Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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Mondello.

MondelloIl parcheggio che non si trova se non a qualche chilometro dalla spiaggia, in un vicolo senza uscita assolato e invaso da fiori secchi di oleandro e gatti sbilenchi e spelacchiati ed erbacce che rompono i marciapiedi, Ninuzzo non ti allontanare e dammi la mano per attraversare.

La folla ciabattante e assonnata che percorre le strade, con la borsa-frigo in mano e una mezza anguria tra le braccia e un ombrellone con la pubblicità della Algida in spalla, Totò portala tu la borsa con i costumi che è troppo pesante.

Il lungomare costellato di panellari ambulanti scontrosi e accaldati, che friggono patatine sotto il sole a picco e sputano nell’olio per provare se è a temperatura, Signor lei, la salsa rosa per le crocchè non ce l’ho, ci posso dare il limone.

I bagnini annoiati e sovrappeso che presidiano gli ingressi alla spiaggia, sprofondati in sdraio antidiluviane di tela a righe, con un quotidiano sportivo spiegazzato in mano, gli occhiali da sole calcati e il naso spellato, Signo’, suo figlio deve pagare il biglietto, altro che otto anni, un altro po’ e parte militare.

I varchi d’accesso invasi da un’umanità assortita e schiamazzante, intere famiglie pressate su un telo tra vettovaglie e flaconi di protezione solare, Jessica vieni qui che ti metto la crema prima che ti bruci le spalle.

La cronica mancanza di spazio sul tratto di spiaggia libera, per cui finirai per stenderti con la testa sulla borsa della vicina e i piedi sul castello di sabbia appena costruito da Ciruzzo, Scusasse ma si può fare più in là che qua si deve mettere mio marito?

I ragazzi che giocano a racchettoni, si inseguono alzando nuvole di sabbia, si buttano in acqua tra spruzzi e schiamazzi, noleggiano pedalò su cui salgono in quindici, fingono di voler gettare tra le onde la biondina del gruppo, No no vi prego, oggi ho le mie cose.

Il bagno a turno per non lasciare borse e zaini incustoditi sulla battigia, Signo’ scusasse ci può dare un occhio a questa sacca?

L’acqua sporca vicino alla riva, verde e ferma e calda come quella di un lago, che diventa fresca e trasparente al largo, ma che comunque resta bassa anche alla boa, Signora Lia, che dice, alla secca ci arriviamo?

L’impossibilità di fare due bracciate senza impattare contro gambe, pance e braccioli altrui, Ma che fa, non lo vede che c’è ‘u picciriddu?

La sabbia che brucia i piedi all’uscita dall’acqua, rovente, e si insinua dolorosamente tra le dita, Ahi, la prossima volta mi va’ a fazzu ‘u bagno con le tappine.

La doccia da cui escono dolorosi aculei di acqua gelata, sistemata rigorosamente sotto i pini marittimi in modo da far pungere con gli aghi chi aspetta il proprio turno per lavare via la salsedine dai capelli, Scusasse, ha finito, che ha un’ora che aspetto?

Il venditore ambulante di pannocchie che da anni declama con assoluto autocompiacimento la sua litania, Signora Lucia, la megghiu pollanca è chidda mia.

Il ragazzo con la borsa termica che vende ghiaccioli e bibite fresche e abbannia il suo sconforto per la mancanza di acquirenti, Malura.

Gli anziani che giocano a briscola nei cortili, seduti intorno ai tavoli con scomode sedie pieghevoli di legno, con berretti sulla testa per evitare il colpo di calore e pantaloncini per non mostrarsi in costume, Ti rissi ‘u carrico!

L’attesa di almeno tre ore per il nuovo bagno, tra bambini piagnucolanti e madri esasperate, Santino vedi che se ti butti ora ti si blocca la digestione e muori.

La sabbia nel costume, la sabbia sul telo, la sabbia nei capelli, la sabbia nelle scarpe che continuerai a trovare anche a casa, nonostante docce e accurate ispezioni, Tanuzzo, tutto il letto pieno di rena c’è.

La folla accaldata e arrossata che torna mestamente alle macchine, con i costumi bagnati che disegnano grandi chiazze d’acqua sui vestiti, i capelli ancora grondanti sulle magliette, i palloni ormai sgonfi sotto il braccio, Ma runni la lassammo ‘a machina stamatina, ‘ste strade sunnu tutte uguali.

