Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

Read More

Tra le due scelgo la terza.

Ogni inverno penso che non ci sia niente di più brutto dell’inverno: il freddo mi intristisce, il buio mi instilla torpore, odio la pioggia e gli ombrelli gocciolanti e i guanti che si perdono e le pozzanghere e i piedi umidi nelle scarpe; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’inverno, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sul maltempo, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto freddo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche coperta. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in estate, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’inverno.

Ogni estate penso che non ci sia niente di più brutto dell’estate: il caldo mi innervosisce, la luce che filtra dalle serrande mi sveglia presto, odio il sudore e i costumi gocciolanti e gli occhiali da sole che si perdono e la polvere e i piedi umidi nei sandali; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’estate, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sullo scirocco, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto caldo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche bottiglia d’acqua. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in inverno, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’estate.

Ogni stagione ha i suoi meriti, ma soprattutto i suoi demeriti. Sono molti, e io saprei elencarli quasi tutti.

D’estate si dorme male, è indubbio: c’è molto caldo sempre, anche nelle notti più miti, e non è ecologico né economico tenere il condizionatore a 16° per molte ore; tutte le strategie ipotizzabili – condizionatore acceso un’ora prima di andare a dormire per rinfrescare la stanza, ventilatore sapientemente orientato verso il letto – lasciano il tempo che trovano: il condizionatore, appena spento, riporta la camera alla temperatura di partenza in un nanosecondo e il ventilatore si limita a muovere aria bollente, provocandomi solo dolorosi crampi. D’inverno si dorme bene, se al piumone si aggiunge una coperta di pile e un plaid per i piedi e una borsa dell’acqua calda e un canuccio peloso e tiepido sul letto: ma in compenso ci si alza male, tremando e battendo i denti e imprecando, e si tenta di auto-convincersi a fare la doccia immaginando che l’acqua bollente ci riporti a una temperatura compatibile con la vita, speranza puntualmente disattesa.

D’estate ci si veste rapidamente: un paio di fluttuanti pantaloni di cotone, una canottiera e dei sandali bastano; peccato che i pantaloni non abbiano tasche e siano parecchio scomodi, che la canottiera mi stia male e che con i sandali cammini come mamma oca. D’inverno si impiegano molte ore a sovrapporre strati di vestiti, canottine dolcevita maglioncini cardigan cappotto sciarpa berretto, creando un ovvio effetto da omino Michelin. Penso che nessuna storia d’amore sia mai nata in inverno.

D’estate portare il cane a spasso è scomodo e faticoso: il sole picchia, l’asfalto scotta, Nando è troppo grande e divincolantesi per essere portato al parco in braccio; d’inverno non va meglio: si scivola, il cane si bagna e assume il caratteristico odore da cane bagnato, i tuoni lo spaventano e non indosserebbe un impermeabile nemmeno se gli fosse ingiunto dalla legge.

D’estate le piante hanno bisogno di acqua due volte al giorno: e comunque sono sempre riarse, con una sfumatura di giallo sotto il verde delle foglie, boccheggianti. D’inverno i sottovasi traboccano, le radici marciscono, aspetta, aiutami a togliere tutta quest’acqua o la pomelia il prossimo anno non fiorirà.

In conclusione, estate e inverno sono due stagioni fastidiose e colme di pericoli e insidie e fastidi. Bisognerebbe indire una petizione per una primavera perenne.

Sto leggendo Rondini d’inverno, ultima uscita di Maurizio de Giovanni, autore che amo: e proprio perché lo amo sono piuttosto delusa, la storia scorre lentamente e la narrazione è abbastanza ripetitiva, senza guizzi. Spero che migliori più avanti.

LaMate, questo post ovviamente è per te!

Read More

Mi piace.

Il profumo dei gelsomini dolcesuadente estenuato nelle sere calde di maggio, l’odore grigiometallico di pioggia dei primi giorni freddi di ottobre, il sentore terroso di camino che colpisce, pungente, in certi crepuscoli di dicembre.

La consistenza di velluto rigido delle foglie del basilico, la promessa di estate di ognuna di loro; il ricordo dolcestancante dei pomeriggi di agosto a preparare le bottiglie di salsa di pomodoro in giardino, le mani delle nonne che impugnavano con destrezza la tappatrice, la promessa di rnfrescarsi, più tardi, con il tubo da irrigazione dell’orto.

