Consigli per i (piccoli) lettori.

A cinque anni ero una bambina bassetta e magra, in jeans e felpa con le toppe, perennemente in lotta col cerchietto e innamorata delle mie scarpe da ginnastica col velcro. Frequentavo la prima elementare, avevo una brava maestra e un forte desiderio di imparare a leggere. I miei genitori seminavano sempre libri e riviste e opuscoli e blocchi di appunti per la casa, sul panchetto del bagno o in pile accanto al letto o sul tavolino del salotto, i nonni leggevano il giornale dalla prima parola all’ultima con puntiglio da correttori di bozze, le nonne facevano le parole crociate: anche io non vedevo l’ora di girare, seria e impettita, buffa come può esserlo solo una bambina con i codini stretti da elastici a forma di coniglietto, con un libro in mano. Non ricordo grandi difficoltà, ma neanche processi lenti e laboriosi o fantastici disvelamenti: so solo che, come per magia, tutt’a un tratto bum!, sapevo leggere. Con la premura e le buone intenzioni tipiche di genitori giovani e di sinistra, sono stata immediatamente fornita di un libro e del permesso di leggere quando volevo, a tavola e a letto e dai nonni e al mare, se mi andava. Ma.

Ancora adesso rinfaccio ai miei genitori l’insensata scelta del mio primo libro: il famoso tomo che mi venne offerto, tra lacrime di commozione e foto ricordo, era una terrificante edizione delle favole di Esopo; c’erano Il cane e la carne, La volpe e la cicogna, La rana e il bue e altre amene storielle. Le illustrazioni erano lugubri, le storie strampalate e mortifere, la trama si esauriva in un giro di parole. Il mio mondo è crollato: a che serviva leggere, se dovevo riempirmi la testa di volpi meschine, rane megalomani, cani sciocchi e cicogne parlanti? Seguirono mesi di tristezza e incomprensione: mi chiedevo a chi importasse di quegli odiosi animali e come mai i miei genitori, e i nonni e gli zii, fossero felici di passare il tempo in maniera così tediosa. Mi ha salvato la vita, ora lo so, il Corriere dei piccoli: e anche la Pimpa, e poi 365 storie, un librone che era appartenuto a mia madre e che conteneva storielle divertenti, poesiole e filastrocche, una per ogni giorno dell’anno. Qualcuna la ricordo ancora ora.

Sono stata portata in libreria, poi, e lì finalmente sono stata felice: ho scoperto le edizioni illustrate di alcuni classici e anche autori che i miei genitori non conoscevano, come Bianca Pitzorno e Christine Nöstlinger; ho iniziato, qualche anno, dopo a leggere una collana di gialli per bambini che mi terrorizzava e galvanizzava e la serie del Club delle baby-sitter che adesso cerco in ebook, in inglese, dato che qui non viene più pubblicata. Finalmente capivo come mai gli adulti fossero felici con un libro in mano: bastava trovare la storia giusta.

Adesso che passo la maggior parte del mio tempo su Facebook e che bazzico i gruppi dedicati alla lettura, per passione e per lavoro, provo un brivido quando leggo post di genitori che lamentano lo scarso amore per i libri dei propri figli; il panico mi investe, poi, quando qualcuno consiglia di stimolarli con Pattini d’argento o David Copperfield o Il gabbiano Jonathan Livingstone. Infine, quando qualcuno si lamenta della passione dei propri ragazzi per i fumetti, scappo terrorizzata scagliando al suolo lo smartphone e coprendomi le orecchie. Ma davvero c’è chi pensa di poter fare avvicinare alla lettura dei marmocchi sette-ottenni proponendo libri belli, ma dalle tematiche ormai lontane dal mondo attuale, o troppo astratte e simboliche? Chi, a sei anni, si sciroppava senza un lamento David Copperfield? Non sarebbe meglio partire con Topolino, o Geronimo Stilton, o le Favole al telefono di Rodari, o qualcosa di Roald Dahl?

Bisogna fare attenzione, l’amore per la lettura è delicato e mutevole: se viene pigiato tra le pagine di un librone troppo pesante per l’età o per il lettore, si schiaccia.

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God bless i volontari.

