“Storia della bambina perduta”, ovvero come chiudere una saga di successo.

Ho appena finito di leggere Storia della bambina perduta, il quarto e ultimo volume della saga di Elena Ferrante, e già mi manca; provo una sensazione strana, metà nostalgia di persone mai esistite, metà appagamento, completezza, da conclusione di un lungo percorso, più un filo di tristezza all’idea di non incontrare più Lila e Lenu’, di non avere più nulla di nuovo da scoprire su di loro, e un pizzico di ammirazione e tiepida invidia nei confronti di chi sa scrivere così bene. Una impressione simile a quella che mi scivola addosso ogni volta che finisco di rileggere Lessico famigliare, e mi sento sola e un po’ giù e malinconica e vorrei poter telefonare a Natalia Ginzburg e chiederle di parlarmi ancora di Leone, dei suoi figli, di suo padre e sua madre, dei pomeriggi in montagna e del confino e della casa editrice e della resistenza e.

Ho conosciuto l’autrice quattro anni fa: una brava collega, una di quelle che chiunque vorrebbe avere nella stanza accanto, arguta e intelligente e disponibile per una pausa-caffè e per prestare e consigliare bei libri, mi aveva suggerito uno dei suoi romanzi; eravamo in una libreria piccola e carina, che adesso ha chiuso, sostituita da un negozio di chincaglierie gestito da ragazze che urlano e si scagliano oggetti addosso, e volevo comprarmi un regalino come premio di una gelida serata di lavoro. Ciondolavo col naso per aria, lamentandomi di non sapere cosa scegliere, fastidiosa come una bambina in gelateria che non riesce a decidere tra il cono al cioccolato e doppia panna e la coppetta fragola-e-limone, e lei mi ha indicato La figlia oscura. L’ho comprato – costava anche straordinariamente poco -, l’ho letto con grande piacere, ho estorto alla collega L’amore molesto. Poi è uscito L’amica geniale, e sono corsa a leggerlo. Da qui è iniziata una vera forma di dipendenza. A turno, tra colleghe, abbiamo acquistato e ci siamo prestate gli altri volumi, fremendo e commentando e pungolandoci a finire in fretta per passarlo alle altre; l’ultimo era un ebook, che ho mandato giù in pochi giorni nonostante la mole.

Come tutti, mi sono chiesta chi sia realmente Elena Ferrante: se sia, come si dice, Domenico Starnone, o Marcello Fois, o entrambi o nessuno dei due; mi piace pensare che sia uno pseudonimo di Francesco Piccolo, ma probabilmente è solo una mia idea. Chiunque sia, comunque, ha composto una saga da manuale: piena di personaggi, ribaditi all’inizio di ogni volume per evitare che il lettore perda qualcuno per strada (ma io comunque di qualcuno non mi ricordo più, di qualcun altro ho un’idea vaga); pregna di eventi, dai più semplici ai più scabrosi, dalle piccole beghe quotidiane alla Storia che fa irruzione nel racconto; con la giusta quantità di amore e violenza, di dolore e sofferenza, di successi e dolcezza e paura e orgoglio. Una saga che è riuscita a tenere avvinti molti (molti!) lettori, iniziata in sordina e continuata con lo scruscio. Quattro bei romanzi, davvero: violento e scabro il primo, più faticoso e compiuto il secondo, più lento e ciccioso il terzo, e infine completo, pieno, definitivo il quarto. Un’operazione commerciale un po’ furbetta, se vogliamo: presentata come una trilogia, poi rivelatasi una quadrilogia quando tutti si aspettavano, da Storia di chi fugge e di chi resta, un finale della serie; tutti i romanzi si concludono, in perfetto stile soap opera, lasciando il lettore a mordersi le unghie e cercare spoiler sul web; qualche passaggio è un po’ stancante, qualche situazione si ripete, qualche personaggio rimane un po’ appiattito sul fondo: ma, tirate le somme, ne vale davvero la pena. Leggetelo, ve ne prego: anche solo per poterne parlare insieme, ché in ufficio ancora non lo ha finito nessuno e io ho bisogno fisico di confrontarmi con qualcuno. Mi sento come quando ti raccontano un pettegolezzo: se non hai qualcuno con cui condividerlo, non c’è prio.

