Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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Autunno.

Il vento molto forte.

Il rumore che fa il vento molto forte, e che ci impedisce di dormire.

Mohamed che rimane asserragliato nella sua tenda, nonostante il vento, e biascica al telefono che no, lui non sente affatto freddo, va tutto bene.

Nando che ha paura del vento e ulula sconsolato.

Il freddo.

Il piumone.

Il plaid di pile ripiegato su un angolo del divano.

Infilarsi sotto il plaid, la sera, per vedere un film, e poi non riuscire più a venirne fuori e minacciare di rimanere a dormire sul divano.

Scrivere ad Alessia per lamentarsi del freddo.

Indossare giubbotto e scarpe pesanti e sciarpetta prima di uscire di casa; il berretto di lana ancora no, ma solo per inusitato senso del ridicolo.

I negozi con gli addobbi natalizi.

L’ansia dei regali.

Non comprare ancora i regali perché prima del sette dicembre non li compro mai, per tradizione e superstizione.

La gente che si lamenta perché odia il Natale.

Io che mi lamento perché mi esasperano le persone che odiano il Natale.

L’invito a pranzo di mia zia per l’otto dicembre e mia madre che già va in panico perché non sa cosa portare.

Io che litigo con mia madre che vuole portare ventisette diverse pietanze, di cui otto a base di aragosta.

Le bancarelle con i pupetti del presepe.

Andare a vedere le bancarelle e scoprire che ho già tutti i pupetti del presepe esistenti al mondo, compreso un incongruo cocomeraio e un tipo che vende pannocchie di granturco e un canguro col cucciolo nel marsupio.

La tisana in ufficio, perché fa troppo freddo per scendere per il caffè.

Scendere comunque per il caffè, anche se fa troppo freddo.

Posteggiare molto lontano tornando a casa.

Posteggiare molto lontano, andando in ufficio, e attraversare piazza Magione sotto la pioggia lamentandomi perché ho lasciato l’ombrello in macchina.

Le fiere natalizie, i libri in uscita per Natale, la festa di Natale della casa editrice da organizzare.

Arrivare tardi a lavoro perché col freddo non riesco ad alzarmi.

Capo che alle mie rimostranze solleva un sopracciglio e dice che arrivo tardi anche in estate, anche se non è vero.

Leggere col kindle sotto le coperte per non gelarmi la mano che regge il libro, per fortuna esiste la retroilluminazione.

Il pigiama pesante, la vestaglia di pile, le pantofole con tripla imbottitura.

Le pomelie che perdono le foglie.

Mangiare lenticchie a cena.

La gente che mi chiedi come mai ho le mani così fredde e come mia sudo molto anche se sento freddo.

Soffiare ogni pochi minuti sulle mani per cercare di riscaldarle.

La stufa sotto la scrivania, in ufficio.

Stare in piedi accanto al termosifone acceso.

Il pandoro pucciato nel latte a colazione.

Mangiare dolci dopo cena giustificandomi con la scusa che col freddo ho bisogno di più calorie.

La pizza a domicilio e lasciare doppia mancia al ragazzo delle consegne che è intirizzito e ha le scarpe bagnate.

Cominciare a pensare a dove prendere le arancine per Santa Lucia.

Voglio l’estate.

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Estate.

Il caldo.

Il senso d’oppressione delle giornate di afa, quando l’aria è bollente e immobile fin dal mattino.

Il vago mal di testa delle notti di scirocco.

Il sollievo dei rari momenti in cui il vento gira a maestrale, Apriamo le finestre che finalmente si respira, anzi no, chiudi subito che sbatte tutto.

I sandali.

Le pietrine che entrano ogni pochi passi nei sandali.

Le canottiere scollate, le gonne jeans, i pantaloni di tela leggeri, comodi e freschi ma senza tasche, i pareo con la stampa a fiori di ibiscus.

Il telefono sempre in mano perché non ci sono tasche in cui conservarlo.