Poche cose sono faticose e gratificanti quanto gestire un gruppo di volontari – nel caso specifico, un manipolo di pocopiùcheventenni che, per qualche misterioso motivo, hanno voglia di offrire tempo ed energie al festival del libro più simpatico e scalcinato del mondo.

Da quando il festival di cui sopra esiste, esistono i volontari; o meglio: senza volontari non esisterebbe il festival, dato che ci sono una decina di eventi in contemporanea, dislocati in posti molto molto distanti tra loro, e dozzine di necessità: relatori da recuperare in giro per la città, bottiglie d’acqua da riempire e riempire perché a Palermo a giugno fa molto caldo, autori logorroici ed egocentrici da tenere a bada, bambini maleducati da zittire, adulti scortesi da invitare a non dare disturbo, per favore. E poi videoproiettori che non collaborano, schermi che rimangono inspiegabilmente bui, microfoni muti e casse che fischiano, editori da blandire e padroni di cani da minacciare. C’è molto da fare, ma anche molto da divertirsi: ci sono cani che sguazzano nella vasca delle ninfee, spettacoli di bolle di sapone a cui assistere fingendo di controllare l’area bambini, scrittori famosi a cui avvicinarsi per una dedica brandendo il badge d’ordinanza per scavalcare la fila; ma soprattutto, c’è la sensazione di essere parte di un gruppo, di avere un obiettivo comune, di poter vantare un poco di responsabilità nella buona riuscita di qualcosa.

Sono preziosi, i volontari: sono inesperti, spesso, ma pieni di buona volontà; allegri, carichi di idee, pronti a ridere e mettersi in gioco – ma anche a saltare sul cassone di una motoape per scaricare centinaia di colli di libri, all’occorrenza. Sono faticosi e ingestibili come cuccioli, a volte: fin troppo intraprendenti e traboccanti energie; in altri casi, invece, sono fiscali e noiosetti: controllano che gli altri non abbiano riposato un quarto d’ora più di loro, si lamentano delle zanzare, della noia, delle persone che chiedono informazioni, del male ai piedi. Ci sono quelli che vengono da altre città, che prenotano il b&b e mi chiedono di sapere in anticipo le date delle riunioni: e poi ci sono quelli che non si presentano al loro turno e non avvertono e non rispondono al telefono e spariscono dalla faccia della Terra per intere giornate, per poi riapprodare, sorridenti e scanzonati, il giorno dopo: ecco, loro sono quelli che incorrono nella mia muta furia: perché va bene, non stiamo salvando il mondo né trovando la cura per una grave malattia, ma se non ti presenti e non mi mandi neanche un sms giuro che ti faccio sbranare da canenando.

Dopo anni di gestione dei volontari, penso di sapere cosa devo aspettarmi: e invece ogni volta sono stupita e commossa dalle buone intenzioni e dalla sollecitudine, dalla capacità di mettersi in gioco e dalla perseveranza di ognuno di loro. Li adoro, tutti.

In questi giorni di (relativa) solitudine pensavo che avrei letto molto: invece ho lavorato moltissimo e cercato di montare mobili Ikea e letto poco e male. Ho appena iniziato Viaggiare in giallo, la nuova raccolta di racconti gialli di Sellerio: sembra, come sempre, briosa, simpatica e vagamente inconsistente. Vedremo.

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Attività estive.

D’estate, si sa, c’è caldo. A Palermo, quando c’è caldo, c’è caldo davvero. A dispetto degli ovvi consigli elargiti da telegiornali e riviste, una delle attività più gettonate dal palermitano in estate è la preparazione di pietanze che richiedano una lunga permanenza dell’intera famiglia accanto ai fornelli, meglio se con grandi padelle colme di olio sfrigolante a fare da contorno. Anche la preparazione di una semplice caponata può richiedere il coinvolgimento di tre o quattro persone per un numero di ore direttamente proporzionale alla mole di conoscenti a cui far avere un barattolo sigillato colmo del più classico dei contorni isolani. Sono un must irrinunciabile dell’estate palermitana le giornate – di solito almeno tre, sul finire di agosto – dedicate al confezionamento di casse di buttigghie, bottiglie che hanno contenuto birra e che sono state raccolte nell’arco dell’intero anno, per poi essere sterilizzate con mezzi casalinghi – forno a bassa temperatura, pentola in ebollizione, sole – e riempite con salsa di pomodoro appena tirata via dalla pentola, da conservare per l’inverno e da donare a parenti e conoscenti che, in cambio, ci omaggeranno delle proprie. Ogni famiglia ha una variante – alcune sfiorano la perversione, prevedendo l’aggiunta di carote e/o sedano e/o aglio – ed è fondamentale l’apposizione su ogni bottiglia di post-it con il nome della casa produttrice del condimento, onde evitare rovinose sorprese.

