una moda, un tempo non ce n’erano così tanti.
Ho tanti amici gay, però permettere loro di sposarsi mi sembra esagerato, il matrimonio è un valore.

Sei medico? Io non potrei mai farlo, soffrirei troppo.
Fare il veterinario? No, no, non posso vedere star male un animale.
Gli infermieri sono persone migliori dei medici.
Comunque ai medici interessa solo dei soldi e dei pazienti se ne fregano.

Le mamme sanno cosa è meglio per i loro figli.
Da quando sono mamma non ho più neanche il tempo di fare una doccia ma ne sono felice.
Mio marito mi aiuta, eh, ma i bambini hanno bisogno della mamma.
Una vera mamma non lavora/non esce con gli amici, una vera mamma è felice solo con suo figlio.

Gli scrittori hanno una sensibilità particolare.
Gli scrittori sono tutti ricchissimi e scrivono soltanto per i soldi.
Saviano non è un vero scrittore e poi le cose di cui parla lui si sapevano già da decenni.
Se Saviano fosse davvero stato minacciato dalla camorra a quest’ora sarebbe già morto.

Avete adottato un bambino! Siete davvero sensibili.
Avete adottato un bambino?! Oddio, sarà difficilissimo.
Avete adottato un bambino? Vabbè, ma non è la stessa cosa di un figlio vero.
Vostro figlio è adottato? Inutile illudersi, con tutto quello che ha sofferto non sarà mai felice.

Il mio cane per me è come un figlio.
Ormai le persone considerano i cani alla stregua dei figli.
I cani sono migliori delle persone.
Per certuni i cani contano più delle persone, non mi sembra giusto.

La Bibbia è un testo importante e tutti dovrebbero leggerlo.
La Bibbia esprime valori che anche i non cattolici apprezzano.
Nel Corano c’è solo violenza.
Il Vangelo è un esempio di vita per tutti.

Non capisco cosa c’entra il rispetto per le donne con termini come “ministra”.
Ormai le donne sono alla pari degli uomini, a che serve utilizzare termini particolari per designarle?
Va bene tutto, ma “ministra” e “ingegnera” non li userò mai.
Con tutti i problemi più importanti che ci sono, questa mi sembra una piccolezza.

Se una donna gira di notte in minigonna e viene aggredita, un po’ se l’è cercata.
L’uomo è predatore, si sa.
Comunque certe donne provocano.
Uno schiaffo non mi sembra così grave, non è violenza!

Non potrei mai leggere un ebook, il libro deve essere di carta!
Io senza l’odore della carta non posso leggere.
Libri e ebook non sono certo la stessa cosa.
Ascoltare un audiolibro è molto diverso da leggere un libro.

Ecco, tutte queste frasi qua sopra le odio. Non ditele davanti a me.

Ho finito di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio, letto dal supremo Omero Antonutti; ci ho trovato dentro una tristezza senza fondo, un dolore sordo e lancinante: un senso di assoluta inutilità, come se la vita, propria e altrui, diventasse priva di significato. Un romanzo maestoso, ma che mi ha lasciata con moltissime domande e poche risposte; mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di parlarne.

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Non c’è più religione.

In questi giorni, una polemica ha occupato testate cartacee e online e bacheche facebook di palermitani e limitrofi: in una scuola pubblica cittadina, il dirigente scolastico ha avuto l’ardire di disporre la rimozione di alcune statue a soggetto religioso dai locali dell’istituto e di richiedere al corpo insegnante di non imporre ai giovanissimi allievi (si tratta di un istituto comprensivo che abbina scuola dell’infanzia e primaria) la preghiera collettiva all’inizio delle lezioni e alla ricreazione. Le reazioni scomposte non si sono risparmiate: dai titoli sensazionalistici sui giornali (“a scuola è vietato pregare”) ai commenti esarcebati sui social, dalle incursioni della lega (la minuscola è voluta) alle manifestazioni dei genitori che, armati di coroncine del rosario intorno al collo degli ignari scolari, hanno bloccato la strada chiedendo il rispetto delle tradizioni. Quegli stessi genitori, va detto, che non sono scesi in piazza quando, all’inizio dell’anno scolastico, in quello stesso plesso è crollato l’intonaco in una classe: ma, è evidente, tra una Madonna rimossa e un soffitto che viene giù è sicuramente la prima eventualità la più drammatica e pericolosa.

