De Carlo, perché mi fai questo?

Lo so, non è corretto lamentarsi di un libro prima di averlo finito; ma è un periodo sgrunt, e ho voglia di lagnarmi, e poi sto leggendo Leielui da qualche giorno, e lo trovo estremamente fastidioso. Ecco, il termine più adatto è irritante: un romanzo capace di farmi fumare le orecchie alla vista della costina, distogliere lo sguardo, espirare forte dalle narici quando lo appoggio tra il mio letto e la brandina del semi-labrador, contenendomi dallo scagliarlo al muro solo per non svegliare l’amena bestiola. L’ho comprato – il romanzo, non il cane – perché era in sconto al supermercato, e anche perché, dopo l’indisponente Durante, provavo un acuto e gratuito senso di colpa verso De Carlo, un disagio non localizzato, come un intenso pizzicore; volevo dargli una nuova possibilità, darla anche a me, forzando il disagio verso le moleste copertine disegnate dall’autore-artista-musicista troppo pieno di sé per appaltarle a un grafico, verso le auto-celebrative foto di tre quarti che appesantiscono le bandelle, verso le frasi entusiastiche estrapolate da qualche recensione e fatte aggiungere dall’addetto marketing per potenziare il piano-vendita. Gliela dovevo, una nuova occasione, io che ho letto con avidità tutti i suoi (troppi) libri, e molti li ho trovati anche piuttosto belli, intriganti, con uno stile iper-curato ma non leccato. Un po’ ripetitivi, da Di noi tre in poi, ma piacevoli, equilibrati, pieni di colori e sapori e umori, sensazioni contrastanti, descrizioni ultra-particolareggiate di situazioni e ambienti e persone, strade milanesi bianco-bigie, città degli Stati Uniti gelide e poco comunicative, poco accoglienti.
Ho approcciato il romanzo con un misto di sensazioni, cinquanta per cento fiduciosa curiosità, trenta per cento scetticismo, venti per cento irritazione preventiva; arrivata circa a metà, ho deciso di finirlo per gli stessi motivi per cui ho divorato Venuto al mondo della Mazzantini, uno dei romanzi francamente più ruffiani e fastidiosi del decennio: voglio capire dove diavolo andrà a parare. L’evoluzione della storia, tanto, è evidente dal primo capitolo: un personaggio femminile dotato di preclare virtù (bella allegra indipendente motivata curiosa, ricalcando la tipica kalokagatìa decarlesca), inspiegabilmente accoppiata con un uomo noioso, quadrato, prevedibile, che la tarpa e svaluta, e che va a sbattere (meno metaforicamente di quanto sarebbe stato giusto) contro il solito protagonista dei libri di De Carlo: un incrocio affascinante (nelle intenzione dell’autore) tra la simpatica canaglia alla Clark Gable e un bulletto di periferia, che dovrebbe adombrare una sorta di alter ego di De Carlo stesso. In due parole, Clare non è altri che Manuela Duini di Arcodamore, nonché Martina di Due di due, mentre Daniel è un mix tra Uto, Raimondo Vaiastri di I veri nomi, Durante, Guido Laremi di Due di due; il rapporto con i figli è preso di peso da Pura vita, la suocera è la copia della madre di Damiano Diamantini e cosiì via. La trama, prevedibile all’inverosimile, ricalca una media aritmetica tra Arcodamore, Giro di vento e Durante. Lo stile non è quello secco e ancora ruvido di Treno di panna, né ha i virtuosismi di Uto o la levità di I veri nomi, ma è involuto, ricercato, barocco, al limite col cattivo gusto. Un cocktail di frasi già lette, espressioni che ritornano (‘il gioco di attriti’ mi sta rendendo idrofoba), immagini schizzate centinaia di volte, oltre ai consueti interrogativi da libro di De Carlo (Perché ragazze carine e intelligenti dividono le giornate con amebe ricche e presuntuose? Perché gli scrittori hanno repulsione per il proprio pubblico? Perché, se tutti i personaggi detestano Milano, si ostinano a vivere lì?).
Prometto, è l’ultimo romanzo di De Carlo che leggo. Spero.

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Qual è la playlist della vostra vita?

Il semi-labrador ed io apparteniamo a pieno titolo alla categoria degli amanti della radio. Ascoltiamo i programmi e ridacchiamo alle battute dei presentatori e ciondoliamo la testa alle canzoni che non conosciamo, ci stupiamo di quanti personaggi che in televisione appaiono ottusi e insulsi e grondanti retorica in radio risultino piacevoli, simpatici, quasi-intelligenti. In questi giorni la nostra rete preferita dà molto spazio a una trasmissione il cui elemento centrale è mandare in onda una playlist (cinque canzoni, trenta minuti al massimo) composta da un ascoltatore, scelta tra decine di altre per la sua originalità e premiata con una maglietta e tre-quattro minuti di celebrità da autoradio. Mentre prestavo orecchio con aria scettico-invidiosa da pessima conoscitrice di musica (e chi sarebbero questi pink floyd, di grazia?!), mi chiedevo quale potesse essere la playlist della mia vita; una playlist di libri, intendo, cinque romanzi a comporre e delineare e descrivere la mia figura, quella che vorrei gli altri vedessero, quella che forse vedo solo io. Cinque libri, cinque motivazioni, cinque fasi, cinque sfaccettature. Cinque.
Il primo titolo non può che essere La casa degli spiriti, il mio primo libro da grande. Facevo la seconda media, avevo undici anni e una professoressa di lettere che, tentando di impedirmi di leggerlo, me lo fece amare ancor di più. Credo sia il libro che ho riletto più spesso. Il secondo nome, è ovvio, è quel Lessico famigliare di cui non smetto mai di parlare, il libro-tutto, l’idea platonica di libro, il libro per antonomasia. A seguire, Treno di panna di Andrea De Carlo, quello che, nel bene o nel male, credo sia il libro che ha influenzato di più il mio modo di scrivere, di parlare, di studiare un testo nuovo. In chiusura, due titoli che mi hanno piacevolmente colpita, stordita, sconvolta: Trilogia della città di K. e Il vangelo secondo Gesù Cristo, perché mi ricordano che niente è semplice e lineare e palese e privo di conseguenze. Niente è sicuro e ovvio e facile. Niente.

Alla radio, uno dei programmi in cui si inciampa più spesso è l’Ondaverde. Agostino Roi, il protagonista di Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi, considera l’Ondaverde la sua personale ricetta per la serenità, la pace, una visione equilibrata del mondo. Stupito dalla scoperta che sua moglie, che lui uccide ogni giorno, la mattina dopo è di nuovo viva e in buona salute, tenta di sfruttare tutti i privilegi della situazione. Un romanzo cinico e ironico, gustoso e ben raccontato, surreale ma calato in uno stile iper-realtista ed estremamente attento ai dettagli che ricorda il De Carlo di Pura Vita e I veri nomi. Davvero da leggere.

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