Non eccessivamente sgradevole è la preparazione di un dolce tra i più apprezzati nel tepore dell’estate siciliana: il gelo di mellone. A Palermo, nessuno avrebbe mai l’ardire di chiamare l’anguria con un nome che non sia, appunto, mellone: il gelo è una deliziosa gelatina, da gustare nel tardo pomeriggio con un’aromatica tazzina di caffè. Bisogna, ovviamente, avere in casa dell’ottima anguria, dolce e succosa, non farinosa. La polpa, estratta con un cucchiaio, va passata al passapomodoro – e non, come leggo su molti blog, al mixer! eresia! – e raccolta in una ciotola. Per un litro di succo sarà necessario usare circa un chilo e mezzo di polpa. In una tazza di succo, a parte, si scioglierà l’amido (80 grammi circa), per poi unire il tutto al resto del succo e allo zucchero (100 grammi circa, ovviamente dipende dalla dolcezza della frutta). Si trasferisce il composto, aromatizzato con una stecca di cannella da tirar via dopo qualche minuto o con qualche fiore di gelsomino, sul fuoco dolce, e si fa cuocere per un minuto circa dopo l’ebollizione, mescolando continuamente finchè il composto velerà il cucchiaio. Si versa in stampini monoporzione e si fa raffreddare per almeno quattro ore. Si decora con gocce di ottimo cioccolato fondente e pistacchi tritati. Non richiede neanche una permanenza troppo lunga ai fornelli: l’unica controindicazione è che un vero palermitano non ne confezionerà mai meno di quaranta stampini alla volta.

Sto finendo di leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, ed è proprio come me l’ero aspettato; Rocco Schiavone, pienamente immerso nel suo ambiente – il romanzo racconta ciò che ha preceduto il trasferimento del vicequestore ad Aosta – è meno scostante e più portato alla dolcezza e alla comprensione. Il giallo è avvincente e stuzzicante, e una vena di tristezza intride il libro. Merita.

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Del perché non mi piace il mare.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano: erano medici, facevano turni di guardia pressanti, erano fuori città tre sere alla settimana. Passavo buona parte del tempo con le mie nonne: soprattutto in estate, complice una criminale organizzazione abitativa che faceva in modo che tutta la famiglia – dodici persone più o meno nervose e suscettibili e ficcanaso – si trasferisse in micro-case di villeggiatura, della metratura di una gabbia per canarini, scelleratamente collocate nello stesso isolato. Le nonne, indubbiamente simpatiche e affettuose e comprensive e accudenti ma indiscutibilmente all’antica, pensavano che non esistesse altra occupazione, per tre bambini (in seguito, ragazzini) in vacanza dalla scuola, che la spiaggia: per cui, dal 15 giugno al 15 settembre, qualunque fosse il tempo atmosferico – pioggia, diluvio, scirocco, invasione di cavallette – si andava a mare. Camminavamo a piedi, sotto il sole, all’andata e al ritorno; in mezzo c’era una mezz’ora di lagne per fare il bagno, una breve abluzione nell’acqua sempre bassa di Mondello, una rapida sosta al bar della spiaggia per un ghiacciolo al limone, una ventina di minuti al sole per scongiurare il rachitismo, un lungo passaggio alla fontana per eliminare ogni molecola di sabbia dai piedi. Mi annoiavo tremendamente.

Quando sono cresciuta, ho iniziato ad autogestire le mie mattinate estive, inciampando nell’amore per la spiaggia di amici e compagni di classe: e quindi, ancora giornate a stendere teli al sole, spalmare crema sulle spalle, zampettare in venti centimetri d’acqua, mangiare tristi panini tiepidi, giocare a carte e scuotere via la sabbia dai piedi. Sudavo copiosamente, anche mentre facevo il bagno, avevo sempre il costume umido e i capelli bagnati sulla nuca che mi garantivano un vago, costante mal di testa. Non mi abbronzavo: oscillavo tra il bianco lentigginoso e il rosso spellato per l’intera stagione estiva, qualunque fosse l’entità della protezione con cui mi aspergevo. Mi annoiavo moltissimo.

