È l’ora di essere felici.

Durante una riunione di lavoro, una persona con cui collaboro, un uomo sulla sessantina, normalmente istruito, che passa molto tempo a contatto con l’arte, ha un reddito piuttosto alto, una moglie e dei figli, si cruccia del fatto che Massimo Lopez abbia dichiarato, alcuni anni fa, di essere gay. Ci sono rimasto male, comunica all’uditorio imbarazzato. Mette subito le mani avanti, Non che mi interessi, eh, però ecco, appunto: c’è rimasto male. Cinque paia di occhi lo guardano senza capire, si sentono alcune risatine imbarazzate e poi si parla di altro.

Il marito di una mia amica, giovane, creativo, non stupido, sufficientemente colto e ricco, non stravede per il cognato; lo punzecchia per la sua alimentazione discutibile, per la sua scarsa cultura e per suo figlio, un bambino intelligente e sveglio, molto ben educato, che viene preso in giro dai compagnetti di classe che gli sottraggono le matite. Sicuramente è gay, afferma, sottintendendo che un seienne eterosessuale non si lascerebbe mai deridere così, ma affronterebbe virilmente la questione a cazzotti.

Una collega, trentenne laureata con lode, con ottime disponibilità economiche e un conto sempre aperto nella libreria più à la page della città, mi chiede cosa ne pensiamo, noi, del film Io e lei. Dopo diversi minuti di confusione, mi rendo conto che noi non siamo lei ed io, o io e qualcun altro nella stanza, o io e qualcuno con cui ho visto il film: noi siamo noi gay che, in quanto entità sovrapersonale, abbiamo di certo un’unica opinione sul film che, per tematica, ci riguarda.

L’allenatore di una squadra di calcio di serie a, in diretta tv, apostrofa il suo diretto avversario: sei un frocio. Il giorno dopo, i social network pullulano della notizia. Il verdetto è unanime: intendeva solo denigrarlo, avrebbe potuto dargli dello stronzo o del cretino, ha usato quella parola solo come offesa generica. Nessuno si chiede come mai dare dell’eterosessuale a qualcun altro non suoni come ingiuria.

Quelli di sopra sono solo esempi, i primi quattro che mi sono venuti in mente, dell’omofobia strisciante che si annida anche nelle parole e nei pensieri di chi pensa di esserne esente: di chi ha tanti amici gay, di chi va al Pride perché è una festa divertente, di chi non andrebbe mai a picchiare un omosessuale fuori da un locale ma, insomma, se mi danno del frocio un pugno glielo do.

Sabato scorso, a Palermo, qualche migliaio di persone era in piazza per chiedere al Parlamento di votare una legge che equipari le relazioni tra persone dello stesso sesso a quelle tra persone di sesso diverso. Il teatro Massimo inalberava la bandiera arcobaleno, le istituzioni cittadine erano presenti, c’era una folla di gente allegra, fiduciosa, fiera e serena. Io c’ero, e sono stata molto contenta, anche se lo sarei stata di più se anche uno solo dei miei amici eterosessuali avesse voluto manifestare, con la sua presenza silenziosa, un assenso a quello che ormai è un passo avanti in direzione della civiltà che l’Italia non può permettersi di non compiere. C’ero, ci sono, e sono fiduciosa e fiera e serena: ma ogni volta che sento una di quelle frasi, ogni volta che mi rendo conto che una persona che reputo amica ridacchia a una battutina omofoba, ogni volta che nessuno al mio fianco risponde maccheccazzotenefregadiMassimoLopez, ecco, ci rimango davvero male.

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Omofobo a chi?