Andare a mare.

Non aver voglia di andare a mare, il vento, la sabbia, il costume che mi sta male.

Andare a mare lo stesso, che poi alla fine mi fa sempre piacere.

Sudare molto, anche non facendo nulla.

La doccia prima di andare a dormire.

Dormire male per il caldo.

Alzarsi presto la mattina per il caldo.

Mohamed che si lamenta del sole, dell’afa, della mancanza di acqua fresca, ma poi vuole il solito caffè bollent.

Le strade vuote.

Trovare facilmente parcheggio sotto casa.

I negozi chiusi per ferie.

Non vedere l’ora di andare in ferie.

Le persone in ferie da molte settimane che si stupiscono del fatto che io non sia ancora andata in ferie.

L’ultima stagione di Orange is the new black.

Stefanuccio col casco da bici e il costumino a stampa militare.

Innaffiare le piante ogni mattina e trovarle comunque sciupate e tristanzuole.

Moltissimi libri da leggere, e l’illusione di riuscire a leggerli tutti in tre settimane.

La vaschetta di gelato bigusto in congelatore; riempire un bicchiere di gelato e spezzettargli sopra un biscotto e mangiare il tutto sul divano davanti al ventilatore.

Scottarsi le spalle attraversando piazza Magione a piedi.

Le cicale.

Le zanzare.

Lo zampirone.

L’autan prima di andare a dormire.

Le punture di zanzara nonostante l’autan, lo zampirone, la pianta di citronella, le zanzariere.

I gabbiani che stridono e volano radenti al nostro balcone.

Le pomelie in fiore, e anche gli oleandri e i gelsomini.

Gli occhiali da sole.

I bambini al parchetto, lo scivolo, le altalene, le ninfee nella fontana.

Sentirmi dire da chiunque che sono troppo pallida.

Stare con le finestre spalancate per il caldo e non sentire la televisione.

Mangiare frutta e yogurt per cena.

L’estathè molto freddo.

La granita di limone, la granita di caffè con panna. La granita di fragole che non mangio da moltissimi anni.

La pizza, sempre e comunque.

[Finalmente sono iniziate le ferie].

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Quando c’è caldo (a Palermo).

È stato un interminabile inverno, ventoso e umido e bigio, che spingeva alla lagna e all’indolenza – non possiamo uscire a fare la spesa, piove!, ordiniamo pizza e pollo arrosto e mangiamoli davanti alla tv! – e che ha gettato Mohamed nello sconforto e nella recriminazione costante – avevi detto che sarebbe arrivato il caldo! Moha, ma mica è colpa mia! – e fagocitato la primavera: invece di uccellini cinguettanti e foglie nuove sugli alberi e tremebonde margherite nei prati e tutto quel che il nostro immaginario da scuola elementare collega ai mesi di marzo, aprile e maggio, abbiamo avuto pioggia, giubbetti impermeabili, Mohamed disgustato dalla necessità di indossare scarpe chiuse e mugugni assortiti del caneNando che, se già normalmente odia uscire, col maltempo lo considera una sevizia perpetrata ai suoi danni. È stato un interminabile inverno, dicevo: e ora improvvisamente c’è caldo, e quando c’è caldo a Palermo è una faccenda seria, e io già non ne posso più.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti ne parlano: ma se del freddo si parla con stupore e con un atteggiamento di vaga preoccupazione – talè, c’è freddo!, – di caldo di parla con rassegnazione e fastidio e sconforto, perché il caldo inizia adesso e finirà chissà quando, forse a settembre, o a ottobre, o sapiddu quannu, signora mia.

