Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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Non vorrei. Non voglio.

Pensare che un anno fa il semi-labrador era ancora con me, anche se non avevo capito che ci sarebbe rimasto solo per poco, qualche giorno, qualche ora, qualche minuto e basta. Notare che il non-più-ottuagenario perde ogni giorno qualcosa: il sorriso, il legame con la realtà, la voglia di parlare con me; la lucidità, la memoria degli affetti, la fiducia negli altri, la sicurezza personale. Immaginare di stare dimenticando, un pezzetto alla volta, i gesti di Ife, le sue parole, i nostri discorsi: e di stare conservando di lui solo un vago indistinto sentore, in cui non c’è più spazio per strette di mano e abbracci e musica e tensione che lentamente va via, problema mondo animali non mangiarli stai attenta torna a casa non preoccuparti per me saluta mamma, ma solo per un rimpianto sordo e dolente, vuoto, privo di senso.

Accettare che chi amo deva soffrire. Sapere di non poter fare niente per evitarlo. Sentirmi impotente e inutile, ogni giorno, ogni secondo. Anche ora, anche ora, anche ora. Anche ora. Anche ora.

Non sapere aiutare un’amica in crisi. Trovare dentro di me solo un repertorio di frasi inefficaci, un piccolo pozzo di espressioni già sentite, hai fatto del tuo meglio, purtroppo è andata così, devi avere coraggio, piuttosto che porca miseria infame è una merda che sia andata così, o potresti fare così, o ancora ecco la soluzione, vedrai che si sistema tutto. Sentire che i pezzi di una vecchia amicizia si staccano inesorabilmente, e che non è colpa di nessuno, e che ci stiamo provando con tutte le nostre forze ma ormai parliamo due lingue diverse e non trovo un dizionario da-me-a-te che faccia al caso nostro.

Scoprire di aver sbagliato anche a individuare le mie paure: e che cani feroci cancelli aperti incidenti e assassini seriali non erano nulla in confronto a cuori che non recuperano il ritmo giusto, sale di rianimazione e una nicchia vuota ai piedi di un albergo chiuso.

Sentire il mio cuore che batte forte. Rovinare tutto con la mia ansia. Non sapere quando è il momento giusto per tacere. Lavorare male. Scendere a compromessi. Far finta di non vedere ciò che mi fa soffrire. Sprecare tempo leggendo libribrutti. Non trovare nessuno che abbia voglia di commentare con me Golden boy. Sprecare tempo e fatica e risorse e fantasia in maniera immotivata. Dare ogni mattina una moneta al posteggiatore. Continuare a provare a superare un livello di Candy crush saga senza riuscirci.

Impormi regole insensate. Non riuscire a superare i miei timori. Sentirmi dire tutto il tempo di chi devo prendermi cura, e come e perché.

Avere troppa paura per leggere Cecità di Saramago, pur sapendo che mi piacerebbe molto. Sapere che non potrò mai leggere qualcosa scritta da Natalia Ginzburg e che io non conosca già. Dover leggere libri che mi annoiano già dalla copertina, ma che non posso esimermi dal prendere in mano, sperando di cavarmela in breve. Avere la certezza che non potrò mai leggere tutto quello che desidero, che sogno o che semplicemente mi incuriosisce.

Sentirmi sola.

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Tutta colpa di Nigella Lawson

Nutro un’insana passione per i cuochi televisivi. Passo serate a scrutare la perizia con cui affettano millimetriche rondelle di cipollotto senza asportarsi le falangi, a vagliare l’appetibilità delle ricette che propongono – ché si sa, la cucina inglese o degli Stati Uniti non è identica alla nostra e le cappesante con uova di quaglia fritte non le assaggerei mai, anche se magari sono squisite –, a fare il conto del numero esatto di volte in cui Simone Rugliati urla Signora Maria! Mi piacciono la didascalica calma di Laura Ravaioli, la sicurezza a un passo dalla superbia di Maurizio Santin, la sbrigativa eccentricità di Jamie Oliver; soprattutto, mi piace molto Nigella Lawson. Illustra spesso ricette di dolci, semplici ma appetitosi, di solito a base di cioccolato: ricette che non copierei senza qualche modifica, perché lei è di Londra e può permetterselo ma, ad esempio, io non metterei mai cucchiaiate di essenza di vaniglia nelle mie torte. Sono molto pigra, e parlo un inglese degno delle peggiori caricature di italiani in vacanza: per questo ho accolto con gioia la decisione di una nota rete satellitare specializzata in cucina e che si chiama come un crostaceo comunista di doppiare i programmi condotti da Nigella, abbandonando i sottotitoli. E per questo ieri, dopo aver posizionato la pentola per la pasta sul fornello acceso, mi sono precipitata davanti alla tv, a tentare di scoprire come, in assenza di una planetaria, potessi riprodurre i suoi brownies al cioccolato. Mentre, ignara di tutto, appuntavo le dosi di farina e zucchero, in cucina si consumava la tragedia: rotolo di scottex e relativo portarotolo, bilancia non-molto-precisa e oggetti di contorno ardevano in silenzio. Allertata dall’odore  – non certo dal semi-labrador che continuava a dormire beatamente – ho spento il principio d’incendio con una provvidenziale bottiglia d’acqua, e fatto il conto dei danni: i miei nervi, il semi-labrador offeso di essere rimasto chiuso fuori dalla cucina e di aver perso lo spettacolo, poche decine di euro. Chiederò i danni all’agente della cuoca tv.
Per un po’ di tempo, penso sia saggio che io mi astenga dalla cucina, o almeno da sciocche attività come accendere il fornello ed andar via. Per oggi, quindi, un’insalata gustosa e invernale, tipicamente siciliana: arance e finocchi, a tocchetti o a sottili rondelle, accompagnate da una punta di cipollotto tritato. Ci andrebbe anche l’aringa, che a me non piace: al suo posto, una citronette con olio extravergine, poco limone e delle acciughe diliscate sarà perfetta.
Il fuoco è sempre stato il mio terrore assoluto: dal primo incontro con le fiamme che avvolgevano la lavatrice dei miei zii (‘zia, il fuoco!’ – avevo un paio d’anni) non ho mai accettato di buon grado di accostarmi a barbecue o camini accesi o a nient’altro di scoppiettante. E non leggo mai libri in cui ci siano scene d’incendi: motivo per cui dovrò perdermi Cecità di Saramago. Un incendio c’è, però, in Il buio oltre la siepe, libro che ho amato. E che non fa neanche molta paura.

