Vuoi esprimere tre desideri?

Se incontrassi il genio della lampada, cosa gli chiederei? Non lo so; così, a naso, le tre cose che mi vengono in mente sono 1) pelle azzurra e altezza due mele o poco più per tutta la popolazione mondiale, 2) un pinguino domestico da coccolare, 3) un canguro come mezzo di trasporto, per andare in ufficio a balzelloni. Non ho chiaro, però, se questi desideri siano validi: si può domandare qualcosa che cambierà in maniera decisa e definitiva la popolazione mondiale, come la carnagione azzurra? E si può pretendere che un canguro bighelloni per l’intera mattina su un marciapiede, magari giocando con Mosca, o che impari ad aspettare in anticamera, se il caso aprendo la porta e facendo accomodare gli ospiti? E come si concilia il pinguino domestico con la normale temperatura delle nostre case? Forse bisognerebbe chiedere un preventivo adattamento del pennuto ai 35° di Palermo; ma questa richiesta non assurgerebbe, forse, al ruolo di desiderio a parte? O forse si possono chiedere desideri articolati per punti successivi? Non mi è chiaro.

Penso che, in linea teorica, tutti abbiamo abbastanza chiaro quali siano le nostre priorità: salute, amore e realizzazione lavorativa, in ordine sparso. Ma, nella pratica, cosa desideriamo davvero? Che nostra madre guarisca, ad esempio? E quanto cambierebbe la nostra vita, un desiderio immenso e complesso come questo? Forse non riconoscerei più mia madre, così; forse non sarebbe più lei, la mia-madre-che-conosco. Forse sono egoista, forse dovrei volere il meglio per lei, per quanto possa essere inspiegabile e spaventoso per me. Ma guarire cosa significherebbe: tornare a quando stava bene, cancellando gli anni in mezzo? O star bene ora, ricordando il dolore del passato senza poterlo cambiare? Quante cose sarebbero state diverse, se il genio fosse apparso vent’anni fa? E se chiedessi la salute per me, a cosa andrei incontro? Magari potrei specificare: battermi per ottenere, ad esempio, di mantenermi in ottima forma fino ai novanta anni. E poi? Se il mio destino fosse di viverne cento, e gli ultimi dieci fossero una crudele, perenne dannazione? Accidenti, genio: sono davvero confusa. Forse il primo desiderio dovrebbe essere quello di saper scegliere bene i restanti due.

Forse la cosa migliore sarebbe poter frazionare i tre desideri in tanti mini-piaceri, innocui e divertenti, di quelli che ti facilitano la vita senza stravolgerla: che so, bucato che si stende e si ritira schioccando le dita, una scorta infinita di bei libri, Nadal che vince ogni match urlando vamos! e salutandomi con la mano dallo schermo. E poi trovare un manoscritto inedito di Natalia Ginzburg, avere un fondo illimitato di monetine per prendere palline di gomma a tutti i distributori, poter mangiare cioccolatini e biscotti alla doppia crema senza aver mai mal di pancia; una temperatura costante di 23°, piante rigogliose sul terrazzo, non aver paura di guidare in autostrada. E ancora il fondo della crostata che non si brucia mai, un forno a legna che appare solo quando ho voglia di pizza, Ife sempre sorridente. Che il nostro amore non finisca mai, il tuo sorriso che mi scalda il cuore ogni giorno, la tua voce entusiasta, senza ombre. Essere una persona migliore, conoscere il modo giusto per fare le cose. E ancora saper correre bene coi pattini, andare in slittino sulla discesa del garage, poter giocare tutto il giorno con la spillatrice…

I libri illimitati ancora non li ho, ma ho ricevuto un regalo che si avvicina molto a questa voluttà: una pennetta (che sta già svolazzando verso casa!) con tanti tanti bei romanzi dentro, e un kindle rivestito di giallo su cui leggerli. Per ora ho, tra le mani, un libro di carta, però: ed è l’ultimo di Marco Malvaldi, Argento vivo, che mi sta lasciando molto fredda.

Tra i miei desideri dovrebbe esserci anche il poter mangiare a crepapelle: nell’attesa, una ricettina semplice sono i rotolini di pollo che ho preparato a pranzo. Petto di pollo ben battuto farcito con un mix di formaggio spalmabile, mandorle e pomodori secchi a pezzetti. In padella con olio e un po’ di vino bianco e sono pronti.

Infine, questo post non è tutta farina del mio sacco: per cui grazie, anche per questo, a chi mi aiuta, ogni giorno, a pensare e capire e vivere.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Per favore, non toglieteci la scuola.

