Mi infastidisce.

Il sacchetto del supermercato che si lacera invariabilmente mentre arranco sotto la pioggia verso la macchina, facendo rotolare per il parcheggio scatole di piselli e arance e pennarelli e bottiglie di limonata. Il cassiere del panificio che continua a parlare con la banconista mentre io aspetto, battendo ritmicamente sul piattino una moneta da venti centesimi, che mi faccia pagare un bocconcino. Scendere al bar e scoprire che non ci sono più cornetti integrali al miele, e che quei dolcetti al pistacchio che avevo visto due ore prima sono stati mangiati tutti da quel signore con la cravatta a pallini che è appena uscito.

Chi non ascolta, chi dice sì sì pensando ad altro, chi dà la colpa agli altri. Chi sceglie un pretesto per offendersi, chi si offende ma non ne vuole parlare e finge che non ci siano problemi, chi offende un’intera categoria senza neanche farci caso e, se glielo fai notare, ti dà del parruccone.

La pellicola che si forma sul latte, quando lo scaldo. Mosca che corre abbaiando accanto alle macchine, rischiando di beccarsi una sportellata sul muso. L’origano sulla pizza, e anche l’olio. La portinaia che non risponde mai quando la saluto ma, se deve chiedermi la cortesia di raggiungere la terrazza perché la signora del terzo piano ha fatto cadere una presina, mi chiama gioiu’.
Chi non capisce che ho un orario d’ufficio, e che fare un lavoro stimolante non significa aver voglia di lavorare anche alle 14:30 di sabato. Chi mi promette di prestarmi un libro e poi si scorda sempre di portarmelo. Chi deve restituirmi da molti mesi un libro che gli ho prestato. Chi si fa un vanto e una religione del non prestare mai libri, assolutamente.

Non poter mangiare da McDonald’s ogni giorno, o almeno a giorni alterni. Confrontarmi con persone che hanno avuto le mie stesse occasioni e sentirmi una fallita. Sentirmi chiedere se vado ancora a scuola – a meno che non sia Ife, a chiedermelo. Che qualcuno mi dica di tagliarmi i capelli, o di non indossare sempre i jeans. Che qualcuno mi dica cosa fare, se non sono io a chiederlo. Che nessuno mi dica cosa fare, quando lo chiedo.

Chi dice è malato per intendere si comporta in maniera inadeguata alla situazione. Chi noncomunica informazioni fondamentali mentre sto facendo qualcosa, ma solo subito dopo che ho finito di farla, quando ormai è troppo tardi per cambiare o mi richiederà tempo e fatica e frustrazione molto superiori al necessario. Chi butta cicche di sigaretta per le scale o in ascensore.

Non sentirmi libera di scegliere. Sapere che chi amo non riesce ad essere felice. La sensazione di vecchio che si sprigiona quando incrocio un programma con Carlo Conti. L’ansia nel vedere una vecchia di puntata di E.R. in cui so che succederà qualcosa di brutto a uno dei miei preferiti. Sapere di essere indiscutibilmente stonata. Il freddo ai piedi, la notte. Addormentarmi con la testa sul libro quando mi mancano poche pagine per finire un giallo. La torta che si gonfia sempre un po’ più da un lato che dall’altro.

Ho finito da poco Buio di Maurizio de Giovanni: superlativo come sempre, ma il finale semi-aperto mi ha lasciato addosso una indefinibile, sottile e persistente sensazione di fastidio.

Read More

“Oh, it’s Christmas time!”. “Sì, Ife, è Natale”.

A me il Natale piace moltissimo. Mi piacciono le ghirlande sulla porta di casa, le candele rosse e oro sulla tavola, le lucette per le strade, le decorazioni a base di fiocchi e palline e angioletti e renne e abeti; mi piacciono le vetrine ornate di slitte e pacchetti, mi piace chi mette un alberello in portineria e chi appende una piccola stella cometa a una angolo dello schermo del pc, in ufficio. Mi piace la Messa della notte di Natale: e benché io mi senta molto lontana dalla chiesa cattolica e non creda più in dio, trovo che sia un rito mistico e toccante e pieno di speranza e tenerezza e gioia, col vangelo di Luca e la statua sull’altare sostituita dal bambinello in fasce, e il freddo e i canti e la luce che esplode di gioia. Mi sono addormentata per anni, sulle panche della chiesa del mio quartiere: eppure lo ricordo come uno dei momenti migliori della mia infanzia, quello della celebrazione notturna della messa di Natale.

