La gente non legge abbastanza?

Una delle critiche-lamentele che ho sentito ripetere più volte, da parte di librai, editori, scrittori, simpatizzanti e semplici snob, è che le persone non leggano abbastanza, o non leggano abbastanza bene: sfogliano pochi classici, sono poco attenti alle novità editoriali, non hanno ancora acquistato l’ultimo noir di quell’autore malese che si chiama nonricordocome. Sui social network o nelle conversazioni da bar si sprecano invettive e alzate di sopracciglio verso i fan di Fabio Volo, come se un gruppo di appassionati di calcio si sentisse in diritto di criticare chi non ha una squadra del cuore, o chi si ostina a fare il tifo per l’Igea Virtus. Io non la penso così.

Per il quarto anno consecutivo ho potuto osservare da una postazione privilegiata – dietro il banchetto espositivo di una casa editrice piccolamacarina – un festival dell’editoria indipendente. Sono stati, come per ogni edizione, tre giorni stancanti, di caldo sfiancante, di mal di piedi e di succhi di frutta trangugiati in fretta in caffetteria per scongiurare il temuto stinnicchio. Ma sono stati anche tre giorni in cui ho potuto constatare che non è affatto vero che la gente vuole solo reality show (e se anche così fosse, non mi permetterei certo di criticare). Ho visto migliaia di persone affollare un prato per assistere a un incontro con Andrea Camilleri: le sedie già occupate due ore prima dell’inizio della presentazione, le persone commosse e plaudenti, i flash che scattavano, le orecchie tese alle battute del vecchio Maestro. Ho visto genitori sfidare la canicola delle 15 per portare i figli ai laboratori sulle fiabe o sui libri tattili o sui draghi viola o sulle filastrocche, ho visto insegnanti contendersi, per la propria classe, il posto in un’aula caldissima dove si svolgeva un gioco didattico sulla mummificazione in Egitto. Ho visto ragazzi fare a spallate per poter gestire lo stand di piccole case editrici semi-sconosciute, ho visto persone pregare gli standisti di nascondere l’ultima copia di un libro per poterla acquistare con calma il giorno dopo. Ho visto una fila compatta e ordinata di lettori attendere con pazienza per più di un’ora per ricevere la dedica di Alicia Giménez Bartlett : e ho visto Alicia Giménez Bartlett stare più di un’ora a firmare dediche, se è per questo. Ho visto visi sorridenti, mani che sfogliavano testi poco noti, borsette di stoffa appese alle spalle e traboccanti di libri nuovi. Mi sono divertita, e sono stata contenta di vedere intorno a me persone soddisfatte, allegre, di ottimo umore. Non ci sono solo tv-spazzatura e mondiali di calcio: in Italia ci sono anche belle occasioni di confronto e di cultura, e soprattutto c’è un mare di gente che non aspetta altro che momenti come questi.

Il mio bottino della manifestazione è stato più che soddisfacente: tre libri comprati (Svanire di Deborah Willis, consigliatomi da un bravissimo editore che mi ha fatto anche uno sconto a sentimento del 50%, We are family di Fabio Bartolomei che la cordialissima ragazza allo stand mi ha tenuto in serbo per tre giorni e Fare scene di Domenico Starnone, che cercavo da tempo), tre ricevuti in regalo (Breve storia femminile dello sguardo di Valeria Cammarata, omaggiato da un simpatico vicino di stand, Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana estorto ai librai di Sellerio e Troppo, troppo tardi ricevuto dall’ottimo scrittore Alessandro Locatelli, di cui ho letto una raccolta di racconti davvero valida).

Infine, grazie grazie grazie a Coky: per la compagnia, per la vicinanza, per le piadine, per la sua amicizia.

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Perché “ho fatto del mio meglio” non significa mai “ho fatto abbastanza”?

