Non lavorare stanca

Non lavori. Non lavori neanche, oggi. Non lavori, neanche oggi. Questione di prospettiva, segni di interpunzione e punti di vista, obbiettivi, scorci. Non lavori neanche oggi. Forse da un po’, da ieri o da qualche giorno o da mesi, troppi mesi, lunghi appiccicosi insiemi di ore, viscosi, avvolgenti, stremanti carichi di minuti, lente, bollenti, sature vagonate di secondi. Troppo tempo. Lancette asfittiche sui quadranti come vecchiette tremolanti che attraversano una strada, saettando sguardi colmi di preoccupazioni e cataratta a trecentosessanta gradi. Non so quale sia il motivo, ma non importa. Non lavori. Punto.

Non hai molto da fare, lo so; ti annoi. Portare a spasso il cane va bene, anche ascoltare musica può essere una buona idea. Anche leggere fare foto sfogliare cataloghi d’arte, andare alle mostre, seguire corsi, cesello, incisione a puntasecca, stampa serigrafica metodo Andy Warhol, tomboloburracorestaurodellesetedisanleucio, possono essere buone idee. Purché siano corsi gratuiti, magari patrocinati da qualche regione a statuto speciale con fondi da spendere per attività fondamentali come l’esatta tecnica da utilizzare per produrre in casa un ottimo barolo, peccato che tu non abbia filari di vigne ma solo un terrazzino dove ti ostini a tenere due cassettine dove boccheggiano in promiscuità le piantine di basilico prezzemolo menta prese al supermercato in saldo perché già perdevano foglie, ed ormai ridotte a tristi comparse per un film di Tim Burton.

Ti annoi, e provi rabbia, e senso di impotenza, e di inutilità. Non sai che fare, come riempire di qualcosa giornate ridotte a scatole vuote, con gli allegri nastrini dei tuoi migliori sorrisi scaccia-domande alla fruttivendola, i no signora, sto un po’ in aspettativa, cerchi di capire, ho lavorato tanto e il riposo ci vuole, e intanto stringi i pugni nelle tasche e compri le scatole di pelati più a buon mercato, e buongiorno sa, mi saluti suo marito, accidenti.

Ti annoi. Provi rabbia. Impasta. Davvero, provaci. Impasta. Solo per una volta, ma fallo. Impasta. È semplice: cento grammi di farina, un uovo, un pizzico di sale. Metti il tutto in una ciotola, procedi con movimenti circolari dai bordi verso il centro, e poi schiaffa su un tagliere e dacci dentro. Impasta, e non pensare. Fai una palla, lasciala riposare sotto un canovaccio, stendila con un mattarello (ma anche una bottiglia piena va bene), scegli cosa farne. Ravioli da riempire con ricotta e noce moscata, tagliolini per il brodo, tagliatelle con zucchine saltate e zafferano, o semplici e gustosi maltagliati, accompagnati da salsa di pomodoro e da una fogliolina rediviva del basilico di cui sopra. Che soddisfazione, che piacere. La pasta porosa, rugosa, ruvida alla lingua, consistente al palato, che acchiappa il sugo in un abbraccio da octopode, ti conquisterà.

Impastare serve a tirar fuori un po’ di rabbia repressa; per coccolarsi, poi, libro+plaid saranno l’accoppiata perfetta. C’è bisogno di un titolo ad hoc, però; un romanzo con peso e gusto adatti, che non ti lasci solo dopo due giorni, che non ti intristisca né ti irriti più del dovuto, che ti coinvolga al punto di farti leggere alla fermata del 53, spalle al palo, libro in una mano, biglietto nell’altra; un libro da compagnia, un barboncino con le pagine, ecco. La casa degli spiriti di Isabel Allende può essere il titolo adatto. Una storia complessa e scorrevole, una lingua caleidoscopica, uno squarcio di secolo visto dalla prospettiva di una famiglia. Una serie di personaggi forti e coraggiosi, il racconto di nascite, amori e delusioni sullo sfondo di una feroce dittatura.

2 thoughts on “Non lavorare stanca

  1. è sempre più un piacere leggerti, riesci a descrivere situazioni che allegre non sono con una leggerezza ed una ironia che strappano il sorriso, riesci a parlare di cucina in modo appetitoso, riesci a trovare il libro giusto per il piatto giusto, amalgamando il tutto senza soluzione di continuità.
    riesco solo a dire: brava!!!!

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