Cos’è, per voi, la felicità?

Una settimana fa mi sono imbattuta in un post su Facebook in cui si chiedeva agli astanti se fossero felici. Io ero fuori con la mia bella: eravamo state al centro commerciale e avevamo trovato delle scarpe belle e comode a buon prezzo senza dover girare per ore tra la folla; avevamo comprato un nuovo puzzle per la nostra collezione e anche un cappotto semplice ed elegante, scovato per caso in un negozio dove non avevamo mai messo piede. Di lì a breve saremmo andate a recuperare amicacatanese, avremmo mangiato una buona pizza e ciacolato amabilmente per l’intera serata. In quel momento, mentre camminavo mano nella mano con la mia compagna, e non c’era troppo freddo e non avevo fame e mi era passato il mal di schiena, mi sentivo pienamente felice: e ho commentato quel post scrivendo, appunto, che ero felice. Sono stata praticamente l’unica.

Assodato che so di essere una persona molto fortunata – non ho particolari guai di salute, almeno che io sappia, ho una stupenda donna al mio fianco, ho pochi (molto pochi) amici a cui voglio molto bene, ho un lavoro relativamente precario ma interessante, – mi chiedo: come mai gli altri non sono felici? Scartando, ovviamente, chi ha reali preoccupazioni per la salute propria o dei propri affini, chi ha appena perso il lavoro, chi si è accidentalmente lasciato cadere una palla da bowling sul piede, mi chiedo: cosa vi manca per essere felici? O forse sto equivocando io, e quella che mi sembra felicità è solo una sorta di olimpica atarassia?

È possibile che la mia idea di felicità sia sbagliata? La felicità, alla fine, cosa è? La mancanza di sofferenza, o la pienezza di gioia? La prospettiva di una serata serena e di una buona pizza è felicità? Sono io ad avere standard troppo bassi, o è chi mi circonda ad aver alzato troppo l’asticella? È più sano essere felici ogni volta in cui non abbiamo più quel forte dolore all’alluce, o esserlo soltanto nel momento in cui vinciamo un importante premio internazionale? La felicità è una condizione che si protrae nel tempo, come il ron ron da fuoribordo di un gatto che fa le fusa sul termosifone, o un lampo che squarcia la notte come un fuoco d’artificio? Ma soprattutto, quando siamo felici, ce ne accorgiamo? O attribuiamo una felicità retrospettiva a momenti lontani nel tempo, che ricordiamo con rimpianto (e con quel pizzico di miopia che appanna i ricordi e li rende confortanti)? E sappiamo ammetterlo, quando siamo felici? O preferiamo un’aria dolente e strutta da giovane Werther post-moderno? Ci sembra banale dichiararci felici? Un tempo, era tipico degli adolescenti ostentare un atteggiamento mogio e affranto; adesso anche gli adulti si beano di sedere figuratamente su uno scoglio schiaffeggiato dalle onde, col ciuffo al vento e un’aria di dissimulato dolore, come afflitti da una costante ulcera peptica. Ma perché? O saremo diventati tutti un po’ Michele Apicella in Ecce bombo, intenti a scoprire se ci si nota di più se non andiamo alla festa, o se ci andiamo e ci mettiamo lì in un angolo? Ecco, sarà che sono vecchia, sarà che non ho aspettative abbastanza alte su me stessa, sarà che dopo periodi difficili adesso mi sembra tutto straordinariamente bello e luminoso e pieno di colori: ma io, in questo preciso istante, sono molto felice.