Il sorriso di gioia pura di canenando: quello sguardo di fiducia assoluta che segue il momento in cui gli angoli della sua bocca vanno indietro, scoprendo la lingua rosa guizzante; l’istante in cui, chiamato, accorre: e quel lampo negli occhi di felicità profonda, infantile, di cuore, che precede il momento in cui mi franerà fremendo tra le braccia.

La compiuta bellezza di inserire un pezzo del puzzle al proprio posto: il gesto che si colloca nello spazio con precisione, i confini che combaciano come se non aspettassero altro, la figura bramata che prende forma un tassello dopo l’altro.

Il sapore definito e pungente del pollo allo zenzero e miele: la sensazione che ogni boccone possa essere più gustoso e compatto e succoso e agrodolce del precedente, come in un piccolo spettacolo di fuochi d’artificio in cui ogni colpo sia più scenografico di quello venuto prima.

La tagliente perfezione di ogni verso uscito dalla penna di Caproni: il mondo di idee riflessioni cambi d’opinione che si scorge dietro ogni singola sillaba, la cura assoluta e quasi paterna con cui ogni parola è stata scelta, affilata, limata pulita lucidata per mostrarla al mondo nel suo compiuto universo di senso.

La felicità piccola, giovane, di pancia di un tappeto morbido e colorato sotto i piedi: un tappeto da bambini, decorato da bottoni grandi come trentatrè giri, che fa sorridere per il solo fatto di essere lì.

Svegliarmi abbastanza presto, il sabato mattina, per potermi alzare e controllare le email e i messaggi e aprire le finestre del soggiorno e tornare a letto, nella penombra pigra delle nove, per leggere ancora mezz’ora e poi ancora un quarto d’ora e poi dai ancora un po’, finisco solo il capitolo, e pensare a quanto sarebbe bello poter passare un’intera giornata così e poi pensare ancora che invece no, la mia giornata sarà molto più bella e stimolante di così.

Sorridere agli sconosciuti per strada, soprattutto alle persone anziane: per avere in cambio un sorriso tuttorughe che mi strizza un poco il cuore.

Chiedere come stai e sentirmi rispondere bene, senza sottintesi né ombre né venature di rammarico.

Abbracciare forte qualcuno a cui voglio bene.

Read More

Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

Read More

Non è una città da freddo.

Da due giorni a Palermo c’è molto freddo. Le temperature non superano i sei o sette gradi, i monti intorno alla città sono imbiancati, qualche intraprendente fiocco di neve ha provato a cadere sulle strade. Ha grandinato in abbondanza e la gelateria sotto casa non ha registrato il tutto esaurito per la prima volta dalla sua apertura.

Palermo non è una città adatta al freddo. Contro il caldo è ben attrezzata: quasi tutte le case hanno condizionatori e ventilatori, le finestre sono strategicamente piazzate in modo da favorire le correnti d’aria, ci sono pensiline che ombreggiano le fermate dell’autobus e il mare a due passi per dare una fugace sensazione di frescura. Il freddo, invece, ci coglie sempre impreparati: dobbiamo riporre in frigo l’insalata di riso e ingegnarci a cucinare qualcosa di caldo – la pasta e lenticchie andrà bene? O è meglio il brodo di pollo? Ma come si prepara? -, mettere in funzione la caldaia che non usavamo da quel giorno dell’inverno scorso in cui ci è venuto a trovare l’anziano nonno e non volevamo che si buscasse il raffreddore e abbiamo sudato tutti come anguille, tirare fuori dall’armadio il piumone pesante. Dobbiamo – dovremmo – ricordarci, tra un post entusiastico sulla magia della neve e uno esterrefatto sulla temperatura indicata sul cruscotto della macchina, che per strada ci sono molte persone: addirittura duecento, ecco, che stanno tentando di fronteggiare la situazione avvolgendosi in strati di coperte, stringendosi ai propri canucci e bestemmiando contro il freddo. Che verranno invitate a trasferirsi, solo per stanotte, per carità!, sotto un tetto, che sia quello del salone di una chiesa o di un dormitorio pubblico sovraffollato: e che, nella maggior parte dei casi, rifiuteranno l’offerta, perché non vogliono lasciare cani giacigli e masserizie senza custodia, a rischio che qualcuno le faccia sparire e prenda il loro posto in quel portone comodo e accogliente. Persone che, con ogni probabilità, graziealcielo, supereranno anche queste giornate, e che torneranno rapidamente ad essere ignorate, relegate a elemento di colore in una discussione sulla città e la sua pretesa capacità di dare accoglienza a chiunque o ritenute colpevoli di macchiare, con la loro presenza, i tappeti persiani che ornano il salotto buono di Palermo. Dovremmo pensarci, quando ci auguriamo che la neve continui a cadere: non avevamo detto che non avremmo lasciato indietro nessuno?