Tra le mille possibilità aperte dall’avvento dei social network – comunicare con amici lontani senza spendere milioni in messaggini, conoscere persone simpatiche con-l’articolo-prima-del-nome, ascoltare canzoni consigliate da un vecchio compagno di catechismo per scoprire che quel gruppo lì è proprio figo – c’è anche quella di orecchiare (spiare biecamente, a volte) conversazioni più o meno interessanti; tra una discussione sul giusto punto di cottura dei paccheri (che devono restare un po’ callosi, altrimenti è meglio cucinare i rigatoni e stop) e una sulla quantità esatta di pioggia caduta sulla provincia di Monza-Brianza negli ultimi mesi, mi sono imbattuta in una interminabile diatriba sulla giustezza educativa dell’educazione parentale: quella pratica, tipica degli Stati Uniti, di non mandare i bambini a scuola per farli istruire, in casa, da uno dei genitori.
Non sono un’insegnante, né ho dei figli per i quali pormi il problema, ma l’idea mi sembra francamente raccapricciante: perché la scuola non è solo l’apprendimento di qualche nozione – che comunque non è da trascurare, eh – ma, ovviamente, è anche uno dei primi posti in cui una persona inizia a vivere da animale sociale. Io, che non ho fratelli né sorelle e sono stata una bambina solitaria e abituata alla compagnia di adulti, senza la scuola non avrei probabilmente mai scambiato una parola con un menochetrentenne fino alla maggiore età. Non avrei affrontato l’autorità di un estraneo alla famiglia, se non mi fossi trovata davanti degli insegnanti; e anche se della maggior parte di loro non ho un buon ricordo, sicuramente ognuno, anche quelli che ho dimenticato o di cui rammento solo qualche tic, mi ha lasciato qualcosa: uno sciocco modo di dire, magari, o una frase goffa, o il gesto buffo di lanciare la borsa contro la finestra in un momento di rabbia. Se fossi stata istruita in casa, con programmi plasmati sulle mie esigenze e sulle mie personali inclinazioni, non mi sarei imbattuta, immagino, nella frustrazione di non capire: ma, insieme alla sorda rabbia di non riuscire a comprendere cosa fosse un integrale, c’era anche la sottile soddisfazione di essere riuscita a risolvere degli esercizi e di aver fatto una figura dignitosa durante l’interrogazione: perché far perdere a un ragazzo tutto questo? Perché fargli perdere ricreazioni e ore di educazione fisica, laboratori pomeridiani e viaggi d’istruzione, puntate strategiche in bagno per evitare un’improvvida chiamata alla lavagna e corse per i corridoi per rimediare a un’entrata in ritardo? È a scuola che la maggior parte di noi ha conosciuto amici e compagni di vita, ha amato e pianto e scherzato, si è fatto male e si è sentito fiero di sé. Non illudiamoci: a otto, dodici, quindici anni è difficile coltivare amicizie che prescindano da una frequentazione – forzata, certo, ma necessaria – di molte ore al giorno. E un genitore, per quanto possa sforzarsi di essere preparato e severo, non sarà mai competente in tutte le materie né neutro nei giudizi, e non affronterà suo figlio dicendo non ho mai messo un voto più alto di otto stimolandolo a tradurre la versione perfetta. Un genitore è un genitore, un insegnante è un insegnante: e i ruoli, a volte, servono.
Senza la scuola non avrei letto, forse, molti dei libri che amo: La casa degli spiriti, che ho divorato dopo che la professoressa di lettere delle medie mi ha comunicato che non le sembrava adatto, e che lo mettessi da parte, per carità. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che la tiranna di greco considerava inutilmente volgare e triviale. Lessico famigliare, di cui ho pescato uno stralcio su un’antologia. Memorie di una ragazza perbene, captato da un libro di lettura delle elementari e che, all’inizio, dedica qualche pagina proprio all’educazione parentale: i casi della vita, a volte.

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Il libro che vorrei

Se c’è una cosa che mi instilla una vaga tristezza – sguardo da basset hound con l’otite, cadenza piagnucolosa da bambino che non ha trovato sotto l’albero di Natale l’orsetto verdeacqua che desiderava, espressione da leader del Pd all’indomani delle elezioni politiche – è il fatto di non avere per le mani un romanzo che mi prenda. Purtroppo, è da un bel po’ di giorni che non riesco a trovare un libro che mi piaccia – che mi piaccia molto, intendo, che mi faccia tornare a casa dall’ufficio con trepidazione, che mi costringa a leggere in piedi mentre rimesto il sugo o seduta sul bordo del letto, in pigiama e con un calzino in mano, mentre dovrei essere già in auto. Le ultime settimane, invece, sono state un florilegio di gialli interminabili, romanzi spocchiosi e raccolte di racconti prolissi e inconcludenti. Sto annaspando barcamenandomi tra tre (3) libri che mi stanno convincendo molto poco: Amabili resti di Alice Sebold, di cui avevo sentito parlare bene ma che, dopo 150 pagine, ancora non decolla, Inganno di Philip Roth, che avevo comprato a metà prezzo con la ragionevole sicurezza che fosse un capolavoro ma che, con la sua struttura sperimentale basata esclusivamente sul dialogo e il suo clima claustrofobico, mi sta annoiando in maniera inspiegabile, e la raccolta di racconti erotici Working hard, regalatami affettuosamente dalla sua brava curatrice ma che mi sta lasciando più che per perplessa (qual è la differenza tra erotismo e pornografia, se la maggior parte dei racconti segue la formula-base situazione lavorativa qualsiasi+rapporto sessuale spesso tra sconosciuti coronato da orgasmo simultaneo+saluti?).
Ma come dev’essere, il libro dei miei sogni? Prima di tutto, il romanzo perfetto deve durare cinque giorni: non di meno, altrimenti mi rimane ben poco, e non di più, per non scadere nella noia e nell’abitudine. Dato che, in media, leggo 50-60 pagine al giorno, il mio libro ideale ne conta tra le 250 e le 300: e non capisco perché, oggi, un qualsiasi giallo sia lungo non meno di 400 pagine, quasi che fosse impossibile far saltare fuori l’assassino senza tediare il lettore. Il libro dei miei sogni, se dice di essere un giallo, deve esserlo davvero: ci deve essere un mistero, qualcuno lo deve svelare, io devo teoricamente poterlo svelare prima dello scrittore, ma nella pratica non devo riuscirci; in tutti gli altri casi, deve evitare di fingersi giallo: ché non c’è niente di male, ad essere solo un romanzo ben scritto e intrigante e con bei personaggi e una trama interessante, e non c’è necessità di aggiungere un investigatore solo perché va di moda. Il libro dei miei sogni deve avere una copertina e una bandella oneste, anche: che non mi illudano di stare per leggere un romanzo d’amore quando invece si tratta di un saggio storico, o viceversa. Il libro dei miei sogni deve avere personaggi che mi facciano venir voglia di conoscerli, deve avere una trama che non mi faccia pensare maccheccavolodici ogni pochi minuti, non deve essere inzeppato di pubblicità, deve essere sensato, credibile, emozionante; soprattutto, non deve per nessun motivo farmi paura. Ho letto moltissimi bei libri, nella mia vita, ma forse il libro dei miei sogni resta quell’assoluto capolavoro che è Lessico famigliare di Natalia Ginzburg: è molto difficile che riesca a trovare, un giorno, un libro che mi piaccia di più.
Di romanzi belli e di canoni per sceglierli parla Nick Hornby in Sono tutte storie: simpatico, sfrontato, decisamente da leggere.

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Non capisco.

Come avvenga la mitosi. Come si possa avere paura del semi-labrador. Il senso di guardare programmi tv detestabili per poi lamentarsene. Chi beve bibite dolci sulla pasta al pomodoro. Perché esista il male. Perché esista il bene, quello gratuito e immotivato e puro. Il senso di lavorare un numero di ore spropositato per guadagnare soldi che non si avrà il tempo di spendere. Come faccia la gente a cambiare repentinamente idea. Come faccia la gente a non cambiare mia idea. Come faccia la gente a non averne idea.

Tutti quelli che: No, non ci avevo mai pensato. Tutti i politici sono uguali. Non so proprio chi sia Che Guevara. A votare non ci vado, e me ne vanto. Sono contro la pena di morte, ma quelli che commettono reati odiosi andrebbero mandati al rogo. A dipingere un quadro di Miró sarei capace anche io. Odio Nanni Moretti.

Come si faccia a non leggere e a non morire di noia. Chi tifa milan. Quanto duri la vita di un atomo. Chi non se lo è mai chiesto. Come faccia a propagarsi la luce nel vuoto. Perché in pochi abbiano voglia di parlarne. I moralisti. Chi ha progettato i carrelli del super in modo che si incastrino passando tra una cassa e l’altra. Molti titoli di articoli di giornale. Le polemiche gratuite di un manipolo di vegetariani contro i programmi di cucina. Le canzoni per bamini durante i programmi di cucina. L’odio nei confronti dei piccoli roditori con pelliccia.

