Tristezza, ovvero di una nazione che sconosce la poesia.

Giorgio CaproniQuando ho visto le tracce della prima prova degli esami di Stato di quest’anno, sono stata felice: per l’analisi del testo era stata scelta Versicoli quasi ecologici di Giorgio Caproni, una poesia che amo, tratta da una raccolta, Res amissa, che considero una delle più belle e fresche e significative del Novecento. Immediata, è sopraggiunta la delusione: su giornali e social network, il grido era unanime: chi mai sarà stato questo Caproni? Sono rimasta basita: ma davvero, in Italia, non lo conosceva nessuno?

Ho studiato Caproni all’Università: abbiamo fatto un corso monografico su di lui, abbiamo letto moltissimi versi, li abbiamo commentati e parcelizzati e destrutturati e poi riletti. È stato uno dei momenti più alti del mio (noioso, deludente) percorso universitario, uno di quelli che ricordo con un sorriso. Non sono un’amante della poesia, ma di Caproni mi sono appassionata: ho cercato in rete tutto il possibile su di lui, ho ascoltato la sua voce in video su Youtube, ho ricevuto dalla mia bela una raccolta completa dei suoi versi, ho imparato che è lui a doppiare uno dei protagonisti di Salò, film che non vedrò mai per puro terrore ma che so essere un capolavoro. Ho scoperto di amare e condividere il suo pensiero, ho consigliato alle persone a cui voglio bene di leggerlo, spesso, tanto. Ci sono rimasta molto male, scoprendo che quasi nessuno – anche gli amanti della lettura, anche coloro che blaterano di libri sui gruppi Facebook dedicati – lo aveva sentito nominare; ma va bene, pace, ognuno si fa del male come desidera. Sono rimasta profondamente delusa, però, da chi (molti, moltissimi!) ha gridato allo scandalo: poveri diciottenni, tuonavano illustri commentatori da web, come potevano mai comentarsi sull’analisi del testo di un autore che non hanno studiato? Ma allora, mi sono chiesta, davvero nessuno ha capito qual è il senso di un’analisi del testo? Nessuno ha chiesto ai maturandi di scrivere un trattato su Caproni: dovevano soltanto dimostrare di essere in grado di leggere e comprendere dei versi; dei versi, peraltro, limpidi, cristallini (chiari, usuali, per usare le parole di Caproni stesso): dei versi in cui si citava il lamantino, sì, che neanche io conoscevo. Ma il vocabolario, che tutti coloro che vanno a fare la prima prova brandiscono con orgoglio, non serve a questo? Davvero è chiedere troppo, pensare che un diciottenne – una persona che ha l’età per guidare, votare, sposarsi, essere genitore – possa essere in grado di comprendere un testo senza che qualcuno glielo abbia spiegato? E come farà, nella vita, quel diciottenne, a leggere un giornale, a documentarsi su qualcosa, a scoprire come partecipare a un concorso, se non riesce a capire il senso di una poesia e a rispondere a poche domande in calce? Questo, per me, è il quesito fondamentale: davvero vogliamo crescere degli analfabeti funzionali, persone che sanno parlare e scrivere e capire solo quello che è stato loro imbeccato? Che tristezza, che sgomento.

Quanto al resto, Il seme del piangere, Res amissa e Versicoli del controcaproni sono tra le raccolte di poesie che ho più amato, che mi hanno fatto commuovere e riflettere. È un peccato non conoscerle. Ah, nel mio libro di letteratura italiana del liceo di Caproni si parlava, ecco.

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Mi piace.

Il profumo dei gelsomini dolcesuadente estenuato nelle sere calde di maggio, l’odore grigiometallico di pioggia dei primi giorni freddi di ottobre, il sentore terroso di camino che colpisce, pungente, in certi crepuscoli di dicembre.

La consistenza di velluto rigido delle foglie del basilico, la promessa di estate di ognuna di loro; il ricordo dolcestancante dei pomeriggi di agosto a preparare le bottiglie di salsa di pomodoro in giardino, le mani delle nonne che impugnavano con destrezza la tappatrice, la promessa di rnfrescarsi, più tardi, con il tubo da irrigazione dell’orto.

Il sorriso di gioia pura di canenando: quello sguardo di fiducia assoluta che segue il momento in cui gli angoli della sua bocca vanno indietro, scoprendo la lingua rosa guizzante; l’istante in cui, chiamato, accorre: e quel lampo negli occhi di felicità profonda, infantile, di cuore, che precede il momento in cui mi franerà fremendo tra le braccia.