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Attenzione: questo post contiene spoiler!

Come ho già detto una volta, non penso sia corretto parlare di un libro prima di averlo finito di leggere. D’altra parte, però, non penso neppure che sia onesto, da parte di chi scrive un romanzo, non avvertire i suoi lettori dei pericoli che corrono nell’approcciarlo; per questo motivo, sebbene mi manchi una sessantina abbondante di pagine per completare la lettura di Molto forte, incredibilmente vicino, ho deciso di arrogarmi il diritto di lagnarmi, scalciare, battere i piedi sul pavimento.

Una premessa, a questo punto, è doverosa: sono, per natura, estremamente portata alla paura. Mi sconvolgono molte cose che, ad altri, possono sembrare inoffensive: trailer di sciocchi telefilm per adolescenti, film dal contenuto grottesco, racconti di falò in spiaggia o di interventi chirurgici. Mi gettano nella prostrazione, nell’ordine, tutti i riferimenti a persone ferite da incendi, i resoconti di nefandezze o violenze, qualsiasi gesto aggressivo o prevaricante su cani, anziani, detenuti, persone non in condizione di potersi difendere. Per passare ad esempi pratici, potrei citare film pulp ed angoscianti come Le comiche, La maschera di ferro, Mamma, ho perso l’aereo, o il più recente La pelle che abito, che mi hanno strappato gridolini di ribrezzo e ore di sonno. Quanto ai libri, da un’edizione illustrata di Biancaneve e i sette nani in cui le perfide creaturine avevano espressioni diaboliche in poi i titoli che mi hanno spaventata ammontano a svariate decine.
Vista la situazione, ormai conscia dei miei limiti, non mi lancio mai a cuor leggero nella lettura di un romanzo; chiedo in giro, mi informo, pongo domande dettagliate (‘sei sicuro che non succeda niente, a quel cane? Non andrà mica a fuoco la cucina? Raccontami la fine, così so se lo posso comprare’). Mi fido anche del buon senso di recensori e editor, sperando che segnalino in bandella se c’è qualcosa di non adatto a bambini sotto i 36 mesi. Purtroppo, confidare in perfetti sconosciuti non è sempre una buona idea: sono troppi i libri che, spacciandosi per normali, sereni, rassicuranti romanzi, aspettano che io sia a metà, ormai immersa nella storia, gaudente e fiduciosa, per gettarmi addosso qualche dettaglio truculento, qualche descrizione raccapricciante, qualche sotto-trama inquietante: non è leale, ecco. Accetto e leggo, sebbene con molte riserve (tutte le luci accese, semi-labrador posteggiato sui piedi, torcia bottiglietta d’acqua barrette di cioccolato a portata di mano, ché per me la paura è una sorta di enorme onda di angoscia che diventa pervasiva e dominante e mi impedisce anche di alzarmi dal letto per recuperare cibarie), i libri che dimostrano dall’inizio le proprie nefande intenzioni: A sangue freddo, che ho amato in maniera viscerale, dichiara dall’inizio di non raccontare una storia d’amore; ho preso le mie contromisure, l’ho divorato, mi è piaciuto da morire. Quelli che odio, sono i libri che tendono agguati, che si spacciano per piacevoli compagni d’avventura: non ho degnato di uno sguardo per molti anni il mio amato Murakami quando, all’interno di L’uccello che girava le viti del mondo, ha inserito un’evitabilissima scena di torture. Così, sto detestando Jonathan Safran Foer: ma come diavolo gli viene in mente, in un libro sull’America post-undici settembre, di far saltare fuori una truculenta descrizione del bombardamento di Dresda? Eccheccavoloperò.

Questo post è dedicato a chi mi ha salvata da brutte esperienze libresche: da Cecità di Saramago (incendio) a Kafka sulla spiaggia di Murakami (violenza sui gatti) la lista dei libri che non leggerò si allunga.

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