L’amore (per i libri) non ha età.

Nei giorni scorsi, una sterile e offensiva polemica ha investito il mondo della scuola; fulcro della discussione, la proposta ai ragazzi – adolescenti di un Liceo Classico di Roma – di leggere e commentare in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, storia di una famiglia omogenitoriale. Senza entrare nel merito del discorso, su cui sono già state spese tutte le parole possibili e anche molte, molte di più, mi sono chiesta: che libri è giusto consigliare a giovani donne e uomini? È un luogo comune che i ragazzi leggano poco e male: e allora cosa dovrebbe fare un insegnante o un genitore? Indicare, esortare, elencare titoli e trame? Imporre, stuzzicare la curiosità, vietare? Limitarsi a dare il buon esempio, mostrandosi sempre con un romanzo che esce dalla tasca del paltò e disseminando la casa di volumetti di ogni genere? Ignorare il problema e regalare al proprio figlio recalcitrante un completo da rugby?

Da adolescente, ero sempre alla ricerca di bei libri da scoprire; mi annoiavo molto, guardavo poco la tv e leggevo compulsivamente. Chiedere consiglio a insegnanti o bibliotecari si è presto rivelata una pessima idea: la professoressa di italiano mi sconsigliò vivamente La casa degli spiriti, con l’ovvio risultato di farmi leggere l’intera produzione di Isabel Allende; la responsabile della biblioteca scolastica ci tenne molto a prestarmi quello che definì un romanzo piacevole e divertente: era un testo di Colette, che mi lasciò quantomeno perplessa. I miei genitori, invece, erano prodighi di suggerimenti: mio padre mi spinse a prendere, dagli scaffali di una piccola libreria, un tascabile dalla copertina rossa a ideogrammi verdi: era Tokyo blues di Haruki Murakami, all’epoca sconosciuto in Italia. Di mia madre, invece, fu l’intuizione di comprare Tsugumi di Banana Yoshimoto: entrambi nutrirono per anni la mia mania per i libri orientali, facendomi passare da Kawabata a Su Tong a Acheng a Tanizaki, con alterni risultati. Il fatto di avere molti libri in casa ha contribuito a rendermi una lettrice forte e curiosa, onnivora; andare alla Feltrinelli e poter prendere tutto quello che volevo era un premio ambitissimo.

Oggi, sui social network, moltissime persone chiedono consigli librari per i propri figli bambini e adolescenti: si lagnano della loro scarsa propensione alla lettura e della loro predilezione per Geronimo Stilton o Harry Potter; pletore di brava gente suggeriscono, allora, la lettura dei classici: come se un quindicenne tutto computer e smartphone potesse apprezzare Pattini d’argento o Rosso Malpelo. Non è impossibile, certo, ma è molto improbabile: un adolescente, in media, ha voglia di un 50% di trasgressione, un 30% di ritmo avvincente, un 20% di linguaggio adatto alla sua età, il tutto spolverato da una storia vicina al suo sentire. Piuttosto che far annoiare mortalmente un ragazzo ammannendogli qualcosa di vetusto, stantio, sideralmente lontano da lui, stupiamolo, colpiamolo, spaventiamolo, al limite: ci sarà sempre tempo per discutere con lui, spiegare, comprendere. Non che i classici siano da buttare, chiaramente: ma è più probabile che un ragazzo abituato a leggere, con un palato già affinato da libri diversi, possa apprezzare Machiavelli: ma, per cominciare, forse Ammaniti è meglio.

Tra i libri del cuore della mia adolescenza ci sono, oltre a quelli di Isabel Allende e Murakami, i romanzi di Starnone, di  di Isabella Santacroce: autori che oggi non leggo più, ma che hanno nutrito e divertito i miei quindici-sedici anni.

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Leggete? E perché?

Per quale motivo leggete? Per riempire il vuoto, per sfuggire alla noia, per arricchirvi, per crescere, per dilettarvi, per farcire il curriculum di nomi interessanti? Per far colpo su una ragazza, o sul capoufficio, o su voi stessi? Per evadere dalla realtà, per capire la realtà, per cambiare la realtà? Leggere, per voi, è un passatempo come giocare a ruzzle o completare il cruciverba di pagina 41 della Settimana Enigmistica o comporre presine all’uncinetto o colorare un quadretto sì e uno no del quaderno di matematica, o è un modo per ri-creare e fruire uno sprazzo d’arte, come ammirare una collezione di stampe o suonare Bach al violino o costruire un piccolo mondo di casette e palloncini in una scatola di cartone? Leggete per sfuggire al silenzio, o per far tacere il rumore? Per nutrire il vostro ego, o solo perché non avete voglia e tempo e attitudine e coraggio per fare altro?