Mi piace molto scegliere i regali: mi riempie di angoscia, anche, perché c’è sempre un momento in cui mi sembra di dover comprare mille cose, e non ho idee e il tempo schizza via veloce mentre faccio per la quarta volta il giro dell’isolato cercando un pNapoli, San Gregorio Armenoosto dove lasciare la macchina, e allora vado in panico e continuo a contare sulle dita, amici e parenti da sistemare e giorni liberi, ore di straordinario e strade chiuse al traffico, negozi che fanno orario continuato e ritagli di tempo in cui correre in cartoleria, e peccato che il cugino Cesare quest’anno troverà sotto l’albero un set di scotch da pacchi e tagliabalsa e punti di ricambio per la spillatrice, di lui mi ero proprio scordata e non c’è altro modo per arrangiare. Mi piace immensamente ornare l’albero: tirare fuori scatole e scatoloni, provare che le catene di lucine funzionino perfettamente, riscoprire in fondo al pacco delle palline il vecchio Babbo Natale di gomma di quando ero bambina, o quelle stelline piene di glitter che ho comprato una volta che mi sentivo triste e avevo bisogno di una coccola auto-somministrata. Mi piace ancor di più montare il presepe: c’è tutta la mia infanzia, nella scatola dei pupetti del presepe: o meglio, c’è il suo lato buono e caldo e dolce, quello delle cose costruite insieme, di mio padre che mi aiutava a stendere la carta per fare il prato, di quando ogni pastorello aveva un nome e io mi sentivo felice se riuscivo a mettere la lucina azzurra accanto al fiume e quella rossa sotto il paiolo del vecchio che rimesta la polenta. Non è passato Natale senza che io abbia fatto il presepe: e quando il semi-labrador, ancora cucciolo, attentava alla vita della lavandaia e di Benito, il pastore addormentato che sogna il presepe e guai a svegliarlo, ho escogitato un marchingegno di fili di ferro e reti e assi di lego per creare un sostegno sospeso su cui poggiare Betlemme e la sua terra, il piccolo Gesù nella sua tragica posa, gli incongrui lavoratori notturni e l’angelo che è sempre rovinosamente caduto giù dal sostegno di fermagli e graffette che lo dovrebbero reggere sulla capanna della natività. Mi piace il Natale, e mi dispiace per chi si sforza di dimostrare fastidio o indifferenza: non per chi li prova davvero, capiamoci, ma per chi pensa che sia giusto e figo far finta di provarli, che fare l’albero è una cosa da ragazzini e andare a ubriacarsi in Vucciria, invece, è da adulti.

Un bellissimo romanzo che parla di Natale e dell’affascinante simbologia del presepe è Per mano mia di Maurizio de Giovanni: ad oggi, il mio preferito dell’autore.

Read More

A volte serve solo il libro giusto.

Ci sono periodi più semplici di altri: momenti in cui tutto sembra a portata di mano, lo stage viene prorogato, l’auto non ha bisogno di cambiare l’olio, i vestiti dell’anno scorso non tirano in vita, il soufflé rimane gonfio e baldanzoso, e altri in cui non tutto gira bene; giorni in cui la scelta più semplice e ovvia appare minacciosa e gravida di insidie, in cui gli occhi si spalancano interi quarti d’ora prima del suono della sveglia e il cuore martella e rimettersi a dormire è un’utopia. In questi momenti, avere qualcosa da leggere è fondamentale: qualcosa che calzi a pennello, che intrighi senza suscitare ansia, che accompagni dolcemente al sonno e che faccia sorridere di desiderio durante una noiosa riunione mattutina, e pensare dai dai tra un po’ torno a casa e vedo come va a finire. Giorni verniciati di mal di testa, punteggiati di sbadigli e telefonate e bicchieri d’acqua; giorni in cui serve il libro giusto.

Il libro giusto, quando lo trovi te ne accorgi. Ha la forma giusta, quella che si adatta alla tua mano con naturalezza e si posiziona docilmente accanto al cuscino, la sera, per farti leggere su un fianco senza problemi; ha lo stile giusto, quello che suona familiare ma non stantio, che sa di coccole e ragù, di pomeriggi al sole in giardino; ha il contenuto giusto, ti punzecchia e accudisce, carezza e blandisce, non ti lascia mai sola; ha la lunghezza giusta: abbastanza breve da non spaventare, abbastanza corposo da non abbandonarti troppo presto; ha il contenuto giusto, la copertina giusta, il ritmo giusto, l’autore giusto. Il libro giusto, quando te lo trovi tra le mani sai che è lui.

