Fenomenologia della tristezza

Parafrasando un incipit molto noto, ogni libro triste lo è a suo modo. Ci sono i libri tristi-deprimenti, quelli tristi-arrabbiati, quelli tristi-rassegnati. Alcuni mi piacciono, altri mi lasciano stremata. Per la tristezza non c’è solo una gradazione quantitativa, da triste-grigio perla a triste-antracite, ma anche un range qualitativo vario e multiforme. Non c’è una sola tristezza standard, ma un nugolo di tristezze eventuali, possibili, differenti, disparate. Disperate.

Non amo la tristezza; sono naturalmente portata alla mestizia, e per questo alla costante ricerca di un rimedio allopatico alla stessa. Niente canzoni di De Andrè, allora, con nani e zingari e puttane e gocce di smarrimento che stillano come farmaco da una flebo, niente notturni di Chopin, niente morti del cigno trasudanti melensa malinconia. Niente film con scene al rallentatore, niente pubblicità televisive con anziani che parlano al telefono con figli lontani, niente canzoni brasiliane colme di saudade, niente premiazioni sportive con atleti commossi che ascoltano gli inni nazionali. Ho bisogno dell’allegria giocosa dei Prozac+, del limpido sorriso degli Scisma, della rabbia sicura e ben diretta dei Punkreas. Non mi piace la tristezza. I libri tristi, però, sono un discorso a parte.

Ci sono romanzi che ho paura di leggere, perché temo di farmi risucchiare dalla loro sconfortata disperazione; da quando ho uso di ragione qualcuno mi ha sempre consigliato di approcciare Opinioni di un clown di Böll. Mi dispiace, ma non penso ci riuscirò mai, guardare la copertina mi fa stringere il cuore, rapportarmi con il testo potrebbe essere una ferita mortale. È una di quelle forme di tristezza che non penso di riuscire a sopportare. Anche Trilogia della città di K. è un libro triste, ma nella sua fredda, calcolata brutalità ogni lacrima è congelata, ogni dolore anestetizzato, reso acuminato come uno stiletto d’acciaio, sottile invisibile mortale. È uno dei miei libri preferiti in assoluto.

A sangue freddo di Truman Capote è rassegnato nella sua sconsolata volontà di capire fino in fondo i meccanismi perversi dell’animo umano. È triste come un prete al funerale di un parrocchiano a cui ha voluto bene, Capote, è triste per le vittime e per i carnefici, nel suo modo leggero e delicato e in-punta-di-piedi. È dolente, in ogni suo libro, Natalia Ginzburg; lo è con la determinata sicurezza di chi sa come vivere, cosa è giusto e cosa no, cosa è la vera etica laica, l’esatta misura delle cose. È triste ma mai fredda, mai disperata, mai rassegnata, solo come pensierosa e stanca, a volte. È triste Murakami, con i suoi personaggi complessi e infantili e inadatti alla vita, ma in una maniera come superficiale, come se non volesse affondare il coltello nella piaga. È triste Isabel Allende, ma è incazzata e carica e ha energia da vendere, e mi piace tanto, così.

Un buon antidoto alla tristezza è preparare qualcosa di dolce; magari un semplice cheese-cake, con la base fatta da burro e frollini sminuzzati, e la crema confezionata con un buon formaggio tenero tipo quark amalgamato con zucchero a velo e lavorato insieme alla panna, metà già montata e metà in cui sia stata sciolta della gelatina in fogli. Mettete in frigo, guarnite con frutta a volontà, mangiate senza remore, ignorando le occhiate languide del semi-labrador. Anarchy in the UK in sottofondo scioglierà quel fondo di tristezza che era rimasto. Dio salvi i Sex Pistols.

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