Quando c’è caldo a Palermo, è difficile trovare scampo: perché assurdamente sembriamo dimenticare, durante il resto dell’anno, quanto possa essere afosa e soffocante la permanenza in città con più di trenta gradi, e quindi non siamo mai ben attrezzati; il condizionatore deve essere ricaricato, il ventilatore si è rotto alla fine della scorsa estate e non abbiamo pensato di sostituirlo, la cinghietta dei sandali non chiude più bene, i pantaloni di stoffa leggera sono seppelliti su una gruccia sotto decine di paia di jeans e non vogliono proprio saltar fuori.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti annunciano a gran voce di voler andare a mare: ma andare a mare col caldo può essere una lunga e tormentosa esperienza. Si trascorrono ore in macchina cercando parcheggio, con la temperatura dell’abitacolo in costante aumento in misura direttamente proporzionale al giramento di scatole del guidatore; trovato un posto dove lasciare l’auto, si percorrono a piedi distanze degne di una carovana con cammelli, portando teli e borse frigo ricolme di masserizie e molte confezioni di crema protettiva. Alla spiaggia non c’è un posto dove sedersi, la sabbia scotta, il mare è verdognolo, e poi che fastidio il costume bagnato, e quindi niente, stiamoci a casa e facciamo prima.

Quando c’è caldo a Palermo, si dovrebbero cucinare cibi adatti alle alte temperature: e invece i palermitani si dimostrano ascoltatori poco attenti dei consigli elargiti dal tg2 e ne approfittano per friggere melanzane, far pippiare pentoloni ricolmi di pomodori per farne salsa da imbottigliare per l’inverno, soffriggere zucchine e tenerumi per farne minestre gustosissime ma da gustare a una temperatura incompatibile con la vita.

Quando c’è caldo a Palermo succedono avvenimenti apocalittici: prendono fuoco le aiuole spartitraffico della circonvallazione, in centro si trova facilmente parcheggio, i poster appesi al muro con il nastro adesivo piombano a terra sconsolati, svegliandomi nel cuore della notte.

Quando c’è caldo a Palermo, per chi vive in strada è una rogna terribile: il dormitorio è soffocante, tende e camper diventano impraticabili, l’acqua accumulata nei bidoncini è tiepida e sgradevole, il desiderio di una doccia diventa un’ossessione. I cani sono agitati, i gatti fiacchi e infastiditi, gli animi si esacerbano, è più facile che scoppino risse; quando c’è caldo a Palermo, io penso a Mohamed per strada e mi avvilisco.

Quando c’è caldo a Palermo, l’unica cosa che si può fare è sperare che passi in fretta.

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Cose da cui deduco di essere diventata vecchia.

Ho visto il concerto del Primo maggio in televisione, e non conoscevo i quattro quinti dei cantanti: e quelli che conoscevo avevano tutti i capelli brizzolati.

Un vicino di casa mi ha aiutata a portare i sacchetti della spesa.

Consulto il meteo ogni mattina, per sapere se devo mettere la canottiera o la maglietta a maniche lunghe sotto il maglioncino: e, se sono molto indecisa, sveglio Ste e le chiedo consiglio.

Non bevo birra perché altrimenti mi viene il mal di testa, così se usciamo la sera prendo una tisana. E comunque, non esco quasi mai la sera.

Il figlio del capo, un diciottenne intelligente e affettuoso, mi ha presentato la fidanzatina; lei era imbarazzata e ho intercettato al volo il suo No, lascia stare, mi vergogno della signora.

Non esco mai di casa senza una sciarpetta, ‘nza mai signuri prendo freddo sul collo.

Quando vado al mare metto sempre un doppio strato di crema solare, e controllo di idratarmi a sufficienza. Non indosso un cappellino da sole soltanto perché ho un senso del ridicolo molto sviluppato.

Mi infastidisco se in un locale c’è poca luce, o troppo rumore, o la musica alta.

Quando frequentavo l’università si compilavano gli statini cartacei per iscriversi agli esami, per parlare con i docenti si andava al dipartimento e si aspettava e non esisteva l’opzione di mandare una mail, c’erano le facoltà e i turni per gli orali si facevano la mattina stessa, scrivendo traballanti file di nomi su un foglio di carta che venivano attaccato alla porta con un pezzo di scotch.

