Stanchezza (ma non solo).

Dire che sono stanca è riduttivo. Forse rende di più l’idea dire che non ho il tempo per dormire, per pranzare, per fare colazione; che costringo la mia bella a cenare alle 22 e che le propino solo pizza o pollo arrosto da giorni, che la lascio sola a vedere la televisione affermando con insensata fiducia “inizia tu a vedere il film, appena posso ti raggiungo”; che non riesco mai a raggiungerla: e quando lei ha finito di vedere il film, io sono ancora al tavolo della cucina che ripeto in loop “solo un altro articolo e mi fermo, solo un altro articolo e mi fermo”. Che sono scappata come una ladra dal funerale di una persona a cui ho voluto bene: e che, mentre il prete impartiva la comunione, io sentivo lo smartphone che vibrava senza sosta in borsa. Che ieri ho ricevuto l’ultima mail a mezzanotte e venti e l’ultimo messaggio all’una e trentotto; che stamattina alle nove ero al pc, che adesso sono al pc, che stasera alle nove sarò al pc, e in mezzo avrò il tempo soltanto per mangiare e lavarmi in capelli, ché faccio concorrenza a Medusa per l’acconciatura. Che mando messaggi vocali perché mi piace farlo, ma soprattutto perché non ho tempo di scriverli: e li registro mentre sono ferma al semaforo, o mentre aspetto che il sito si aggiorni, o mentre mi lavo i denti; e che li ascolto mentre scrivo noiose pappardelle-sempre-uguali, così le cose che ascolto diventano un po’ una miscellanea con quelle che leggo rielaboro riscrivo, e viene fuori che amicastorica sostiene l’indotto di Palermo con la sua azienda specializzata in ceramica d’arte, che la Fra’ farà uno spettacolo teatrale in cui porterà il suo bambino all’asilo insieme al curatore di una mostra, che due balde giovini oggi saranno a Palermo per portare avanti il dialogo tra i popoli insieme al responsabile di un’azienda casearia madonita e a un pianista iraniano. Se non avessi un gruppo di brave e simpatiche volontarie che mi aiutano a non disperdermi (“devi programmare i post su twitter, adesso”) penso che finirei per perdere per strada buona parte del programma; ma loro, graziealcielo, ci sono, e sono entusiaste e brillanti e mi hanno promesso una gita alla spa, quando tutto questo sarà finito. Ma quando sarà finito? Alla fine del festival mancano quindici giorni, alla fine del mio lavoro chissà: perché ci saranno sempre foto da postare, e ringraziamenti da inviare, e home da aggiornare, e a Natale voi mangerete il panettone e i tortellini in brodo e io starò ancora citando la ventinovesima municipalizzata. Ma comunque, pace: il lavoro è lavoro, e quel brivido di soddisfazione che provo quando penso che migliaia di persone leggono le baggianate che metto in fila per rispettare i corretti parametri seo, ripaga (in parte) lo stress e la fatica e gli occhi pesti. Il senso di colpa verso la mia bella, quello no: ma lei, che è dolce e comprensiva e attenta, mi massaggia le spalle, mi prepara una tisana e mi aspetta sul divano, semi-addormentata e intirizzita, per passare almeno un quarto d’ora insieme prima di andare a dormire. E questo è uno dei milioni di motivi per cui penso che sia meravigliosa.

La sera vado a dormire carica di adrenalina: l’unico modo per sedarla è leggere; ho finito Pulvis et umbra di Antonio Manzini, e l’ho trovato bello e malinconico, un po’ cervellotico nella trama gialla ma comunque credibile, ma soprattutto molto, molto triste.

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Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

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Come leggere molti libri (ed essere felici).

Qualche giorno fa, un articolo su Internazionale forniva istruzioni per riuscire nell’intento di leggere una cinquantina di libri l’anno: uno a settimana, in sostanza. In periodi meno frenetici di questo – quelli, per intenderci, in cui non cerco di scorrere rapidamente due manoscritti in mezz’ora tenendoli in bilico sulle ginocchia, mentre con una mano mescolo il sugo di pomodori olive capperi scorza di limone e maggiorana e con l’altra reggo l’asciugacapelli – era per me una media assolutamente abbordabile; leggevo quattro-cinque libri al mese, cercando di alternare gialli e non-gialli per non trovarmi con Miss Marple, Nero Wolfe e il commissario Montalbano a sgomitare per dare la caccia allo stesso ladro. Avevo anche io trucchi salva-tempo ed escamotage da sfruttare nei momenti di crisi; eccone un po’.

