Si fa presto a dire mafia.

La mia impari battaglia contro i posteggiatori, mitologiche creature metà mafioso metà sedia che affollano le strade di Palermo, continua. Due anni dopo il mio primo incontro con il cordiale padrone della piazza in cui mi ostin(av)o a parcheggiare, sono stata costretta a capitolare: lascerò l’auto a piazza Spasimo, prenderò altre strade, più lunghe e assolate, per raggiungere l’ufficio, non saluterò più la signora con lo yorkino né guarderò l’edicoletta per San Giuseppe fatta costruire dal signor Faia Giuseppe accanto al suo negozio di noccioline, non vedrò il ragazzo con il pastore tedesco anziano né il salumiere che fa entrare i piccioni in bottega perché anche loro hanno diritto a un po’ di fresco; cambierò le mie abitudini e i miei orari, conoscerò nuovi baristi e padroni di cani, imparerò a schivare pozze e buche di altri vicoli; non chiacchiererò più con le colleghe tornando a casa: a loro non è stato intimato di cambiare zona. Loro pagano, loro possono rimanere.

Qualche giorno fa, all’ennesimo battibecco con l’omuncolo alto due metri che ha tentato di strapparmi dalle mani il telefono e di impedirmi di entrare in macchina, per poi prendere a pugni il vetro gridando e minacciandomi per punirmi della mia inconcepibile insubordinazione nei suoi confronti, ho scelto la via più semplice e adatta a una persona che ha fatto della tecnica del criceto morto la sua strategia di sopravvivenza: ho cambiato strada. Ho perso, ho ceduto, ho vanificato tutti i miei sforzi: lui è ancora lì, ghignante e soddisfatto, ad emettere il suo verso abituale, buongiorno, verso chiunque passi nel raggio di centinaia di metri dal suo punto di osservazione; io non ci sono. Sarei dovuta rimanere lì, forse: come mio padre mi aveva consigliato di fare, perché qualche volta nella vita bisogna lottare per i propri diritti, e quello di passare dalla strada più agevole è un diritto fondamentale, inalienabile e anche abbastanza evidente nella sua banale necessità. Avrei dovuto minacciare di chiamare le forze dell’ordine, o forse le avrei dovute chiamare davvero: ma la mia scarsa fiducia nella loro rapidità e nel mio sangue freddo ha prevalso.

Saputo l’accaduto, qualcuno mi ha chiamata, qualcun altro mi ha scritto. Molti, moltissimi si sono indignati, ma mi hanno suggerito, più o meno larvatamente, di risolvere il problema: che ti costano cinquanta centesimi al giorno, in fondo? Magari puoi offrirgli un caffè, regalargli delle sigarette, accordarti per un fisso mensile. Non ho risposto, ovviamente: mi dispiace soltanto che questa città sia così intrisa di mentalità mafiosa da arrivare a immaginare che sia normale pagare per lasciare un’auto accanto a un marciapiede. No, mi spiace, non ci sto.

Ho iniziato da poco la lettura di “Serenata senza nome” di Maurizio de Giovanni e sto faticando non poco; la mania per lo spiegone non abbandona l’autore, che si sente costretto a raccontare tutte le vicende occorse a tutti i personaggi negli otto romanzi precedenti, con conseguente immaginabile lentezza. A una novantina di pagine dall’inizio non è successo quasi nulla: Ricciardi continua ad aggirarsi per la città con la sua aria malinconica e francamente noiosa, Maione gigioneggia con Bambinella che non risparmia mossette fatue e vocalizzi acuti, Enrica sospira, suo padre scuote il capo. Niente di nuovo.

2 thoughts on “Si fa presto a dire mafia.

  1. Forse non ti consola, ma nel profondo Veneto (leggi Padova) se parcheggi l’auto SULLA STRADA – DENTRO LA RIGA BIANCA – NON IN DIVIETO DI SOSTA- TUTTO REGOLARE, dal condominio o dalla villetta si affaccia una testa che sbraita: questa è casa mia, il posto è prenotato, se trovi le gomme tagliate o i vetri rotti io non so niente… Che si fa? Si chiama un vigile, che forse dopo due ore viene e se ne va lasciando le cose come stanno; e la volta seguente? Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani, diceva la mia santa maestra Gemma!

  2. Nella mia città di residenza, generalmente vado a piedi e i miei concittadini automuniti sono molto impegnati a cercare quei rari spazi di parcheggio gratuito, pena il parchimetro comunale. Quando vengo a Palermo, ritengo ingiusta la presenza dei parcheggiatori abusivi ma , da privato cittadino, per di più di passaggio, la derubrico tra le innumerevoli manifestazioni dell’arte di arrangiarsi, così diffusa nelle nostre città a sud di Roma….Non ho mai avuto occasione di scontrarmi con la ferocia di cui, di tanto in tanto, mi giunge notizia siano capaci perché, da buon meridionale di nascita, mi limito a prendere atto della situazione e, con tanta indulgenza quanta indolenza, pur se “ospite” di altrui automobili, ogni tanto anch’io ….ammollo i 50 centesimi.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *