Quando un’amica sta male (far edition).

Quando un’amica sta male, puoi – devi – provare a fare qualcosa per lei. Puoi andarla a trovare, in ospedale o a casa o nella villetta al mare; puoi portarle una torta o dei fiori o i biscotti che le piacciono, o una fetta di pizza se preferisce il salato, o le ultime foto del caneNando da guardare insieme ridacchiando, perché il caneNando, quando vuole, sa essere molto divertente; puoi anche portarle in visita il caneNando in persona – in cane, cioè – se sai che ne ha voglia: perché il caneNando è simpatico e di compagnia e sa riportare la pallina come nessun altro, e niente solleva il morale come un cane giallo che ti poggia sui piedi una pallina gialla tutta insalivata.
Quando un’amica sta male puoi abbracciarla molto forte, o tenerle la mano, o anche solo guardarla in faccia mentre ti parla, o camminare accanto a lei. Quando l’amica che sta male abita lontano, invece, è tutta un’altra storia.

Quando l’amica che sta male e abita lontano ha un malessere limitato nel tempo, come una gamba rotta o una caviglia slogata o una forte influenza o la rosolia, puoi telefonarle per tenerle compagnia; puoi mandarle un libro o consigliargliene uno, puoi suggerirle serie tv da vedere per ammazzare qualche mezz’ora; se sei molto brava puoi anche confezionare una torta da spedirle, insieme a un video con le prodezze del caneNando. Puoi provare ad essere presente e vicina e assidua anche da lontano, sfruttando la tecnologia e la fantasia e le opzioni di Poste Italiane e la conoscenza personale del caneNando.

Poi, ci sono i casi in cui l’amica che sta male e abita lontano ha una malattia stronza: una di quelle da cui si guarisce, ma che nell’attesa ti fa pensare che no, non guarirò mai. Una di quelle che ti tolgono il sorriso e l’energia, che ti fanno piangere e dormire e ciondolare, che ti fanno sentire come se non fossi più tu. Una di quelle che ti spossessano di te, ti fanno fare e dire cose che poi gli altri dimenticheranno ma tu no; una di quelle che, senza sintomi evidenti e fasciature rigide e flebo e stampelle ti prostrano e stremano.
Ecco, in quei casi io non so cosa fare: perché delle serie tv, dei libri e delle torte l’amica lontana non se ne fa nulla, e neanche dei video di caneNando, per quanto possano essere (e lo siano) assolutamente adorabili. In quel caso, l’unica strategia che conosco – e che non so se serva, ma davvero
non me ne vengono in mente altre – è l’abbraccio, la presenza silezionsa e costante, il tempo speso insieme. Ma l’amica lontana è per definizione lontana, e allora abbracci e silenzi e tempo vanno a farsi benedire.

In casi come questo, in cui so – perché LO SO, ne sono sicura senza alcun margine di dubbio – che le cose si sistemeranno, l’unica cosa che so fare è mandare qualche messaggio, ché il telefono temo possa essere solo un fastidio per chi non ha voglia di parlare, e poi aspettare e dare il tempo a medici e medicine di agire. In questi momenti, in cui qualcuno tra amici e familiari non capisce la vera e profonda sofferenza che l’amica sta provando e pensa che sia solo un po’ triste, ma che ci vuoi fare, è fatta così, in questi momenti qui io so solo consigliare un libro, La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi, per esempio, che è molto bello e le potrebbe piacere e in ebook si trova, e scrivere un post. Questo. Tanto lo so che presto tutto andrà a posto.

Read More

Tre anni d’amore.

Oggi è il compleanno di canenando: e Facebook mi ricorda che quattro anni fa, in questo periodo, Miró stava molto male, non mangiava e respirava con difficoltà e io speravo ancora che riuscisse a star meglio, che le medicine potessero invertire il corso della malattia e ridarmi il mio cagnone serio e ostinato e signorile. Poi Miró non ce l’ha fatta, e io ho pensato che mai più avrei voluto cani: mai più avrei ritrovato quel misto di rispetto e cameratismo che si instaura con un quadrupede domestico, mai più avrei stabilito quel rapporto di confidenza e fiducia che si prova nei confronti di un essere che ha zanne lughe due centimetri ma che si farebbe uccidere piuttosto che piantartele in un braccio.