Tutti quelli che: Vestito in quel modo non senti freddo? Lo sai che ti chiami come la madonna? Posso farti una domanda indiscreta? Ti dà fastidio se ti dico qualcosa di scortese, sgradevole o potenzialmente ansiogeno? Perché hai le mani sudate? 

Le lamentele meteorologiche per il caldo, il freddo, la pioggia, il vento. Chi non mangia la pizza. Chi non ama cucinare. Gli stakanovisti. Quelli che se ne fregano. Come abbia fatto un’intera nazione a farsi abbindolare da un ciarlatano. Come il mondo abbia fatto a girare la testa dall’altra parte davanti all’olocausto, al massacro di Srebrenica, ai morti di Hiroshima. Dove sia finita la capacità di indignarsi. Come si faccia a sopravvivere a un trauma. Come si possa provare odio verso qualcuno che non si conosce. Come si possa smettere di provare odio verso chi ci ha fatto del male.

Quale sia il trucco per far venire ben lievitato il pan di spagna. Perché sia così diffusa la moda dei leggins. Perché nessuno ammetta che le ballerine fanno male. Perché, se qualcuno ha irragionevolmente terrore del mio cane, sia io a dover andare via, e non questa persona. Perché la morale comune dia ragione allo spaventato e non allo spaventatore, quale che sia la situazione. Perché, di fronte a eventi tragici, sia così difficile ammettere il ruolo del caso. Perché alcune persone riescano ad emergere e altre no. Chi non ama sfogliare i vecchi album di foto. Chi non indossa mai i jeans. Chi finge di non capire. Chi non si accorge di non capire.

Un libro e una ricetta per iniziare bene il 2013 non possono mancare: e allora, orecchiette alle cime di rapa – le cime di rapa vanno mondate, tagliate, bollite, scolate, saltate con uno spicchio d’aglio, qualche strisciolina di pomodoro secco e abbondante peperoncino e poi aggiunte alle orecchiette cotte nell’acqua di cottura della verdura, un piatto della mia infanzia – e il sublime Il sistema periodico di Primo Levi; ventuno racconti che compongono la biografia dell’autore prendendo a pretesto un elemento della tavola periodica per ogni brano. Dall’argon al carbonio, passando per titanio, vanadio e idrogeno, un libro delicato, estremamente interessante, di grandissimo spessore, dolce e mesto e intenso. Scoprire che Primo Levi è stato amico di uno dei fratelli di Natalia Ginzburg mi ha fatto sorridere. Leggetelo, ne vale davvero la pena.

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Mi piace.

Ascoltare chi ha qualcosa da dire. Ascoltare il silenzio, se c’è sintonia con la persona che lo ascolta insieme a me. Ascoltare la radio in macchina, la mattina, quando c’è troppo caldo o troppo freddo per tenere i finestrini aperti. La pizza Margherita, col pomodoro buono e il fiordilatte, anche se ingurgitata in piedi, rapidamente e senza parlare, solo lavoro di mascelle e ciompciompciomp forsennato. La limonata con poco ghiaccio. Il senso di attesa di quando si inizia a leggere un libro, il senso di completezza di quando si finisce di leggerlo. Avere molti libri da leggere. Ricevere libri in regalo, soprattutto se non li ho letti e non li conosco e so già che mi piaceranno.

Tutti quelli che: dimmi se hai bisogno di qualcosa. Ricordati che io ci sono sempre. Come è andata, quella cosa che dovevi fare? Sto scendendo al bar, vuoi venire? Quel libro era proprio bello, avevi ragione. Quel libro non mi è piaciuto, parliamone. Come stai? Quando vorrai parlare dimmelo, sarò felice di ascoltarti. Ti aspetterò per tutto il tempo di cui avrai bisogno.

I Sex Pistols – che mia madre non sa chi siano, bah. I Ramones, Carmen Consoli, gli Skunk Anansie. La musica dotata di ritmo, le canzoni in cui ci siano più di tre accordi. Le canzoni in cui la musica è l’importante, e le parole vengono dopo. La pittura astratta, il surrealismo, il surrealismo astratto. Il pittore Miró, il semi-labrador Miró. Le persone che sorridono sull’autobus. Le anziane signore che chiedono con discrezione una mano per attraversare. Chi va a votare. Chi non molla, chi continua a provare, chi si ostina e ce la fa. Chi fa autocritica. Chi studia, chi si informa, chi legge, chi cerca di capire. Chi non pensa di aver già capito tutto. Chi lascia il tempo di esprimersi, chi non si limita a provocare, chi non si arrampica sugli specchi. Chi ha rispetto per la mia intelligenza. Chi ha abbastanza onestà intellettuale da ammettere un errore. Chi chiede scusa per un errore, chi non commette troppe volte lo stesso errore.