In questi primi giorni del 2017 non riesco a trovare un buon romanzo che mi tenga compagnia dal kindle – sto leggendo invece, alla vecchia maniera, I cani di Babele di Carolyn Parkhurst, suggerito dalla Mate e ricevuto per Natale da parte di amicastorica: un giallo decisamente atipico, pieno di descrizioni di vita quotidiana, delicato e coinvolgente, proprio come piace a me.

Questo post è dedicato a tutte le persone che stanno pattugliando la città per distribuire abiti pesanti, coperte e pasti caldi ai senzatetto. Se qualcuno avesse qualcosa da donare, può dirlo a me che penserò al recapito.

La foto di monte Cuccio imbiancato è opera della mia bella.

Read More

Attività estive.

D’estate, si sa, c’è caldo. A Palermo, quando c’è caldo, c’è caldo davvero. A dispetto degli ovvi consigli elargiti da telegiornali e riviste, una delle attività più gettonate dal palermitano in estate è la preparazione di pietanze che richiedano una lunga permanenza dell’intera famiglia accanto ai fornelli, meglio se con grandi padelle colme di olio sfrigolante a fare da contorno. Anche la preparazione di una semplice caponata può richiedere il coinvolgimento di tre o quattro persone per un numero di ore direttamente proporzionale alla mole di conoscenti a cui far avere un barattolo sigillato colmo del più classico dei contorni isolani. Sono un must irrinunciabile dell’estate palermitana le giornate – di solito almeno tre, sul finire di agosto – dedicate al confezionamento di casse di buttigghie, bottiglie che hanno contenuto birra e che sono state raccolte nell’arco dell’intero anno, per poi essere sterilizzate con mezzi casalinghi – forno a bassa temperatura, pentola in ebollizione, sole – e riempite con salsa di pomodoro appena tirata via dalla pentola, da conservare per l’inverno e da donare a parenti e conoscenti che, in cambio, ci omaggeranno delle proprie. Ogni famiglia ha una variante – alcune sfiorano la perversione, prevedendo l’aggiunta di carote e/o sedano e/o aglio – ed è fondamentale l’apposizione su ogni bottiglia di post-it con il nome della casa produttrice del condimento, onde evitare rovinose sorprese.

Non eccessivamente sgradevole è la preparazione di un dolce tra i più apprezzati nel tepore dell’estate siciliana: il gelo di mellone. A Palermo, nessuno avrebbe mai l’ardire di chiamare l’anguria con un nome che non sia, appunto, mellone: il gelo è una deliziosa gelatina, da gustare nel tardo pomeriggio con un’aromatica tazzina di caffè. Bisogna, ovviamente, avere in casa dell’ottima anguria, dolce e succosa, non farinosa. La polpa, estratta con un cucchiaio, va passata al passapomodoro – e non, come leggo su molti blog, al mixer! eresia! – e raccolta in una ciotola. Per un litro di succo sarà necessario usare circa un chilo e mezzo di polpa. In una tazza di succo, a parte, si scioglierà l’amido (80 grammi circa), per poi unire il tutto al resto del succo e allo zucchero (100 grammi circa, ovviamente dipende dalla dolcezza della frutta). Si trasferisce il composto, aromatizzato con una stecca di cannella da tirar via dopo qualche minuto o con qualche fiore di gelsomino, sul fuoco dolce, e si fa cuocere per un minuto circa dopo l’ebollizione, mescolando continuamente finchè il composto velerà il cucchiaio. Si versa in stampini monoporzione e si fa raffreddare per almeno quattro ore. Si decora con gocce di ottimo cioccolato fondente e pistacchi tritati. Non richiede neanche una permanenza troppo lunga ai fornelli: l’unica controindicazione è che un vero palermitano non ne confezionerà mai meno di quaranta stampini alla volta.

Sto finendo di leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, ed è proprio come me l’ero aspettato; Rocco Schiavone, pienamente immerso nel suo ambiente – il romanzo racconta ciò che ha preceduto il trasferimento del vicequestore ad Aosta – è meno scostante e più portato alla dolcezza e alla comprensione. Il giallo è avvincente e stuzzicante, e una vena di tristezza intride il libro. Merita.