La serie è ambientata, in buona parte, a Napoli: e la cucina napoletana è parte del mio DNA. Quindi, scarola imbottita, pizze fritte, ragù, maiale al latte: ma soprattutto la pizza rustica, con pasta frolla e il ripieno di ricotta di pecora, salame, scamorza affumicata, uovo. Deliziosa.

Read More

Goodbye 2013.

Come ogni anno, è tempo di bilanci: con immutata originalità, aspettiamo gli ultimi spiccioli di dicembre per decidere se i dodici mesi appena trascorsi avranno diritto ad essere ricordati, e quanto e perché, se sorridendo o ghignando o sbuffando o ringhiando come mastini. Come è stato il vostro 2013? Lungo, lento, noioso, stucchevole come melassa che cola in un bicchiere, o spumeggiante e profumato come un bagno di bollicine? Io non ho bisogno di calcolare variabili e di valutare parametri, giorni di lavoro fratto giorni di riposo moltiplicato per le soddisfazioni e sommato ai sorrisi ricevuti e ai regali ricambiati: il mio 2013 è stato uno degli anni peggiori che ricordi.

È stato l’anno in cui ho constatato che le fottute ironie della sorte non vanno mai in vacanza: e quindi una malattia il cui nome strafamiliare non mi aveva mai spaventata si è portata via un pezzo del mio cuore, e un altro accidente di salute mi ha ricordato che no, dolore e rabbia e frustrazione non usciranno mai dalla mia vita: mi ero rilassata troppo presto.

Il 2011 era stato un anno di sogni e speranze, il 2012 un anno stancante e complesso ma pieno di soddisfazioni e impegno. Il 2013 è stato l’anno della paura, della solitudine, della malattia, della mancanza di fiducia, del rimorso. Dei risvegli col cuore in gola, degli sguardi preoccupati dal balcone, delle notti passate ad ascoltare un respiro rotto e affannoso, del telefonino acceso sotto il cuscino, perché mai più voglio accenderlo e trovare messaggi affranti e disperati e dover pensare che mentre io dormivo è successo qualcosa di brutto. Un anno senza vacanze, senza un bagno al mare o un film al cinema, senza riposo, senza respiro: un anno vissuto a testa bassa, pedalando senza sosta, sperando di non trovarmi di fronte, per l’ennesima volta, un gregge di pecore che blocca la strada appena giro l’angolo. Un anno in cui ho letto poco e male: molti gialli di cui ricordo solo dettagli sfocati, Stoner che mi è piaciuto ma mi ha lasciato addosso una tristezza indescrivibile, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo a cui ho dedicato troppo tempo e troppo poca attenzione. E poi Storia di chi fugge e di chi resta, terzo volume della non-più-trilogia di Elena Ferrante, che mi ha lasciata un po’ fredda, e qualche piacevole scoperta: Jennifer Egan, consigliata da una collega e omaggiata a sorpresa da un gentleman feisbucchiano, Joseph Hansen, Anne Holt, il bravissimo e intenso Maurizio de Giovanni.

È stato un anno da dimenticare, ma qualcosa si è salvato: la scoperta che leggere col kindle è bellobello, un nuovo progetto in cui credere, tante sere passate a raccontare miti e leggende tenendosi per mano; molte stelle cadenti contate nel cielo di agosto, molti abbracci a un’amica venuta dal Veneto per tre giorni caldissimi e frenetici, molti baci a Ife e Mosca e Canepiccolo, la mattina. E poi un rapporto ricucito con una persona che vive lontano ma che sa essere molto vicina, un po’ di risate con le colleghe, una cena con pizza e dolcetti al cioccolato dal cuore morbido che aspettavo da troppi anni. Un’amica tornata amica, due amiche che lo sono sempre state, colleghe e capo comprensivi e dolci. E infine la consapevolezza che tutti i momenti brutti vanno via quando sento la sua voce che ride, quando vedo il suo sorriso che brilla, quando le sue mani mi carezzano il viso e mi fanno pensare che comunque, alla fine, andrà tutto bene.