Tutti quelli che: cosa stai leggendo? Te lo presto io, quel libro. Un giorno di questi ci andiamo insieme. Non preoccuparti, non fa paura. Anche io ho paura. Ci sono qua io, così non avrai paura. Te lo dico perché ti voglio bene. Devi farti rispettare. Aspetta che ti spiego come fare. Io farei così. Andiamo al cinema?

Chi usa i social network per scambiare idee, e non solo per aggiornare l’uditorio su cosa ha mangiato/detto/indossato nell’ultima giornata. Chi sa insegnare, chi ha voglia di aiutare gli altri a imparare. Chi mi consiglia un libro. Chi mi consiglia una ricetta. Chi mi spiega come preparare una buona frolla, ché a me viene sempre male. Comprare gamberi freschi, e usare le teste per un buon fumetto, e poi preparare un riso pilaf e servirlo con i gamberi grigliati e con una salsa al limone fatta come una béchamel, ma con succo di limone e acqua al posto del latte. Chi sa cucinare. Chi ha piacere di ricevere le persone in casa propria, e prepara qualcosa da offrire per fare stare gli altri a proprio agio, e mette musica di sottofondo. Chi sa suonare uno strumento. Chi non si vanta di saperlo suonare.

Tutti quelli che: Mi fai vedere una foto del tuo cane?  Lo sai cosa ha fatto il mio cane? Ho dato un po’ di croccantini a un gatto randagio. Ho cercato un libro per te. Secondo me questo libro ti può piacere. Penso di stare bene, ormai. Sono felice, sai? Sono fiero di te.

Natalia Ginzburg, i suoi libri, la sua integrità, le sue parole, il suo stile, il suo esempio.
Marguerite Duras, le sue suggestioni, la sua lucidità. Nanni Moretti, Francesco Recami, Francesco Piccolo. Chi dice parolacce – non troppe, però. Chi non ha pensieri violenti. Chi non finge di non capire. Chi augura il buon giorno, di cuore. Chi saluta, chi si ferma a chiedere scusa se urta qualcuno; chi si ferma a vezzeggiare un cane, un gatto, un bambino.

Che ci sia un nuovo parco nel mio quartiere. Il profumo del pane. L’aroma del caffè – ma il caffè, quello no. I bonsai. Il mio bonsai, che ha trentacinque anni ma sembra un ragazzino. Il Natale.

Questo post è dedicato a una persona che mi piace molto, molto: e lo sa.

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“Una volta sofferta, l’esperienza del male non si dimentica più”