Avevo chiuso il 2017 lagnandomi di aver letto poco; ho iniziato il 2018, invece, leggendo un bel po’. Adesso sto finendo Souvenir, ultimo volume della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di de Giovanni. All’uscita dei primi libri dell’autore ero rimasta molto (molto!) piacevolmente colpita; poi, un po’ di ripetitività e la tendenza al “riassunto delle puntate precedenti” mi avevano raffreddata. Questo giallo non è male: lo stile è sempre interessante, la storia un pelino forzata ma ci sta. Peccato, come sempre, per tutte le pagine in cui, con grande sfoggio di patetismo, lo scrittore divaga, prendendo a pretesto il tempo atmosferico o il periodo dell’anno: ammettiamolo, sono abbastanza noiose, spezzano il ritmo della narrazione, sono identiche in tutti i libri dell’autore, non sono funzionali al testo, sembrano solo un momento di autocompiacimento, come gli interminabili assoli di chitarra ai concerti di Carmen Consoli. Vi prego, fatelo per me, basta.

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Cuccioli.

Sono un’appassionata di gialli, si sa: ne leggo moltissimi, alle uniche condizioni che non siano troppo truculenti né troppo lunghi, date le mie personali propensioni alla paura e alla noia. Tra gli autori contemporanei che mi piacciono di più, stretto tra Malvaldi e Manzini e Mc Call Smith e Camilleri, c’è Maurizio de Giovanni. L’ho conosciuto per caso, leggendo Il senso del dolore in una anonima edizione dalla copertina nera, venduta in edicola insieme a un quotidiano; mi è piaciuto, l’ho comprato e regalato e consigliato, ne ho parlato con molte persone, ho decantato il suo stile asciutto e insieme lirico, la sua articolata costruzione dei personaggi, il suo indagare con delicatezza l’animo umano. Ho aspettato con trepidazione l’uscita degli altri volumi della serie, ho applaudito saltellando su e giù quando è stata annunciata la nascita della collana dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, ho letto e apprezzato anche quella. Però. Adesso sono a tre quarti di Cuccioli, e mi sento vagamente irritata.

Premetto che non c’è niente di più sciocco e irrispettoso del giudicare un libro prima di averlo finito di leggere, e magari lasciato sedimentare, e sicuramente quello che ho tra le mani è un bellissimo giallo, con un buon ritmo, una trama ben costruita, incalzante senza essere ansiogeno, dallo stile personale e riconoscibile. Però, ecco, tutte le pagine di riflessioni dal tono vagamente poetico e allusivo, che all’inizio trovavo irresistibili, adesso cominciano a darmi l’orticaria; l’impressione che mi comunicano è la stessa di quando, a un concerto, il chitarrista inizia un interminabile assolo di cui sembra molto fiero, ma che annoia a morte il pubblico. La sensazione è che l’autore si sia divertito e compiaciuto molto a scrivere quei brani: un bel po’ di più, questo è certo, di quanto stia facendo io nel leggerle. E anche il “riassunto delle puntate precedenti”, la tendenza allo spiegone che de Giovanni ha sempre avuto, sta diventando davvero esagerata: ma è così necessario ribadire, ogni volta, quale sia il ruolo, la situazione personale e familiare, l’umore tipico, l’abbigliamento, i vizi e le paure e le ansie e le manie di ognuno dei personaggi? Se Camilleri si sentisse in dovere di chiarire ogni volta chi sono Livia, Fazio e Catarella, non lo troveremmo un po’ tedioso? E tutta la storia dei suicidi-che-non-sono-suicidi non è di stucchevole falsità? Ma soprattutto, è mai possibile che il protagonista dei libri di de Giovanni sia sempre conteso tra due donne, una incarnatrice del sacro focolare domestico e l’altra del brivido della trasgressione? Ripeto, de Giovanni mi piace molto, i suoi libri ancora di più: è per questo, forse, che temo che scada nel manierismo, nel voler ripetere all’infinito se stesso, nel rischio di non saper cambiare marcia. È bello che un autore abbia una voce personale, che lo distingua e caratterizzi: il pericolo, però, è che ripeta sempre la stessa frase. Detto ciò, non posso che dire che Cuccioli è un romanzo di alta scuola: leggetelo, davvero.

Nei romanzi di de Giovanni si percepisce sempre la presenza di Napoli, la si tocca e annusa e assapora ad ogni pagina. Adesso che è quasi Natale, sogno un pranzo a base di paccheri al ragù, con la carne di maiale succosa, tenera e saporita da mangiare per secondo, ben irrorata di salsa. Una vera goduria.