  1. Mai leggere libri troppo lunghi
    Il ritmo giusto per un libro è quello che mi permette di leggere non meno di cinquanta pagine al giorno; dato che non amo dedicarmi troppo a lungo a qualcosa, di solito non prendo neanche in considerazione i libri che superano le 250-300 pagine. Cinque/sei giorni sono più che sufficienti per entrare e uscire da una storia.
  1. La tua saga del cuore ti aiuterà a risparmiare tempo

    Per me sono i libri di Camilleri, quelli di Antonio Manzini o Marco Malvaldi: i romanzi taglia-giorni, quelli che faccio fuori in quarantotto-settantadue ore e mi regalano tempo in più da dedicare al romanzo successivo (che è lunghetto, o ostico, o complesso, ma inspiegabilmente ho deciso di leggerlo lo stesso).

  1. Leggi sempre, ovunque, comunque

    Se leggi solo a letto, o solo sul divano dopo pranzo, a meno che tu non sia molto rapido non riuscirai a macinare più di poche pagine al giorno; l’unica soluzione è sfruttare i ritagli di tempo: l’acqua per la doccia si sta scaldando? Puoi leggere un paragrafo. Sei in fila alla Posta? Puoi fare un saluto a Poirot. Leggi dal mattino: non c’è niente di più bello di fare colazione con i personaggi che ti hanno dato la buona notte qualche ora fa.

  2. Il libro giusto ha la forma e le dimensioni giuste
    Per trovare posto nella tasca della vestaglia, ad esempio, e rimanere a portata di mano per l’intera mattina. O per farsi riporre in borsa, o nel vano portaoggetti del cruscotto, o nel carrello della spesa. Il libro giusto non sta mai a più di un metro da te.

  3. Abbandona senza pietà
    Non ho pazienza, e meno che mai accetto di annoiarmi: per cui, qualsiasi romanzo impieghi più di cinquanta pagine per decollare, per me è fuori; posso provare a dargli una seconda, o terza, possibilità, nei giorni successivi: se continua a non prendermi, abbiamo chiuso. Lo scambierò su Anobii, lo presterò a qualcuno a cui possa piacere, lo riporrò in attesa di tempi migliori, ma non permetterò che mi faccia perd
    ere tempo né che mi tedi un minuto di più.

  4. Non trascurare i racconti
    Sono brevi, concisi, di solito hanno un ritmo brillante: non cassare senza ritegno le raccolte di racconti. Sono la lettura perfetta da sbocconcellare quando hai poco tempo e non puoi riprendere in mano la storia senza perderti qualcosa ad ogni pausa.

  5. Due libri sono meglio di uno
    Ogni libro ha un orario giusto per sé: di solito, quello che mi accompagna a letto e mi augura la buona giornata il mattino dopo è carezzevole, delicato, poco spaventoso; quello che mi tiene compagnia dopo pranzo e mi aiuta a preparare la cena è robusto, intenso, di carattere. Meglio leggere due libri in dieci giorni, che forzare uno solo ad adattarsi ad ogni ora.

  6. Pianifica la lettura

    Quando mi accingevo a prendere in mano Le correzioni di Franzen, una collega ha rischiato di vanificare le mie buone intenzioni con la frase ho impiegato due mesi a finirlo. Ora, io non ho voglia di fare nulla per due mesi di fila. Ho pianificato, dunque, la lettura: ho deciso in anticipo quante pagine trangugiare al giorno, e mi sono sforzata di non farmi sconti. Leggere molto è come fare ginnastica, richiede allenamento: Le correzioni mi è piaciuto tantissimo, e cinque giorni erano più che sufficienti.

  7. Goditela
    Leggere è un piacere, è la via di fuga da giornate stressanti e discussioni spiacevoli, è l’antidoto perfetto alla noia. Immergiti in una storia, a capofitto: prendi la rincorsa, turati il naso e vai. Sarà stupendo, e se dovesse andar male, basta cambiare libro.

 

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Cose che mi fanno stare bene.

La colata al cioccolato del gelato di Mc Donald’s: plasticosa, sintetica, appiccicosa e irrinunciabile; la salsa, impossibile da riprodurre in casa, che cola dal Mc Chicken. La macchia di latte nel decaffeinato che prendo al bar alle undici, con le colleghe. Un buon mouse, ergonomico e rigorosamente col filo, e un buon mouse-pad, per preservare la mia scorta di pazienza quotidiana.

Quel sorriso speciale che mi scalda il cuore; la sua voce che ride nel mio orecchio, la mattina.

I barattolini di spezie allineati in cucina, e l’odore rotondo e maestoso della maggiorana secca. Un buon tè, caldo e forte e appena zuccherato, almeno tre volte al giorno. I cornetti integrali al miele che si trovano solo in alcuni bar. Conoscere qualcuno che cita a memoria Lessico famigliare.

Sentire che stai bene. Fare progetti insieme. Essere chiamata cocorita.