Tra i buoni propositi per il 2015, insieme a quello di non mescolare mai crema di nocciole e pasta d’acciughe per farcire un sandwich e di non tentare di fermare con i denti la catena di una sega, c’era quello di non farmi coinvolgere mai più in una bieca discussione da social netowrk: quelle, per intendersi, ai limiti del bullismo, in cui la persona con cui stai cercando di ragionare tagga quindici amici per farsi dare man forte, ti accusa di non ascoltare e ti prega di non fare polemica anche se scrivi ciao; quelle, insensate e insulse, che ti amareggiano senza motivo: ché a me, sinceramente, che me ne importa di una sconosciuta che non so neanche quanti anni ha, che fa nella vita o dove abita? Ma i proponimenti per il nuovo anno, si sa, sono destinati a non durare: per cui, preservando le mie abitudini alimentari e i miei denti, mi sono limitata a cascare come un’ingenua in una sciocca provocazione: e da qui ad essere tacciata di omofobia il passo è stato breve.

Tutto è partito da un post in cui ci si lagnava della chiusura di una libreria lgbt. Mi sono chiesta, di grazia, cosa accidenti fosse una libreria lgbt: una libreria per gay? Una libreria frequentata solo da gay? O gestita da gay? O dove si vendono solo libri gay? E cosa sono i libri gay? Quelli scritti da gay, o che parlano di gay? A sangue freddo o Poesie a Casarsa sono libri gay? O lo sono soltanto i loro autori? In sostanza, cos’è una libreria lgbt? I primi commenti, ragionevoli, hanno tentato di aprirmi gli occhi: una libreria lgbt è un posto dove si fa cultura lgbt. E cosa diavolo è, la cultura lgbt? Da qui in poi, non ho capito più niente: se non che sono stupida, incolta, provocatoria e, naturalmente, omofoba. Detto ciò, ho ringraziato e abbandonato la conversazione, e ho cercato di documentarmi.

A quanto ho capito, la cultura lgbt è quella che lega le persone in base al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere; in sostanza, il lavoro di artisti gay, e quello che riguarda il movimento lgbt. In soldoni: un po’ di saggistica di nicchia – non conosco molte persone che abbiano voglia di leggere molti libri sul movimento lgbt –, e poi tutta quella parte di letteratura riassumibile così: il protagonista (maschio, gay) subisce orribili vessazioni per il suo orientamento sessuale, oppure la protagonista (donna, lesbica) finisce a letto con un uomo, resta incinta e non sa come comportarsi. Aggiungendo qualche raccolta di racconti dedicata all’amore tra persone dello stesso sesso (Principesse azzurre e similari), resta molto poco: e non mi stupisce, quindi, che la libreria abbia chiuso. Qual è la percentuale di persone interessata a un campo così ristretto della letteratura? E, tolto ciò, questi libri non potrebbero essere venduti (non vengono forse venduti) in una qualsiasi libreria? Perché connotare in base a qualcosa di così privato e personale (l’orientamento sessuale o l’identità di genere) una libreria? Se domani aprissi una libreria per negri – il termine volgare è voluto – non verrei tacciata di razzismo? Se vendessi solo libri scritti da neri, o che parlano di neri, non sembrerei pazza? E perché, allora, se mi chiedo il senso di una libreria lgbt, divento omofoba? Io sogno libri – buoni libri – in cui ci siano anche personaggi gay: ma che non si limitino a fare i gay; che siano poliziotti o cuochi o infermiere o astronaute, e casualmente abbiano una relazione stabile con una persona dello stesso sesso. Sono stanca di romanzi, di film, di fiction, in cui il gay è solo un gay: vorrei che fosse una persona, nel bene e nel male. Che lavorasse, vivesse, sognasse, e che non pensasse solo alla propria gaytudine, che non parlasse solo della propria gaytudine, che non fosse solo sé in quanto gay: ma sé in quanto persona, persona gay, nello specifico. Perché è un pensiero omofobo? Davvero non lo capisco.

Dato che sono una persona tonta e comune, ho tra le mani comuni, banali romanzi; ho appena terminato Birra e cazzotti di Brendan ‘O Carroll: meno ironico e scanzonato dei precedenti dell’autore, ansiogeno e teso, molto bello. Da leggere, ovunque abbiate voglia di comprarlo.