Da cosa deriva il male? Perché esiste? C’è un male utile, un male necessario, un male motivato, un male sensato, o è tutto intrinsecamente inutile, orrendo, immotivato, non-necessitato, insensato? Me lo sono sempre chiesta, ma in questo periodo me lo chiedo con maggiore veemenza. Non per un motivo preciso, ma così, per caso: perché sfogliando wikipedia, saltellando in rete, sbocconcellando informazioni utili solo per risolvere il cruciverba di pagina 37 della Settimana Enigmistica mi è capitata sotto gli occhi la teoria, attribuita a Sade – ma anche ad altri, immagino – che fare il male, sottomettere il debole, essere brutali e sadici, appunto, sia la vera natura dell’uomo; e che l’empatia, l’altruismo, la protezione accordata agli indifesi sia solo un portato culturale. Che non esista un senso morale universale, e che quello che per noi è giusto, onesto, sano, etico sia sbagliato, frutto di pavidità e di un sentire religioso che ha plagiato le coscienze. Chiaramente, penso che si tratti di un’ipotesi folle, delirante, enunciata – spero – solo a scopo provocatorio; se così non fosse, ci sarebbero molti argomenti per ribattere, ma il punto non è quello. Il punto è: perché, quello che per molti è riprovevole fino a diventare, nel senso più pieno, un tabù, per altri è accettabile? Ovviamente esistono molti limiti (sociali, religiosi, culturali) che alcune società giudicano invalicabili, mentre altre non vedono neanche. Ma come si spiega che paletti morali come l’orrore per chi uccide, tortura, fa deliberatamente del male a qualcun altro sono universali, condivisi anche dagli altri animali vengano abbattuti, da singoli individui o da intere comunità? Da un punto di vista storico-politico, spiegare la Shoa o il genocidio degli Armeni, motivare la pulizia etnica perpetrata ai danni degli incolpevoli bosniaci o la violenza continua a cui sono sottoposti i palestinesi si può. Ma il singolo uomo che ha picchiato, ucciso, stuprato, torturato, perché lo ha fatto? E come ha potuto snaturarsi fino a non provare pietà, pena, empatia per un altro essere umano? Cosa c’è di più forte dell’umanità? La paura, il condizionamento mentale, la volontà di potenza, la presunzione di valere più degli altri? La malattia mentale? Ma possono mai, intere nazioni, essere in preda a una follia collettiva? Come si fa a non provare disgusto fisico, nausea vera e propria, sottoponendo qualcun altro all’orrore?
Ho cercato risposte nelle persone a cui voglio bene, e ovviamente nei libri. Sul tema della violenza inutile ha scritto e riflettuto moltissimo Primo Levi. Un suo passo è un capolavoro di lucidità, di consapevolezza, di analisi dei meccanismi psicologici: la violenza inutile serve a rendere la vittima qualcosa di meno di un essere umano, per rendere il carnefice meno colpevole. È agghiacciante, ma insufficiente; si limita a delegare la responsabilità a chi ha deciso scientemente di mettere in atto questo osceno condizionamento; e loro, i burattinai, come hanno fatto? C’è un fondo di crudeltà in ognuno di noi, che viene tenuto a bada dall’etica, dalla vita in società, dalla legge, e che in qualcuno zampilla fuori come melma da un tombino? Ci sono persone che nascono, o diventano, cattive? E come fanno a farsi seguire, e obbedire, da intere comunità? Tirando fuori il loro lato peggiore, costringendo i singoli con la forza, blandendoli e spintonandoli per la strada sbagliata? Perché i miei nonni, persone normalissime, non trovarono oscena l’esistenza dei ghetti? Cosa ne era stato, del loro senso morale? Come lo hanno recuperato? Può la guerra, o qualsiasi altra condizione di tensione estrema, mutare radicalmente l’etica di un popolo?
«Visto che li avreste uccisi tutti… che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?», chiede la scrittrice a Stangl, detenuto a vita nel carcere di Dusseldorf; e questi risponde: «Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano». In altre parole: prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della colpa. È una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile.


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Quali sono i vostri valori?

Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debba insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.”

E, secondo voi, quali sono le virtù che dobbiamo insegnare, e quali quelle che dobbiamo far nostre e applicare? Le grandi virtù, o le piccole? Possiamo sperare di trasmettere agli altri qualcosa che non ci appartiene, di istruire figli e nipoti a far qualcosa comportandoci in maniera opposta? Può l’insegnamento prescindere dall’esempio?
Cosa è il coraggio? Il gesto esemplare della persona che mette in pericolo la propria vita per il bene di qualcun altro, o quello di chi si assume il rischio di farsi devastare dal senso di colpa pur di non lasciare priva di sé la propria famiglia? È più coraggioso il pescatore che affronta il mare grosso per portare a casa la giornata, o quello che rimane a terra e perde un giorno di paga? L’uomo che si butta in acqua per salvarne un altro lo fa per coraggio, per istinto, per desiderio di gloria? Perché è sicuro di farcela? Per empatia, per disinteressato altruismo, per scaramanzia? Qual è il confine tra il coraggio e la temerarietà, e tra l’indifferenza e la pavidità? E perché non siamo più in grado di mettere a frutto quella briciola di audacia che ognuno di noi ha in dotazione, anche solo per sostenere un’opinione o rispondere per le rime a chi ha offeso qualcuno che ci sta a cuore?
Quanto può essere esasperante avere a che fare con qualcuno che rifiuta di prendere una posizione? C’è frase più stupidamente sgradevole, più ridicola e affettata e falsa e arrogante di “no comment”? Perché è così difficile scegliere se stare dalla parte del provocatore o del provocato, dell’aggressore o dell’aggredito? Perché è così complicato anche solo distinguere il provocatore dal provocato, l’aggressore dall’aggredito? Quanto è comodo e semplice tirarsi da parte lasciando agli altri l’onere di uscire vincitori o bastonati da una discussione? Quanto è giusto e onorevole farlo? È meglio buttarsi a capofitto in ogni discussione con un’aria da guerriero alle crociate o mettersi sdegnosamente – o con atteggiamento magnanimo – in disparte? Quanto conta, l’aver fatto o no bella figura, nell’economia dell’amor proprio che ci auto-dispensiamo?
La fiducia nel futuro è un valore, o una scappatoia? Cosa è meglio, inseguire un sogno o accettare realisticamente di non poterlo realizzare? È più sensato rimanere fermi nell’attesa del momento giusto o cominciare a camminare senza aver paura di non poter più cambiare strada? È un valore, non lagnarsi dei propri guai perché “c’è chi sta peggio”, o è solo una scusa per compiangere e commiserare e segretamente disprezzare chi ha avuto meno fortuna? È meglio accettare con realismo la propria situazione oppure è più salubre urlare e battere i piedi e pestare i pugni sul tavolo per la rabbia e lo sgomento di non avere in sorte quello che meritiamo? Dobbiamo puntare in alto, o accontentarci di un’aurea mediocritas in attesa di tempi migliori? Ma esistono davvero, questi tempi migliori, o sono solo una scusa di cui ci nutriamo per non sforzarci di ottenere molto di più? La fiducia nei tempi migliori è forse il moderno oppio dei popoli?