Non sono credente, ma penso di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di chi lo è: ho sempre accompagnato mia madre in chiesa o alle prove del coro religioso di cui fa parte, sono riuscita a non ridere in faccia ai miei cugini vestiti da boy-scout a quarant’anni, con tanto di fazzoletto al collo e gagliardetti sulla camicia; ho presenziato senza battere ciglio a tutte le cerimonie in cui la mia presenza era richiesta, matrimoni o funerali che fossero. Ho anche letto l’intera Supplica alla B.V. di Pompei a mia madre, per telefono, un anno che la prima domenica di ottobre era ricoverata fuori città e non c’erano ancora gli smartphone per cercarla online, e lei non trovava più la sua copia. Sono stata abituata fin dall’infanzia a vedere mia nonna che recitava il rosario, la mattina; ma non credo che mi abituerò mai all’imposizione della religione cattolica nella vita quotidiana degli italiani: anzi, non voglio farlo. Non voglio accettare i crocifissi nelle camere di ospedale di strutture pubbliche, né tantomeno nei tribunali e nelle aule scolastiche: per quel minimo, necessario rispetto che ho sempre tributato, in qualsiasi momento della mia vita, a chi crede. Sono stanca di sentire annoverare riti e simboli della religione cattolica tra gli elementi “tradizionali” della nostra cultura: sono, appunto, le vestigia di un credo religioso, che non è spontaneo e automatico che tutti scelgano di condividere. La recita in classe di una preghiera non è soltanto un momento di rievocazione di usi e costumi della zona, non è cantare “ciuri ciuri” battendo a tempo il piede: è un modo per includere chi sente proprio quel credo religioso ed estromettere chi invece è stato cresciuto con un’altra fede, o ha semplicemente deciso di poter farne a meno. La violenza passivo-aggressiva sottesa alla maggior parte delle manifestazioni della vita religiosa mi fa paura: e mi spaventa ancora di più il fatto che sia considerato tutto scontato, ovvio; è ovvio che ci si sposi in chiesa, è ovvio che si celebrino esequie religiose, è ovvio che i bambini frequentino il catechismo o l’ora di religione in classe. Vedo, in queste piccole, quotidiane imposizioni, il terrore di chi si professa cattolico all’idea che qualcuno scopra di non aver bisogno di statue da adorare e riti da celebrare per poter vivere bene: la paura che si venga a sapere che senza religione si continua ad essere persone dotate di moralità, in grado di scegliere per sé e i per propri figli, capaci di vivere in un contesto civile e sensato. Il panico all’idea che qualcuno sappia che della religione si può fare a meno: e la mia personale esperienza di bannata da una sedicente amica per aver avuto l’ardire di nominare la pratica dello sbattezzo la dice lunga.

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Una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta.

Qualche giorno fa, su una pagina facebook che vanta una fanbase di dimensioni rapportabili alla popolazione di una città di medie dimensioni, una delle partecipanti a una conversazione ha avuto l’ardire di presentarsi come “architetta”. Molti hanno storto il naso: qualcuno le ha suggerito di usare l’espressione “architetto donna”, qualcun altro di servirsi direttamente del maschile per definire la sua posizione lavorativa; un paio di persone hanno anche sorriso maliziosamente: il gioco di parole era tanto ovvio quanto adatto alla ricreazione di un gruppo di brufolosi studenti di prima media, intenti a smozzicare il toast freddo portato da casa. Io mi sono limitata, come sempre, a commentare che l’espressione, in italiano, è perfettamente corretta, e a biascicare imprecazioni tra i denti per interi quarti d’ora: perché, accidenti, non se ne può più.