L’odore di crema solare e lozione doposole che resta appiccicata nel naso per giorni, dolciastra e olezzante di cocco, Rosuccia, ma dove l’accattasti ‘sta roba?

La voglia di rimanere a casa, domenica prossima.

Sto leggendo un libro ambientato a Palermo, di cui mi avevano detto mirabilie; è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, e tenevo molto a comprarlo. Sono circa a un quarto e per ora non sto riuscendo a entrare nella storia: la trama si sfilaccia e mi semba di spiare dal buco della serratura delle vicende troppo intime, troppo personali; andrò avanti, perché comunque la scrittura di Alajmo merita: spero che il libro si riprenda un po’.

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Del perché non mi piace il mare.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano: erano medici, facevano turni di guardia pressanti, erano fuori città tre sere alla settimana. Passavo buona parte del tempo con le mie nonne: soprattutto in estate, complice una criminale organizzazione abitativa che faceva in modo che tutta la famiglia – dodici persone più o meno nervose e suscettibili e ficcanaso – si trasferisse in micro-case di villeggiatura, della metratura di una gabbia per canarini, scelleratamente collocate nello stesso isolato. Le nonne, indubbiamente simpatiche e affettuose e comprensive e accudenti ma indiscutibilmente all’antica, pensavano che non esistesse altra occupazione, per tre bambini (in seguito, ragazzini) in vacanza dalla scuola, che la spiaggia: per cui, dal 15 giugno al 15 settembre, qualunque fosse il tempo atmosferico – pioggia, diluvio, scirocco, invasione di cavallette – si andava a mare. Camminavamo a piedi, sotto il sole, all’andata e al ritorno; in mezzo c’era una mezz’ora di lagne per fare il bagno, una breve abluzione nell’acqua sempre bassa di Mondello, una rapida sosta al bar della spiaggia per un ghiacciolo al limone, una ventina di minuti al sole per scongiurare il rachitismo, un lungo passaggio alla fontana per eliminare ogni molecola di sabbia dai piedi. Mi annoiavo tremendamente.

Quando sono cresciuta, ho iniziato ad autogestire le mie mattinate estive, inciampando nell’amore per la spiaggia di amici e compagni di classe: e quindi, ancora giornate a stendere teli al sole, spalmare crema sulle spalle, zampettare in venti centimetri d’acqua, mangiare tristi panini tiepidi, giocare a carte e scuotere via la sabbia dai piedi. Sudavo copiosamente, anche mentre facevo il bagno, avevo sempre il costume umido e i capelli bagnati sulla nuca che mi garantivano un vago, costante mal di testa. Non mi abbronzavo: oscillavo tra il bianco lentigginoso e il rosso spellato per l’intera stagione estiva, qualunque fosse l’entità della protezione con cui mi aspergevo. Mi annoiavo moltissimo.

Da adulta, complici le poche ferie estive, ho iniziato a diradare le giornate di mare: di pari passo, il danno si è aggravato, perché dalla fastidiosa sabbia sono passata agli scomodissimi scogli. Non c’è un filo d’ombra, non ci sono docce per lavare via il sale dalla pelle, non c’è un posto dove comprare una bottiglietta d’acqua fresca. Non c’è una fontanella né la possibilità di stendersi senza avere un polmone perforato da una pietra aguzza e sporgente. Per immergersi bisogna indossare delle sciocche scarpe di gomma, che dovrebbero impedire buffi scivoloni; per riemergere si deve intercettare il giusto lasso di tempo tra un’onda e l’altra, graffiandosi comunque irrimediabilmente le mani. C’è molto molto caldo, la macchina si arroventa con facilità, il viaggio di ritorno verso casa è una tortura. E in più, anche adesso mi annoio senza remissione.

In questa estate dal clima incerto, sto leggendo Serenata senza nome di Maurizio de Giovanni: ammetto che mi sta annoiando un bel po’.

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L’Homo Mondellianus non va a mare.

 

Mondello, la ridente borgata marinara posta ai piedi di Monte Pellegrino, propaggine estrema della città di Palermo, è popolata da una specie umana con caratteristiche proprie: l’Homo Mondellianus.