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E’ (quasi) Natale.

Sono una persona tradizionalista. Mi piacciono le cene ben organizzate, con la tavola imbandita e i sottobottiglia, e gli ospiti che portano il dolce e il vino e anche un regalino per la casa, e si complimentano per quello che viene loro servito. Mi piacciono le tovaglie ben stirate, mi piace avere un giorno fisso per il bucato, mi piace avere il piano dei pasti della settimana stabilito con cura, e una cesta di vimini dove riporre i panni appena ritirati da fuori. Mi piace preparare la pasta al gratin come la faceva la nonna, dare del lei alle persone con cui non sono in confidenza, cedere il posto agli anziani sull’autobus. Mi piace il Natale.

Le feste, con il loro contorno di centritavola candele canti e cappelli da babbonatale, mi piacciono molto, ma stimolano il lato ansioso e perfezionista del mio carattere. In una situazione ideale, vorrei arrivare al 10 dicembre con i regali già impacchettati e disposti sotto l’albero, il presepe popolato di lavandaie cacciatori e treremagi, il meticcetto biondo méchato con il collare rosso ornato di rametti di pungitopo, il menu per il giorno di Natale già stabilito, il cotechino per San Silvestro stipato in dispensa; vorrei potermi godere le strade illuminate, i negozi traboccanti di persone sudate, l’atmosfera elettrica e gioiosa delle giornate che sono senza il pensiero di cosa regalare allo zio Gualtiero, con un budget limitato e solo tre ore pomeridiane di libera uscita in tutta la settimana. Un demone bizzarro si impossessa di me: vorrei, con un triplo salto carpiato, ritrovarmi all’8 gennaio, per sfuggire all’ansia delle cose che penso di dover fare; dall’altro lato, però, so che sarò mogia e sconfortata quando, la prima domenica dell’anno nuovo, incarterò con brandelli di giornali il bambinello, l’asino col basto e la pescivendola. Sbircerò le date sui fogli di carta, calcolerò sulle dita che classe frequentassi nel 1995 – la seconda media! -, rimpiangerò quei periodi in cui tutto era semplice, monodimensionale, sicuro, e il massimo motivo di preoccupazione era il compito in classe di geometria. Ma adesso, il 6 dicembre, con l’albero nuovo appena addobbato – e discretamente bello, devo ammetterlo – e un fitto programma di cose da fare – alberi parentali da montare, presepi da strutturare, pranzi a cui partecipare, regali da immaginare e poi comprare e incartare e distribuire – mi sento in preda a una vertigine: in una sorta di incubo, mi appaiono lo zio Gualtiero che brandisce un pelapatate a forma di renna, unico oggetto recuperato al supermercato il 24 dicembre a mezzogiorno, e la cugina Clotilde che si guarda intorno stupefatta perché il pacchettino per lei l’ho proprio dimenticato; la tavola, spoglia e fredda, offre solo tonno in scatola e pancarrè, e anche il meticcetto manda giù i suoi croccantini con aria svogliata. Sono nel panico.

Come ogni anno, stringerò i denti e cercherò di trovare idee gradevoli, regalini che facciano sorridere gli amici, e il tempo e l’energia per dar conto a tutti, a mia madre che ha bisogno di aiuto e compagnia e un mezzo di trasporto, al capo che desidera che tutto sia chiuso entro la fine dell’anno, a chi vuole fare acquisti con me, a chi viene da fuori e ha diritto alla sua dose di attenzione. Ci proverò, sperando che allo zio Gualtiero il pelapatate non dispiaccia.

Il libro del momento, per me, è Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, autore che leggo sempre con piacere; sono circa a metà, la storia stenta un pochino a prendere quota e de Giovanni, per il mio gusto personale, pecca un minimo della sindrome del riassunto-delle-puntate-precedenti, ma sono convinta che non mi deluderà.

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