Di dio, dei miracoli, del senso di colpa

– Credi davvero che Dio abbia esaudito le tue preghiere? – le domandò.
– Non posso saperlo. Però tu sei qui, no? E sei in salute, no?
– Questo non prova niente, – disse lui. – Perché Dio non ha esaudito le preghiere dei genitori di Alan Michaels? Devono pur aver pregato. Anche i genitori di Herbie Steinmark devono aver pregato. Sono brave persone. Sono bravi ebrei. Perché Dio non ha interceduto per loro? Perché Lui non ha salvato i loro figli?
– Onestamente non lo so, – rispose Marcia impotente.
– Non lo so neanch’io. In primo luogo non so perché Dio ha creato la polio. Cosa voleva dimostrare? Che sulla terra abbiamo bisogno degli storpi?

Nemesi, come tutti i libri di Roth che ho letto fino a oggi, mi è piaciuto moltissimo. L’ho divorato con metodo, in un paio di giorni, colta dalla stessa frenesia che mi aveva afferrata per Indignazione e Patrimonio: ammirazione e sottile invidia e piacere puro e bisogno fisico di non staccare gli occhi dalla pagina come non mi succedeva da molto tempo, in questi mesi di giallinutili, romanzinoiosi e libribrutti. È maestoso e brutale ed epico, Nemesi: pesante e disturbante e fastidioso quanto può esserlo, nella realtà, confrontarsi con la malattia altrui, e con il senso di colpa che provoca. E proprio il senso di colpa è il protagonista assoluto del romanzo: Bucky, che pretendeva da sé di riuscire a debellare un’epidemia di polio senza gli strumenti fisici e mentali per approcciarla, si convince di essere l’untore, la “freccia avvelenata”, lo sterminatore: il colpevole della morte degli innocenti, un Erode inconsapevole punito da Dio per la sua mancanza di decisione e di vigore morale. Nemesi è il secondo libro sul senso di colpa in cui mi imbatto quest’anno: e come La porta di Magda Szabò è privo di consolazione, di speranza, di possibilità di riscatto. Il protagonista, schiacciato dalla assurda consapevolezza di avere provocato una strage, sceglie di annullare la propria vita, di essere un non-uomo piuttosto che un uomo che, animato dalle migliori intenzioni, non ha retto alla tensione e ha fallito. Bucky, ebreo praticante come tutti i personaggi di cui ho letto nei libri di Roth, stremato dal dolore e dalla pena, sceglie di addossare a dio parte della colpa: quella di non avere protetto i suoi figli, di non aver avuto pietà delle loro preghiere, di essere stato sordo alla loro sofferenza: sentendosi inizialmente un miracolato per essere scampato al contagio, si chiede come mai le invocazioni di qualcuno siano state ascoltate e quelle di qualcun altro no. Ribaltando la domanda, mi sono domandata spesso quanto senso di colpa ci sia dietro un voto esaudito. Forse nessuno, forse chi ha pregato sicuro che se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà (Mt. 18, 19-20) non ha bisogno di sentirsi in colpa. O forse non è così: forse c’è una parte del fedele che si chiede perché la sua richiesta e non quella di chiunque altro, più devoto, più giusto, più meritevole, sia stata esaudita; forse si domanda cosa debba fare, adesso, per saldare il proprio conto col destino, per non essere in debito, per sentire di aver riequilibrato il sistema. Per non dover attendere, ogni giorno, di conoscere il prezzo da pagare per la guarigione: fosse anche, semplicemente, proprio il senso di colpa.
C’è molto caldo, come è ovvio a Palermo a luglio. Un dolce buono è fresco è la versione hand-made del parfait di mandorle (che, accompagnato da cioccolata calda che era solo squallido ciobar, è stato un must degli anno novanta): fate tostare 250 gr. di mandorle spezzettate con un 50 gr. di zucchero. A parte montate due albumi a neve con 50 gr. di zucchero, due tuorli ben spumosi con altri 50 gr. di zucchero e mezzo litro di panna vegetale. Incorporate il tutto, fate raffreddare in congelatore e cercate di non finirlo direttamente dalla vaschetta.
Lo so, non è il dolce migliore per chi ha ancora mal di denti, ma arriverà il momento.

