Fatevi i piatti vostri!

Ognuno di noi ha gusti particolari, in fatto di cibo. Ci sono persone che non sopportano l’aroma di aglio e cipolla, altre che non assaggerebbero mai un pomodoro, altre ancora che non mangiano formaggi. Esistono individui che nutrono un’idiosincrasia per il cibo crudo e altri che non sono a proprio agio nel mangiare fuori casa, c’è chi non vuole provare piatti etnici e chi ha orrore per le spezie. Infine, c’è chi del proprio modo di mangiare fa una filosofia di vita, una religione e soprattutto un pretesto per evangelizzare il mondo: si tratta quasi sempre dei veg(etari)ani.
Uno dei momenti che pavento di più, con compagnie che conosco poco, è quando si decide di fare uno spuntino e, in fila al bar dietro il vetro del banco, si additano i cibi: la voce che pronuncia ‘io non mangio il calzone al forno, sono vegetariano’ risuona nella mia mente come un segnale di pericolo. So già che inizierà un’interminabile discussione che vedrà il gruppo dei carnivori (denti affondati nel ripieno dell’arancina e sguardo godurioso) tacciato di brutalità, ipocrisia, scarso interesse per la salute del mondo, crudeltà, vigliaccheria e, per buon peso, appartenenza al pdl. Ci si dilungherà in raccapriccianti descrizioni dei mattatoi, particolareggiati resoconti di leggende metropolitane (“le aragoste gridano quando le getti in acqua!”), assurde credenze contrarie a qualsiasi buon senso (“le mestruazioni sono un sintomo di malattia, e le donne vegetariane non le hanno”) e via dicendo. Ma accidenti, perché ognuno non è libero di mangiare (o non-mangiare) quello che preferisce, senza fare proselitismo? Perché le persone che non mangiano carne sono generalmente accomunate da uno spirito di gruppo degno di una religione? Perché fare una filosofia delle proprie scelte alimentari, e soprattutto, perché sforzarsi di imporle agli altri? Perché la non-violenza contro gli animali non viene applicata anche agli uomini? Perché non ho il diritto di gustare il mio panino con le polpette in pace? Perché molte persone hanno bisogno di costruirsi un’etichetta su misura? Perché in tanti preferiscono essere ‘il vegetariano’ piuttosto che ‘Mario Rossi’? Ricordo ancora una cena di compleanno appesantita in maniera intollerabile da un amico, intelligente simpatico amabile ma in fase vegetariana, che giudicò con aria severa ogni nostro boccone. Perché tanta gente ha bisogno di avere qualcosa in cui credere, un gruppo in cui identificarsi, un branco in cui perdersi? Ho visto mille volte, su Facebook, account che alla voce ‘religione’ indicavano ‘vegetariano’; non ho mai visto nessuno scrivere ‘amo le cotolette’.
Non ho mangiato carne per quasi dieci anni: non per motivi religiosi, o convinzioni particolari o simili: solo perché mi infastidiva l’odore, e trovavo sgradevole la consistenza. Forse, semplicemente perché mi ero saturata: da bambina avevo dovuto ingollare ogni giorno la triste e insipida bistecchina di vitello che mi veniva servita a pranzo e non ne potevo più. Adesso, lentamente, sto riprendendo a mangiarla: non il vitello, di cui non mi piace il sapore, ma il maiale o il pollo, non molto spesso, sì.
La memoria legata al gusto è antica, quasi ancestrale; molti dei piatti della mia infanzia erano a base di carne. Ancora adesso, quando preparo il ragù, penso ai pranzi della domenica, alle nonne che non vedrò più, a quanto era bello stare in ginocchio sulla sedia e guardarle cucinare. Ci sono cibi che non ho più mangiato, da allora: e vorrei tanto riassaggiare quegli spiedini di carni miste panati e fritti della mia infanzia, ma ho paura che il sapore sia cambiato, o forse sono io, però.
La letteratura è piena di personaggi vegetariani; adesso me ne vengono in mente due, entrambi ragazzini: Oskar di Molto forte, incredibilmente vicino, personaggio che ho trovato stucchevole, noioso, pedante (scusa Anna!), e Marcus di Un ragazzo di Nick Hornby: tenero, spaventato, intraprendente, vero.