Faccio le parole crociate ogni sera.

Non ho idea di cosa sia la musica trap, né di quale sia il sensazionale spoiler del film degli Avengers: anzi, se non fosse per Stefano, il treenne più simpatico del mondo, non saprei neanche chi sono gli Avengers. E comunque ne ricordo sempre solo tre su quattro.

Sono passati più di dieci anni dalla mia laurea e quasi venti dal diploma.

Sto rivedendo un telefilm che a vent’anni adoravo, e lì quasi nessuno ha il telefono cellulare, o la connessione internet a casa, e si usa ancora il telefono fisso con il filo: e fino a un paio di anni prima che uscisse il telefilm neanche io avevo il cellulare.

Ricordo quando i palazzi di fronte casa mia non erano ancora stati costruiti.

Quando uscivo la sera, a sedici o diciassette anni, portavo sempre con me una scheda telefonica per poter chiamare i miei genitori dalla cabina e avvertirli che non avei cenato a casa.

Quando prendevo l’autobus il biglietto costava 1.200 lire, e ora costa un euro e mezzo.

Non riesco a trovare i miei colleghi di università sui social, perché allora non esisteva Facebook e non ricordo i loro cognomi: e cercare Alessandro-quello-di-Partinico o Tiziana-quella-coi-capelli-corti non è un’opzione plausibile.

Non ho più paura dei film, dei brutti sogni e dei racconti truculenti, ma solo di pericoli reali e ben dimostrabili, come i libri che sto leggendo in questo periodo, i rumori strani nel cuore della notte, la porta di casa dei vicini che sbatte all’improvviso.

I cantanti che ascoltavo durante la mia adolescenza sono di nuovo in radio: hanno avuto il tempo di passare di moda, essere dimenticati e tornare poi in auge.

[Nessuno mi ha ancora ceduto il sedile in fila alla posta, ma è solo perché non ci vado quasi mai].

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Quando è primavera (a Palermo).

Con quasi un mese di ritardo, a Palermo è finalmente primavera; fino a qualche giorno fa il cielo era bigio e insipido, l’aria era umidiccia, il vento strapazzava senza ritegno la mia pianta di rosmarino, il mio piede e il braccio sinistro di Mohamed dolevano. Portavo gli stessi vestiti di gennaio, fino a qualche giorno fa: maglioni pesanti e maglie in microfibra e sciarpe di lana e berretti pelosi, e gli anfibi che mi fanno male, e Mohamed metteva un giubbotto imbottito sopra quello di pelle e sentiva freddo lo stesso; la mattina non riuscivo a cavarmi da sotto il piumone ed ero scontenta e lagnosa. Adesso, improvvisamente, è primavera: e io sto gradualmente e rapidamente passando ad abiti via via più leggeri, il mio umore è nettamente migliorato, il bonsai di ulivo è ricoperto di gemme e anche i gelsomini stanno mettendo le foglie nuove, ma lo stesso non ho voglia di alzarmi, la mattina.

Quando è primavera a Palermo, tutti siamo parecchio contenti dell’aria tiepida e del sole smagliante e del cielo molto azzurro, così contenti e sorpresi del repentino cambio di tempo atmosferico che quasi non ci crediamo: e infatti, entrando nei negozi o salutando i passanti per strada, diciamo sempre Taliasse che bello, è primavera, e sorridiamo con trasporto e a volte ci diamo addirittura pacche sulle spalle, come se realmente avessimo temuto che ricominciasse di nuovo l’autunno, facendoci saltare a pie’ pari la bella stagione.

Quando è primavera a Palermo, tutti tolgono di mezzo il cappotto e l’ombrello e gli stivaletti imbottiti e passano direttamente alle t-shirt sbracciate, alle canottiere scollate, alle ciabattine infradito di gomma. I turisti hanno le spalle arrossate dopo una mezza giornata di sole, i passanti inalberano grandi paia di occhiali da sole, il posteggiatore indica i parcheggi all’ombra Così poi la macchina non la ritrova un forno, dotto’.