Ci sono stati diversi libri giusti, nella mia vita: diversi periodi in cui ne ho avuto bisogno, del conforto del libro giusto. In un’estate interminabile e immobile, bianca accecante silenziosa, i libri di Alessandra Lavagnino mi hanno tenuto compagnia. Una granita di caffè con panna e Via dei serpenti, in particolare: non li ho mai più riletti, e ancora sanno di cicale e aghi di pino e sabbia che scricchiola sotto le scarpe. In un’altra estate, invece, di solitudine e paura e dolore lancinante, c’è stato bisogno dei gialli di Margherita Oggero: che oggi trovo scontati e banalotti, ma che quell’anno strillavano più forte del battito del mio cuore, e mi distraevano dal suo suono stridente e disperato. Anche adesso che l’estate non finisce, ho trovato i miei libri giusti: e sono i romanzi di Maurizio de Giovanni, quelli della serie dedicata al commissario Ricciardi. Sono malinconici e delicati, bisbigliano con dolcezza nelle mie orecchie per non spaventarmi, e parlano con una lingua che mi ricorda l’infanzia, la nonna e la minestra di zucca. Peccato soltanto averli finiti: e nell’attesa che ne escano di nuovi, e che il periodo di ansia si estingua, sono alla disperata ricerca di un nuovo libro giusto; ho tentato di colmare il vuoto con Blues di mezz’autunno di Santo Piazzese: ma forse, dopo undici anni di attesa, mi aspettavo qualcosa di più, o forse non è il periodo giusto, ma non riesco a seguire il filo di un lungo e contorto flashback. Mi spiace, ma per ora non è proprio il libro giusto: e dire che I delitti di via Medina-Sidonia, in un’estate di moltissimi anni fa, lo era stato.

Oltre al libro giusto, in un periodo complicato serve anche un piatto giusto: un cibo che abbracci e conforti, che sostenga e stuzzichi; magari un dolce morbido e soffice come uno zabaione ben sodo, impreziosito da una cucchiaiata di cacao e servito in coppette con biscottini leggeri e una spolverata di mandorle tritate. Fatto raffreddare in congelatore per una mezz’ora è delizioso.

Read More

A chi importa dell’odore della carta?

Come ho fatto a vivere per trent’anni, tre mesi e qualche giorno senza questo splendore tra le mani? Me lo chiedo da quando, una manciata di giorni fa, un corriere in giubba biancoazzurra mi ha consegnato il regalo che mio padre aveva scelto per il mio onomastico: un ereader di ultima generazione, con cover gialla e caricabatterie e pellicola per preservare lo schermo. Un oggettino agile e compatto, grande quanto un libro tascabile, leggero e maneggevole e retroilluminato e silenzioso, e soprattutto in grado di contenere molti molti libri. Praticamente il paradiso.
Di solito, quando si nominano gli ereader, le reazioni dei lettori variano dalla chiusura assoluta (giammai toccherò quell’aberrazione, i libri devono essere di carta e possibilmente puzzare anche di muffa) al moderato entusiasmo (sì sì, sono comodi, ma vuoi mettere il piacere di sfogliare le pagine?). Ora, io davvero non capisco: che m’importa di scorrere dei fogli o strusciare il dito su un angolo di schermo, se posso avere tutti i libri che voglio, o quasi, in un unico simpatico apparecchio? Se posso evitare di ingolfare casa di volumi, di accatastare pile e pile di romanzi sul piano dell’armadio, se posso portare con me in viaggio o in villeggiatura una ricca scelta di romanzi senza trascinarmi dietro una valigia strapiena? Ma soprattutto, perché dovrebbe piacermi l’aroma della carta? È un odore come un altro, che può essere piacevole quando è lieve e discreto, ma che diventa molesto quando è prodotto da ventisettemila libri accatastati in tre stanze e mezzo. Perché dovrei volerlo fiutare quando leggo? Preferirei bearmi del profumo di una begonia, ecco.
Dal mio punto di vista di persona che legge, l’ereader è un concentrato di vantaggi: dalla comodità più ovvia del non tirarmi dietro libri su libri alla praticità di poter leggere in una stanza buia, sfruttando le impostazioni di illuminazione dello schermo. Dalla possibilità di sapere quanti minuti mi separano dalla fine del capitolo, o del libro, all’indicazione della percentuale di testo letta. Dalle chiose da apporre al dizionario online integrato, dal non perdere mai il segno alle opzioni per ingrandire o rimpicciolire il carattere, allargare o stringere i margini, togliere le grazie alle maiuscole, alla facoltà di condividere quello che leggo con i miei amici, semplicemente mandando una mail o spedendo una chiavetta al di là del mare e poi su fino in Veneto. I libri costano meno, si possono chiedere in prestito/scambio con facilità anche a sconosciuti, il senso di colpa non mi abbatte se inizio a leggere qualcosa e poi scopro che, uff, non mi va proprio di continuare. No, no: ereader per sempre, ecco.
L’unico neo della lettura di ebook, per ora, è il non riuscire a trovare tutto quello che desidero: le case editrici indipendenti pubblicano ancora quasi tutte solo in cartaceo, e anche il catalogo dei grandi editori spesso non è completo. Ma ho ricevuto una piccola valanga di titoli, da persone generose e dolci che sono corse in aiuto al mio grido di dolore ho un ereader e non so cosa leggere; e quindi, grazie a laMate e Chiara e Luigi, ho libri per i prossimi cinque o sei anni. Adesso ho tra le mani Vipera di Maurizio de Giovanni: intenso, avvincente, dolce e dolente come sempre. Assolutamente consigliato: va bene anche in cartaceo, se proprio ci tenete.