La compiuta bellezza di inserire un pezzo del puzzle al proprio posto: il gesto che si colloca nello spazio con precisione, i confini che combaciano come se non aspettassero altro, la figura bramata che prende forma un tassello dopo l’altro.

Il sapore definito e pungente del pollo allo zenzero e miele: la sensazione che ogni boccone possa essere più gustoso e compatto e succoso e agrodolce del precedente, come in un piccolo spettacolo di fuochi d’artificio in cui ogni colpo sia più scenografico di quello venuto prima.

La tagliente perfezione di ogni verso uscito dalla penna di Caproni: il mondo di idee riflessioni cambi d’opinione che si scorge dietro ogni singola sillaba, la cura assoluta e quasi paterna con cui ogni parola è stata scelta, affilata, limata pulita lucidata per mostrarla al mondo nel suo compiuto universo di senso.

La felicità piccola, giovane, di pancia di un tappeto morbido e colorato sotto i piedi: un tappeto da bambini, decorato da bottoni grandi come trentatrè giri, che fa sorridere per il solo fatto di essere lì.

Svegliarmi abbastanza presto, il sabato mattina, per potermi alzare e controllare le email e i messaggi e aprire le finestre del soggiorno e tornare a letto, nella penombra pigra delle nove, per leggere ancora mezz’ora e poi ancora un quarto d’ora e poi dai ancora un po’, finisco solo il capitolo, e pensare a quanto sarebbe bello poter passare un’intera giornata così e poi pensare ancora che invece no, la mia giornata sarà molto più bella e stimolante di così.

Sorridere agli sconosciuti per strada, soprattutto alle persone anziane: per avere in cambio un sorriso tuttorughe che mi strizza un poco il cuore.

Chiedere come stai e sentirmi rispondere bene, senza sottintesi né ombre né venature di rammarico.

Abbracciare forte qualcuno a cui voglio bene.

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L’importante è iniziare (bene)

Una delle cose che mi piace di più della lettura è quel pizzicore, quasi un piacevole solletico, che prende quando si sta per iniziare un nuovo libro. Quel senso di attesa sorridente e non-pesante, quel friccicore diffuso che ti avvolge quando, dopo attenta valutazione dell’abbinamento libro da giorno/libro da notte, esauriti i calcoli su momenti della giornata e angoli della casa propizi all’ingollamento di quel romanzo, stabilita con puntiglio la tabella di marcia giusta – che ci sono libri che devono essere sorbiti lentamente ed altri che possono essere apprezzati solo a lunghi sorsi – finalmente decidi che ok, perfetto, si comincia. C’è un mix di perplessità e fiducia, di sicurezza e timore, di ottimismo e scetticismo nel decidere di dedicare tempo ed energie mentali e sogni a un nuovo romanzo: un’espressione simile a quella di un professore delle medie che chiama un alunno medio-bravo alla cattedra, e si aspetta e si augura che risponda bene ma sa che potrebbe anche uscirsene con un ‘Manzoni? Boh, e chi era?’, così, senza battere ciglio.
Pochi elementi di un romanzo contano, per me, quanto l’inizio: mi annoio facilmente, ho bisogno di qualcosa che attiri presto la mia attenzione, che mi sbatta sotto il naso che vale la pena di leggerlo, quel libro, accidenti. Ci sono incipit che ricordo ancora a memoria, per quanto mi hanno compito: il primo è sicuramente il famosissimo Barrabás arrivò in famiglia per via mare, che di quella storia è l’inizio e la fine, e molto di più. Un altro esordio che amo è quel A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere. Io sono Demon e la luna è mia madre, che ti lascia capire tutto senza svelare niente, o quasi. Ci sono incipit famosi universalmente, quello di Lolita o di Anna Karenina o di Cent’anni di solitudine, ad esempio; ce ne sono altri che sono meno noti, ma non troppo: Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!. Ce ne sono alcuni che non smetterò mai di ammirare, come un gioco di prestigio ben riuscito, un coniglio che salta via dal cilindro con un hop preciso:
«Allora, cara» dice Brandy. «Cosa è successo al tuo viso?»
Gli uccelli.
Scrivo:
uccelli. Gli uccelli hanno mangiato il mio viso.
Ci sono autori che hanno giocato molto sugli incipit ad effetto: Palahniuk, ad esempio; altri, che non lo hanno fatto: il primo che mi viene in mente è De Carlo. Ci sono scrittori che lo hanno fatto con naturalezza, ed altri che hanno lasciato trasparire artificiosità, voglia di stupire, insicurezza. Infine, ci sono quelli come questo: Gli ho detto: – Dimmi la verità,  – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e mha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.  
Il primo post dell’anno non poteva non parlare di inizi; oggi, però, è il centenario della nascita di Giorgio Caproni: vi lascio un pezzetto di lui, da assaporare con calma:
Di conseguenza, o proverbio dell’egoista
Morto io,
Morto Dio.