Da adulta, complici le poche ferie estive, ho iniziato a diradare le giornate di mare: di pari passo, il danno si è aggravato, perché dalla fastidiosa sabbia sono passata agli scomodissimi scogli. Non c’è un filo d’ombra, non ci sono docce per lavare via il sale dalla pelle, non c’è un posto dove comprare una bottiglietta d’acqua fresca. Non c’è una fontanella né la possibilità di stendersi senza avere un polmone perforato da una pietra aguzza e sporgente. Per immergersi bisogna indossare delle sciocche scarpe di gomma, che dovrebbero impedire buffi scivoloni; per riemergere si deve intercettare il giusto lasso di tempo tra un’onda e l’altra, graffiandosi comunque irrimediabilmente le mani. C’è molto molto caldo, la macchina si arroventa con facilità, il viaggio di ritorno verso casa è una tortura. E in più, anche adesso mi annoio senza remissione.

In questa estate dal clima incerto, sto leggendo Serenata senza nome di Maurizio de Giovanni: ammetto che mi sta annoiando un bel po’.

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Si fa presto a dire mafia.

La mia impari battaglia contro i posteggiatori, mitologiche creature metà mafioso metà sedia che affollano le strade di Palermo, continua. Due anni dopo il mio primo incontro con il cordiale padrone della piazza in cui mi ostin(av)o a parcheggiare, sono stata costretta a capitolare: lascerò l’auto a piazza Spasimo, prenderò altre strade, più lunghe e assolate, per raggiungere l’ufficio, non saluterò più la signora con lo yorkino né guarderò l’edicoletta per San Giuseppe fatta costruire dal signor Faia Giuseppe accanto al suo negozio di noccioline, non vedrò il ragazzo con il pastore tedesco anziano né il salumiere che fa entrare i piccioni in bottega perché anche loro hanno diritto a un po’ di fresco; cambierò le mie abitudini e i miei orari, conoscerò nuovi baristi e padroni di cani, imparerò a schivare pozze e buche di altri vicoli; non chiacchiererò più con le colleghe tornando a casa: a loro non è stato intimato di cambiare zona. Loro pagano, loro possono rimanere.

Qualche giorno fa, all’ennesimo battibecco con l’omuncolo alto due metri che ha tentato di strapparmi dalle mani il telefono e di impedirmi di entrare in macchina, per poi prendere a pugni il vetro gridando e minacciandomi per punirmi della mia inconcepibile insubordinazione nei suoi confronti, ho scelto la via più semplice e adatta a una persona che ha fatto della tecnica del criceto morto la sua strategia di sopravvivenza: ho cambiato strada. Ho perso, ho ceduto, ho vanificato tutti i miei sforzi: lui è ancora lì, ghignante e soddisfatto, ad emettere il suo verso abituale, buongiorno, verso chiunque passi nel raggio di centinaia di metri dal suo punto di osservazione; io non ci sono. Sarei dovuta rimanere lì, forse: come mio padre mi aveva consigliato di fare, perché qualche volta nella vita bisogna lottare per i propri diritti, e quello di passare dalla strada più agevole è un diritto fondamentale, inalienabile e anche abbastanza evidente nella sua banale necessità. Avrei dovuto minacciare di chiamare le forze dell’ordine, o forse le avrei dovute chiamare davvero: ma la mia scarsa fiducia nella loro rapidità e nel mio sangue freddo ha prevalso.

Saputo l’accaduto, qualcuno mi ha chiamata, qualcun altro mi ha scritto. Molti, moltissimi si sono indignati, ma mi hanno suggerito, più o meno larvatamente, di risolvere il problema: che ti costano cinquanta centesimi al giorno, in fondo? Magari puoi offrirgli un caffè, regalargli delle sigarette, accordarti per un fisso mensile. Non ho risposto, ovviamente: mi dispiace soltanto che questa città sia così intrisa di mentalità mafiosa da arrivare a immaginare che sia normale pagare per lasciare un’auto accanto a un marciapiede. No, mi spiace, non ci sto.