L’Homo Mondellianus è molto diverso dall’Homo Panormitanus. Vive nel suo quartiere, da cui tende a non uscire, se non per gravi e improcrastinabili motivi; questi vanno accuratamente vagliati e, in ogni caso, sono sempre giudicati insoddisfacenti rispetto alla prospettiva di allontanarsi dal suolo natìo. La tipica espressione avant’ieri me frati scinnìu in Palermu, da pronunciarsi con accompagnamento di evidenti ammiccamenti ed eloquenti gesti delle mani, sottolinea l’intrinseca assurdità della scelta: che motivo ci può mai essere per prendere l’auto e varcare il sacro confine di via Saline?

L’Homo Mondellianus, sebbene viva in una borgata marinara, non va mai a mare. La spiaggia, si sa, è il regno incontrastato degli Homines Panormitani: da loro l’Homo Mondellianus si tiene alla larga; a volte, la Mulier Mondelliana si reca al mare: ma ci va rigorosamente di giorno feriale, meglio se di lunedì, e non più tardi delle 9. Alle 11 è già a casa: o meglio, è sulla soglia di casa, in copricostume e ciabattine infradito, e commenta con le vicine quanto sia stata faticosa e spossante l’impresa.

L’Homo Mondellianus mette in atto tipici comportamenti propri degli abitanti dei quartieri meno abbienti della città di Palermo: si addormenta al sole, adagiato su scomode sedie a sdraio dalla tela logora, sul ciglio della strada; prende l’acqua alla fontanella e la porta a casa in scomodi bidoni di plastica; gira esclusivamente a torso nudo, anche sotto la pioggia battente; lascia giocare i cuccioli in vialetti e cortili, permettendo loro di correre vociando su biciclette arrugginite; pulisce il pesce, lava l’auto o si sciacqua i piedi necessariamente al cospetto di non meno di dieci persone. Nonostante questi atteggiamenti, e nonostante non lavori – a meno che non sia il proprietario di un esercizio commerciale della borgata – e vesta regolarmente con capi strappati o almeno macchiati, l’Homo Mondellianus non è affatto in difficoltà economiche: anzi, di solito possiede interi caseggiati e angoli di borgata, che affitta a prezzi irragionevoli agli Homines Panormitani in fuga dall’afa estiva.

L’Homo Mondellianus non ha il senso della privacy; di norma, cena nel giardino antistante la sua casa, avendo cura di posizionare il tavolo nel punto più vicino alla carreggiata. Se desideroso di riposto, l’Homo Mondellianus non ritiene di dover andare a celarsi dallo sguardo altrui: ma preferisce sonnecchiare su sedie e panchette poste davanti all’uscio di casa o in porzioni di marciapiede ombreggiate dai gelsomini.

L’Homo Mondellianus mostra una venerazione profonda per la Madonna Assunta, per il tabaccaio, per la statua di padre Pio, per il fruttivendolo ambulante. Mal sopporta i supermercati, la volontà di comprare i quotidiani entro le 10 o di trovare ogni giorno pane fresco, tutti i dispositivi elettronici – che per questo motivo funzionano poco e male -, qualsiasi indumento, dalla maglietta al frac, che copra dalla vita in su.

La vita nell’enclave dell’Homo Mondellianus può essere noiosa e ripetitiva: per fortuna, una fornita libreria posta a due passi dal mare (e nella quale l’Homo Mondellianus non metterebbe mai piede) offre ristoro ai visitatori. Da lì viene Figuracce, la raccolta di racconti che sto leggendo per ora: gradevole, leggerina, impreziosita dalle sapienti manone del mio amato Francesco Piccolo.

 

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This is Valdesi.

I sacchetti del pane impiccati alle sbarre dei cancelli. I cani che abbaiano istericamente dietro i muri di cinta, girando su se stessi e tentando inutilmente di mordersi la coda. I giardini senza un fiore: al limite, una piantina spennacchiata di basilico. Le piastre di ceramica con la scritta “Villino Giuseppina” murate sui montanti dei portoni. Santa Rosalia che non conta nulla, perché qua la patrona è la Madonna Assunta.

I bambini in bicicletta: in controsenso lungo il viale, a frotte nel parcheggio, a piccoli gruppi nei cortili, in impennata tra le auto incolonnate davanti alla chiesa, con le buste della spesa appese al manubrio nella piazzetta.

