E’ (quasi) Natale.

Sono una persona tradizionalista. Mi piacciono le cene ben organizzate, con la tavola imbandita e i sottobottiglia, e gli ospiti che portano il dolce e il vino e anche un regalino per la casa, e si complimentano per quello che viene loro servito. Mi piacciono le tovaglie ben stirate, mi piace avere un giorno fisso per il bucato, mi piace avere il piano dei pasti della settimana stabilito con cura, e una cesta di vimini dove riporre i panni appena ritirati da fuori. Mi piace preparare la pasta al gratin come la faceva la nonna, dare del lei alle persone con cui non sono in confidenza, cedere il posto agli anziani sull’autobus. Mi piace il Natale.

Le feste, con il loro contorno di centritavola candele canti e cappelli da babbonatale, mi piacciono molto, ma stimolano il lato ansioso e perfezionista del mio carattere. In una situazione ideale, vorrei arrivare al 10 dicembre con i regali già impacchettati e disposti sotto l’albero, il presepe popolato di lavandaie cacciatori e treremagi, il meticcetto biondo méchato con il collare rosso ornato di rametti di pungitopo, il menu per il giorno di Natale già stabilito, il cotechino per San Silvestro stipato in dispensa; vorrei potermi godere le strade illuminate, i negozi traboccanti di persone sudate, l’atmosfera elettrica e gioiosa delle giornate che sono senza il pensiero di cosa regalare allo zio Gualtiero, con un budget limitato e solo tre ore pomeridiane di libera uscita in tutta la settimana. Un demone bizzarro si impossessa di me: vorrei, con un triplo salto carpiato, ritrovarmi all’8 gennaio, per sfuggire all’ansia delle cose che penso di dover fare; dall’altro lato, però, so che sarò mogia e sconfortata quando, la prima domenica dell’anno nuovo, incarterò con brandelli di giornali il bambinello, l’asino col basto e la pescivendola. Sbircerò le date sui fogli di carta, calcolerò sulle dita che classe frequentassi nel 1995 – la seconda media! -, rimpiangerò quei periodi in cui tutto era semplice, monodimensionale, sicuro, e il massimo motivo di preoccupazione era il compito in classe di geometria. Ma adesso, il 6 dicembre, con l’albero nuovo appena addobbato – e discretamente bello, devo ammetterlo – e un fitto programma di cose da fare – alberi parentali da montare, presepi da strutturare, pranzi a cui partecipare, regali da immaginare e poi comprare e incartare e distribuire – mi sento in preda a una vertigine: in una sorta di incubo, mi appaiono lo zio Gualtiero che brandisce un pelapatate a forma di renna, unico oggetto recuperato al supermercato il 24 dicembre a mezzogiorno, e la cugina Clotilde che si guarda intorno stupefatta perché il pacchettino per lei l’ho proprio dimenticato; la tavola, spoglia e fredda, offre solo tonno in scatola e pancarrè, e anche il meticcetto manda giù i suoi croccantini con aria svogliata. Sono nel panico.

Come ogni anno, stringerò i denti e cercherò di trovare idee gradevoli, regalini che facciano sorridere gli amici, e il tempo e l’energia per dar conto a tutti, a mia madre che ha bisogno di aiuto e compagnia e un mezzo di trasporto, al capo che desidera che tutto sia chiuso entro la fine dell’anno, a chi vuole fare acquisti con me, a chi viene da fuori e ha diritto alla sua dose di attenzione. Ci proverò, sperando che allo zio Gualtiero il pelapatate non dispiaccia.

Il libro del momento, per me, è Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, autore che leggo sempre con piacere; sono circa a metà, la storia stenta un pochino a prendere quota e de Giovanni, per il mio gusto personale, pecca un minimo della sindrome del riassunto-delle-puntate-precedenti, ma sono convinta che non mi deluderà.

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