Non conosco nessuno che abbia difficoltà nel chiamare l’insegnante del proprio pargolo “maestra”; nessun problema neanche con “infermiera”, “bidella”, “portinaia”, “ostetrica”: ma pochissimi anni or sono una Ministra della Repubblica, per altro eletta nelle file di un partito di sinistra, dichiarava di voler essere appellata “signora Ministro”. Ma diobbuono, perché? Perché la maestra va benissimo e la ministra no? La bidella sì e l’architetta no? L’ostetrica sì e la primaria no? Perché sono mestieri prettamente “da donne”, porzioni della realtà lavorativa in cui, da tempi immemori, le donne si sono fatte strada; sono luoghi mentali in cui le donne sono riuscite a dimostrare la necessità della loro presenza: e lo hanno fatto con tale fermezza da avere una definizione chiara, grammaticalmente corretta e che rispetti il loro genere. Il resto del panorama lavorativo-istituzionale, invece, vede le donne come un accidente casuale, minoritario, indegno di essere nominato come merita: da qui le insensate soluzioni di comodo, tipo “la sindaco”, cacofonico e involuto, o “il sindaco donna”, che sembra più una battuta da avanspettacolo. E invece, ecco, un modo per definire una donna che sia stata eletta a governare un Comune c’è: ed è “la sindaca”, sic et simpliciter.

Sembra una battaglia sciocca o superflua, quella portata avanti da molti gruppi di persone (quasi tutte donne, ovviamente) per la corretta declinazione al femminile dei termini che definiscono il mestiere o la carica politica o istituzionale: ma è solo uno dei molti elementi su cui dovremmo lavorare per scardinare la mentalità maschilista che poi porta ad aberrazioni come quelle che stiamo vivendo in questi mesi, in cui le donne vittime di molestie sessuali sono colpevolizzate per non aver denunciato “quando avrebbero dovuto” e tacciate di connivenza con i molestatori, in cui una donna stuprata viene interrogata fino alla sfinimento per accertare se portasse o meno, al momento della violenza, la biancheria intima; in cui le donne guadagnano sempre meno degli uomini, a parità di ore lavorative, in cui un marito che in casa svolge qualche semplice compito diventa un uomo da ammirare perché “aiuta la moglie”; in cui le donne nelle istituzioni sono rare, come nei posti di direzione nel mercato lavorativo: e, facendo un banalissimo esempio, anche un mondo aperto e culturalmente vivace come quello editoriale vede una percentuale altissima di donne che lavorano in casa editrice: ma gli editori sono quasi tutti uomini. Dalla toponomastica (quante strade vicino casa vostra sono dedicate a donne?) alla vita di tutti i giorni, le donne ci sono, e sono fondamentali: e quindi, accidenti, definiteci come è giusto (e sintatticamente corretto) fare.
Quanto a me, di lavoro faccio la web content editor, e quindi pace.

In qusto periodo ho deciso di colmare una imperdonabile lacuna e di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio; sul sito di Ad alta voce il libro è letto da Omero Antonutti, che riesce a caricare la voce di tutta l’impazienza e il cieco dolore di Milton, della sua furiosa ricerca della verità. Il libro probabilmente non entrerà nell’emprireo dei miei preferiti, ma sicuramente merita.

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Halloween a chi?