Dove leggete? Nel chiuso della vostra stanza, libro sulla scrivania – poco aperto, per carità, perché non si sciupi la costina – e tazza di tè a fianco, o alla fermata dell’autobus, un occhio al led col numero del torpedone in avvicinamento e l’altro al test di gravidanza di Anna Karenina? Leggete furtivamente, lontani dagli occhi degli altri, con l’aria cospiratoria di chi sfoglia un manuale per la fabbricazione casalinga di un ordigno, o spavaldamente, sbattendo in faccia agli astanti rannicchiati sulle sedie di plastica blu della sala d’attesa del ginecologo la madonna piangente di Luminal? Leggete per conformismo – mi dia le cinquanta sfumature del colore che preferisce, per carità, lo hanno letto tutti, per saperne parlare – o per provocazione – cercavo le centoventi giornate di Sodoma, sa, quello del film di Pasolini -? Leggete per un motivo, o perché non avete voglia di chiedervi il motivo? Leggete per cercare una risposta, o perché sperate che, da qualche parte, ci sia scritta qual è, per voi, la domanda giusta?

A che ritmo leggete? Tutto d’un fiato, come tuffandovi di piedi da uno scoglio alto, tappando il naso con due dita e sperando di non piantare un tallone sul fondo, o lentamente, centellinando le pagine e succhiandole e assaporandole, facendo sciogliere in bocca ogni parola e rigirandola tra lingua e palato e denti fino a conoscerne ogni molecola? Leggete di corsa, contando le pagine e raffrontando lo spessore della parte di testo già ingollata con quella che ancora rimane, facendo statistiche mentali sulla velocità e il ritmo da mantenere per far fuori Le correzioni in cinque giorni netti (che poi sono 120 pagine al giorno, che a una velocità media di una pagina ogni 90 secondi equivalgono a 180 minuti di lettura al dì, media assolutamente rispettabile ma perfettamente gestibile) e godendo dei risultati, arrivando ad applaudirvi senza ritegno al raggiungimento del nuovo record, o pacatamente, con cautela, come se un’impennata della velocità di crociera potesse far saltare via quel senso che vi sfugge dalla prima pagina, o quel dettaglio arguto che l’autore ha nascosto con cura tra i paragrafi?

Cosa cercate in un libro? Conforto, vicinanza, tepore, un abbraccio morbido avvolgente sonnacchioso, o brividi, vertigine, frustate di adrenalina? Cercate qualcuno che ne sappia più di voi sui francobolli emessi nel ventennio 1940-1960 nelle isole Samoa, o qualcuno che sappia come vi sentite quando tornate dal lavoro e siete frustrati e i piedi vi fanno male e il turno alla cassa non finiva più e la signora Mandalà si è lamentata perché non aveva capito che i prodotti scontati sono solo quelli sul volantino? Cercate lo stupore o la prevedibilità? Volete sapere se anche stavolta l’assassino è il maggiordomo, o sperate che finalmente qualcuno lo faccia fuori, ‘sto benedetto maggiordomo?

Cercate qualcuno, tra le pagine di un libro? E quel qualcuno non siete forse voi stessi?

 

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L’importante è iniziare (bene)

Una delle cose che mi piace di più della lettura è quel pizzicore, quasi un piacevole solletico, che prende quando si sta per iniziare un nuovo libro. Quel senso di attesa sorridente e non-pesante, quel friccicore diffuso che ti avvolge quando, dopo attenta valutazione dell’abbinamento libro da giorno/libro da notte, esauriti i calcoli su momenti della giornata e angoli della casa propizi all’ingollamento di quel romanzo, stabilita con puntiglio la tabella di marcia giusta – che ci sono libri che devono essere sorbiti lentamente ed altri che possono essere apprezzati solo a lunghi sorsi – finalmente decidi che ok, perfetto, si comincia. C’è un mix di perplessità e fiducia, di sicurezza e timore, di ottimismo e scetticismo nel decidere di dedicare tempo ed energie mentali e sogni a un nuovo romanzo: un’espressione simile a quella di un professore delle medie che chiama un alunno medio-bravo alla cattedra, e si aspetta e si augura che risponda bene ma sa che potrebbe anche uscirsene con un ‘Manzoni? Boh, e chi era?’, così, senza battere ciglio.
Pochi elementi di un romanzo contano, per me, quanto l’inizio: mi annoio facilmente, ho bisogno di qualcosa che attiri presto la mia attenzione, che mi sbatta sotto il naso che vale la pena di leggerlo, quel libro, accidenti. Ci sono incipit che ricordo ancora a memoria, per quanto mi hanno compito: il primo è sicuramente il famosissimo Barrabás arrivò in famiglia per via mare, che di quella storia è l’inizio e la fine, e molto di più. Un altro esordio che amo è quel A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere. Io sono Demon e la luna è mia madre, che ti lascia capire tutto senza svelare niente, o quasi. Ci sono incipit famosi universalmente, quello di Lolita o di Anna Karenina o di Cent’anni di solitudine, ad esempio; ce ne sono altri che sono meno noti, ma non troppo: Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!. Ce ne sono alcuni che non smetterò mai di ammirare, come un gioco di prestigio ben riuscito, un coniglio che salta via dal cilindro con un hop preciso:
«Allora, cara» dice Brandy. «Cosa è successo al tuo viso?»
Gli uccelli.
Scrivo:
uccelli. Gli uccelli hanno mangiato il mio viso.
Ci sono autori che hanno giocato molto sugli incipit ad effetto: Palahniuk, ad esempio; altri, che non lo hanno fatto: il primo che mi viene in mente è De Carlo. Ci sono scrittori che lo hanno fatto con naturalezza, ed altri che hanno lasciato trasparire artificiosità, voglia di stupire, insicurezza. Infine, ci sono quelli come questo: Gli ho detto: – Dimmi la verità,  – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e mha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.  
Il primo post dell’anno non poteva non parlare di inizi; oggi, però, è il centenario della nascita di Giorgio Caproni: vi lascio un pezzetto di lui, da assaporare con calma:
Di conseguenza, o proverbio dell’egoista
Morto io,
Morto Dio.