Buon 2014: auguro a tutti voi che non somigli neanche un po’ al 2013.

Read More

Mille domande, o forse solo una.

Come si fa a capire come e quanto si è sbagliato nella vita, se solo qualcosa o tutto o nulla, se molto o poco o una giusta media? Qual è la giusta distanza per vedere in prospettiva: pochi passi o molti anni, essere-nel-momento o aspettare e astrarsi, aggrapparsi a una grondaia e tirarsi su a forza di braccia per osservare le cose dall’alto? Se, camminando su un sentiero di montagna, non si intuisce la forma della cima, né il disegno di curve e rettilinei appena percorso, val la pena di detergersi la fronte, scostare le ciocche sudate dagli occhi e tirare su le maniche della felpa, fermi in mezzo a una macchi di pini, per ammirare il paesaggio, scoprire una distesa di fiori gialli o sbirciare una losanga di mare tra le foglie?

È possibile che il mio telefono riceva tranquillamente in camera da letto e non in soggiorno, o al secondo piano ma non al terzo? Perché in ufficio riesco a parlare solo davanti alla porta del bagno?

Otteniamo sempre quello che ci meritiamo? C’è una giusta misura, una esatta quantità di bene e male che si mantiene in precario tremebondo equilibrio sulle punte, una media aritmetica tra buona sorte e incidenti, fortuna e malattie, stupende sorprese e lancinanti Elena Ferrante, "Storia di chi fugge e di chi resta"dolori? C’è qualcuno che riceve più di qualcun altro, o semplicemente non siamo in grado di pesare e misurare e giudicare e commentare le vite degli altri, e quello che ci sembra invidiabile o insopportabile è sgradevole o stupendo o anche solo adatto a quella persona e non a noi? Siamo sicuri che esista una forma di giustizia, che si dio o l’equilibrio dell’universo a detenerla, o è solo il caso a riempire con manciate di occasioni e delusioni le nostre giornate?

È etico servire le vongole con una trafila di pasta che non siano spaghetti? E se, passando dalle tagliatelle, si arrivasse alle penne rigate?

Quanto tempo perdiamo a sperare e temere, a valutare e immaginare, a incrociare le dita e spiare segnali invece di vivere l’attimo? Quanti momenti non ci siamo goduti, distratti come eravamo dalla paura di quello che sarebbe successo di lì a qualche minuto, qualche giorno, qualche anno? Come si fa a concentrarsi solo sul qui-e-ora, tagliando fuori tutto quello che è incertezza o generica ansia anticipatoria? Quanto migliorerebbe la nostra vita, se imparassimo a immergerci con stolidità nel flusso delle cose, senza pensare a quando lunedì dovremo svegliarci presto, al mal di testa che avremo mercoledì sera, a cosa regaleremo per Natale o a chi ci inviterà a condividere ancora molte ore ogni giorno?

L’autista di autobus che aspetta che una frotta di ragazzi, all’uscita da scuola, corra a perdifiato fino alla fermata per mettere in moto e partire lasciandoli ansimanti sul marciapiede non sente nemmeno una punta di senso di colpa?

Il proposito di non comprare più libri, per ottime e solide ragioni – mensole traboccanti di volumi ancora non letti, comodino scricchiolante sotto una pila di romanzi intonsi, prezzi di copertina vergognosamente alti – può essere infranto senza eccessivi sensi di colpa con l’acquisto di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante? Motivare lo strappo col fatto che si tratti dell’ultimo volume di una trilogia è un bieco ricorrere a una scusa, o può essere una giustificazione valida? E il fatto di aver risparmiato il 40% optando per la versione in ebook basta per autoassolvermi senza remore? Mi auguro di sì.

Read More