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Se non altro, fino alla fine non ho camminato

Cosa è stato, per voi, il 2011? È stato un anno sereno o frenetico, rilassante o mesto, cupo o radioso? Da ricordare, da dimenticare, da confondere con altri? È stato l’anno della morte di Liz Taylor e Peter Falk o della falsa partenza di Bolt ai mondiali? Quello di ‘se non ora, quando?’ o dei quattro sì ai referendum? L’anno della caduta di B. o dell’ascesa conclamata di Djokovic? L’anno della crisi economica o quello dell’arresti di Mladic? Dei 150 anni dell’unità d’Italia o della squalifica di Dayron Robles a Daegu?
A me è piaciuto, il 2011. È stato un anno complesso e stancante e faticoso e frizzante, iniziato con una notizia bella e inaspettata, una di quelle che ti fanno pensare che forse qualcuno dei tuoi progetti un giorno si realizzerà, e che chi dice che in Italia si fa tutto solo grazie a raccomandazioni e favori, be’, rosica. È stato l’anno che mi ha permesso di mettermi alla prova, di imparare che, se ho uno scopo, alzarmi presto può anche non pesarmi; quello che mi ha fatto scoprire che cambiare ritmi e abitudini è un’impresa alla mia portata, e anche a quella del semi-labrador. È stato l’anno del mal di schiena che toglie il fiato, della paura e della stanchezza, ma anche delle soddisfazioni, dei riconoscimenti piccoli ma insperati e gustosi, l’anno di Praga e di Magda Szabò, di Saramago e Odifreddi, di Masterchef e di un portachiavi a forma di gufo che sta saldamente fissato alla mia borsa, per evitare che scappi via. L’anno degli incendi di spazzatura e della mia prima estate senza neanche un bagno a mare, dei 90 anni del simpatico ottuagenario e dei regali che, silenziosi e assordanti, hanno attraversato l’Italia per raggiungermi, carichi di sorrisi che non ho mai visto e abbracci che non ho mai toccato, o forse sì. L’anno del mio ultimo libro di De Carlo e anche di Safran Foer, uff. L’anno in cui ho scoperto con triste meraviglia che di Natalia Ginzburg ho già letto tutto, e che quel sentimento cinquanta per cento stupore cinquanta per cento ammirazione che i suoi libri mi regalavano a poco a poco finirà con lo scemare. È stato l’anno in cui ho deciso di fare a meno di tutte le persone che mi appesantivano le scarpe, e di tenere solo pochi amiciamoci (adesso ne conto tre, ecco) e tanti amici virtuali, che forse un giorno incontrerò, o forse no. L’anno in cui mi sono scocciata di parlare e spiegare e capire e accettare, di far finta di non comprendere, di avere pazienza, e ho deciso che non ho più tempo da perdere per chi usa parole forbite per celare pensieri violenti: basta, fanculo. È stato anche l’anno del concerto di Max Gazzè, della volta in cui sono scappata dal cinema perché avevo paura, del mio primo matrimonio di famiglia. È stato l’anno in cui ho temuto di non riuscire a cambiare, e mentre lo pensavo stavo già, lentamente, cambiando.
La ricetta di oggi è quella di un piatto a base di prosciutto che ho mangiato il giorno di Natale: coscia di maiale disossata e precotta (la vendono in macelleria) fatta bollire due ore, cosparsa di spezie e fatta arrostire in forno. A tre quarti di cottura, cospargetela di marmellata di lamponi. Va scaloppata e servita, calda e fragrante, con patate al forno e un sorriso speranzoso e titubante: o almeno, così me l’ha proposta mio cugino, e sono stata felice di mangiarla, perché era buona e perché lui lo meritava.
Un anno fa, annunciavo che il primo della lista dei miei buoni propositi sarebbe stato coltivare il dubbio: in fede, non l’ho dimenticato.
Con questo post, rivolgo a tutti i migliori auguri per un ottimo 2012: che realizzi i vostri desideri, tutti meno uno, che vi faccia continuare a sognare e sperare nel meglio.