Le prime righe di questo post sono tratte da un saggio che ho letto e citato innumerevoli volte, ma mai abbastanza.

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Benarrivato, bimbopiccolo

Non ho mai apprezzato la retorica del bambino. Non penso che un essere umano, solo perché di età o dimensioni contenute, sia per questo meritevole di ingiustificata acclamazione. Ho una spiccata predilezione per gli anziani e poca pazienza quando, in fila al supermercato, un quattrenne capriccioso piagnucoloso frignante moccoloso si dibatte strillando per ottenere una barretta di cioccolato. Quando al semi-labrador viene impedito l’ingresso in un bar o in un negozio, mi chiedo perché un ragazzino, magari sporco o pidocchioso o solo maleducato abbia diritto di mettere le mani appiccicose sugli scaffali, di spacchettare le caramelle per leccarle e rimetterle a posto o di tirare fuori la sorpresa dalle buste di patatine e il mio amato quadrupede, pulito depulcizzato silenzioso e con un raggio di azione non superiore a un metro e venti sia costretto a restare fuori – con me, beninteso. Fatte le debite premesse, otto giorni fa è nato bimbopiccolo. È tenero e bassetto come solo a otto giorni si può esserlo, e ha labbrucce atteggiate in un simpatico broncio, e guanciotte, e manine strette a pugno che si intravedono dalle maniche delle tutine 1-3 mesi che gli stanno ancora troppo lunghe. È il figlio della sorella di amicastorica, e in quanto tale non è mio nipote: ché non ero io, a rompere le barbie della mamma di bimbopiccolo, né a piangere le notte nel letto accanto al suo. L’ho conosciuta quindici anni fa, la neomamma, e andava ancora a scuola, suonava il pianoforte e usciva con gli amici, ma accompagnata dal padre, ché il motorino no, eh. Poi sono passati gli anni, e mentre amicastorica e io crescevamo e cambiavamo e ci allontanavamo e tornavamo vicine, lei si è laureata e fidanzata e ha trovato lavoro e si è sposata, e poi è arrivato bimbopiccolo. Quando è nato ero in ufficio, e ho battuto le mani e raccontato a tutti che, sapete, amicastorica è diventata zia. Poi l’ho visto in foto, e il giorno dopo in clinica, adagiato in una culletta di plexiglass trasparente, con gli occhioni grigio-blu spalancati e le gengive nude e le unghiette già lunghe, e mi è sembrato fragile e piccolo e bello, con la testolina piena di capelli. Gli ho regalato qualcosa di noioso e utile, sterilizza-ciucci e marsupio, mi sono trattenuta a stento dal comprare anche un delizioso carillon a forma di cane dalle orecchie lunghe – anche se non è detto che un giorno di questi non. Sono stata contenta, di conoscerlo e farmi afferrare un dito; anche solo per potergli dire, quando avrà sedici anni e sarà brufoloso e silenzioso e scostante, che io ti ho visto appena nato, eh. È il primo bambino che vedo a così poco tempo dalla nascita: aveva meno di trenta ore quando gli ho detto ciao, benarrivato, e poi ok basta strillare, mentre lui urlava a perdifiato che aveva fame, accidenti. Spero tanto che sia felice, quanto lo è stata amicastorica quando lo ha visto (“ È nato!” – “Sta bene? E tua sorella? E tu, come ti senti?” – “Penso che il termine giusto sia felice”).
Molti libri parlano di nascite e felicità e stanchezza e fastidio e abitudine e amore. Mi vengono in mente tre libri, diversi tra loro ma tutti e tre complessi e non-rassicuranti. Sono La figlia oscura di Elena Ferrante, ambiguo, ossessivo, inquientate, Lo spazio bianco di Valeria Parrella, rumoroso, silenzioso, opprimente, e È stato così di Natalia Ginzburg, semplicemente stupendo.

