Un panino può salvarti la vita.

Nella mia affannosa ricerca di ricette adatte per pranzo e cena – semplici da preparare, non troppo costose, senza aglio o cipolla o erbe aromatiche o spezie diverse dal curry, che non sporchino irrimediabilmente la cucina né facciano troppo casino – ho trovato un insperato alleato: i panini da hamburger. Come quelle persone che, pregne di carisma e seduzione, spargono fascino su chi sta al loro fianco, i panini tondi e morbidosi e ricoperti di semi di sesamo rendono interessante anche una rondella di pomodoro.

Qualsiasi alimento, anche il meno saporito, se ficcato in un panino da hamburger e abbinato a un velo di maionese acquista un non-so-che particolare e risolve egregiamente un pasto. La prima opzione, chiaramente, è proprio l’hamburger: impastato dalle sapienti manine di mia madre, cotto in padella e servito con patate al forno (o con purè, se il tempo è poco) e dentro un panino con maionese e insalata è il pranzo del sabato in casa nostra. Anche la frittata – nelle varianti con patate, con zucchine a pezzetti o tritate, con funghi – può farcire dignitosamente un panino, e qualsiasi cosa possa essere mescolata a un impasto di uova e cotta in padella o ridotta a polpette e fritta o cucinata in forno; l’ultima scoperta salva-cena, rubacchiata da un settimanale femminile a cui sono abbonata da molti anni, è stata quella dei finti-falafel: ceci – della pregiata varietà in scatola, scolati dell’acqua di conservazione – frullati con un uovo, ricotta, parmigiano e pangrattato, e poi polpettati e rotolati allegramente nel pangrattato. Cotti in forno per pochi minuti e schiaffati in un panino con della salsa allo yogurt e menta hanno ricevuto applausi a scena aperta e sono entrati a pieno titolo nell’elenco dei piatti-tipo che preparo con una mano sola, gli occhi sullo schermo del pc e le orecchie piene di 99 posse.

Da molto tempo ho difficoltà a trovare qualcosa che mi piaccia leggere. Ho scartato in rapida successione tre o quattro gialli nordeuropei, un romanzo italiano molto esaltato e altrettanto noioso, una raccolta di racconti gialli sul tema della crisi, una silloge di scritti su una famosa editrice palermitana da poco scomparsa, un numero sproporzionato di romanzi consigliatimi sui social network e appena sfogliati. Poi, mentre ero in libreria a comprare un regalo, ho intercettato Lettera al mio giudice di Simenon; di quest’autore avevo letto solo i gialli con Maigret, gradevoli ma di una snervante monotonia, ma ricordavo che qualcuno me ne aveva parlato bene. L’ho estorto a mio padre e lo sto leggendo con reale voluttà, come non mi capitava da moltissimo tempo. C’è, in questo libro, una storia di amore e ossessione e passione e follia, sezionata con pacatezza e lucidità; mi sta ricordando, per certi versi, A sangue freddo, nella capacità di far provare empatia per un colpevole, tagliando via i giudizi e lasciando soltanto l’umanità dei sentimenti, delle emozioni, della vita.
Adesso che l’ho quasi finito e che già comincia a mancarmi, mi sono ricordata chi me ne aveva parlato: il commissario Montalbano, accidenti. Chi trova il riferimento e me lo indica – lo sto cercando invano – vince un bonus.

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