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Attenzione: questo post contiene spoiler!

Come ho già detto una volta, non penso sia corretto parlare di un libro prima di averlo finito di leggere. D’altra parte, però, non penso neppure che sia onesto, da parte di chi scrive un romanzo, non avvertire i suoi lettori dei pericoli che corrono nell’approcciarlo; per questo motivo, sebbene mi manchi una sessantina abbondante di pagine per completare la lettura di Molto forte, incredibilmente vicino, ho deciso di arrogarmi il diritto di lagnarmi, scalciare, battere i piedi sul pavimento.

Una premessa, a questo punto, è doverosa: sono, per natura, estremamente portata alla paura. Mi sconvolgono molte cose che, ad altri, possono sembrare inoffensive: trailer di sciocchi telefilm per adolescenti, film dal contenuto grottesco, racconti di falò in spiaggia o di interventi chirurgici. Mi gettano nella prostrazione, nell’ordine, tutti i riferimenti a persone ferite da incendi, i resoconti di nefandezze o violenze, qualsiasi gesto aggressivo o prevaricante su cani, anziani, detenuti, persone non in condizione di potersi difendere. Per passare ad esempi pratici, potrei citare film pulp ed angoscianti come Le comiche, La maschera di ferro, Mamma, ho perso l’aereo, o il più recente La pelle che abito, che mi hanno strappato gridolini di ribrezzo e ore di sonno. Quanto ai libri, da un’edizione illustrata di Biancaneve e i sette nani in cui le perfide creaturine avevano espressioni diaboliche in poi i titoli che mi hanno spaventata ammontano a svariate decine.
Vista la situazione, ormai conscia dei miei limiti, non mi lancio mai a cuor leggero nella lettura di un romanzo; chiedo in giro, mi informo, pongo domande dettagliate (‘sei sicuro che non succeda niente, a quel cane? Non andrà mica a fuoco la cucina? Raccontami la fine, così so se lo posso comprare’). Mi fido anche del buon senso di recensori e editor, sperando che segnalino in bandella se c’è qualcosa di non adatto a bambini sotto i 36 mesi. Purtroppo, confidare in perfetti sconosciuti non è sempre una buona idea: sono troppi i libri che, spacciandosi per normali, sereni, rassicuranti romanzi, aspettano che io sia a metà, ormai immersa nella storia, gaudente e fiduciosa, per gettarmi addosso qualche dettaglio truculento, qualche descrizione raccapricciante, qualche sotto-trama inquietante: non è leale, ecco. Accetto e leggo, sebbene con molte riserve (tutte le luci accese, semi-labrador posteggiato sui piedi, torcia bottiglietta d’acqua barrette di cioccolato a portata di mano, ché per me la paura è una sorta di enorme onda di angoscia che diventa pervasiva e dominante e mi impedisce anche di alzarmi dal letto per recuperare cibarie), i libri che dimostrano dall’inizio le proprie nefande intenzioni: A sangue freddo, che ho amato in maniera viscerale, dichiara dall’inizio di non raccontare una storia d’amore; ho preso le mie contromisure, l’ho divorato, mi è piaciuto da morire. Quelli che odio, sono i libri che tendono agguati, che si spacciano per piacevoli compagni d’avventura: non ho degnato di uno sguardo per molti anni il mio amato Murakami quando, all’interno di L’uccello che girava le viti del mondo, ha inserito un’evitabilissima scena di torture. Così, sto detestando Jonathan Safran Foer: ma come diavolo gli viene in mente, in un libro sull’America post-undici settembre, di far saltare fuori una truculenta descrizione del bombardamento di Dresda? Eccheccavoloperò.

Questo post è dedicato a chi mi ha salvata da brutte esperienze libresche: da Cecità di Saramago (incendio) a Kafka sulla spiaggia di Murakami (violenza sui gatti) la lista dei libri che non leggerò si allunga.

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