Ci sono tradizioni e festività che, per raggiunti limiti di età, mi interessano poco; tra queste c’è Halloween. Sono troppo vecchia per cantilenare “dolcetto o scherzetto”, ovviamente: ma anche per girare per locali, di sera, con un cappello da strega e un trucco dark; la serata dello scorso 31 ottobre, per dirla tutta, giacevo sul divano di casa nostra, con un forte dolore alla schiena e una vestiglia rosa di pile, mentre la mia bella mi offriva una tazza di tisana ai semi di finocchio.
Non ho bambini a cui regalare dolciumi, non addobbo la casa nei toni dell’arancio e del nero e non preparo torte decorate con ragni e mostri; potrei dire che, in generale, non preparo torte, ma sarebbe superfluo. Halloween mi è del tutto indifferente: come i tortelli di zucca, le riviste dedicate al ricamo a mezzo punto, l’ultimo modello di iPhone, l’opinione di Adinolfi su qualsiasi argomento, i programmi televisivi pomeridiani delle reti generaliste, e naturalmente Hugh Jackman. Mi è indifferente, dicevo: quindi, non mi interessa che qualcuno lo festeggi o meno, e sono del tutto impermeabile alla paccottiglia a tema e ai post dedicati sui social (a meno che, naturalmente, non si tratti di qualche buffa foto di cuccioli di quadrupede con costumi da mago o da vampiro). Mi importa molto poco di Halloween: e non capisco come mai anche quest’anno frotte di persone a cui potrebbe e dovrebbe importare anche meno che a me si siano sentite in dovere di annunciare su Facebook che no, ecco, Halloween non è una tradizione italiana (o siciliana, o palermitana, a seconda del livello di indignazione espresso) e quindi non si deve festeggiare, pena il pubblico additamento e la noiosa lagnanza mediatica. Si è andati dai deliranti post che chiamano in causa la religione e che vedono in Halloween una sicura manifestazione satanica (e lì penso che invocare un tso non sia esagerato), con tanto di annunci di raccolte di firme per impedire alla scuola del pargolo di organizzare una sfilata di bimbi in maschera (per carnevale immagino sarà proposto un esorcismo di gruppo) ai più blandi ma non meno stucchevoli post in cui si contrappongono la tradizione “sana” della Festa dei morti siciliana a quella “malata” di Halloween, con corollario di frasi inneggianti al patrimonio etnoantropologico autoctono e di pigolio lamentoso sulle nostre radici ormai perdute. Che noia, mamma mia. Ma se ognuno potesse scegliere di festeggiare (o non festeggiare) quello che gli pare? Nella nostra cucina torreggiano un vassoio di dolcetti di martorana e una bambola di zucchero già abbondantemente smozzicata: ma sarei stata felice che qualche ragazzino del palazzo fosse venuto a bussare alla nostra porta per richiedere la sua quota di zuccheri. Gli avrei propinato, temo, dei biscotti secchi iposodici ai cereali, o un quarto di mela, o le nostre merendine della colazione, ma avrei riso e finto di spaventarmi per il suo aspetto: come mi è successo ormai una decina di anni fa, quando un drappello di bambini ha davvero suonato alla mia porta, e io ho davvero dato loro gli abbracci-del-mulino-bianco, ché non sapevo che sarebbero passati e non avevo di meglio, ed erano vestiti da zombie con tenerissimi costumi fatti in casa, ed erano davvero carini.

Sono passati quattro giorni, ormai, e la polemica su Halloween è stata ricacciata in un cassetto per essere di nuovo brandita tra un anno: ma, al di là del momentaneo fastidio per una pletora di post indignati sul nulla, mi è rimasto addosso un vago disagio: quello di notare come moltissimi tendano a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in tradizioni nostre e tradizioni altrui, in feste da accettare e feste da rigettare, quando invece io continuo a sognare un mondo in cui ognuno, nel rispetto assoluto e tassativo del prossimo, si senta parte non di uno Stato, di una regione, di un gruppo etnico, ma del mondo.

Se penso ad Halloween, il libro che mi viene in mente immediatamente è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Dopo averlo letto diverse volte, quest’estate l’ho ascoltato in versione audiolibro (si può scaricare gratuitamente il podcast dal sito di Ad alta voce) e penso che sia un libro necessario, imprescindibile, che non si può non leggere.

