Del perché non mi piace il mare.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano: erano medici, facevano turni di guardia pressanti, erano fuori città tre sere alla settimana. Passavo buona parte del tempo con le mie nonne: soprattutto in estate, complice una criminale organizzazione abitativa che faceva in modo che tutta la famiglia – dodici persone più o meno nervose e suscettibili e ficcanaso – si trasferisse in micro-case di villeggiatura, della metratura di una gabbia per canarini, scelleratamente collocate nello stesso isolato. Le nonne, indubbiamente simpatiche e affettuose e comprensive e accudenti ma indiscutibilmente all’antica, pensavano che non esistesse altra occupazione, per tre bambini (in seguito, ragazzini) in vacanza dalla scuola, che la spiaggia: per cui, dal 15 giugno al 15 settembre, qualunque fosse il tempo atmosferico – pioggia, diluvio, scirocco, invasione di cavallette – si andava a mare. Camminavamo a piedi, sotto il sole, all’andata e al ritorno; in mezzo c’era una mezz’ora di lagne per fare il bagno, una breve abluzione nell’acqua sempre bassa di Mondello, una rapida sosta al bar della spiaggia per un ghiacciolo al limone, una ventina di minuti al sole per scongiurare il rachitismo, un lungo passaggio alla fontana per eliminare ogni molecola di sabbia dai piedi. Mi annoiavo tremendamente.

Quando sono cresciuta, ho iniziato ad autogestire le mie mattinate estive, inciampando nell’amore per la spiaggia di amici e compagni di classe: e quindi, ancora giornate a stendere teli al sole, spalmare crema sulle spalle, zampettare in venti centimetri d’acqua, mangiare tristi panini tiepidi, giocare a carte e scuotere via la sabbia dai piedi. Sudavo copiosamente, anche mentre facevo il bagno, avevo sempre il costume umido e i capelli bagnati sulla nuca che mi garantivano un vago, costante mal di testa. Non mi abbronzavo: oscillavo tra il bianco lentigginoso e il rosso spellato per l’intera stagione estiva, qualunque fosse l’entità della protezione con cui mi aspergevo. Mi annoiavo moltissimo.

Da adulta, complici le poche ferie estive, ho iniziato a diradare le giornate di mare: di pari passo, il danno si è aggravato, perché dalla fastidiosa sabbia sono passata agli scomodissimi scogli. Non c’è un filo d’ombra, non ci sono docce per lavare via il sale dalla pelle, non c’è un posto dove comprare una bottiglietta d’acqua fresca. Non c’è una fontanella né la possibilità di stendersi senza avere un polmone perforato da una pietra aguzza e sporgente. Per immergersi bisogna indossare delle sciocche scarpe di gomma, che dovrebbero impedire buffi scivoloni; per riemergere si deve intercettare il giusto lasso di tempo tra un’onda e l’altra, graffiandosi comunque irrimediabilmente le mani. C’è molto molto caldo, la macchina si arroventa con facilità, il viaggio di ritorno verso casa è una tortura. E in più, anche adesso mi annoio senza remissione.

In questa estate dal clima incerto, sto leggendo Serenata senza nome di Maurizio de Giovanni: ammetto che mi sta annoiando un bel po’.

2 thoughts on “Del perché non mi piace il mare.

  1. Concordo: il mare annoia, stressa, complica la vita.
    Un po’ meglio la montagna, ma a piccole dosi.
    L’ideale: città d’arte! Belle, comode, appassionanti, varie…

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