Read More

Promesse d’estate.

I maglioncini di lana leggera, soffici e scollati, da sostituire in fretta con quelli di cotone, freddi al tatto e asciutti, essenziali. I calzettoni a righe multicolore, verde viola arancio rosso. Il giubbotto jeans, che desidero da quando avevo cinque anni e che non ho mai avuto. La giacca di pelle, che mi ricorda uno dei momenti più dolci ed emozionanti della mia vita. Le sciarpette svolazzanti, le maglie multistrato, le sneakers di tela, gli occhiali da sole. I primi sandali.

Il gelato, coppetta brioche cono, i gusti alla frutta delicati e freschi o quelli alla crema, intensi e materici e stancanti, pesanti; la copertura con colata di cioccolata calda, confettini pastiglie colorate codette e cereali da prima colazione, gli sbuffi di panna montata. I panini con la panelle mangiati al volo in tavolini al sole, gli aperitivi all’aperto, le cene per strada o in terrazza, le scampagnate, le grigliate all’aperto. L’insalata di pasta, la caprese, gli ultimi carciofi, i primi fagiolini.

Le passeggiate in riva al mare. Le giornate che si allungano, si stirano e spiegano e stiracchiano, come in uno stretching da dopo-palestra. Il cielo chiaro anche alle sette di sera. Lo scirocco, le macchine sporche di sabbia rossastra, il vento afoso e rombante che entra in casa, la sensazione del sole caldo sulla pelle. Il pizzicorio alla pancia e alle punte delle dita, gli insetti che sbattono ostinatamente contro i vetri, i cani che zampettano al parco.

Le interrogazioni di metà quadrimestre, la ricerca dei libri per gli esami estivi, gli statini in bianco impilati sui tavoli, il calendario di Una marina di libri che prende forma, si gonfia di nomi e date e presentazioni da incastrare e ricombinare, un domino di nomi titoli accademici titoli onorifici titoli e sottotitoli di saggi romanzi raccolte di racconti in continuo riassestamento. I biglietti in vendita per i concerti dell’estate, i voli low-cost da iniziare a studiare per i cinque giorni di vacanza ad aogsto.

I negozi che esibiscono canottiere e costumi da bagno, bikini esotici e boxer aderenti, visiere fluorescerenti, teli da mare in tutte le gradazioni del blu, ciabattine di gomma infradito, cuffie e maschere e pinne. Lo stand della protezione solare, accanto alle casse del supermercato. Le scatole di cornetti e mottarelli nel banco surgelati, le vaschette di sorbetti alla fragola accanto alle buste di spinaci surgelati.

I ragazzi che saltano la scuola e si sdraiano sul prato di piazza Magione, la testa sullo zaino gonfio di libri, il naso che si imperla di lentiggini, l’autobus per Mondello che straripa di adolescenti in fuga dall’assemblea d’istituto.

A Palermo è primavera.

Read More

Tipi da social network.

Quelli che gli animali sono molto meglio delle persone, la vera bestia è l’uomo.
Quelli che a voi interessa solo degli animali, dovreste pensare anche ai bambini che soffrono.
Quelli che c’è un cagnolino ferito in via Roma, passavo di corsa e non potevo prenderlo, ne ho già ventitré a casa e mio figlio è allergico, correteeee.
Quelli che meglio in strada che in canile, una vita chiuso in gabbia.
Quelli che meglio in canile che in strada, almeno è al sicuro.
Quelli che comunque il canile è chiuso, se lo vuoi aiutare portatelo a casa o non rompere più.

Quelli che io non mangio cadaveri come fate voi.
Quelli che io odio i vegetariani, sono la mia ossessione.

Quelli che e i marò?
Quelli che e le foibe?

Quelli che ho visto la foto di un signore che chiedeva l’elemosina, poverino, ora gli mando qualcosa.
Quelli che dargli qualcosa non serve, meglio dare i soldi a qualche associazione.
Quelli che io non mi fido delle associazioni e se li do al tizio che chiede l’elemosina chissà come li usa, me li tengo e basta.

Quelli che io gli zingari li odio, al rogo!
Quelli che io i pedofili e gli stupratori li odio, al rogo!
Quelli che nella giustizia non ci credo, meglio farsela da soli, tanto stanno qualche giorno in galera e poi sono di nuovo per strada.