Quando è primavera a Palermo, basta una mattinata di scirocco per riempire la spiaggia di Mondello: e allora, tra ragazzi che hanno marinato la scuola e pensionati a spasso, tra cani randagi e casalinghe con bambini nel passeggino e teli da stendere sulla battigia e pappine da somministrare fronte mare, riappaiono i venditori di pollanche, birre e coccobello, e io mi chiedo sempre dove siano stati per tutti questi mesi, da settembre ad ora, e cosa abbiano fatto intanto, quando la spiaggia era vuota e le mareggiate riempivano di alghe la distesa di sabbia.

Quando è primavera a Palermo, la domenica mattina tutti vanno al Foro Italico, e il cielo si riempie di aquiloni. Tornano i furgoni dei panini imbottiti, e uno di questi è guidato da Calogero che è amico di Mohamed, e Mohamed va da lui a prendere il caffè ed è contento, ma poi si ricorda che il caffè gli fa male e la contentezza gocciola rapidamente via.

Quando è primavera a Palermo, mi lascio tentare e compro dozzine di vasetti di piante aromatiche, menta e basilico foglia di lattuga e timo limone ed erba cipollina, e poi perdo moltissimo tempo a travasarle e sistemarle e concimarle e bagnarle e poi almeno una metà di loro muore nel giro di qualche mese e ci resto sempre male.

Quando è primavera a Palermo, Nando sta in balcone al sole, ed è contento perché così può abbaiare più agevolmente alla signora del palazzo di fronte.

Quando è primavera a Palermo, Ste continua per molto tempo a indossare vestiti troppo pesanti, e io le dico molte volte al giorno che penso che sentirà caldo e perché non mette il maglioncino di cotone blu invece di quello che ha addosso, ma lei è comprensiva e sorride e non mi risponde di pensare ai maglioncini miei come invece avrebbe ragione di fare.

Quando è primavera a Palermo e a metà mattina scendo con collegasimpatica per il caffè, la piazza della chiesa brilla per il sole e io non vorrei risalire in ufficio, dove invece continua per settimane a fare freddo.

Quando è primavera a Palermo mi sento enormemente stanca, e vorrei dormire molto ma non posso, e allora mi lamento spesso e poi me ne pento ma ormai è fatta. Che sonno.

[In questi giorni ho letto due libri di Marco Balzano, “Resto qui” e “L’ultimo arrivato”, e accidenti se ne vale la pena; è davvero un narratore coi fiocchi].

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Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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Quasi-primavera.

A Palermo è quasi primavera. Quasi-primavera, insieme a quasi-autunno, è uno dei miei periodi preferiti dell’anno: ci sono meno disagi che in inverno e meno aspettative che in estate, e poi di solito non piove e non c’è troppo vento e mancano ancora intere settimane al famigerato periodo delle gite fuori porta e alla triade dell’arrustuta Pasquetta-venticinque aprile-primo maggio. È un periodo rapido e sfuggente, quasi-primavera: dura una ventina di giorni a stento, e la mimosa in giardino è in fiore, e poi nel tardo pomeriggio c’è ancora luce e il cielo è blu intenso e senza una nuvola, e al tramonto scolora lentamente e diventa celeste e poi bigio e poi rosato e poi bianco, e poi all’improvviso è notte e un po’ ci rimango male.

Quando è quasi-primavera di solito mi vesto ancora da pieno inverno, con molti strati di maglie e maglioncini e calzini a righe sovrapposti, però sostituisco la sciarpa pesante con una pashmina più leggera e tolgo di mezzo gli anfibi e ricomincio a mettere le Gazelle, e immediatamente penso che dovrei fare il cambio di stagione e tirare fuori t-shirt e canottiere, e anche se ho ancora addosso il maglione blu in misto cachemire e i collant duecentocinquanta denari e il berretto di pile mi sento in ritardo e inizio a trafficare con scale e grucce e palline di naftalina e sacchi sottovuoto.