Ho iniziato da poco la lettura di “Serenata senza nome” di Maurizio de Giovanni e sto faticando non poco; la mania per lo spiegone non abbandona l’autore, che si sente costretto a raccontare tutte le vicende occorse a tutti i personaggi negli otto romanzi precedenti, con conseguente immaginabile lentezza. A una novantina di pagine dall’inizio non è successo quasi nulla: Ricciardi continua ad aggirarsi per la città con la sua aria malinconica e francamente noiosa, Maione gigioneggia con Bambinella che non risparmia mossette fatue e vocalizzi acuti, Enrica sospira, suo padre scuote il capo. Niente di nuovo.

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Giù le mani dalle mie patatine.

Sono stata una bambina magretta; mangiavo molto e con gusto, andavo regolarmente in palestra e cullavo in imbarazzato silenzio la sicurezza di diventare una campionessa di ginnastica artistica. Sono stata, poi, un’adolescente cicciotta: molte cadute, un intervento al piede e anni senza indossare una tuta da ginnastica erano andati di pari passo con un’immutata voglia di cibo, meglio se succulento, condito, ridondante, eccessivo. Una nonna il cui verbo era i bambini ai miei tempi si portavano grassi gestiva i miei pasti, che comprendevano molte portate variamente articolate e si concludevano necessariamente con caffè e dolcetto. L’ironia familiare mi ha rapidamente ribattezzata la tonda: ancora adesso che sono una giovane donna relativamente in forma, il soprannome è ancora parte di me.

Al netto degli scherzi, mi infastidisce ancora oggi chi mi conta i bocconi, chi si lamenta del mio stile alimentare, chi critica ciò che mangio: penso di essere in salute e non accetto reprimende sull’argomento, come non ne accetto sul mio abbigliamento, sul mio non-taglio di capelli, sulla mia auto impolverata e in generale sul mio modo di condurre la vita.

Pochi giorni fa, a una fiera culturale, ho orecchiato un dialogo che ho trovato agghiacciante; due trentenni, fidanzati da qualche anno, discutevano su cosa mangiare a pranzo. Lei, alta e magra – una taglia 38, per intenderci -, desiderava un cartoccio di patatine; la bottega era alle loro spalle, il profumo di fritto era stuzzicante, non c’era fila. Lui, con aria sprezzante, scuoteva la testa: no, non era il caso che le mangiasse, sarebbe ingrassata. Lei si opponeva flebilmente: da un lato l’idea di uno snack godurioso la tentava visibilmente, dall’altro tentennava, convinta di rischiare seriamente di rovinarsi la linea per uno strappo alla dieta. Sono andata via inorridita. Al di là dell’avvilente considerazione sull’assurdità della situazione, ho dovuto constatare che non è la prima volta che assisto a una scena simile: una donna che desidera mangiare qualcosa, un uomo che le conta i bocconi per motivi puramente estetici. Il maschilismo condensato in un’unica, semplice considerazione: non puoi avere quello che desideri, non perché possa farti male, ma perché ti renderebbe meno bella, quindi meno appetibile ai miei occhi e meno spendibile come merce di scambio nella lotta tra maschietti a chi vale di più. Da qui alla considerazione della donna come intrinseca proprietà maschile, con tutto il seguito di gelosie patologiche, volontà di controllo e incapacità di accettare la fine di una relazione, temo che il passo non sia troppo lungo. Mi sono chiesta – mi chiedo sempre, in realtà – perché una donna dovrebbe mai sopportare un simile atteggiamento. Continuo a non trovare una risposta.

Sto leggendo, rapidamente e con piacere, La battaglia navale di Marco Malvaldi. È fresco, dinamico, frizzante e raccontato con la lingua felice di chi sorride mentre scrive. Godibilissimo.

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Di amicizia, di stranezze, di gialli.