Un anno dopo la morte di Miró ho deciso di lasciare la casa dei miei genitori: e loro mi hanno immediatamente sostituita con canenando.

L’ho scelto io, canenando: ho scrutato per mesi le foto di una pagina social dedicata all’adozione di canucci dal passato difficile, ho studiato misure e abitudini ed età e comportamenti; ho cercato bestiole nere e ho finito per scegliere questo buffo canetto giallo che non assomiglia a nessuna razza in particolare, ma che è l’idea platonica di cane. È color cane, misura cane, a forma di cane, ed è stato trovato, smarrito e terrorizzato, in autostrada, improvvidamente abbandonato da qualcuno che andava in vacanza. Mi hanno colpita i suoi occhioni, neri e fondi e intensi, e le sue orecchie fuori misura, che lo rendevano goffetto e tenero. Era, quando è arrivato, un cane diffidente e chiuso, solitario e un po’ musone. Quasi tre anni dopo, è un cucciolone alla continua ricerca di coccole; salta in braccio a chiunque gli fischi per la strada, dorme ai piedi del letto dei miei genitori, predilige i baci sul naso. Per farlo felice basta grattargli un poco il pancino e permettergli di leccare collo e orecchie di chiunque varchi la soglia di casa. Ha un fondo di insicurezza che si intravede quotidianamente, nei suoi ringhi furiosi alla signora della casa di fronte e nel suo tentativo di difendere la padrona quando, durante una sosta in auto, mia madre parla con qualcuno al di là del finestrino e canenando cerca di atterrirlo mostrandogli i denti. In lui convivono la gioiosa spensieratezza del cane di casa e l’atavica paura della bestiola che, a pochi mesi di vita, vagava sperduta per le strade di un paese ostile.

Ha saputo conquistare il cuore di tutti, canenando: anche il mio, benché credessi che non sarebbe mai successo. Lo ha fatto con calma e pazienza, con dolcezza e spirito di adattamento. E io sono felice, lo ammetto, di averlo scelto.

Buon compleanno, canenando!

Read More

Un micino per amico.

Non sono un’amante dei gatti; da bambina avevo un micio: lo infastidivo e stressavo con i miei goffi modi di treenne e lui reagiva graffiandomi, o meglio, come dicevo io, pungendomi. Gigetto era bianco e tigrato, con gli occhi verdi e un animo indomito. Negli anni, in villeggiatura, molti altri gatti hanno vissuto nel nostro giardino, ma con nessuno di loro ho sviluppato un rapporto empatico e totalizzante come con il mio amato e compianto semi-labrador o con l’attuale luce degli occhi dei miei genitori, il buffo cane giallo che risponde al nome di Nando. Non sono un’appassionata di felini: sono più un tipo da canucci, con i loro musi seri e affabili, la loro andatura dinoccolata, il lampo di comprensione che li attraversa nel momento in cui riescono a rispondere a una richiesta del padrone, l’amore assoluto e privo di sfumature, compatto, incondizionato che riversano sul loro umano. Non mi piacciono molto, i quadrupedi baffuti. Ma invece.