 

Vi ricordate ancora che cosa vi piace? Che cosa vi interessa, che cosa vi fa provare una breve vertigine o semplicemente distendere gli angoli della bocca in un sorriso involontario e appagato? Quali libri trovate avvincenti e quali mortalmente noiosi, quali canzoni vi fanno schioccare le dita a tempo e battere un piede, ritmicamente, sul tappetino dell’auto, quali film vi fanno ridere o piangere o soffrire o pensare – ve lo ricordate? È rimasta una parte di voi che sa benissimo che, anche se su fb e nella pausa-caffè in ufficio e il sabato sera con gli amici e alle cene aziendali di vostra moglie fingete di emettere urletti di gioia per Sussurri e grida, in realtà avete maledetto ognuno dei 91 stronzi minuti di questa sofisticata e spocchiosa tortura in pellicola? Siete disposti ad ammettere che l’ultimo romanzo di Baricco vi ha annoiato, che non avete mai letto la Storia della rivoluzione russa di Trotsky e non ne sentite nemmeno la necessità, e che di una mostra di pittura concettuale fate volentieri a meno? E, al contrario, siete in grado di accettare l’idea che quello che a voi sembra inutile o poco interessante o privo di senso a qualcun altro piaccia? Perché sprecate tempo con qualcosa che, per qualsiasi motivo, detestate, invece di impiegarlo per altro, mangiare, dormire, sognare, chiacchierare, vivere? Siete abbastanza onesti da sapere perché, qualcuno o qualcosa, proprio non vi va giù?
Avete mai provato a mettervi nei panni di un malato? A farlo davv
ero, intendo? A chiedervi cosa fareste, voi, al suo posto? Avete considerato mai l’idea che una persona in sedia a rotelle non sia un’entità astratta uomo-non-deambulante, ma qualcuno come me e voi e quel passante laggiù, a cui un giorno è capitata una sfiga madornale? Come reagireste, a una simile sfiga? Non sareste incazzati con l’universo, non bestemmiereste e gridereste e lancereste oggetti pesanti in giro per la casa al solo scopo di sfogare un po’ di rabbia? Vi siete mai chiesti quanto possa essere frustrante doversi appoggiare ai muri per camminare, chiedere aiuto per affrontare uno scalino, non sentirsi sicuri di sé, non poter correre se si deve fare pipì né portare a spasso il cane? Non poter decidere di sé e della propria vita? Pensate davvero che a qualcuno che non può alzarsi e uscire dalla stanza e sbattere la porta per mettere fine a un litigio importi qualcosa se lo si definisce disabile o diversamente abile?
Perché molte persone non sono minimamente coinvolte da ciò che hanno accanto, ma preferiscono spalleggiare battaglie che non appartengono loro? Perché, quando i monti della Sicilia hanno bruciato per giorni e giorni, quasi nessuno ha sprecato una parola, ma se qualcosa di simile fosse successo in Amazzonia o in Tibet si sarebbe levato un coro di protesta scandalizzato e vibrante? Cosa spinge a preoccuparsi di cause che non ci riguardano? La paura, l’empatia, la lontananza? La noia, il bisogno di apparire diversi o migliori degli altri, il desiderio di evasione? Perché la situazione della Palestina vi fa indignare di più dell’oblio su S. Anna di Stazzema? Perché l’arresto di una blogger a Cuba fa più rumore delle proteste di piazza degli studenti superiori italiani, caricati impunemente dalla polizia?
Perché Sellerio ci ha tenuto a pubblicare – e pubblicizzare – Exit di Alicia Giménez-Bartlett, senza sottolineare, se non di sfuggita, che si trattava del suo primo libro? E quanti saranno pronti ad ammettere che si tratta di un romanzo abbastanza sconclusionato, con una trama a tratti risibile e personaggi privi di spessore? E che la scrittrice, che è brava e intelligente e colta e sagace, qui non ha ancora raggiunto una buona maturità espressiva? E infine, accidenti, chi avrebbe mai il coraggio di definire “scintillante” una frittata?

Questo post, come molto molto altro, è debitore nei confronti di una persona: che lo sa, e spero che ne sorrida 🙂

 

 

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Palermo libera tutti?

