Due o tre cose che ho imparato tornando a Roma quattordici anni dopo.

Che Roma è molto molto più grande e faticosa e dispersiva di quanto ricordassi, piena di strade lunghissime e piazze enormi e slarghi immensi, e che pensare “arrivo in due minuti, basta qualche fermata di metropolitana” è un’utopia nutrita di assurdo e insensato ottimismo.

Che a Roma, d’estate, c’è davvero caldo: un caldo fondo e senza remissione, che non scema neanche la sera, avvolgente e appiccicoso, imbibito d’umidità, che fa sudare e regala un mal di testa sordo e costante: niente a che fare con lo scirocco siciliano, bollente e asciutto e prepotente e mutevole, pronto ad andar via dopo poche ore.

Che a Roma è facile imbattersi in qualcosa di meraviglioso senza averne avuto l’intenzione: basta seguire un vicolo, ascoltare uno sciabordio vivace di piedi nell’acqua, svoltare un angolo e trovarsi di fronte alla Fontana di Trevi, candida e imponente e brulicante di turisti intenti a lanciare monetine.

Che (quasi) tutto, a Roma, è imponente, grandioso, ridondante: l’Altare della Patria, apparso anche questo per caso davanti ai nostri occhi, il Colosseo, piazzato di sghimbescio all’uscita della metro come un’apparizione, ma anche i centri commerciali, i treni, i viali, i boccali di birra e le bruschette col patè di olive.

Che la pasta cacio e pepe è molto buona, gustosa e sana: e che il desiderio di mangiarne subito un altro piatto e l’ovvia certezza di non poterlo fare sono il perfetto contrappasso al piacere di trangugiarne una porzione robusta.

Che alloggiare per qualche giorno in un quartiere periferico e popolare ha una serie di vantaggi: nei pressi del b&b si trovano posti dove sgranocchiare qualcosa e mandar giù un aperitivo a prezzi decenti, la zona è sicura e tranquilla a tutte le ore, la sera si incontrano le signore del rione che, accomodate su panchine di pietra, fanno l’uncinetto in compagnia. Si può riempire la bottiglietta d’acqua alla fontana facendo la fila dietro a due signori con un setter e beccarsi anche una bella lappata dal cane.

Che un viaggio a Roma è più bello se ci sono degli amici che ti danno indicazioni e ti invitano a cena e ti portano in un locale dove puoi scegliere tra 100 panini (100 panini!) che costano un euro ciascuno; amici che ti suggeriscono posti da vedere e ti aiutano a tenerti ai margini della folla, ad assaggiare i pangoccioli fatti in casa a tarda sera, a girare per Trastevere con agilità e passo scattante. Che ti fanno sentire a casa tua anche se sei lontana da casa.

Che Campo de’ Fiori è uno dei luoghi più affascinanti della città, col fratacchione torvo e scocciato al centro e tanti locali da birra e patatine intorno, ma che pensare di mangiare qualcosa lì è da folli e che qualcuno dovrebbe suggerire ai camerieri dei ristoranti una tecnica di abbordaggio meno aggressiva, perché apostrofare chiunque passi nel giro di molti metri dal proprio ingresso con urla e gesti delle mani per invitarli a entrare è sgradevole e controproducente.

Che Roma è stupenda, e che andarci con una persona stupenda è davvero il massimo.

Per ammortizzare le molte ore di ritardo del volo di ritorno ho acquistato Una madre lo sa di Concita De Gregori: libro banalotto e assolutamente dimenticabile, adatto solo a trascorrere qualche ora in aeroporto.

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L’amore (per i libri) non ha età.

Nei giorni scorsi, una sterile e offensiva polemica ha investito il mondo della scuola; fulcro della discussione, la proposta ai ragazzi – adolescenti di un Liceo Classico di Roma – di leggere e commentare in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, storia di una famiglia omogenitoriale. Senza entrare nel merito del discorso, su cui sono già state spese tutte le parole possibili e anche molte, molte di più, mi sono chiesta: che libri è giusto consigliare a giovani donne e uomini? È un luogo comune che i ragazzi leggano poco e male: e allora cosa dovrebbe fare un insegnante o un genitore? Indicare, esortare, elencare titoli e trame? Imporre, stuzzicare la curiosità, vietare? Limitarsi a dare il buon esempio, mostrandosi sempre con un romanzo che esce dalla tasca del paltò e disseminando la casa di volumetti di ogni genere? Ignorare il problema e regalare al proprio figlio recalcitrante un completo da rugby?

Da adolescente, ero sempre alla ricerca di bei libri da scoprire; mi annoiavo molto, guardavo poco la tv e leggevo compulsivamente. Chiedere consiglio a insegnanti o bibliotecari si è presto rivelata una pessima idea: la professoressa di italiano mi sconsigliò vivamente La casa degli spiriti, con l’ovvio risultato di farmi leggere l’intera produzione di Isabel Allende; la responsabile della biblioteca scolastica ci tenne molto a prestarmi quello che definì un romanzo piacevole e divertente: era un testo di Colette, che mi lasciò quantomeno perplessa. I miei genitori, invece, erano prodighi di suggerimenti: mio padre mi spinse a prendere, dagli scaffali di una piccola libreria, un tascabile dalla copertina rossa a ideogrammi verdi: era Tokyo blues di Haruki Murakami, all’epoca sconosciuto in Italia. Di mia madre, invece, fu l’intuizione di comprare Tsugumi di Banana Yoshimoto: entrambi nutrirono per anni la mia mania per i libri orientali, facendomi passare da Kawabata a Su Tong a Acheng a Tanizaki, con alterni risultati. Il fatto di avere molti libri in casa ha contribuito a rendermi una lettrice forte e curiosa, onnivora; andare alla Feltrinelli e poter prendere tutto quello che volevo era un premio ambitissimo.

Oggi, sui social network, moltissime persone chiedono consigli librari per i propri figli bambini e adolescenti: si lagnano della loro scarsa propensione alla lettura e della loro predilezione per Geronimo Stilton o Harry Potter; pletore di brava gente suggeriscono, allora, la lettura dei classici: come se un quindicenne tutto computer e smartphone potesse apprezzare Pattini d’argento o Rosso Malpelo. Non è impossibile, certo, ma è molto improbabile: un adolescente, in media, ha voglia di un 50% di trasgressione, un 30% di ritmo avvincente, un 20% di linguaggio adatto alla sua età, il tutto spolverato da una storia vicina al suo sentire. Piuttosto che far annoiare mortalmente un ragazzo ammannendogli qualcosa di vetusto, stantio, sideralmente lontano da lui, stupiamolo, colpiamolo, spaventiamolo, al limite: ci sarà sempre tempo per discutere con lui, spiegare, comprendere. Non che i classici siano da buttare, chiaramente: ma è più probabile che un ragazzo abituato a leggere, con un palato già affinato da libri diversi, possa apprezzare Machiavelli: ma, per cominciare, forse Ammaniti è meglio.

Tra i libri del cuore della mia adolescenza ci sono, oltre a quelli di Isabel Allende e Murakami, i romanzi di Starnone, di  di Isabella Santacroce: autori che oggi non leggo più, ma che hanno nutrito e divertito i miei quindici-sedici anni.

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