(Buoni) propositi

Tra i buoni propositi per il prossimo anno rimane saldamente primo in classifica il continuare a coltivare il dubbio. Nella mia personale graduatoria (in ordine sparso, non assaggiare mai una pizza al mascarpone, non tentare di bloccare con gli incisivi un trapano inceppato, ripulire le zampe infangate del semi-labrador prima che faccia da sé sulle federe misto-lino e ridere per una manciata di minuti almeno una volta al giorno), l’arte del dubbio, dell’incertezza, del porsi domande mantiene anche quest’anno la prima posizione.

Non amo chi pensa di avere certezze; meno che mai, chi pensa che sia giusto elargirle in giro con atteggiamento da missionario della fede o da fustigatore dei costumi. Forse è vero, non ho più voglia di ascoltare chi alla possibilità oppone l’assoluto, chi alla scoperta, ai tentativi goffi e maldestri e malriusciti, magari falliti, oppone la granitica obbedienza ad un cieco modo di pensare. Mi piace chi tenta di spiegarsi, non chi tenta di convincermi. Mi piace chi parla con gioia e curiosità, con la golosità di scegliere e gustare ogni sillaba, non chi sputa violenza ad ogni parola annegandola in un mare di melassa, parole finto-dolci per pensieri aggressivi, stizziti, ipocritamente fermi nelle proprie posizioni. Non sopporto chi combatte ad armi impari, chi pensa di avere dalla sua il giusto, dio, il papa o l’autorità. La mia auctoritas è solo la mia morale, e posso rivederla, riassestarla a strattoni e colpetti e tocchi se non mi soddisfa, se lascia in ombra qualcosa, se mi sembra che non rispetti il mio pensiero, o quello di qualcun altro. Posso metterla in dubbio, se ne sento il bisogno. Voglio preservarmi questa possibilità.

La realtà, con le sue incomprensibili crudeltà, può essere capita, o semplicemente affrontata, solo armandosi di dubbi, esitazioni, curiosità. Preferisco dieci domande a cinque risposte. A sangue freddo è uno splendido romanzo; è scritto con uno stile maturo, pieno, variegato, è probabilmente il punto più alto della scrittura di Truman Capote; è attonita, dolente, commossa e partecipe, è la scrittura di un maestro che ha lavorato con lima e raspa per dare ad ogni parola lo spazio che merita. È un romanzo-inchiesta, che parte da un’unica, semplice domanda: da dove nasce il male? Cosa può scatenare una sorda, incomprensibile cattiveria? Quali sono le ragioni, qual è la giustizia, come si può spiegare tutto questo? Senza giustificare né rendere plausibile un evento assurdo nella sua brutalità, Capote trova una risposta alla prima domanda; una risposta ovvia, banale, semplice, se si ha il coraggio di ascoltarla.

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Thanksgiving Day

Giorno del Ringraziamento. Thanksgiving Day. Il quarto giovedì di novembre, tra pranzi luculliani e torte di zucca, le famiglie degli Stati Uniti si riuniscono per festeggiare. Nelle scuole elementari, tra sagome di tacchini da appendere alle finestre e costumi da padri pellegrini da far cucire da sollecite mammine, le maestre si ingegnano a far imparare a scolari renitenti le battute della recita annuale. Virili cow-boy con cappelli a larghe tese caricano carcasse di pennuti sul retro dei loro pick-up. È il giorno in cui gli U.S.A. si sentono forti e sicuri, tetragoni ai colpi del destino, sia esso incarnato da terroristi barbuti e deliranti o da minacce di influenze fatali e crolli imbarazzanti e definitivi della Borsa nazionale. È il giorno della sfilata di Macy’s a New York, della musica classica alla radio, del pane fatto in casa, della focaccia di farina di mais, delle scatole di mirtilli surgelati da aprire con circospezione, come disinnescatori alle prese con uno zaino sospetto.