Amicastorica sorride spesso; parla e cammina e pensa e digita sulla tastiera e mastica a velocità doppia rispetto al normale, ha quintali di senso pratico e un cattivo rapporto con la polvere, un nipotino che è la sua copia in scala ridotta e una macchina a cui riserva cure e coccole. È attenta e perspicace, piena di ottimi consigli e con una grande capacità di ascoltare. È anche premurosa e generosa, e regala bei libri. È stata lei a omaggiarmi degli ultimi due volumi che mancavano alla mia collezione di romanzi di Sandra Scoppettone, iniziata per caso con una scambio su anobii – anche questo, su suo suggerimento – e complicata dal fatto che questi gialli siano ormai praticamente esauriti. Ma amicastorica ha indubbie capacità organizzative – per intenderci, è a lei che chiederei una dritta se dovessi adottare un pinguino o trasportare un frigorifero in Croazia – e mi ha messo tra le mani Tu, mia dolce irraggiungibile e Vendi cara la pelle. Ho iniziato dal secondo, lo sto finendo, me lo sto godendo un bel po’: è vivace, brillante, pervaso di una sottile ironia ghignante. Ridacchio mentre sono in coda al semaforo e lo sfoglio, rinuncio al pisolino per vedere come va a finire, è diventato parte integrante della mia borsa. Il ritmo non manca: ci sono inseguimenti, omicidi, gatti che aspettano la pappa, fughe su scale antincendio e molto altro. Ci sono anche cose che non capisco, però: la prima delle quali è perché la protagonista si ostini a rimanere insieme alla sua compagna storica, sebbene non facciano altro che rimbeccarsi, lamentarsi della reciproca insensibilità e darsi la colpa della propria infelicità. Con la mia usuale mancanza di profondità ne ho parlato stamattina con la mia bella – ma perché non si lasciano ‘ste due cretine?! -, che mi ha suggerito il paragone con Liz Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Woolf?, che trovo abbastanza calzante, anche se uff, boh. Ci sono altre cose che non capisco, comunque: ad esempio come faccia una donna che è stata aggredita, stuprata e ridotta in fin di vita e che, anni dopo, scopre di nuovo di essere presa di mira dal suo carnefice, a non pensare a mettersi al sicuro ma a dedicare tutte le sue attenzioni alla prima ragazzina che le fa gli occhi dolci. E come faccia la suddetta ragazzina, a cui il depravato di-cui-sopra manda messaggi minatori, a non essere impegnata a temere per la propria vita ma ad innamorarsi della donna che era stata aggredita eccetera e a civettare flirtare fare sesso con lei, incurante di un assassino alle calcagna. So di essere una persona impressionabile e incline alla paura, ma penso che sia troppo per chiunque abbia un po’ di sale in zucca.
Ieri, per farmi perdonare la molesta presenza del buffo cane giallo, causa genitori partiti e palla al piede pelosa necessitante di un tetto, ho preparato una cheesecake alla fragola. Probabilmente poteva essere un filino più dolce, ma penso che non fosse troppo male.

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Di libri e di altre stranezze.