 

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Se non altro, fino alla fine non ho camminato

Cosa è stato, per voi, il 2011? È stato un anno sereno o frenetico, rilassante o mesto, cupo o radioso? Da ricordare, da dimenticare, da confondere con altri? È stato l’anno della morte di Liz Taylor e Peter Falk o della falsa partenza di Bolt ai mondiali? Quello di ‘se non ora, quando?’ o dei quattro sì ai referendum? L’anno della caduta di B. o dell’ascesa conclamata di Djokovic? L’anno della crisi economica o quello dell’arresti di Mladic? Dei 150 anni dell’unità d’Italia o della squalifica di Dayron Robles a Daegu?
A me è piaciuto, il 2011. È stato un anno complesso e stancante e faticoso e frizzante, iniziato con una notizia bella e inaspettata, una di quelle che ti fanno pensare che forse qualcuno dei tuoi progetti un giorno si realizzerà, e che chi dice che in Italia si fa tutto solo grazie a raccomandazioni e favori, be’, rosica. È stato l’anno che mi ha permesso di mettermi alla prova, di imparare che, se ho uno scopo, alzarmi presto può anche non pesarmi; quello che mi ha fatto scoprire che cambiare ritmi e abitudini è un’impresa alla mia portata, e anche a quella del semi-labrador. È stato l’anno del mal di schiena che toglie il fiato, della paura e della stanchezza, ma anche delle soddisfazioni, dei riconoscimenti piccoli ma insperati e gustosi, l’anno di Praga e di Magda Szabò, di Saramago e Odifreddi, di Masterchef e di un portachiavi a forma di gufo che sta saldamente fissato alla mia borsa, per evitare che scappi via. L’anno degli incendi di spazzatura e della mia prima estate senza neanche un bagno a mare, dei 90 anni del simpatico ottuagenario e dei regali che, silenziosi e assordanti, hanno attraversato l’Italia per raggiungermi, carichi di sorrisi che non ho mai visto e abbracci che non ho mai toccato, o forse sì. L’anno del mio ultimo libro di De Carlo e anche di Safran Foer, uff. L’anno in cui ho scoperto con triste meraviglia che di Natalia Ginzburg ho già letto tutto, e che quel sentimento cinquanta per cento stupore cinquanta per cento ammirazione che i suoi libri mi regalavano a poco a poco finirà con lo scemare. È stato l’anno in cui ho deciso di fare a meno di tutte le persone che mi appesantivano le scarpe, e di tenere solo pochi amiciamoci (adesso ne conto tre, ecco) e tanti amici virtuali, che forse un giorno incontrerò, o forse no. L’anno in cui mi sono scocciata di parlare e spiegare e capire e accettare, di far finta di non comprendere, di avere pazienza, e ho deciso che non ho più tempo da perdere per chi usa parole forbite per celare pensieri violenti: basta, fanculo. È stato anche l’anno del concerto di Max Gazzè, della volta in cui sono scappata dal cinema perché avevo paura, del mio primo matrimonio di famiglia. È stato l’anno in cui ho temuto di non riuscire a cambiare, e mentre lo pensavo stavo già, lentamente, cambiando.
La ricetta di oggi è quella di un piatto a base di prosciutto che ho mangiato il giorno di Natale: coscia di maiale disossata e precotta (la vendono in macelleria) fatta bollire due ore, cosparsa di spezie e fatta arrostire in forno. A tre quarti di cottura, cospargetela di marmellata di lamponi. Va scaloppata e servita, calda e fragrante, con patate al forno e un sorriso speranzoso e titubante: o almeno, così me l’ha proposta mio cugino, e sono stata felice di mangiarla, perché era buona e perché lui lo meritava.
Un anno fa, annunciavo che il primo della lista dei miei buoni propositi sarebbe stato coltivare il dubbio: in fede, non l’ho dimenticato.
Con questo post, rivolgo a tutti i migliori auguri per un ottimo 2012: che realizzi i vostri desideri, tutti meno uno, che vi faccia continuare a sognare e sperare nel meglio.