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Lo leggereste, voi, un post fatto solo di domande?

Di domande vere, intendo, non di come va, che hai mangiato a pranzo, hai visto l’ultima puntata di dr. House?, ma di domande belle, interessanti, stuzzicanti, di quelle che ti fanno pensare, sorridere, anche un po’ arrabbiare. A me piacciono molto, le domande. Un settimanale che leggo con gusto inizia sempre con una pagina di interrogativi, a volte provocatori, a volte pungenti, mai banali. È la parte che preferisco; potrei dire che lo compro per questo.

Quali sono i vostri valori? Aspettate che sia qualcun altro a combattere le vostre battaglie? Cosa non indossereste mai? A cosa pensate, mentre passeggiate col cane alle sei del mattino? È giusto cercare con accanimento l’ispirazione, o sarebbe meglio darle il tempo di arrivare da sola? Credete in dio? Vi rendete tristemente conto di essere nati al momento sbagliato? Cosa vi fa ridere? Perché “ho fatto del mio meglio” non significa mai “ho fatto abbastanza”? Pensate di avere ragione? Cosa riesce a farvi sorridere vostro malgrado? Riuscite a vincere la tentazione di gridare “non si fa così” a qualcuno che sta commettendo un errore? Sapete riconoscere i vostri errori? Perdonarli? Farli perdonare?

E ancora, qual è il vostro libro preferito? Quale vi fa sognare? Quale tenete sul comodino per le notti di stress? Riuscite ancora a piangere? E a urlare di gioia? E ad essere sinceri? Perché c’è gente che mette “mi piace” a tutto? Amano tutto, sono incapaci di scegliere, non vogliono scontentare nessuno? O lo mettono solo come un “ok, ci sono, ho letto il tuo post”? Perché molti cercano le risposte senza conoscere le domande? Non vi esaspera vedere, su fb, che sotto ogni foto con coppia di fidanzatini testa-contro-testa ci sono sette-otto commenti che recitano solo “che cariniiiiii”? C’è qualcosa che vi fa ancora indignare? Pensate che ogni popolo meriti davvero il governo che si ritrova? Vi sentite degli incompresi? Cosa mangiate a pranzo, la domenica? Fare qualcosa con le vostre mani vi sembra una fatica inutile o una soddisfazione? Cosa vi fa vergognare?

MI piacciono le domande, più delle risposte. Hanno un che di umile e provvisorio, sanno di dubbi e insicurezze, di paura e cuore che batte e guance rosse, mani in tasca, piedi che dondolano. Le risposte, con la loro tracotante certezza, con la loro allarmante mancanza di cautela, mi comunicano penuria di ossigeno e la fastidiosa sensazione di non poter scegliere, di avere una strada già tracciata; sono come certi professori che alle medie ti comunicavano di sapere già cosa avresti fatto da grande. Pensavano tutti che avrei fatto il medico. Avrebbero potuto provare a chiedermelo, cosa volevo fare. E voi, cosa volete fare, di oggi e della vostra vita, del futuro e del presente e di quel po’ di passato di cui sentite ancora in bocca il sapore?

Questo post nasce dal mio amore per un poeta che delle domande, dei dubbi, della lancinante mancanza di sicurezze è stato maestro: Giorgio Caproni. È sua, la parola poetica lucida e pulita, chiara e tagliente e carezzevole che mi commuove e mi emoziona, sono suoi i versi che hanno toccato una platea di persone che, a un funerale di un anno fa, hanno sentito leggere Congedo di un viaggiatore cerimonioso. Caproni ha scritto tanto, ha scritto poemi e versi liberi, stanze e distici. Ha parlato di amore e morte, di dio e di futuro, di Livorno e Genova e Parigi; gustatelo, assaporatelo, piluccatelo, non vi deluderà.

“Quesito

Devo partire, andar via. Ma quando sarò partito

Davvero, a me

Che invece me ne resto qua, chi più

Chi più farà compagnia?”

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