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Perché nessuno pensa ai bambini?!

Nessuno pensa ai bambiniQualche giorno fa mi sono imbattuta in un post su Facebook che mi ha turbata. Una foto ritraeva una pagina di un libro illustrato, pensato per un target di ragazzini di circa otto anni; disegno e didascalia descrivevano, con delicatezza e senza particolari disturbanti, il concepimento. Il commento al post, scandalizzato oltre misura, evocava lo spettro di un attacco all’innocenza dei bambini: che dovrebbero conoscere l’educazione sessuale esclusivamente dai propri genitori (l’assunto era dettato come dogma imprescindibile) ed essere liberi (perché “è giusto”) di credere a fate e creature magiche fino a che lo desiderino. Si scomodava, addirittura, un passo evangelico (Mt 18, 6), sul cui reale significato, fuor di metafora, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Lo ammetto, tutta la storia mi ha lasciata sbigottita.

Penso che non ci sia nulla di più pericoloso del privare le persone degli strumenti per decrittare il mondo che le circonda: e penso, altresì, che i bambini siano persone, e non strane creature nane da far vivere in mondo fiabesco e irreale; e penso che il primo compito dei genitori sia fornire ai propri figli una pluralità di punti di vista tra cui trovare quello che si avvicina di più al proprio.

Penso che parlare di procreazione non sia sbagliato o traviante, se fatto con un linguaggio corretto e non fraintendibile e senza traccia di violenza o di sessismo. Penso che all’educazione sessuale vadano dedicati tempo e attenzione crescenti: perché i bambini di oggi sono gli adolescenti di domani, e mostrare che il sesso è qualcosa di giusto e naturale, inserito in un contesto sano, protetto, libero e sicuro, sia l’unico modo per farlo uscire dal tabù e renderlo non una meta ambita, da ottenere con la forza e di cui vantarsi, né un peccato di cui vergognarsi, ma uno dei mille modi con cui comunicarsi emozioni. Penso che poche cose siano realmente pericolose come spingere un bambino a ritenere di avere a che fare con un’unica autorità, sia essa un genitore, un insegnante, un libro: perché il genitore può essere un adulto abusante, l’insegnante può essere poco preparato o scorretto, il libro può diffondere concetti falsi o sbagliati; e che l’unico modo per salvaguardarsi dall’errore del singolo sia proprio quello di permettere al bambino di formarsi da fonti diverse: dalle parole dei genitori, da quelle delle altre figure di riferimento della famiglia o della cerchia di amici, dalle lezioni di maestri e professori, da libri e giornali. Penso che la scuola abbia il dovere di formare e informare su tutto: e che chiedersi con quale diritto si privino i bambini della propria ingenuità parlando di procreazione sia del tutto assurdo: allora perché non inibire anche lo studio della storia? Cosa c’è di più sconvolgente della guerra, delle violenze perpetrate su popoli oppressi, delle dittature, dei genocidi? Per coerenza, dovremmo chiedere di non parlare più delle guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli Armeni o di quello contro i bosniaci, o delle violenze degli europei contro gli indigeni delle Americhe. Dovremmo impedire alla scuola di parlare di morale, di religione, di attualità.

Infine, credo di non aver mai sentito niente di più sconcertante del richiamo a una presunta ingenuità primigenia dei bambini, da non corrompere con i libri e gli insegnamenti: mi ha lasciato in bocca un sapore pre-illuministico, quasi un’esaltazione del buon selvaggio, che ho trovato ripugnante e svilente per i ragazzini stessi, ridotti al rango di sciocchi.

Ma forse il mio punto di vista, traviato da un’infanzia in cui Babbo Natale ha smesso di sembrarmi reale già a tre anni e le fate (o le cicogne) non portavano i bambini, ha fatto di me quella persona atea e materialista che sono; ringrazio quotidianamente i miei genitori per questo.

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