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Ma chi è che dissemina di cadaveri carbonizzati i miei libri?

Ci risiamo: comincio a leggere un romanzo che sembra perfettamente normale, trama personaggi contenuti stile morale che rientrano nei miei personali canoni di leggibilità e di non-paura, e all’improvviso salta fuori un cadavere arso, un uomo torturato, una famiglia deportata; ma insomma, lo fate apposta? L’ultimo sussulto seguito da moto di disgusto è stato causato da La porta di Magda Szabò, libro che avevo comprato perché invogliata dai forza forza leggilo di persone che stimo e anche perché era in sconto, e io ero alla Feltrinelli e mi sentivo triste e c’era freddo – motivi sufficienti, per me, per comprare un libro, se non due o più. L’ho preso in mano un po’ di tempo fa ma, causa improvvido abbinamento con L’arte di correre di Murakami, dolce tenero appassionante e incentrato su un tema che amo, quello della maratona amatoriale, la lettura aveva assunto il ritmo lento e sonnacchioso di una passeggiata da domenica mattina d’autunno; ingoiato l’ultimo boccone di Murakami (e anche un po’ di lacrime, ché se non altro, fino alla fine non ho camminato è una frase stupenda), ho recuperato frau Szabò (schiacciata dai sette-otto libri che ho comprato nel frattempo, tutte le volte che mi sono sentita triste o infreddolita) e mi sono rimessa a leggere: ed ecco che, al giro di boa delle trenta pagine, mi attendevano i due cadaverini carbonizzati. Maccheccavolo, va’. Sono profondamente offesa.

Sicuramente la mia soglia del terrore è piuttosto bassa – diciamo, paragonabile a quella di un criceto cucciolo – però non è leale far così. Non ne capisco neanche il senso, di certe scivolate nel truculento. Astraendo da questo libro che non ho ancora terminato, per quale motivo molti autori prediligono il particolare orrendo, che tocca lo stomaco invece che il cuore o il cervello? E perché è così, purtroppo, anche nella normale conversazione tra conoscenti? Perché sembra necessario avvalorare le proprie opinioni con oscene descrizioni? La mia pietas per una persona morta non è accresciuta dal racconto delle tristi circostanze della sua dipartita. La mia indignazione per un gesto feroce non aumenterà conoscendo tutti i mostruosi particolari del suo svolgimento. Non è l’immonda immagine che mi fa paura: sono le motivazioni che l’hanno causata, che mi atterriscono. Non ho bisogno di dettagli. Quando in un libro mi imbatto in una scena cruda, mi chiedo che senso abbia; vuole colpire, ferire, istruire? L’autore ghignava, mentre la scriveva, o aggrottava le sopracciglia in preda al fastidio? In Gomorra, che peraltro amo, era necessaria la raccapricciante descrizione di una tortura di gruppo? Qual era la reale intenzione dell’autore? Mostrare la ferocia del sistema, o far rivoltare lo stomaco con una scena forte e abbastanza inutile, con lo stesso assurdo piacere con cui mia zia, quando ero bambina, mi raccontava istruttive storie a base di persone vittime di incendi ed esplosioni?
Forse è vero, sono troppo delicata, una specie di fanciulletta del seicento dalla svenimento (figurato) facile; forse mi precludo molti libri e film belli per paura di avere paura. Però per favore, smettetela: non abbiamo bisogno di stringere i denti e sospirare per il ribrezzo, per capire. Abbiate un po’ più di fiducia in noi lettori, plis.

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