Quando è quasi-primavera, la mattina mi sveglio non troppo di cattivo umore; intingo i miei due biscotti Digestive nel caffè con un mezzo sorriso, perché per andare in ufficio non dovrò portare l’ombrello e potrò evitare di mettere il giubbotto imbottito che mi ingoffa e mi sentirò un po’ più carina del solito.

In quasi-primavera mi sento pervasa da un insensato ottimismo; mi viene voglia di avviare molti progetti, cominciare a studiare una lingua straniera, rinvasare e concimare le piante, arrivare in ufficio con grande anticipo per fare contento Capo e andare via a un orario sensato. Alla fine, l’unica cosa che faccio è occuparmi delle piante: e non c’entra la quasi-primavera, perché anche in inverno e in piena estate e a Natale me ne occupo con la stessa attenzione, anche se con meno agio e con i capelli arricciati dalla pioggia o la testa scaldata dal sole di agosto.

Di solito, in quasi-primavera mi lascio tentare e compro molti vasetti di erbe aromatiche: anzi, quando avevo più tempo e più energie ed entusiasmo facevo incetta di svariate bustine di semi e attendevo con pazienza che iniziassero a germogliare, e sistemavo stecchi di legno a mo’ di paletti tutori e poi separavo le piantine e le reinterravo in vasi via via più grandi e poi le guardavo crescere con affetto e stupore; adesso mi limito ad andare al vivaio a scegliere basilico a foglia di lattuga, menta piperita e timo limone e lavanda e basilico rosso, e poi li sistemo con cura in balcone inconsapevole del fatto che tra qualche mese, quando sarà quasi-inverno, le piantine saranno stecchite dal freddo e io mi sentirò parecchio triste.

In quasi-primavera si sentono di nuovo le tortore, e io che mi ero scordata del loro canto dopo tanti mesi di assenza sono stupita; le pomelie mettono le prime foglie, i pomodorini riprendono sapore, e per il pranzo della domenica torna praticabile l’opzione-gelato: la coppetta media al caffè, con panna e una brioscina a parte, ritorna a competere con il panino alla bresaola e l’insalata con pollo croccante del Mc Donald’s.

Quasi-primavera è il periodo in cui tiro il fiato prima dell’immersione nella Marina di libri; le settimane in cui c’è ancora abbastanza freddo da usare come scusa per evitare di uscire la sera quando non mi va, ma c’è già sufficiente tepore da accettare la proposta di una passeggiata sulla spiaggia il sabato a pranzo. È quel brevissimo tratto di strada in cui sembra che le mezze stagioni esistano ancora: e io, che sono tradizionalista in tutto, ne sono insensatamente felice.

[E no, la vera “mezza stagione” non è la primavera: perché la primavera, a Palermo, è una rocambolesca discesa a perdifiato verso il caldo torrido, in cui si passa dalla felpa alla maglietta a maniche lunghe al bikini nel giro di tre o quattro giorni, e poi ci si gira e c’è già la statua della Santuzza per le strade ed è luglio e io non so neanche come sia stato possibile].

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Quando nevica a Palermo.

Foto di Stefania CiminoQuando nevica a Palermo è stranissimo e nessuno se lo aspetta, perché a Palermo non nevica mai. Quando nevica a Palermo, di solito non nevica, ma grandina per qualche minuto, e la strada si imbianca, e tutti gridano “la neve!” e sono molto eccitati e contenti, anche se non sta nevicando davvero.

Quando nevica a Palermo, tutti corrono a comunicarlo su Facebook; scrivono “che freddo!” o “guardate, nevica”, e se sono particolarmente bravi e attenti all’algoritmo e desiderosi di like mettono anche una foto del loro balcone imbiancato, o della strada di casa loro vista dalla finestra.

