Fare la spesa al mercato è bello

Se poi il mercato in questione è Ballarò, è ancora più bello. Al netto della retorica, che sull’argomento è facile e abbondante, posso affermare con sicurezza che riempire buste e sporte passeggiando tra i banchi di piazza del Carmine non è uguale al lasciare cadere scatolette in offerta dagli espositori di un supermarket, sotto la luce da mattatoio dei neon e con il suono inquietante delle voci registrate che consigliano di comprare almeno tre prodotti tra quelli in offerta sul volantino, pena il pubblico dileggio o qualcosa di simile.
Martedì pomeriggio, in vista di una cena con colleghi e amici, ci siamo dirette in tre, belle, accaldate e grondanti sudore, a spulciare con attenzione banchi e cassette del mercato alla ricerca di peperoni, funghi – non pervenuti e sostituiti da ottime zucchine -, gamberi e pollo: ingredienti eterogenei che avrebbero dovuto comporre la portata principale da offrire agli ignari ospiti. In una giornata particolarmente afosa, Ballarò era pullulante di persone intente a palpare le prime pesche, a squadrare con occhio critico le casse di pomodoro per salsa (quest’anno non mi fido, signora mia, non aspetto settembre: le bottiglie le faccio subito e mi tolgo il pensiero), a spiare il colore delle branchie di cefali e scorfani, a tentate di dimostrarsi provetti conoscitori di interiora e frutti di mare a uso e consumo degli astanti.
Dopo un’ora e mezza, attraversato il mercato in tutta la sua lunghezza fi
no a sbucare su corso Tukory, ci siamo dette soddisfatte del bottino; abbiamo trovato tutto quello che ci serviva, dai crostacei ai petti di pollo, dal riso basmati agli aromi, dagli ortaggi alle patatine in busta all’olio. Mancavano solo due buste di pesce affumicato che volevamo servire per antipasto, e il cui acquisto, al supermarket di cui sopra, ci è sembrato un salasso. Siamo tornate alla macchina, cariche di sacchetti e cartocci e involti, scivolando sulle pietre lisce del selciato e ridacchiando e tentando di recuperare l’equilibrio con pose da anatra selvatica, compiaciute e sorridenti. Abbiamo preparato una cena ottima, il cui piatto forte ha suscitato gridolini di ammirazione ripagandoci dell’ora passata davanti a una padella a friggere bocconcini di pollo in una notte di scirocco. L’idea di cucinare, anziché primo e secondo, un piatto unico, è stata vincente: grazie a Masha, che oltre che una bravissima editor è anche una cuoca da applausi. Il riso basmati, profumato con qualche foglia di alloro, è stato cotto e lasciato freddare; intanto, il pollo, tagliato a tocchetti, è stato infarinato e fritto e unito, in una wok, con zucchine e peperoni fatti saltare per alcuni minuti e poi spadellati rapidamente con i gamberi. Zenzero grattuggiato e una bella spolverata di prezzemolo e basilico tritati hanno completato il tutto. Riso al centro, condimento intorno e il piatto è pronto: colorato, gustoso, estivo, saporito.
Masha, oltre che buone ricette, mi ha consigliato anche ottimi libri: da Zero maggio a Palermo di Fulvio Abbate al sorprendente Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi al bellissimo Spaesamento di Giorgio Vasta di cui ho già parlato e che, stranamente, non mi ha fatto paura.

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Qual è la playlist della vostra vita?

Il semi-labrador ed io apparteniamo a pieno titolo alla categoria degli amanti della radio. Ascoltiamo i programmi e ridacchiamo alle battute dei presentatori e ciondoliamo la testa alle canzoni che non conosciamo, ci stupiamo di quanti personaggi che in televisione appaiono ottusi e insulsi e grondanti retorica in radio risultino piacevoli, simpatici, quasi-intelligenti. In questi giorni la nostra rete preferita dà molto spazio a una trasmissione il cui elemento centrale è mandare in onda una playlist (cinque canzoni, trenta minuti al massimo) composta da un ascoltatore, scelta tra decine di altre per la sua originalità e premiata con una maglietta e tre-quattro minuti di celebrità da autoradio. Mentre prestavo orecchio con aria scettico-invidiosa da pessima conoscitrice di musica (e chi sarebbero questi pink floyd, di grazia?!), mi chiedevo quale potesse essere la playlist della mia vita; una playlist di libri, intendo, cinque romanzi a comporre e delineare e descrivere la mia figura, quella che vorrei gli altri vedessero, quella che forse vedo solo io. Cinque libri, cinque motivazioni, cinque fasi, cinque sfaccettature. Cinque.
Il primo titolo non può che essere La casa degli spiriti, il mio primo libro da grande. Facevo la seconda media, avevo undici anni e una professoressa di lettere che, tentando di impedirmi di leggerlo, me lo fece amare ancor di più. Credo sia il libro che ho riletto più spesso. Il secondo nome, è ovvio, è quel Lessico famigliare di cui non smetto mai di parlare, il libro-tutto, l’idea platonica di libro, il libro per antonomasia. A seguire, Treno di panna di Andrea De Carlo, quello che, nel bene o nel male, credo sia il libro che ha influenzato di più il mio modo di scrivere, di parlare, di studiare un testo nuovo. In chiusura, due titoli che mi hanno piacevolmente colpita, stordita, sconvolta: Trilogia della città di K. e Il vangelo secondo Gesù Cristo, perché mi ricordano che niente è semplice e lineare e palese e privo di conseguenze. Niente è sicuro e ovvio e facile. Niente.

Alla radio, uno dei programmi in cui si inciampa più spesso è l’Ondaverde. Agostino Roi, il protagonista di Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi, considera l’Ondaverde la sua personale ricetta per la serenità, la pace, una visione equilibrata del mondo. Stupito dalla scoperta che sua moglie, che lui uccide ogni giorno, la mattina dopo è di nuovo viva e in buona salute, tenta di sfruttare tutti i privilegi della situazione. Un romanzo cinico e ironico, gustoso e ben raccontato, surreale ma calato in uno stile iper-realtista ed estremamente attento ai dettagli che ricorda il De Carlo di Pura Vita e I veri nomi. Davvero da leggere.

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