Sabato scorso, a quest’ora, stavo schiumando di rabbia. Mi era stato appena comunicato – con modi decisamente poco urbani – che i libri che avevo donato a una biblioteca privata, appartenuti ai miei nonni, non erano culturalmente degni di farne parte. Superati la delusione e lo sconforto iniziali, assodato che chi mi ha tartassata di deliranti messaggi desiderosi di scuse è una persona decisamente non in pace con se stessa, mi sono rimasti una serie di dubbi. Il primo, forse il principale, è un classico: ma davvero esistono libri che meritano di essere letti e altri il cui unico destino è il cassonetto della raccolta differenziata?
Leggo molto, sono circondata da persone che leggono molto, lavoro in una casa editrice e puzzo di carta e polvere tutta la giornata. Penso che leggere sia appassionante, divertente, entusiasmante, che aiuti a superare momenti difficili, che faccia crescere. Che sia, insomma, un fantastico hobby. Per questo, trovo terribilmente snob chi usa toni condiscendenti verso chi non legge: a me non piacerebbe che gli appassionati di aeromodellismo mi compatissero perché non apprezzo il loro passatempo. Penso che un buon libro abbia il compito, prima di tutto, di appagare il mio gusto: e che, come mangio volentieri patatine fritte o cheese-burger o gelati ricoperti di confetti colorati e sciroppo al cioccolato, possa avere il diritto di leggere gialli, cinquantasfumature, fabiivoli quando e quanto mi pare. Un film di Verdone mi fa sghignazzare, perché un romanzo di Rex Stout non dovrebbe fare altrettanto? Ma davvero c’è qualcuno che legge tutto il tempo Delitto e castigo? Mi dispiace molto per lui: porello, chissà che palle. Chi ha deciso che la lettura sia qualcosa di più di un sano, (non più tanto) economico, ecologico svago? Quando si è cominciata a formare l’idea che leggere molti libri dia il diritto di stigmatizzare chi non lo fa? Ogni anno vengono forniti allarmistici dati sul fatto che in Italia non si legge più; c’è sempre una nota di biasimo tra le righe, un o tempora o mores, la convinzione che chi preferisce confezionare una torta o un maglioncino a ferri sia eticamente riprovevole. Perché?
I libri che avevamo faticosamente consegnato erano tanti, e di argomento vario; sono stati bollati, in blocco, come spazzatura: indegni di uno scaffale che li potesse ospitare, adatti solo a un falò in spiaggia. Dietro un libro, lo so per esperienza, ci sono montagne di cose: le aspettative, i sogni, l’impegno di chi lo ha scritto. Il lavoro, spesso malpagato e svolto in fretta, una mano sulla scrivania e l’altra sulla cornetta del telefono, di un editor, un grafico, un editore, una tipografia, un magazziniere, un ufficio stampa, un social media manager. C’è una nonna che si vuole congratulare con la nipote, un figlio che vuole vedere la madre firmare le prime copie. C’è fatica, dedizione, buona volontà: come si può liquidare tutto questo in termini sprezzanti? Quanta violenza c’è in una frase come quella?
Rivendico il mio diritto a leggere quello che voglio, e a pensare che la serie di romanzi rosa che ha tenuto compagnia per tanti anni a mia nonna non sia meno degna di esistere di qualsiasi altro libro. Mi dispiace per chi non la pensa così: la sua vita deve essere parecchio noiosa.
Dato che sono una persona poco colta, dai gusti banali e dal palato poco fine, sto leggendo Vendi cara la pelle di Sandra Scoppettone, un giallo brioso e pieno di ritmo che mi è stato omaggiato da un’amica vera, di quelle su cui si può contare come sull’arrivo del Settimo Cavalleggeri.

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Cuccioli.

Sono un’appassionata di gialli, si sa: ne leggo moltissimi, alle uniche condizioni che non siano troppo truculenti né troppo lunghi, date le mie personali propensioni alla paura e alla noia. Tra gli autori contemporanei che mi piacciono di più, stretto tra Malvaldi e Manzini e Mc Call Smith e Camilleri, c’è Maurizio de Giovanni. L’ho conosciuto per caso, leggendo Il senso del dolore in una anonima edizione dalla copertina nera, venduta in edicola insieme a un quotidiano; mi è piaciuto, l’ho comprato e regalato e consigliato, ne ho parlato con molte persone, ho decantato il suo stile asciutto e insieme lirico, la sua articolata costruzione dei personaggi, il suo indagare con delicatezza l’animo umano. Ho aspettato con trepidazione l’uscita degli altri volumi della serie, ho applaudito saltellando su e giù quando è stata annunciata la nascita della collana dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, ho letto e apprezzato anche quella. Però. Adesso sono a tre quarti di Cuccioli, e mi sento vagamente irritata.