Read More

Profondo giallo.

I gialli mi piacciono moltissimo. Sono gli unici libri, con poche e belle eccezioni, che assommano in sé le caratteristiche fondamentali per entrare nel mio cuore: non mi fanno paura, non mi intristiscono, non mi annoiano. Tolti gli innumerevoli giallibrutti, giallinutili e fintigialli in cui mi è capitato di imbattermi, i gialli di solito non mi deludono.
I cattivi sono cattivi, in un buon giallo, anche se la loro cattiveria è di solito solo accennata o descritta brevemente, senza particolari discese nello scabroso e nel truculento; e i buoni sono buoni, dal canto loro: non necessariamente angelici, è chiaro, magari silenziosi e un po’ musoni come il commissario Ricciardi, o spavaldi e aggressivi come il vicequestore Rocco Schiavone, con un ego smisurato come Nero Wolfe o problematici e puntigliosi come Dave Brandstetter, ma buoni: impegnati alla ricerca del colpevole, a cui magari daranno anche un pugno in faccia, perché no, tanto quello è il cattivo e quindi va bene così.
È poco faticoso, leggere un giallo: si sa subito per chi parteggiare e, tolti rari ed esasperanti casi, si sa anche come va a finire: i buoni vincono, i cattivi perdono, non ci sono snervanti finali aperti né rimandi alle prossime puntate. C’è ritmo, di solito, in un giallo: entro pochi paragrafi deve morire qualcuno, e poi non resta che impegare 250 pagine per scovare movente, occasione e arma del delitto; spiegone a beneficio del pubblico meno attento, ultimo capitolo distensivo e tutti a nanna.
Da qualche mese ho smesso di alternare gialli a non-gialli: mi sono lasciata assuefare dalla cadenza incalzante e dalla quasi-certezza di non soffocare di noia del giallo medio, e sono finita a leggere solo ed esclusivamente romanzi che parlano di delitti, efferatezze delineate con pochi rapidi tratti e investigatori dalla vita sentimentale poco soddisfacente. Presa da improvvisa bulimia, ho considerato necessario per la mia salute mentale il reperimento e l’acquisto dell’opera omnia di Maurizio de Giovanni, compreso il per nulla memorabile L’omicidio Carosino. Mi sono dannata, poi, alla ricerca della serie di romanzi scritta da Joseph Hansen, di cui in Italia sono stati tradotti solo pochi volumi, porcamiseria. Ho fatto un’indagine su quanto ci fosse, nelle librerie di città e provincia, dei libri di Anne Holt, ho chiesto in prestito gialli sconosciuti a chiunque mi sia capitato a tiro, dal ragazzo che consegna la pizza alla moglie del fruttivendolo all’angolo. Ho letto romanzi belli e meno belli, ho abbandonato dopo pochi capitoli Il fiume mortale di Anne Perry, sfinita dalla noia, ho permesso che l’assassino della vecchietta del giallo italiano si confondesse nella mia mente con lo stupratore del romanzi cinese e con il favoreggiatore di quello turco, e infine mi sono trovata tra le mani A chi vuoi bene di Lisa Gardner, e ho sorriso. Avevo comprato per caso il suo primo libro, un bel po’ di tempo fa, e lo avevo dimenticato; poi, ascoltando la lectio magistralis di un traduttore di grido, mi ero imbattuta in una pagina, che avevo percorso scoperto essere l’incipit di La vicina. Lo avevo letto con piacere, divertita anche dalla buffa casualità, e avevo aspettato da allora il suo nuovo romanzo. Adesso lo sto finendo: pieno di ritmo, avvincente, per nulla scontato, e con una detective D.D. Warren particolarmente a disagio nel nuovo ruolo di futura madre; assolutamente delizioso.