Quelli che non ho soldi da spendere ma ho l’iPhone.
Quelli che mi lamento delle mie tristi condizioni economiche e poi posto le mie foto di ogni angolo del mondo.

Quelli che io ho allattato mio figlio fino ai sette anni.
Quelli che la coppia mina l’autostima dei figli, noi abbiamo optato per il letto di famiglia e dormiamo in sei stretti stretti.
Quelli che io i miei figli li educherò in casa, altro che scuole, chissà che gli inculcano.
Quelli che nella scuola di mio figlio insegnano il gender e vogliono spiegare ai bambini di sei anni come ci si masturba.

Quelli che no dai il gender no, non ci credo, ma comunque se nella scuola di Gianmaria arriva un maestro frocio lo prendo a legnate.

Quelli che adesso fotografo e condivido i miei piedi, ogni piatto che ho mangiato comprese le stelline col dado, ogni tramonto o nuvola o evento atmosferico.
Quelli che io odio le foto.

Quelli che mi sono fissato su un argomento e ne parlo tutto il tempo anche a sproposito e mi arrabbio moltissimo se gli altri non mi seguono nella mia ossessione.
Quelli che non mi interessa niente che non sia il mio piccolo pezzo di mondo, q
uindi parlo solo di quello che mi riguarda in prima persona.

Quelli che sono un gran critico letterario e uso ogni gruppo in cui si parla di libri per piazzare interminabili recensioni.
Quelli che questo libro è bellissimo.
Quelli che ma perché è bellissimo, di che parla?
Quelli che è bellissimo, ecco.

Quelli che odio tutti, sono tutti degli schifosi, solo io so come far girare il mondo.
Quelli che so di non fare schifo ma lo scrivo in bacheca così una folla di persone si precipiterà a consolarmi.

È estate, c’è davvero caldo, io continuo a leggere La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno che finalmente sta prendendo quota e sembra molto bello. C’è troppo caldo per mangiare, per cucinare, per parlare di cibo: insalata di pasta con pomodorini, tonno e olive e una generosa manciata di basilico è la soluzione.

Read More

Pro e contro dell’estate.

Nessuno si lamenta per il freddo, la pioggia, il ghiaccio sulle strade, le scarpe bagnate o i guanti perduti.
Tutti si lamentano per il caldo.

Una magliettina, un paio di pantaloni e dei sandali bastano per andare in ufficio.
Quella magliettina sarà zuppa di sudore prima ancora di arrivare in ufficio.

Il bucato steso in balcone si asciuga rapidamente.
Bisogna lavare ogni indumento indossato per più di mezz’ora.

Gli orti traboccano di verdure gustose.
Gli amici, proprietari dei suddetti orti, regalano mazzi di verdure che devono essere lavate e cucinate.

Bastano due pomodori e un filone di pane per azzizzare un pranzo.
Non si possono mangiare solo pane e pomodori per tre mesi di fila e accendere il fornello comporta una sofferenza fisica considerevole.

Le scuole sono chiuse e le strade sono sgombre: per attraversare la città bastano pochi minuti.
Gli automobilisti rimasti in città, accecati dal caldo e dal livore verso chi è al mare, guidano come se non ci fosse un domani.

In tv trasmettono TecheTecheTè e film antichi al posto degli insulsi programmi del pomeriggio.
Sono sempre gli stessi film antichi e a TecheTecheTè c’è sempre e solo Paolo Panelli.

Vengono pubblicati molti gialli.
Molti di quei gialli sono brutti.

Chi vuole, può andare a mare.
Chi non vuole, subirà molte volte al giorno la domanda perché non vai a mare?

Tutti sudano, non solo io.
Io sudo comunque più degli altri.

Posso dire scusi, non le do la mano, sono troppo sudata lanciando uno sguardo di complicità all’interlocutore.
L’interlocutore risponderà lo sono anch’io, non fa niente, costringendomi a una stretta tra due merluzzi appena scongelati al microonde.

Si possono rimandare molti impegni di lavoro dicendo rimarremo chiusi fino a dopo Ferragosto.
Dopo Ferragosto ci sarà una valanga di lavoro arretrato da recuperare.

Si può stare in terrazza a leggere e bere limonata fino a molto tardi.
Si deve comunque rientrare nella casa bollente per andare a dormire.