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L’amore (per i libri) non ha età.

Nei giorni scorsi, una sterile e offensiva polemica ha investito il mondo della scuola; fulcro della discussione, la proposta ai ragazzi – adolescenti di un Liceo Classico di Roma – di leggere e commentare in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, storia di una famiglia omogenitoriale. Senza entrare nel merito del discorso, su cui sono già state spese tutte le parole possibili e anche molte, molte di più, mi sono chiesta: che libri è giusto consigliare a giovani donne e uomini? È un luogo comune che i ragazzi leggano poco e male: e allora cosa dovrebbe fare un insegnante o un genitore? Indicare, esortare, elencare titoli e trame? Imporre, stuzzicare la curiosità, vietare? Limitarsi a dare il buon esempio, mostrandosi sempre con un romanzo che esce dalla tasca del paltò e disseminando la casa di volumetti di ogni genere? Ignorare il problema e regalare al proprio figlio recalcitrante un completo da rugby?

Da adolescente, ero sempre alla ricerca di bei libri da scoprire; mi annoiavo molto, guardavo poco la tv e leggevo compulsivamente. Chiedere consiglio a insegnanti o bibliotecari si è presto rivelata una pessima idea: la professoressa di italiano mi sconsigliò vivamente La casa degli spiriti, con l’ovvio risultato di farmi leggere l’intera produzione di Isabel Allende; la responsabile della biblioteca scolastica ci tenne molto a prestarmi quello che definì un romanzo piacevole e divertente: era un testo di Colette, che mi lasciò quantomeno perplessa. I miei genitori, invece, erano prodighi di suggerimenti: mio padre mi spinse a prendere, dagli scaffali di una piccola libreria, un tascabile dalla copertina rossa a ideogrammi verdi: era Tokyo blues di Haruki Murakami, all’epoca sconosciuto in Italia. Di mia madre, invece, fu l’intuizione di comprare Tsugumi di Banana Yoshimoto: entrambi nutrirono per anni la mia mania per i libri orientali, facendomi passare da Kawabata a Su Tong a Acheng a Tanizaki, con alterni risultati. Il fatto di avere molti libri in casa ha contribuito a rendermi una lettrice forte e curiosa, onnivora; andare alla Feltrinelli e poter prendere tutto quello che volevo era un premio ambitissimo.

Oggi, sui social network, moltissime persone chiedono consigli librari per i propri figli bambini e adolescenti: si lagnano della loro scarsa propensione alla lettura e della loro predilezione per Geronimo Stilton o Harry Potter; pletore di brava gente suggeriscono, allora, la lettura dei classici: come se un quindicenne tutto computer e smartphone potesse apprezzare Pattini d’argento o Rosso Malpelo. Non è impossibile, certo, ma è molto improbabile: un adolescente, in media, ha voglia di un 50% di trasgressione, un 30% di ritmo avvincente, un 20% di linguaggio adatto alla sua età, il tutto spolverato da una storia vicina al suo sentire. Piuttosto che far annoiare mortalmente un ragazzo ammannendogli qualcosa di vetusto, stantio, sideralmente lontano da lui, stupiamolo, colpiamolo, spaventiamolo, al limite: ci sarà sempre tempo per discutere con lui, spiegare, comprendere. Non che i classici siano da buttare, chiaramente: ma è più probabile che un ragazzo abituato a leggere, con un palato già affinato da libri diversi, possa apprezzare Machiavelli: ma, per cominciare, forse Ammaniti è meglio.

Tra i libri del cuore della mia adolescenza ci sono, oltre a quelli di Isabel Allende e Murakami, i romanzi di Starnone, di  di Isabella Santacroce: autori che oggi non leggo più, ma che hanno nutrito e divertito i miei quindici-sedici anni.

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