Quando nevica a Palermo, gli automobilisti si confondono e vanno pianissimo e se devono affrontare la salita del supermercato schiacciano con foga l’acceleratore e già si vedono bloccati giù, nel parcheggio gelido e livido, con il minestrone surgelato che si scioglie e il pollo arrosto che si raffredda nel bagagliaio; così chiamano la moglie e la avvertono che forse ritarderanno perché vedi, nevica, e la moglie li immagina nel pieno di una bufera siberiana e si allarma.

Quando nevica a Palermo, di solito si scivola: perché le basole sono lisce e le scarpe non sono adatte, e qui nessuno indossa stivaletti con la suola a carrarmato o anfibi imbottiti, ma solo scarpe da ginnastica o mocassini o scarpette di cuoio leggero, perché a Palermo non fa mai molto freddo e quindi non è economico comprare delle scarpe pesanti per usarle due giorni l’anno e poi basta.

Quando nevica a Palermo, tutti si rintanano in casa e ordinano la pizza a domicilio; quando nevica a Palermo, i ragazzi che consegnano la pizza a domicilio sono i meno contenti.

Quando nevica a Palermo, le strade sono vuote; non c’è Giovanni ‘o minorenne, il tipo con il camion di arance di Ribera che stazione vicino casa nostra. Non c’è il ragazzo che riempie i sacchetti del Penny e li carica in macchina, e neanche il lavavetri di piazza Croci o il caldarrostaio della Cala, o gli uomini sgraziati e urlanti che abbanniano incongrui mazzi di rose al semaforo di via Roma Nuova. Quando nevica a Palermo c’è un silenzio surreale.

Quando nevica a Palermo, Monte Cuccio subito si imbianca; a volte si imbianca anche Monte Pellegrino, ma meno.

Quando nevica a Palermo, in tanti ci si preoccupa delle persone e degli animali senzatetto; si organizzano raccolte di indumenti e di coperte, si portano bicchieri di thè bollente e croccantini ipercalorici, si fanno telefonate angosciate a Mohamed per sapere come sta. Quando nevica a Palermo, Mohamed sta asserragliato sul camper, con il giubbotto di pelle e il berretto e i calzettoni e le ciabatte, ché di mettersi le scarpe non ha proprio voglia, anche se nevica.

Quando nevica a Palermo, Mohamed dice che ha più dolori del solito, alle braccia e alle spalle e alle costole che negli anni si è rotto, ma poi sa che mi preoccupo molto e quindi dice che no, qui non c’è mica vero freddo, non sai quello che c’è in Iran, che ne puoi capire tu.

Quando nevica a Palermo, se c’è un buon motivo per fare un sit-in, ci si copre bene e si fa lo stesso: e infatti ieri c’erano cinquemila persone davanti a Palazzo delle Aquile, per manifestare solidarietà al sinnaco Ollando che dice che dobbiamo accogliere tutti, migranti economici e rifugiati politici e minori non accompagnati, e io penso che abbia assolutamente ragione, solo che al sit-in non sono andata perché ero in ufficio.

Quando nevica a Palermo, tutti approfittiamo per mangiare molto, bere cioccolata calda e finire il pandoro avanzato da Natale, perché col freddo bisogna nutrirsi adeguatamente, a quei due chili di troppo penseremo dopo.

Quando nevica a Palermo, i turisti sono straniti e scattano molte foto: e c’è sempre qualcuno che fotografa la spiaggia di Mondello, perché la neve sulla sabbia è scenografica e insolita.

Quando nevica a Palermo, io sono piuttosto infelice, perché odio il freddo e sono in pena per Mohamed e i cani e penso alle mie piantine di menta che soffrono; quando nevica a Palermo, io spero solo che finisca presto.

Per fortuna a Palermo non nevica ma.

[La foto è di Stefania Cimino].

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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