Per favore, non toglieteci la scuola.

Tra le mille possibilità aperte dall’avvento dei social network – comunicare con amici lontani senza spendere milioni in messaggini, conoscere persone simpatiche con-l’articolo-prima-del-nome, ascoltare canzoni consigliate da un vecchio compagno di catechismo per scoprire che quel gruppo lì è proprio figo – c’è anche quella di orecchiare (spiare biecamente, a volte) conversazioni più o meno interessanti; tra una discussione sul giusto punto di cottura dei paccheri (che devono restare un po’ callosi, altrimenti è meglio cucinare i rigatoni e stop) e una sulla quantità esatta di pioggia caduta sulla provincia di Monza-Brianza negli ultimi mesi, mi sono imbattuta in una interminabile diatriba sulla giustezza educativa dell’educazione parentale: quella pratica, tipica degli Stati Uniti, di non mandare i bambini a scuola per farli istruire, in casa, da uno dei genitori.
Non sono un’insegnante, né ho dei figli per i quali pormi il problema, ma l’idea mi sembra francamente raccapricciante: perché la scuola non è solo l’apprendimento di qualche nozione – che comunque non è da trascurare, eh – ma, ovviamente, è anche uno dei primi posti in cui una persona inizia a vivere da animale sociale. Io, che non ho fratelli né sorelle e sono stata una bambina solitaria e abituata alla compagnia di adulti, senza la scuola non avrei probabilmente mai scambiato una parola con un menochetrentenne fino alla maggiore età. Non avrei affrontato l’autorità di un estraneo alla famiglia, se non mi fossi trovata davanti degli insegnanti; e anche se della maggior parte di loro non ho un buon ricordo, sicuramente ognuno, anche quelli che ho dimenticato o di cui rammento solo qualche tic, mi ha lasciato qualcosa: uno sciocco modo di dire, magari, o una frase goffa, o il gesto buffo di lanciare la borsa contro la finestra in un momento di rabbia. Se fossi stata istruita in casa, con programmi plasmati sulle mie esigenze e sulle mie personali inclinazioni, non mi sarei imbattuta, immagino, nella frustrazione di non capire: ma, insieme alla sorda rabbia di non riuscire a comprendere cosa fosse un integrale, c’era anche la sottile soddisfazione di essere riuscita a risolvere degli esercizi e di aver fatto una figura dignitosa durante l’interrogazione: perché far perdere a un ragazzo tutto questo? Perché fargli perdere ricreazioni e ore di educazione fisica, laboratori pomeridiani e viaggi d’istruzione, puntate strategiche in bagno per evitare un’improvvida chiamata alla lavagna e corse per i corridoi per rimediare a un’entrata in ritardo? È a scuola che la maggior parte di noi ha conosciuto amici e compagni di vita, ha amato e pianto e scherzato, si è fatto male e si è sentito fiero di sé. Non illudiamoci: a otto, dodici, quindici anni è difficile coltivare amicizie che prescindano da una frequentazione – forzata, certo, ma necessaria – di molte ore al giorno. E un genitore, per quanto possa sforzarsi di essere preparato e severo, non sarà mai competente in tutte le materie né neutro nei giudizi, e non affronterà suo figlio dicendo non ho mai messo un voto più alto di otto stimolandolo a tradurre la versione perfetta. Un genitore è un genitore, un insegnante è un insegnante: e i ruoli, a volte, servono.
Senza la scuola non avrei letto, forse, molti dei libri che amo: La casa degli spiriti, che ho divorato dopo che la professoressa di lettere delle medie mi ha comunicato che non le sembrava adatto, e che lo mettessi da parte, per carità. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che la tiranna di greco considerava inutilmente volgare e triviale. Lessico famigliare, di cui ho pescato uno stralcio su un’antologia. Memorie di una ragazza perbene, captato da un libro di lettura delle elementari e che, all’inizio, dedica qualche pagina proprio all’educazione parentale: i casi della vita, a volte.

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