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No, non ho avuto paura del terremoto, ma grazie per avermelo chiesto

È una strana parola, “amico”. Viene usata spesso e per designare una vasta gamma di persone, dal simpatico conoscente al confidente al collega con cui prendere un caffè durante la pausa, al barista o gestore di pub con cui scambiare due parole il sabato sera, al proprietario di cane che incontriamo durante la passeggiata col semi-labrador. Recentemente sono rimasta molto stupita nel vedere, su facebook, una foto in cui apparivo anche io, e che era stata commentata con una frase del tipo “lei è una mia amica”, da una persona che io non definirei così, anche solo perché non ci vediamo né rivolgiamo la parola da almeno due anni, e non so se e quando ricominceremo a farlo. Ma in realtà, chi è un amico? Chi passa tutto il suo tempo con noi, chi c’è sempre, chi sa quando esserci e quando no? Dove passa la linea che separa l’amico dal conoscente, il piacevole dal necessario, l’utile dall’essenziale? Come si capisce chi è davvero un nostro amico?
Non ho molti amici – intendendo gli amiciamici, non le persone con cui
bere una schweppes lemon e chiacchierare del più e del meno. Non ne ho mai avuti molti, o forse non ne ho mai avuti e basta. È mia amica la persona che, chiamata in un momento di panico inutile una domenica sera, si è fatta trovare in tuta e cappotto, sotto la pioggia, solo per fare un breve giro in macchina? Probabilmente sì. E chi altri? Chi pensa di conoscermi e non sa interpretare il mio silenzio? Chi mi ha mandato un messaggio chiedendo se col terremoto era tutto ok, che non vuol dire “ti è crollata in testa la casa?”, ma “so che hai avuto paura, è tutto a posto”, anche se è qualcuno che non ho mai visto in faccia? Chi mi chiede di scrivere o chi non nota che, per la prima volta, non ho più voglia di farlo? L’amicizia, per me, è fatta anche di piccole cose; di frequenza, che non vuol dire vedersi ossessivamente ogni fine settimana, ma neanche mai, o così di rado da dover perdere ore a ragguagliarsi sulle rispettive vite (“Ah, ti sei laureata/sposata/chiusa in convento? Non lo sapevo”). Per qualcuno, essere amici può voler dire vedersi molto raramente, ma riallacciare ogni volta le fila del discorso; ecco, per me questa può essere affinità, o buona sintonia, ma non amicizia. Ho voglia di vedere spesso chi mi piace, per raccontare cosa ho letto, per farmi prestare un libro, per regalarne uno solo perché l’ho visto in libreria e ne avevamo parlato una volta. Per sentire se quegli accordi trovati su internet sono proprio quelli giusti. Se va tutto bene. Posso soprassedere e sfruttare messaggini facebook telefono e similari, ogni tanto, ma non sempre e non solo. È mio amico chi mi conosce e sa di cosa ho paura, e cerca di non farmelo pesare. Chi non mi instilla sensi di colpa gratuiti. Chi sa che la domenica è un giorno del cavolo e mi chiede di passare un po’ di tempo insieme. Chi si ricorda se avevo una scadenza speciale, chi mi racconta che ha una scadenza speciale e poi mi dice come è andata. Chi non mi invidia. Chi non mi impone la sua religione. Chi mi chiede con molti mesi di anticipo di passare il festino insieme. Chi conserva le nostre foto insieme, e un po’ di ricordi e qualche frase. Chi si ricorda come ci siamo conosciuti, e quando e perché. Chi mi presta un libro, chi me lo restituisce, chi non ha bisogno di mesi di tempo per spiegare e capire. Chi non fa finta di niente, chi non dice “è un problema tuo e non mi riguarda”. Chi ha un problema e mi chiede di risolverlo insieme. Chi mi permette di farmi carico. Chi non vuole che mi faccia carico.
Moltissimi libri parlano di amicizia, nelle più varie e mutevoli inclinazioni, ma il testo più dolce e dolente e attento e toccante è quel Ritratto d’un amico che Natalia Ginzburg dedica a Pavese: una cronaca breve e accorata su quanto possa essere complessa e variegata un’amicizia.

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