Ho sempre sognato.

Una casa che sia mia, con una pianta accanto alla porta: magari uno spatifillo o un tronchetto della felicità, robusto e benevolo come quello che fu comprato alla mia nascita. Dei sandali che non mi facciano sentire male alla pianta del piede, e che mi slancino le gambe, attenuando l’effetto paperotto-in-fuga-dallo-stagno. Un disco che non mi venga mai a noia, pieno di canzoni che non mi comunichino il misto di tristezza e rimpianto di cui mi sembra che la musica sia sempre impregnata.

Di non arrossire e balbettare ogni volta che non sono sicura di qualcosa.

Di saper preparare un buon pan di Spagna, soffice e profumato e fragrante, e una accettabile crostata di frutta, con la frolla croccante e la crema delicata e soffice. Di saper cucire: anche solo un bottone, anche solo un ghirigoro a punto erba, anche solo un orlo, ché i pantaloni per me sono sempre troppo lunghi. Di saper dire la parola giusta: almeno una su dieci, o cento, o mille, che non sia sempre la meno opportuna, la più goffa o sprezzante o insulsa.

Di indossare con eleganza, almeno per una volta, un bel vestito.
Di cadere da una rampa di scale in salita, restando con un piede nel vuoto e l’altro che boccheggia nel vano tentativo di afferrare il gradino mancante. Di non riuscire a ritirarmi, la sera: di essere per strada, tra viali bui e condomini vuoti, e non essere in grado di trovare la porta di casa, né di notare familiarità tra muri e semafori e marciapiedi e spallette e guard-rail e il mio consueto paesaggio mentale.

Di avere un po’ di tempo per me.

I sapori della mia infanzia: il brodo di pollo profumato e corroborante di mia nonna, i suoi involtini di carne fatti in casa, di cui non riuscivo a comprendere la vera natura, metà bovina, metà gallinacea. Il sorriso rassicurante dell’altra nonna, la sua voce graffiante, roca, ingolata, che dice piccolotta mia, sono qui. Quei pomeriggi caldissimi ed eterni, rossinfuocati, di agosto, e quel cappellino bianco a visiera a cui tenevo tanto e che ho perso, una mattina, in barca.

Di non aver compiuto quegli sbagli che ancora adesso mi fanno formicolare le dita.

Di saper suonare uno strumento: ma non c’è stato mai verso, anche il semplice flauto delle scuole medie, stretto tra le mie grinfie, emetteva striduli suoni di aiutoaiuto. Di essere in grado di disegnare: anche solo di tratteggiare a penna una nuvola, un albero spoglio, un fiore a sette petali che non sembrino un palloncino, un omino stilizzato, un sole schiacciato tra le pagine di un libro. Di ricordare tutte le parole che leggo: o almeno qualcuna, le più belle, quelle che ho rigirato più volte tra lingua e palato e denti per essere sicura di averle impresse bene in mente.

Che il tuo viso sorridente sia la prima cosa che vedo, la mattina, ogni mattina.

Una voce che mi dice non chiederlo a tua madre, sai che lei non può. Di non riuscire a gridare, nel sonno, e sentire la voce che gorgoglia e si intasa in gola e non riesce a valicare la soglia dell’ugola. Di non poter chiamare aiuto; di non avere nessuno da chiamare in aiuto.

Di non rischiare di dimenticare il viso buono di Ife.

A questo post, incongruamente, è abbinato un libro (il bel In fondo al tuo cuore di Maurizio de Giovanni, che sto terminando adesso e che si candida per diventare uno dei miei preferiti dell’autore) e una ricetta (l’insalata di riso integrale, pomodorini, avocado e cetriolo profumata al limone servita ieri da Coky).

2 thoughts on “Ho sempre sognato.

  1. Mi piace, mi commuove, mi sorprende, mi fa sorridere…e basta, le parole sono inutili…
    Vorrei tanto saper scrivere così, ma bisognerebbe essere te!

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