A qualcuno piace corto

A molte persone non piacciono i racconti; a me, invece, sì. Non sempre e non tutti, è chiaro: ma c’è qualcosa di assolutamente finito e concluso, in un racconto, che in un romanzo è raro trovare. I non-amanti dei racconti li trovano, di solito, troppo brevi – il che è tautologico e ovvio – e privi di azione, e con personaggi a cui è triste affezionarsi per poche pagine. Tutto questo è vero, a volte: nel senso che alcuni racconti sono davvero troppo brevi, quasi solo idee abbozzate e collegate in serie; poveri di avvenimenti, anche: lunghe riflessioni auto-consolatorie, pensieri che si attorcigliano, monologhi in prima persona sul senso della vita, giaculatorie scritte per compiacersi e darsi pacche sulle spalle e baci in fronte. Quanto ai personaggi, è vero, può essere triste lasciarli: ma non più di quanto sia straziante vedere andar via Watanabe, o Clara Del Valle, o Atticus. I racconti sono il rifugio per gli aspiranti scrittori: sembra che sia semplice, comporne uno, perché la storia è tutta lì, sotto i tuoi occhi, e non rischi di perderti in rivoli e strade accessorie, di lasciare un personaggio in un ascensore perché hai dimenticato di tirarlo fuori, di non riuscire a recuperare il filo del discorso; quello che non è così ovvio è che è molto difficile scrivere un racconto bello: che abbia uno svolgimento, una trama, che non sia solo l’inizio di qualcosa, la mini-porzione che non sazia come in un aperitivo a buffet, un assaggio da nouvelle cousine. Devono esserci personaggi così ben strutturati da non aver bisogno che di loro si racconti la vita, ma solo il qui e ora. Deve esserci uno scopo, una motivazione: qualcosa che faccia fare il salto dal temino ben scritto, dal compitino senza errori, alla vera scrittura.
Ci sono autori che hanno dato il meglio di sé anche nei racconti: Truman Capote, ad esempio. C’è tutta la sua poetica, nel volume La forma delle cose: c’è la sua famiglia, ci sono le sue origini, c’è la sua amica Harper e tutto quello che lo ha reso lo scrittore maturo di A sangue freddo. Giustamente famosi e osannati sono i racconti di Carver: e anche se non lo amo, non posso negare che abbiano una qualità altissima, e una scrittura come una punta di diamante, tagliente dura secante e quasi cattiva, feroce. Tra gli italiani, ho adorato i racconti di Francesco Piccolo: Storie di primogeniti e figli unici è delizioso, sardonico e sbeffeggiante e amaro e caustico, a tratti geniale. Anche Domenico Starnone ha scritto bei racconti,  quelli che compongono il volume La retta via. Per ultima, una scrittrice giovane e interessante lanciata proprio dai testi brevi: Valeria Parrella. mosca più balena e Per grazia ricevuta sono ritratti vividi, sguscianti, di donne – soprattutto, ma non solo – di Napoli: con un misto di dialetto e italiano in bocca, e atteggiamenti e vestiti che abbiamo visto indossare, per strada, a molte persone.
La ricetta di oggi è quella dei fiori di zucca ripieni: mondati e provati del pistillo – se si vuole, io lo lascio -, riempiti con un pezzetto di scamorza e mezza acciuga sott’olio, passati in una pastella di uova, farina, acqua gelata e poco lievito e fritti. Una ricetta come un racconto: rapida da leggere, complessa da assaporare e digerire.

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