Grazie, 2016.

Il 2016 si conclude oggi. Leggo sui social – tra l’annuncio del programma di una folle nottata di bagordi e le foto di completini intimi rossi, minigonne intessute di filo d’oro, elaborati piatti in avanzato stato di preparazione e alberi di Natale psichedelici – parole di giubilo all’idea: sembra che l’anno appena trascorso sia stato sullo stomaco a molti. A me, invece, tranne che per la morte dell’ultimo nonno rimasto, è proprio piaciuto.

È stato un anno dolce, sereno, senza scossoni: un anno in cui ho apprezzato moltissimo le serate in casa, i film da vedere al pc sotto una enorme coperta di pile, le serie tv – ma accidenti, niente sarà mai più bello di Queer as folk! – e le tisane calde. Un anno pieno di hamburger e cenette a base di cibo cinese, di biscotti secchi a colazione e aperitivi davanti a un puzzle, di “amore, che buono!” davanti a pizze fatte in casa e frittate e pollanche. Un anno in cui ho ringraziato ogni giorno la mia buona stella per avermi ridato la mia compagna: bella, luminosa, sorridente, sicura, tenera, protettiva, attenta, paziente. Un anno in cui all’amore sono finalmente riuscita a coinugare la consapevolezza: dei miei limiti, delle mie insicurezze, della nostra forza insieme. Della necessità di pensare molto, parlare meno, ascoltare e riflettere e attendere, dare spazio e tempo e fiducia.

È stato un anno punteggiato di amici: in cui mi è spiaciuta la lontananza di alcune persone a cui voglio bene, che ho visto poco – ma cercando di racchiudere, in un fine settimana o in pochi giorni, tutto il mio affetto e la mia attenzione e la voglia di fare qualcosa di bello insieme – e che spero di vedere più spesso, ma che comunque tengo accanto a me, nel cuore e nei pensieri e in quel fondo di preoccupazione e apprensione che sono parte di me e che nutro come una piantina d’appartamento. Un anno in cui ho scoperto persone che conoscevo poco e che mi hanno riempita di consigli e suggerimenti e idee, in cui ho passato più tempo con altri a cui voglio bene da anni: vecchi amici, di quelli che citi a modello per gli astanti e abbracci forte forte quando li vedi, che cambiano casa, lavoro e vita rimanendo sempre quelli che erano, graziealcielo.

È stato un anno di crescita: in cui ho cercato di apprezzare quello che c’è di buono nella mia vita – genitori attenti e presenti, parenti acquisiti affettuosi ed empatici, un lavoro che mi piace, un canuccio festante – e ignorare quello che non mi è andato giù: sorridendo e pensando pace, va bene così.

Degli ultimi anni, sicuramente il 2016 è stato quello in cui ho letto meno: ma ho vissuto di più, quindi anche in questo caso va bene così. Chiudo l’anno con le ultime pagine di “Una domenica con il commissario Ricciardi” di Maurizio de Giovanni: non un romanzo ma una raccolta di quadri raccontati con dolente delicatezza e intervallati da foto d’epoche. Un libro che si legge in una manciata di mezze giornate e che forse lascia poco, ma che regala uno scorcio interessante della Napoli degli anni Trenta.

Felice anno nuovo a tutti: vi auguro che il 2017 porti a ognuno di voi la gioia che mi ha regalato il 2016.

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