Ma invece domenica mattina sono dovuta andare in farmacia; mi serviva un termometro, in quella sotto casa non l’avevano. Ho preso la macchina, ho fatto i miei giri. Piovigginava. Sono tornata indietro, mi sono data una pacca virtuale sulla spalla quando ho scoperto che c’era posto sotto casa, evento di assoluta rarità. Sono scesa, mi sono avviata al portone, ho sentito ‘mio’. Mi sono girata e loro erano lì: cinque micetti in uno scatolo. Microscopici, con gli occhi chiusi, il cordone ombelicale ancora attaccato. Pigolavano e si agitavano, infreddoliti, terrorizzati. Sembravano, per forma e dimensioni, dei topini: con i musetti affilati e le codine sottili, umidi e sconvolti. Li ho portati a casa, ho provato ad accudirli: con difficoltà e profondo senso di inadeguatezza e una dose eccessiva di ansia, lo ammetto. Loro erano minuscoli, nati nella notte o la mattina stessa: a rischio di ipoglicemia e ipotermia, da nutrire giorno e notte ogni due ore, cercando un giusto equilibrio tra sfamarli e svegliarli, tenerli al caldo e massaggiarli. Abbiamo passato cinquanta ore a somministrare biberon di latte e scaldare bottiglie, con (poco) aiuto e molti tentativi andati a vuoto. Alla fine abbiamo trovato una ragazza che ha adottato due mici e una balia che ha accettato di occuparsi degli altri. A meno di una settimana dalla loro nascita, i gattini sono rimasti in due. Uno si chiama George e ha una famiglia che lo sta accudendo; per il nome del secondo siamo ancora in trattative. Se sopravviverà, sarà nostro: un piccolo tigrotto da viziare. Non so cosa succederà, i rischi sono tantissimi: posso solo sperare, incrociare le dita, mandare pensieri positivi, aspettare.

In bocca al lupo, gattini: le vostre mamme vi amano.

Read More

E’ (quasi) Natale.

Sono una persona tradizionalista. Mi piacciono le cene ben organizzate, con la tavola imbandita e i sottobottiglia, e gli ospiti che portano il dolce e il vino e anche un regalino per la casa, e si complimentano per quello che viene loro servito. Mi piacciono le tovaglie ben stirate, mi piace avere un giorno fisso per il bucato, mi piace avere il piano dei pasti della settimana stabilito con cura, e una cesta di vimini dove riporre i panni appena ritirati da fuori. Mi piace preparare la pasta al gratin come la faceva la nonna, dare del lei alle persone con cui non sono in confidenza, cedere il posto agli anziani sull’autobus. Mi piace il Natale.

Le feste, con il loro contorno di centritavola candele canti e cappelli da babbonatale, mi piacciono molto, ma stimolano il lato ansioso e perfezionista del mio carattere. In una situazione ideale, vorrei arrivare al 10 dicembre con i regali già impacchettati e disposti sotto l’albero, il presepe popolato di lavandaie cacciatori e treremagi, il meticcetto biondo méchato con il collare rosso ornato di rametti di pungitopo, il menu per il giorno di Natale già stabilito, il cotechino per San Silvestro stipato in dispensa; vorrei potermi godere le strade illuminate, i negozi traboccanti di persone sudate, l’atmosfera elettrica e gioiosa delle giornate che sono senza il pensiero di cosa regalare allo zio Gualtiero, con un budget limitato e solo tre ore pomeridiane di libera uscita in tutta la settimana. Un demone bizzarro si impossessa di me: vorrei, con un triplo salto carpiato, ritrovarmi all’8 gennaio, per sfuggire all’ansia delle cose che penso di dover fare; dall’altro lato, però, so che sarò mogia e sconfortata quando, la prima domenica dell’anno nuovo, incarterò con brandelli di giornali il bambinello, l’asino col basto e la pescivendola. Sbircerò le date sui fogli di carta, calcolerò sulle dita che classe frequentassi nel 1995 – la seconda media! -, rimpiangerò quei periodi in cui tutto era semplice, monodimensionale, sicuro, e il massimo motivo di preoccupazione era il compito in classe di geometria. Ma adesso, il 6 dicembre, con l’albero nuovo appena addobbato – e discretamente bello, devo ammetterlo – e un fitto programma di cose da fare – alberi parentali da montare, presepi da strutturare, pranzi a cui partecipare, regali da immaginare e poi comprare e incartare e distribuire – mi sento in preda a una vertigine: in una sorta di incubo, mi appaiono lo zio Gualtiero che brandisce un pelapatate a forma di renna, unico oggetto recuperato al supermercato il 24 dicembre a mezzogiorno, e la cugina Clotilde che si guarda intorno stupefatta perché il pacchettino per lei l’ho proprio dimenticato; la tavola, spoglia e fredda, offre solo tonno in scatola e pancarrè, e anche il meticcetto manda giù i suoi croccantini con aria svogliata. Sono nel panico.