La scusa del caldo si può utilizzare per non fare nulla tra le 14 e le 18.
Dopo le 18 ci sarà comunque ancora molto caldo.

Penso che le canottiere scollate mi facciano sembrare graziosa.
In realtà nessuno è grazioso quando è ricoperto di sudore.

Posso ignorare il posteggiatore adducendo la scusa del caldo per non dargli retta.
Attraversare piazza Magione sotto il sole è un’esperienza pericolosa quasi quanto un safari nella giungla.

Si bevono litri di Estathè con la scusa di reintegrare i liquidi persi.
Io bevo sempre litri di Estathè.

In questi giorni torridi mi sta facendo compagnia La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno: interessante e molto ben scritto, ma anche interminabile.

Read More

Un brainstorming per pranzo.

Il mio problema con il cibo-da-preparare-in-anticipo si acuisce. Abbiamo superato dignitosamente l’inverno, alternando sformati di pasta – al pomodoro e mozzarella, con melanzane fritte, con la besciamella, con ricotta e spinaci, con cozze e marmellata di albicocche – a sformati di patate – con mozzarella e prosciutto, con zucchine e ricotta, con funghi, ai formaggi, con cozze e marmellata di albicocche – a sformati a base di brisè – con prosciutto e formaggio, chiusi a calzone, con ortaggi misti, con funghi, con cozze e marmellata di albicocche. Con l’arrivo della primavera, la situazione si complica: gli sformati (e il loro corrispondente serale, le zuppe) dovrebbero cedere il passo a qualcosa di più fresco, leggero e easy. Ma cosa si può preparare, in una casa in cui il 50% della popolazione non si accontenterebbe mai di una bella insalata mista o di ortaggi grigliati e storcerebbe il naso di fronte alla sontuosa composizione di pesto di rucola, mandorle, pomodorini e farro che ho portato con me in pausa-pranzo la scorsa settimana? Sono stanca di pasta all’insalata, non impazzisco per il riso, e comunque il condimento resta il reale inghippo. La scorsa settimana una splendida salsa orientale a base di yogurt, curry, menta e curcuma è rimasta a languire in frigo, sostituita da uno squallido vasetto di maionese industriale. Come sfuggire alla struggente monotonia di mozzarella e pomodorini, o tonno e pomodorini, nelle varianti con o senza mais, olive e cubetti di prosciutto? So che c’è un mondo al di là della finestra della mia cucina, in cui si preparano piatti di pasta fredda con pesto di frutta secca, zucchine grigliate e provola affumicata, o con carote e yogurt greco, o ancora con avocado, cetrioli e pomodoro. Suggeritemi qualcosa che non contenga aglio, cipolla, carote, sedano o erbe di alcun tipo, neanche l’innocuo basilico. Qualcosa che sia appagante e semplice da cucinare e, particolare da non trascurare, abbastanza silenzioso: nel senso che io, troppi giorni alla settimana, sono vincolata alla frequenza di un corso di formazione online, durante il quale, di solito, guadagno tempo preparando il pasto per il giorno dopo. È molto difficile, però, prestare orecchio ai tool da utilizzare per monitorare il potere di engage dei tweet di un dato brand, cercando intanto di friggere le melanzane, tra padelle colme di olio bollente beccheggianti sul fornello e lo sfrigolio oltre i livelli di guardia. Mi servirebbero una serie di condimenti da assemblare a freddo, o da cuocere in forno, o in un tegame che possa essere lasciato a se stesso per i cruciali minuti in cui ci viene spiegato che l’immagine di copertina di facebook ha delle dimensioni precise, vivaddio. Ho fiducia in voi, grazie.
Dopo mesi di letture svogliate e saltellanti, in cui ho trovato con difficoltà autori che mi piacessero e mi sono avvinghiata al loro collo con atteggiamento da koala spaventato, e dopo, quindi, aver mandato giù l’opera omnia di Brendan ‘O Carroll e Alexander McCall Smith, ho iniziato ieri Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli; avevo letto sul web critiche altalenanti, in cui il libro veniva definito furbetto e ci si lagnava della sua scarsa capacità di lasciare qualcosa al lettore. Davanti alla mia tazza di tè, mentre il meticcetto biondo méchato, da oggi noto come Buffo Cane Giallo, mi aspettava trepidante per il suo giro-pipì, mi sono commossa; sono solo a un quarto del libro, ma promette davvero bene.

Read More