Le fontanelle che a giorni alterni sono a secco o emettono un getto d’acqua potente, a pressione, che bagna le gambe di chiunque passi nei paraggi. I marciapiedi del lungomare, non lastricati ma ricoperti di sabbia e sassi, e da percorrere rigorosamente senza scarpe.

I bambini a piedi: in costume o con pantaloncini stinti e torso nudo i maschi, con vecchi prendisole spiegazzati le femmine, in assetto da giovani predoni scarmigliati e bruciati dal sole, pronti a lanciare pietrisco contro le macchine o a partire in spedizione verso la vecchia casa stregata.

Gli alberi di fichi che sporgono i rami in mezzo alla strada. I cumuli di immondizia data alle fiamme. I rovi pieni di more succose. I topi che corrono sui fili della luce. Il topo con cui mi sono contesa una mora, una sera di molti anni fa.

I ragazzini: annoiati, ciondolanti, impegnati in gare di corsa con i motorini e a testa nuda, di notte, tra le macchine posteggiate in quello che era il campo di Martino.

I cartelli affissi alle porte per tentare di dissuadere dal posteggiare le macchine sotto le finestre altrui. La sabbia nelle scarpe. Le donne che lavano i giardini col tubo di gomma, allagando le strade circostanti nel raggio di diverse centinaia di metri. Le strade che si allagano alla prima pioggia, e quel giorno in cui, in bicicletta, mi sono ritrovata con l’acqua fino al mozzo delle ruote, e non potevo spostare i pedali né in su né in giù.

Gli adulti: ventenni padri e madri di ragazzini ormai grandi abbastanza da girare senza controllo per case e strade, vestiti da cinquantenni e con l’aria rassegnata da pensionati delle poste. Sessantenni immotivatamente fieri della propria forma fisica, in pareo e bandana anche alle nove di sera. Cinquantenni originari del luogo: necessariamente senza maglietta, seduti a qualsiasi ora davanti alla tabaccheria, così sconvolti all’idea che qualcuno possa volere allontanarsi per qualche ora dal quartiere da esclamare con stupore Ant’ura me frate scinniu in città.

Le vecchie case del rione: quella a foggia di tempio greco, la villa con le nicchie e i bassorilievi, quella con l’Ecco Homo e i fiori di pomelia davanti a cui tutti si segnano quando passa la processione.

Le tortore e i pipistrelli. I gatti che si insinuano indisturbati nelle case. La vecchia cabina telefonica ormai smantellata. Le docce all’aperto. I tavoli per la cena sotto i pergolati. I gelsi, le nespole, gli oleandri dei viali. La mancanza di marciapiedi. Le bici senza dinamo nella notte. L’assenza di fognature e metano. L’illuminazione pubblica appena arrivata.

I negozi: la tabaccheria, la salumeria, il vecchio panificio. E poi la macelleria, l’altro panificio-salumeria, la rivendita di bombole di gas: e basta, ché l’emporio che vendeva quaderni penne assorbenti e cerniere lampo ha chiuso inspiegabilmente un’estate fa. La libreria appena ristrutturata, e con un libraio che fa il suo mestiere con competenza e simpatia.

I venditori ambulanti: il fruttivendolo che persicabbeddaaa, il pescivendolo che ha eletto la motoape a negozio con tanto di insegna e numero di telefono, il venditore di calia e semenza che non si vede da un po’. E poi l’altro pescivendolo, quello che haiu ‘a sogghiula, e il pizzicagnolo che ora gira con il camioncino pieno di formaggi e salumi e biscotti della nonna e pomodori secchi e olive, e fa assaggiare tutto a tutti, e fornisce addirittura i tovaglioli per pulirsi le mani dopo aver provato un pezzo di caciotta.

I ricordi della mia infanzia. Le partite a Subbuteo. Le cadute dalla bici: quelle da bambina e quella, da più grande, quando i lacci delle scarpe si sono attorcigliati ai pedali e io ero per terra dietro l’angolo e non riuscivo a tirarmi su. Le estati al mare, i pomeriggi in giardino, i fuochi di ferragosto. La presenza, ancora viva e forte dopo tutti questi anni, delle nonne.

Che questo post porti un po’ di fortuna: almeno un pizzico, adesso, farebbe proprio comodo.

 

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