Come ogni anno, stringerò i denti e cercherò di trovare idee gradevoli, regalini che facciano sorridere gli amici, e il tempo e l’energia per dar conto a tutti, a mia madre che ha bisogno di aiuto e compagnia e un mezzo di trasporto, al capo che desidera che tutto sia chiuso entro la fine dell’anno, a chi vuole fare acquisti con me, a chi viene da fuori e ha diritto alla sua dose di attenzione. Ci proverò, sperando che allo zio Gualtiero il pelapatate non dispiaccia.

Il libro del momento, per me, è Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, autore che leggo sempre con piacere; sono circa a metà, la storia stenta un pochino a prendere quota e de Giovanni, per il mio gusto personale, pecca un minimo della sindrome del riassunto-delle-puntate-precedenti, ma sono convinta che non mi deluderà.

Read More

Un biondo per casa.

Tra quattro giorni, Nando compirà sei mesi. Il meticcetto biondo mèchato, come lo definisce sua madre, sta crescendo. Pesa 11 chili, salta due pasti su tre come nella migliore tradizione dei cani che allevo, ha sviluppato una spiccata predilezione per il secchio della spazzatura e le posate in lavastoviglie. Ha ancora il sottopelo soffice da cucciolo, Nando: e le orecchie che stanno su, ma solo fino a un certo punto, e si abbassano di lato quando ascolta qualcosa con aria perplessa.

Nando è buffo, gioioso, divertente e grato; dorme atteggiando le labbra a sorriso, a distanza di sicurezza dalla sua cuccia, luogo che odia e da cui si tiene rigorosamente alla larga, tranne nei dieci secondi in cui ci si accoccola con aria condiscendente in attesa del bocconcino della buona notte. Nando è intelligente, sveglio e compunto: campione mondiale di “cerca”, aspirante al titolo europeo di “terra”, ottimo esecutore di “seduto”, quando non sono presenti gatti, passanti o autobus nel raggio di qualche metro dal suo guinzaglio. Nando ha capito alla svelta le regole-base della vita in famiglia: niente pipì per terra, niente giornali incustoditi fatti a brandelli, niente fili della luce rosicchiati né cuscini sbavazzati; sul divano, sì: ma solo se nessuno lo sta guardando, ovviamente.

Nando odia la sua pettorina: si getta zampe all’aria quando si cerca di fargliela indossare, la rosicchia compulsivamente fino a renderla inservibile quando l’ha addosso, le tende agguati quando la vede poggiata sulla terza mensola dal basso del soggiorno. Nando odia anche, nell’ordine, non poter salire sulla poltrona quando c’è seduto qualcun altro, i suoi croccantini al pollo e la palla-labirinto di gomma rossa che gli ho comprato sfidando un pomeriggio di diluvio.

Nando ha paura: del buio, della solitudine, dei rumori improvvisi. Può giocare per interi quarti d’ora con branchi di molossi grandi il doppio di lui, e poi appiattirsi a terra con aria disperata per aver sentito scuotere un tappeto da un balcone. Teme le porte che sbattono, l’ascensore che viene usato da un vicino di casa, il frullatore in funzione, i gatti in calore che si rincorrono a tre isolati di distanza. È in grado di rotolare da una stanza all’altra rimbalzando contro le pareti e abbaiando furiosamente per aver sentito chiudere lo sportello di una macchina due strade più in là di casa sua. Nando, la notte, dorme poco e male: circospetto e insicuro, con un occhio sempre aperto, teso e preoccupato, salta su al primo scricchiolio, ringhia alla porta del bagno mentre faccio pipì, abbaia al vetro della portafinestra mentre il camion della nettezza urbana si ferma davanti ai cassonetti.

Nando è un cane speciale: traumatizzato ma allegro, terrorizzato ma fiducioso, pieno di paure ma colmo di gratitudine; obbediente e volenteroso, pigro e indolente, molto invadente ma altrettanto delicato. Il degno fratellino del semi-labrador: sarebbe stato uno spettacolo vederli giocare insieme.

In un periodo di letture distratte, l’ideale era l’uscita di un nuovo romanzo di Malvaldi: ed ecco qui Il telefono senza fili. È vivace, leggero, frizzante, blandamente divertente. Ci voleva proprio.

Read More