Quando ero ragazzina, adoravo la festa di Liberazione. Mi sembrava che, rispetto alla festa dell’Unità, dove sono stata portata da sempre – da qualche parte a casa mia c’è una deliziosa foto di me in passeggino, con l’adesivo quadrato rosso appeso accanto alla testa e un’espressione soddisfatta e di sinistra –, aleggiasse tra gli stand un sentore palpabile di trasgressione. Come se bandiere e area dibattiti, palco e bancarelle, spazio ristoro e megafoni fossero più duri e puri degli omonimi sbiaditi di quella che adesso si chiama Festa Democratica; come se tutti inalberassero un’espressione da vedrò-presto-il-sol-dell’avvenir, o qualcosa di simile. Aspettavo per mesi che arrivasse luglio per andare ogni sera – ogni sera! – a bearmi della musica, a spulciare gli stand, a bere birra a poco prezzo, a sentirmi alternativa e comunista. C’erano bei concerti, a quei tempi; gli Amici di Roland, ad esempio, che facevano manga-punk quando ancora non era di moda, e che mi hanno fatto saltare e pogare nella polvere della colonia della Favorita fino a che una gomitata allo zigomo non mi ha messa k.o. impedendomi di chiudere l’occhio sinistro per alcuni giorni. E poi Max Gazzè che cantava Favola di Adamo ed Eva, che continua ad essere una delle mie canzoni preferite, e tanti altri, fino ai Modena City Ramblers, che però, senza Cisco, si sa, non. Quest’anno, quando mi è stato annunciato che avremmo preso anche noi – casa editrice piccolamacarina – uno stand alla festa di Liberazione, mi sono sentita emozionata e trepidante, con un animo simile a quello della me sedicenne scema che andava con l’autobus e supplicava per un passaggio al ritorno. Ho messo da parte tutte le considerazioni razionali che mi avrebbero dovuto fare considerare l’impresa – dieci giorni a turno a gestire un gazebo zeppo di libri magliette borse e agendine – più che altro una seccatura e una complicazione (turni da equilibrare, buchi da coprire, persone da blandire o minacciare per evitare di restare piantata lì per ore senza poter mangiare o fare pipì) per visualizzare solo la parte migliore dell’esperienza. Già mi vedevo seduta dietro uno dei tavoli a cavalletti, con la pancia piena di patatine fritte e panini con la porchetta, ad ascoltare buona musica e conversare con compagni vestiti da sessantottini glamour. Il primo dei miei turni, sfumato causa acquazzone e conseguente fusione del gruppo elettrogeno, era stato piuttosto deludente; ma ieri, mentre attraversavo a piedi il Giardino Inglese, il cuore mi batteva pateticamente forte. La delusione è stata, come sempre, proporzionale all’aspettativa: della festa che ricordavo io non c’era traccia. Oltre a un nugolo di stand e gazebo pieni di paccottiglia varia (bigiotteria fatta a mano come va tanto di moda oggi, degli elicotteri telecomandati che ci hanno fatto ridere per tutta la sera, dolciumi e caramelle assortiti, birra forst a due euro), a uno spazio dibattiti semi-vuoto e a un’area-proiezioni di assoluto squallore non c’era molto altro. Nessuno a chiedere spiccioli e distribuire adesivi-ricordo, neanche un banco con la porchetta, un concerto tristissimo di giovani emuli delle Vibrazioni. Il colpo di grazia mi è stato inferto quando, ormai stanca e scoraggiata, tentavo di chiudere i ganci delle paratie in plastica per abbandonare lo stand al suo triste destino; qualcuno, dall’area in cui si vendeva la birra, ha deciso di metter su della musica: ma non gli Inti Illimani, come un tempo, bensì un cd, appositamente preparato, di musica trash. Una sequela di Gioca Jouer e La notte vola e Disco bambina e Cicale da far rabbrividire; canzoni che dieci anni fa venivano proposte nelle discoteche per giovani che si sentivano colti e di sinistra e che oggi vengono ascoltate solo da adolescenti truzzi con i capelli piastrati e il ciuffo sulla fronte. Che tristezza.

Per mitigare il senso di squallore provato ieri sera – e che proverò di nuovo domani, per l’ultima triste giornata di festa – sono stata costretta a comprare un libro: Exit di Alicia Giménez-Bartlett, autrice a cui sono molto affezionata. L’ho richiesto al mio libraio di fiducia, con un brivido: sembra che sia il suo miglior libro, e già fremo.