 

Read More

Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

Read More

Delle librerie, dei libri al supermarket, degli ordini online.

 

Come è ovvio – per temperamento, lavoro e abitudine -, sono una lettrice accanita; va da sé che io sia anche una compratrice-di-libri compulsiva. Fino a un mese fa, la consueta passeggiata domenicale finiva necessariamente con una capatina in una edicola-libreria a cui lasciavo il mio obolo settimanale. Con protervia e tenacia, un volume ogni domenica, ho messo da parte una quantità tale di romanzi e raccolte di racconti, acquistati per i motivi più disparati – era in sconto, aveva una copertina simpatica, non sembrava spaventoso, ho sentito dir bene dell’autore, ho sentito dir male dell’autore, non ho mai sentito dire nulla dell’autore – che, leggendo alla mia consueta velocità di crociera, impiegherei circa tre anni a farli fuori tutti. Tentare di auto-impormi un calmiere non ha sortito alcun risultato: la prima e unica visita alla libreria che sorge, come una cattedrale nel deserto, nell’amena località in cui mi trovo in villeggiatura (il tono ironico è voluto), mi ha causato un violento rigurgito di senso di colpa; il bottino di due ore di permanenza in quel luogo di perdizione parla chiaro: un regalo – ancora non affidato alla legittima proprietaria, ma questi sono dettagli -, un romanzo bruttino comprato su suggerimento del libraio, un altro (non meno bruttino del primo, e dello stesso autore) ricevuto in dono dal libraio medesimo, e una raccolta di racconti, del libraio di cui sopra, che ancora non ho avuto il tempo di leggere. Sono molto lontana dal giorno in cui, con calma olimpica, riuscirò ad entrare in un negozio di libri solo per guardare. La sindrome da se non lo prendo ora non lo troverò mai più, strascico dell’infausto momento in cui volevo leggere Gomorra e sembrava che in città non ne rimanesse più neanche una copia, mi spinge a portare alla cassa tutti i volumi che possano lontanamente rientrare nel mio campo di interessi: non volesse mai il cielo che, il giorno che sentirò la necessità impellente di sfogliare Le nozze di Cadmo e Armonia, non ne riuscissi a recuperare una copia. La cura, all’apparenza semplice – non mettere più piede in una libreria, né in un’edicola o simili, per almeno qualche mese -, è inficiata dalla diabolica abitudine moderna di vendere libri al supermercato. Dato che nutrirsi è obbligatorio, e che Ife e Mosca hanno bisogno di scatolette e acqua e gallette di riso e carote, la lotta contro la tentazione, appena varcata la soglia scorrevole, di correre, carrello alla mano, al reparto scuola-ufficio-editoria, diventa una costante delle mie giornate. Per fortuna che al discount non vendono libri.
Rimanere chiusi in casa, a conti fatti, sembrerebbe l’unica scelta sensata per uscire dal tunnel dell’acquisto compulsivo; ma anche questo stratagemma ha il suo punto debole: le compere online. Subdolo e astuto, il negozio online ammicca e sorride, ti strizza l’occhio e ti evita la fatica di chiedere ai commessi dove trovare quel particolare romanzo e di trascinare volumi pesanti alla cassa; ti blandisce promettendo sconti e consegne a domicilio, e finisce per farti arrivare a casa un pacco di dimensioni allarmanti, che nasconde all’interno l’opera omnia di Maurizio De Giovanni, Joseph Hansen e Lisa Gardner. Era meglio andare in libreria, va’.