Si mangia il tacchino, in ogni casa americana; una bestiaccia enorme, pulita e riempita di riso e castagne o, nella variante più dispendiosa, di ostriche, umettata con cura e lasciata cuocere in teglie dalle dimensioni allarmanti, mezz’ora per ogni chilo di peso; servita con purè di patate e salsa di mirtilli, e funghi ripieni e insalata, e seguita da torta di zucca, per un pasto all’insegna di gusto, tradizione&calorie di troppo. Un giorno estenuante per chi deve preparare manicaretti per troppe persone, per chi deve attraversare congestionate highways per incontrare parenti che risiedono da decenni in altri Stati, per chi deve confezionare costumi per bambini e per chi deve dirigere recite deliranti a base di tacchini danzanti e padri pellegrini che li rincorrono con forchette e coltelli. America’s way of life.

Serie TV, film e romanzi hanno descritto ad ignari europei il festoso caos del thanksgiving day. Ma il racconto più tenero e struggente, più dolce e commovente, è quello che ne fa Truman Capote in Il Giorno del Ringraziamento, un racconto intenso e coinvolgente, con lo stile ormai maturo del post-A sangue freddo. La sua amicizia con miss Sook, l’amore per la cagnolina Queenie, la dedica a Lee, sua amica d’infanzia e autrice di Il buio oltre la siepe, ne fa un documento incomparabile dell’infanzia dello scrittore.

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La formula matematica della serenità

Mi piace leggere. Mi rilassa e rasserena, mi culla e carezza e consola, addolcisce la piega amara delle mie labbra, il cipiglio corrucciato da giornata-no. In un oceano di contingenze ansiogene e nemici immaginari, di semi-labrador infangati e con il muso da senso di colpa e di volte a crociera che insistono su spazi quadrangolari di forma irregolare, di quasi-amici e non-più-amici, di delusione e tristezza e incomprensioni, di calzini a righe multicolor disperatamente bagnati e di capelli arricciati arruffati elettrizzati dall’umidità, la formula scientifica nota come libro&piumone continua a dare insperati risultati.

Mi piace leggere; ancor di più, mi piace scoprire libri leggendone altri. Mi piace che uno scrittore mi descriva un suo collega, o che citi il titolo di un romanzo che ha letto, che lo ha appassionato, che magari appassionerà anche me. Amo gli autori generosi, che mi presentano gli amici, mi consigliano il titolo di un saggio, mi raccomandano di ascoltare una canzone che dà loro i brividi, di provare un piatto che a loro fa venire l’acquolina.

Natalia Ginzburg, per esempio; mi ha fatto conoscere Pavese: me lo ha mostrato dolce e sfuggente, silenzioso e ombroso e triste, ormai stanco, privo di fiducia, di stimoli, di energia. Pieno di pena, ma attento, premuroso, schivo. Me lo ha indicato già di spalle, mentre andava via confuso e solo, turbato.

Mi ha presentato anche Leone, suo marito, ma di sfuggita e come a cenni; il tempo di affezionarmi e già non c’era più, sparito tra le sbarre di Regina Coeli e tra le righe di Lessico famigliare, sicuro e appassionato, coraggioso, impavido, solo e disperato, giovane e sofferente e già scomparso.

Enrico Brizzi mi ha confidato come per caso che Andrea De Carlo, per lui, era un grande scrittore; e che, dei suoi romanzi, il migliore era Treno di Panna, scabro e ruvido, acerbo, vivo. Starnone, invece, mi ha detto che stimava una ragazza che leggeva Pube angelicale di Puig. Mi ha fatto passare interi pomeriggi a cercarlo, e altri a leggerlo; ha finito per farmi comprare e amare tutti i libri di Puig, dal superbo Il bacio della donna ragno al coinvolgente Una frase, un rigo appena. Gliene sono grata. Murakami ha lasciato che Watanabe mi consigliasse di leggere La montagna incantata, Tabucchi, invece, ha permesso a Pereira di descrivermi L’ultima lezione di Daudet con un tono commosso e appassionato, partecipe e attento, da amico che ti sussurra all’orecchio di un racconto che ha amato. Infine, Harper Lee mi ha fatto sorridere di complicità quando ha descritto Truman Capote come solo una compagna di giochi poteva fare.

Ogni romanzo ha un sapore, un profumo, una ricetta tra le pagine. Scopritela, cucinatela, assaporatela.

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