 

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Cattivi pensieri di Natale

Di solito mi piacciono molto, i libri Sellerio, si sa. Amo il loro formato tascabile, dalle dimensioni perfette per la lettura a letto, su un fianco, con il pollice tra le pagine e il semi-labrador sui piedi, e molto sonno e gli occhi quasi-chiusi ma ancora una pagina; amo la carta Roma, le copertine riconoscibili e semplici, pulite, essenziali, amo quella macchia di blu scuro che producono le loro costine allineate sui miei scaffali, bassette e uniformi, discrete. Amo le scelte che compiono, da quella dei titoli e degli autori, a quella di ri-pubblicare libri a cui sono affezionata, come Il nodo e il chiodo o L’affaire Moro, con copertine diverse e misure da tasca della vestaglia e le stesse parole forti intense dentro.

Proprio per questo, quando ho preso in libreria – gesto rapido e risoluto nel timore di un ripensamento dettato da sciocchi puerili sensi di colpa e immagini auto-prodotte di pile traballanti di libri che franano dal comodino alla cuccia dell’amato quadrupede – Un Natale in giallo, ero colma di buoni auspici: sono uscita dal negozio con un sapore dolce-confortante in bocca e un sorrisetto compiaciuto sulle labbra che ha fatto in modo che il bulletto in divisa da forse del (dis)ordine private a guardia del centro commerciale mi guardasse sospettoso e pronto ad evocare metaforici tintinnii di manette; inoltre, i sette autori, Gian Mauro Costa, Carlo Flamigni, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Ben Pastor, Santo Piazzese, Francesco Recami, mi piacciono – con sfumature che vanno dall’applauso entusiasta al mezzo sorriso volenteroso, certo. Purtroppo, le mie aspettative sono state deluse: il libro, che certo non è da buttar via, non è neanche un granché. Eccheccavolo.

Gli autori, tranne Costa e Piazzese, sembrano genericamente a disagio: come costretti a tirar fuori un raccontino giallo (che poi, nella maggior parte dei casi, giallo un paio di palle, eh) al solo scopo di inserirlo in questa raccolta. Sembra in panico, subito, Recami: e sì che è uno scrittore che amo, ma il giallo non è esattamente il suo genere, sebbene si ostini a scriverne; il suo racconto, proditoriamente inserito per primo, gira intorno al cortile della casa di ringhiera senza approdare a nulla. Alicia Giménez-Bartlett, dal canto suo, sembra troppo impegnata a spiegare chi siano Petra e Fermín e quanto odino il Natale per ipotizzare di imbastire una trama; banale, prevedibile, scontato. Piazzese, invece, tira fuori un qualcosa di gradevole, e vabbe’ che ci ha messo dieci anni per tornare a scrivere: un raccontino equilibrato e strutturato e un protagonista che, dall’ultima ‘comparsa’, sembra maturato: ha smesso di andare dietro alle gonnelle di biondine americane di nome Darline, ed è già qualcosa. Anche Costa se la cava egregiamente: il suo Enzo Baiamonte, malinconico e complesso, giganteggia per ironia e spessore sugli altri personaggi. Malvaldi sembra rifugiarsi nel dialetto e nelle solite ciance dei vecchietti del BarLume per pura mancanza di idee, e tira fuori uno svarione clamoroso proprio sulle sue amate carte da gioco; una di quelle cose che mi fanno digrignare i denti per la rabbia: è mai possibile che nessuno, un amico, un parente, non dico addirittura un editor, se ne sia accorto? Ma dai, un po’ di rispetto. Flamigni propone una storiella priva di consistenza, inutile, imbarazzante; quella di Pastor è monocorde e grigia, insapore, di una noia bianco-lattiginoso che lascia stremati.

Il mio amore per Sellerio ha subito un drastico ridimensionamento: va bene, il libro niente-di-che può capitare, ma l’impressione generale è di un escamotage commerciale un po’ troppo smaccato: la prossima volta dateci l’iban e vi mandiamo i soldi, ma evitate di ammannirci schifezze, plis.

Per correttezza, specifico che questo post nasce come re-impasto della recensione al libro che ho scritto per il sito www.temperamente.it

 

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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