In un periodo complicato e in cui i minuti sono contati, la ricetta di un dolce semplice e consolante ci vuole: e allora, con le ultime pesche gialle, preparate un bel clafoutis. In una teglia imburrata e inzuccherata sistemate mezzo chilo di pesche mature tagliate a fettine sottili. Versate sopra una pastella preparata con tre uova, 50 grammi di zucchero, un quarto di litro di latte e 90 grammi di farina bianca. Dovrebbe cuocere una quarantina di minuti in forno a 180°, ma controllate bene in modo che non si bruci. Cospargendo la superficie con zucchero semolato e ponendo la torta sotto il grill, il dolce si caramellerà in maniera deliziosa. Provare per credere.

 

Read More

Non sopporto (versione estiva).

I telegiornali estivi, pieni di notizie futili, ipotesi sul nome del futuro bambino di casa Windsor e pleonastici consigli su come difendersi dal caldo. I palinsesti radiofonici estivi, infarciti di programmi-riempitivo, repliche e musica no-stop. L’umore estivo, oscillante tra l’esasperazione da caldo, la stanchezza da ferie ancora lontane e la trepidazione venata di panico da vacanze incombenti. Non riuscire a premere il tasto di avvio di Shazam in tempo, e quindi non poter scoprire come si chiamava quella canzone alla radio col ritornello che faceva tra-la-la-ehi-oh. Le campane pre-registrate, col loro suono sintetico e privo di sfumature, assolutamente identico e prevedibile e monocorde a ogni rintocco. I turisti che scattano foto a Ife e Mosca e Canepiccolo, come se fossero i protagonisti di una indagine sociologica e non una persona e due cani che vivono tranquillamente.

Quelli che, improvvisamente, si fanno paladini di una causa che fino a poco prima non avevano mai perorato: e tutt’a un tratto è una loro priorità il diritto allo studio dei bambini rom, o quello dei detenuti alle visite coniugali, o l’accesso alle cure mediche per i germani reali in sosta durante l’annuale migrazione al sud; non li sopporto in maniera identica e democratica, quale che sia la motivazione scatenante dell’interesse: repentina e imprevista frequentazione con stormi di germani reali o carcerazione del cognato della portinaia.

Il campanilismo, ma anche il disprezzo saccente e superbo nei confronti della propria città. Chi critica e ribatte senza aver capito l’assunto iniziale. Le persone che compaiono sui social network solo per rinfocolare una polemica, onde poi scomparire di nuovo per mesi. Aver torto e non riuscire a chiedere scusa. Subire un torto e non sentirmi chiedere scusa. Chi mangia molta pizza o gelato e non ingrassa di un etto. I sandali con la zeppa di corda.

Il fatto che, in Italia – ma forse anche in altre parti del mondo, chissà – non sia assodato il diritto dei disabili ad assistere a uno spettacolo, o ad accedere a una fiera dell’editoria, o semplicemente a far fronte alle proprie esigenze senza chiedere aiuto: per cui, se una persona sorda ha bisogno di una visita odontoiatrica, è costretta a chiedere in anticipo l’ausilio di un interprete L.I.S., e se una persona che deambula con difficoltà vuole recarsi ad ascoltare un’opera lirica deve prevedere giorni e giorni di telefonate e email e rimpalli vari e non glielo so dire, richiami domani alle 13:00 e chieda di Giuseppe prima di scoprire se esiste la possibilità di ricevere un’adeguata assistenza.

Chi non parla quando dovrebbe, chi non tace quando dovrebbe. Scoprire le cose con colpevole ritardo. La pizza col wurstel. Chi mi fa pesare le mie mancanze. Non trovare il pettine di legno quando esco dalla doccia. I capelli che restano umidi sulla nuca. Non fare il bagno dagli scogli perché non so se riuscirò a risalire, quando tutti gli altri riescono a risalire senza problemi. Le scelte di comodo.

Le persone che sostengono di essere guarite – o di conoscere altre persone che sono guarite – da malattie gravi per merito della propria fede o per amore nei confronti della famiglia o per la tempra del proprio carattere, lasciando intendere che chi invece non ce l’ha fatta è stato un ateo materialista non meritevole della grazia di dio, o un ingrato che odiava i propri familiari o una persona senza spina dorsale.