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Vietato ai maggiori di 18 anni

”Io sono Demon e la luna è mia madre”. L’ho letta migliaia di volte, questa frase, insieme alle molte altre provocatorie e sconnesse e slegate e non-in-sequenza che compongono Luminal, ennesimo esempio di libro scelto coprendomi gli occhi con la mano e pescando a caso da un mucchio o quasi, e che mi è piaciuto smisuratamente per molti anni. L’ho scorto su uno scaffale di un negozio che ora non esiste più, sostituito da una libreria di catena di quelle giganti e confuse e piene di oggettistica inutile, bicchieri di vetro che dovrebbero sembrare usa-e-getta, ombrelli dalla fantasia optical anni Settanta, spazzole guinzagli segnalibri moltiplicatori di porte usb a forma di panda e ranocchia e basset-hound, uno di quei posti dove non trovo mai nulla che mi ispiri; era incuneato nella sezione economici Feltrinelli, Luminal, la sua copertina blu scura con la madonna in lacrime risaltava spiazzante tra quelle altrettanto non-rassicuranti di Pennac e Benni, e l’ho tirato fuori e sfogliato e portato alla cassa in un unico fluido gesto, slancio di coscienza e volontà d’acquisto e bisogno di leggerlo finirlo digerirlo ricominciarlo che si susseguono automatici e fuori giri. Mi è subito piaciuto, per il suo strano modo di raccontare le cose, renderle poco intellegibili, da decrittare accuratamente, per il ritmo rapido e come rallentato, quasi a singhiozzo, per lo stile che ora trovo affettato e leccato e ridondante e auto-compiaciuto ma che all’epoca mi sembrava solo nuovo e particolare, acerbo e poco intuitivo, geniale. Col tempo, ho provato a consigliarlo ad altre persone, all’inizio descrivendolo con toni entusiastici, in seguito limitandomi a proporlo a mezza voce in una lista di sei-sette titoli. Ho scoperto che non a tutti è piaciuto, e che l’indice di gradimento varia in maniera inversamente proporzionale all’età del lettore; è un romanzo da sedici-diciassettenni, probabilmente, per il suo tono enfatico che a un post-adolescente suona fastidioso, per la sua tematica tutta sesso droga & prostituzione che a un adulto sembra troppo o troppo poco trasgressiva a seconda del proprio vissuto, per la sua autrice troppo sicura di sé e finto dark per risultare convincente agli occhi di chi ha letto Oriana Fallaci. A me continua a piacere, ma forse soltanto perché ho avuto la fortuna di leggerlo per la prima volta proprio a sedici anni, per poi recuperare, in uno dei miei attacchi di compulsione libraria, tutti gli altri romanzi che Isabella Santacroce ha scritto, e che non mi hanno convinta a dovere (superficiale Fluo, incolore Destroy, melenso Lovers e via dicendo). Una fortuna da poco, una briciola dolce gustosa come un boccone di torta Margherita (4 tuorli + 150 g di zucchero + albumi a neve + 120 g di fecola + 150 g di farina + 70 g di burro fuso + mezz‘ora in forno ben caldo). Un insulso banale frammento di fortuna, uno di quelli di cui essere grati in giorni in cui il caso sembra avere preso di mira qualcuno.

Questo post è dedicato a una persona a cui la fortuna ha girato le spalle di colpo, nella speranza che un abbraccio virtuale allevi (anche un minimo) la pena.

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