I libri Sellerio: che hanno la forma perfetta per stare nella tasca della vestaglia o per essere stretti in mano mentre leggo a letto, sdraiata su un fianco. Trovare qualcuno, su Facebook, che discute di romanzi senza nominare Stoner. Una lode inaspettata e sincera dal capo, una confidenza da una collega, un’amica che non sorride da un po’ ma che si sforza di farlo, per farmi vedere che sta bene.

Sognare Ife che mi dice Grazie tante, arrotando la erre come ha sempre fatto, e che mi viene incontro dopo essersi lisciato i capelli con le mani, come al solito.

I giorni di gennaio in cui c’è quella luce speciale che sembra quasi marzo, quasi primavera. Nadal che vince tre set a zero. I gialli non-scontati, non-lenti, non-banali, non-truculenti. Rileggere un vecchio libro e trovarci dentro tutto quello che ricordavo, e qualcosa in più. Il mio seme di avocado che ancora non germina, ma forse un giorno lo farà. Il mio splendido bonsai.

Avere finalmente notizie di Mosca e Canepiccolo, e sapere che stanno bene, dopotutto.

Le repliche di E.R. che non ricordo a memoria. Addormentarmi davanti alla tv mentre il dottor Green salva un paziente dopo l’altro. Preparare dei buon calamari imbottiti, ripieni dei loro tentacoli, di pangrattato e olive verdi e capperi ed estratto di pomodoro e dragoncello e timo e peperoncino e maggiorana e succo di limone. Ricevere i complimenti per una torta semplice e banale, ma cucinata per far piacere al padrone di casa.

Camminare tenendoci per mano, sentirmi protetta.

Il senso di completezza che provo la domenica sera, quando penso di essere riuscita a fare tutto quello che avevo in programma per il weekend. Stare finalmente finendo Assassino senza volto di Henning Mankell, giallo niente affatto nelle mie corde che mi ero ripromessa di far fuori prima possibile, più di un mese fa. Tre nuovi libri per le mani: La costola di Adamo di Antonio Manzini, Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, I detective selvaggi di Roberto Bolaño.

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Si fa presto a dire giallo.

 

Scrivere buoni romanzi gialli è indubbiamente difficile: si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra intreccio e contesto, tra personaggi e intrigo, tra stile brillante e delitti efferati. La tendenza del giallo moderno – protagonisti non-del-mestiere che continuano a inciampare in crimini e misfatti, largo spazio alla vicenda privata di ognuno dei personaggi, poco sangue, poco ritmo, più risate che brividi, più ricette che alibi – ha contribuito a rendere molto complicato trovare buoni gialli, equilibrati, sensati, credibili. In questi giorni di post-vacanze, ho preso in mano due libri: uno è un romanzo, Panza e prisenza di Giuseppina Torregrossa, l’altro è la raccolta a dodici mani pubblicata da Sellerio in occasione del periodo natalizio, Regalo di Natale.
Del primo, sono interamente colpevole io: l’ho fatto trovare a mio padr
e sotto l’albero, convinta di stare portando a casa una specie di Camilleri in gonnella. Invece, grande delusione: il libro non è scritto male, ma ha uno stile molto classico, e soprattutto di giallo ha ben poco. Sì, è vero, si parla di un delitto: ma lo si fa tra un sospiro d’amore e l’altro, tra una riflessione sul profumo dei gelsomini e una sulla giusta consistenza del gelo di cannella, tra un rammarico della protagonista che non riesce a scegliere tra due uomini – espediente quantomai realistico e attuale, non c’è che dire – e un altro dei due bellimbusti, innamorati respinti dalla donna di cui sopra. Del morto e dell’assassino, siamo seri, importa ben poco a tutti: meno che mai a chi deve indagare, che accetta che la verità non venga fuori – anche perché, siamo chiari, l’autrice non sarebbe mai riuscita a trovare il modo di fornire indizi credibili -, vista l’atrocità di tutti i loschi figuri coinvolti. Bah.
La raccolta di racconti, invece, merita una riflessione a parte: se è difficile scrivere buoni romanzi gialli, scrivere testi gialli brevi e concentrati è quasi impo
ssibile. Applausi a scena aperta, quindi, per Alicia Giménez-Bartlett, che riesce a confezionare una storia che calza a pennello a Petra e Garzon, e soprattutto per Antonio Manzini, di cui non vedo l’ora di leggere il secondo romanzo, e per Marco Malvaldi, che è riuscito a tirarsi fuori dalle pastoie in cui si era imbrigliato, regalandoci un racconto delizioso, vivace, divertente, interessante e intelligente. Peccato per Maurizio de Giovanni: personaggio nuovo, ambientazione diversa, stile piacevole, ma una storia deboluccia e davvero poco poco gialla: al limite noir, ma proprio grigio perla, va’. Sciocco, sconclusionato e auto-celebrativo, come sempre, il pezzo scritto da Recami, che mi ha rubato il cuore con i romanzi non-gialli, e a cui consiglio spassionatamente di andare, abbandonando la trita ambientazione della casa di ringhiera, e assolutamente inutile quello di Bill James; in conclusione, più bei racconti che brutti, e quindi suvvia, compratelo.
È da molto tempo che non concludo un post con una ricetta: allora, ecco le polpette di melanzane. Sbucciate e tagliate a tocchi una bella melanzana tunisina, fatela lessare e poi schiacciatela con lo schiacciapatate; aggiungete menta, mandorle e pinoli a pezzetti, grana grattuggiato e pangrattato, fate delle polpettine, infarinatele e friggetele; servitele con una salsa preparata con yogurt greco, mela grattuggiata e un po’ di curry, farete un figurone.