Le persone che, in fila al supermercato, lasciano il carrello vuoto a tenere il turno, facendo la spola con i corridoi al grido di mi scusi, prendo solo lo zafferano. Essere costretta a cambiare un lavoro che amo perché non sarò mai pagata abbastanza per viverne. I ciclisti che percorrono le strade in controsenso senza dinamo nel cuore della notte, tentando di finire sotto le ruote della mia auto. I refusi.
E, naturalmente, Hugh Jackman.

In coda a questo post, un libro e un piatto: Per mano mia di Maurizio De Giovanni, che sto finendo con sommo piacere, e l’hamburger cotto in padella con poco olio e servito in mezzo a due fette di pane morbido spalmate rispettivamente di ketchup e mayonese, una foglia di lattuga, una fetta di pomodoro e una di formaggio edam che ho mangiato a pranzo. Peccato che non ci fossero i cetriolini sott’aceto.

 

Read More

I morti portano regali

Non sono così anacronistica da credere che le feste di importazione anglo-americana non abbiano diritto di cittadinanza in Italia; ma, personalmente, non adoro i travestimenti da vampiri streghe fantasmi, le decorazioni a forma di zucca intagliata e i bambini che cantilenano dolcetto o scherzetto. Al netto degli snobismi culturali, Halloween mi sembra solo una versione fuori stagione e meno divertente di carnevale, con i ragazzini che lanciano miccette terrorizzando me e il semi-labrador e costringendoci a una fuga precipitosa e poco onorevole (sacchetto e paletta in mano, orecchie al vento). Mi piace molto di più, invece, la tradizione della festa dei morti, che a Palermo è particolarmente sentita e curata. Sono stata, da bambina, piuttosto fortunata; ho perso le prime persone care, due nonne simpatiche e chiacchierone, quando avevo già più di vent’anni. Anche il semi-labrador le ricorda; gli hanno voluto bene entrambe, ognuna a modo suo: in maniera irruenta e volitiva una, abituata da sempre a vivere con un animaletto per casa e destinata a scambiarlo, nei suoi ultimi giorni di vita, per Jimmino, il bastardino della sua adolescenza, un cane italoamericano bianco e marrone da tempo di guerra; in maniera più sommessa e delicata l’altra, non avvezza all’irruenza canina ma divertita dalle sue tenere monellerie e intenerita dai suoi tentativi di conquista del territorio (“questo cane, appena entra in casa mia, corre subito in cucina”). Per anni, per fortuna, la festa dei morti non mi ha riguardato: niente regali, e soprattutto niente frutta di martorana che, come molti altri alimenti, ho assaggiato solo da adulta, perché convinta che non potesse piacermi. Invece mi piace, eccome. A Palermo, decorarla è un’arte; ci sono pasticcerie che puntano sull’effetto straniante – patatine fritte o panini con panelle o cozze o polpo bollito, tutto rigorosamente di marzapane – e altre che confezionano vere opere d’arte, frutta che per realismo e cura dei dettagli potrebbe tranquillamente trarre in inganno: in questi giorni addenterò una banana sbucciata che ha del miracoloso.
La maggior parte dei palermitani prepara in casa la pasta reale per i frutti di martorana; io non ci ho mai provato, e ho tentato di documentarmi cercando qualche ricetta e confrontando stili e proporzioni. Come la maggior parte dei dolci tradizionali, è passibile di varianti; quella più diffusa, a caldo, prevede l’utilizzo di un chilo di farina di mandorle, un chilo di zucchero, 250 grammi di acqua e mezza bustina di vaniglia. Si fa sciogliere lo zucchero con l’acqua e, appena inizia a filare, si incorporano farina e vaniglia e si mescola. Si rovescia il composto sul piano di marmo inumidito, si lascia intiepidire e si lavora. Poi, con l’aiuto di formine in gesso, si ricavano i piccoli frutti, da decorare con colori adatti. Mi sembra, questa ricetta, un pochino troppo dolce: da provare, ecco.

Sono sempre alla ricerca di bei gialli; per ora sto leggendo Il senso del dolore di Maurizio De Giovanni: un romanzo insolito e un po’ sottotono, ma dolce, delicato, tenero e popolato da morti che ripetono, mestamente, ciascuno una frase, dolenti, senza pace. Una lettura perfetta per il periodo e forse, finalmente, un giallo che non mi deluderà.
Il post di oggi è dedicato a Laura e alla piccola Berny: che mi è sembrato di veder correre, un giorno.

Read More