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Profondo giallo.

I gialli mi piacciono moltissimo. Sono gli unici libri, con poche e belle eccezioni, che assommano in sé le caratteristiche fondamentali per entrare nel mio cuore: non mi fanno paura, non mi intristiscono, non mi annoiano. Tolti gli innumerevoli giallibrutti, giallinutili e fintigialli in cui mi è capitato di imbattermi, i gialli di solito non mi deludono.
I cattivi sono cattivi, in un buon giallo, anche se la loro cattiveria è di solito solo accennata o descritta brevemente, senza particolari discese nello scabroso e nel truculento; e i buoni sono buoni, dal canto loro: non necessariamente angelici, è chiaro, magari silenziosi e un po’ musoni come il commissario Ricciardi, o spavaldi e aggressivi come il vicequestore Rocco Schiavone, con un ego smisurato come Nero Wolfe o problematici e puntigliosi come Dave Brandstetter, ma buoni: impegnati alla ricerca del colpevole, a cui magari daranno anche un pugno in faccia, perché no, tanto quello è il cattivo e quindi va bene così.
È poco faticoso, leggere un giallo: si sa subito per chi parteggiare e, tolti rari ed esasperanti casi, si sa anche come va a finire: i buoni vincono, i cattivi perdono, non ci sono snervanti finali aperti né rimandi alle prossime puntate. C’è ritmo, di solito, in un giallo: entro pochi paragrafi deve morire qualcuno, e poi non resta che impegare 250 pagine per scovare movente, occasione e arma del delitto; spiegone a beneficio del pubblico meno attento, ultimo capitolo distensivo e tutti a nanna.
Da qualche mese ho smesso di alternare gialli a non-gialli: mi sono lasciata assuefare dalla cadenza incalzante e dalla quasi-certezza di non soffocare di noia del giallo medio, e sono finita a leggere solo ed esclusivamente romanzi che parlano di delitti, efferatezze delineate con pochi rapidi tratti e investigatori dalla vita sentimentale poco soddisfacente. Presa da improvvisa bulimia, ho considerato necessario per la mia salute mentale il reperimento e l’acquisto dell’opera omnia di Maurizio de Giovanni, compreso il per nulla memorabile L’omicidio Carosino. Mi sono dannata, poi, alla ricerca della serie di romanzi scritta da Joseph Hansen, di cui in Italia sono stati tradotti solo pochi volumi, porcamiseria. Ho fatto un’indagine su quanto ci fosse, nelle librerie di città e provincia, dei libri di Anne Holt, ho chiesto in prestito gialli sconosciuti a chiunque mi sia capitato a tiro, dal ragazzo che consegna la pizza alla moglie del fruttivendolo all’angolo. Ho letto romanzi belli e meno belli, ho abbandonato dopo pochi capitoli Il fiume mortale di Anne Perry, sfinita dalla noia, ho permesso che l’assassino della vecchietta del giallo italiano si confondesse nella mia mente con lo stupratore del romanzi cinese e con il favoreggiatore di quello turco, e infine mi sono trovata tra le mani A chi vuoi bene di Lisa Gardner, e ho sorriso. Avevo comprato per caso il suo primo libro, un bel po’ di tempo fa, e lo avevo dimenticato; poi, ascoltando la lectio magistralis di un traduttore di grido, mi ero imbattuta in una pagina, che avevo percorso scoperto essere l’incipit di La vicina. Lo avevo letto con piacere, divertita anche dalla buffa casualità, e avevo aspettato da allora il suo nuovo romanzo. Adesso lo sto finendo: pieno di ritmo, avvincente, per nulla scontato, e con una detective D.D. Warren particolarmente a disagio nel nuovo ruolo di futura madre; assolutamente delizioso.

 

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