Premetto che non c’è niente di più sciocco e irrispettoso del giudicare un libro prima di averlo finito di leggere, e magari lasciato sedimentare, e sicuramente quello che ho tra le mani è un bellissimo giallo, con un buon ritmo, una trama ben costruita, incalzante senza essere ansiogeno, dallo stile personale e riconoscibile. Però, ecco, tutte le pagine di riflessioni dal tono vagamente poetico e allusivo, che all’inizio trovavo irresistibili, adesso cominciano a darmi l’orticaria; l’impressione che mi comunicano è la stessa di quando, a un concerto, il chitarrista inizia un interminabile assolo di cui sembra molto fiero, ma che annoia a morte il pubblico. La sensazione è che l’autore si sia divertito e compiaciuto molto a scrivere quei brani: un bel po’ di più, questo è certo, di quanto stia facendo io nel leggerle. E anche il “riassunto delle puntate precedenti”, la tendenza allo spiegone che de Giovanni ha sempre avuto, sta diventando davvero esagerata: ma è così necessario ribadire, ogni volta, quale sia il ruolo, la situazione personale e familiare, l’umore tipico, l’abbigliamento, i vizi e le paure e le ansie e le manie di ognuno dei personaggi? Se Camilleri si sentisse in dovere di chiarire ogni volta chi sono Livia, Fazio e Catarella, non lo troveremmo un po’ tedioso? E tutta la storia dei suicidi-che-non-sono-suicidi non è di stucchevole falsità? Ma soprattutto, è mai possibile che il protagonista dei libri di de Giovanni sia sempre conteso tra due donne, una incarnatrice del sacro focolare domestico e l’altra del brivido della trasgressione? Ripeto, de Giovanni mi piace molto, i suoi libri ancora di più: è per questo, forse, che temo che scada nel manierismo, nel voler ripetere all’infinito se stesso, nel rischio di non saper cambiare marcia. È bello che un autore abbia una voce personale, che lo distingua e caratterizzi: il pericolo, però, è che ripeta sempre la stessa frase. Detto ciò, non posso che dire che Cuccioli è un romanzo di alta scuola: leggetelo, davvero.

Nei romanzi di de Giovanni si percepisce sempre la presenza di Napoli, la si tocca e annusa e assapora ad ogni pagina. Adesso che è quasi Natale, sogno un pranzo a base di paccheri al ragù, con la carne di maiale succosa, tenera e saporita da mangiare per secondo, ben irrorata di salsa. Una vera goduria.

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Libri da compagnia.

Che non leggo soltanto librimpegnati, librinoiosi e librifighi con cui fare bella figura alle cene si sa già. Che amo le serie televisive stupide, con intrecci romantici e sciocche sottotrame sentimentali si sa pure. E che, quando non riesco a pensare, l’unica cosa che so fare è leggere è anche questa una verità consolidata. Per questo sono entrata nel tunnel dei gialli di James Patterson delle donne del club omicidi. È successo per caso: in estate, spesso vengono abbinati libri ai giornali; io di solito leggo laRepubblica, che ogni anno propone gialli e/o noir, la maggior parte dei quali ho già letto o ho scartato in precedenza perché non mi interessavano. Ma quando, una manciata di giorni fa, è stato proposto Le testimoni del club omicidi, ho pensato di provare a leggerlo; l’ho iniziato e finito in una notte: mi ha tenuto compagnia in un momento difficile e mi ha intrigata al punto da farmi cercare su internet qualche notizia in più sull’autore: che, ho scoperto, è tra i più venduti negli Stati Uniti. Ho scoperto anche che il libro è il dodicesimo di una serie: da lì, procurarmi gli altri undici è stata solo questione di tempo.

I libri di Patterson – spesso scritti in coppia con altri, ma il nome grande in copertina è il suo, va’ a sapere perché – sono pieni di brio, di colpi di scena e di situazioni per nulla credibili. C’è una protagonista, Lindasy, tenente della omicidi di San Francisco, e ci sono le sue amiche: un medico legale, una giornalista, un procuratore distrettuale. E poi ci sono serial killer sanguinari, orridi delitti, sparatorie a mai finire, intervallate da passeggiate col cane Martha, storie d’amore più o meno durature, serate da Susie’s a bere margarita. Quel genere di libri che ti fanno invidiare i personaggi per quello che hanno: un lavoro avvincente, molti amici sempre disponibili, un cane che sa andare al passo senza guinzaglio, qualcuno che spara loro addosso senza fare troppo danno. La serie perfetta per tenere compagnia, con discrezione e assiduità: senza ridondanti descrizioni, senza la richiesta di sforzi di memoria o di fantasia, senza inghippi o cadute di ritmo. Come una fiction tv, in cui sai che comunque la protagonista riuscirà a rotolare su un fianco all’ultimo momento, schivando i colpi di pistola e riuscendo a consegnare alla giustizia il cattivo che, per qualche strano motivo, in realtà ha fatto quel che ha fatto perché ce l’aveva con lei, proprio con lei, in maniera assurdamente personale, anche se nel frattempo ha fatto fuori altre sette persone che c’entravano poco o nulla.

In Italia, per motivi a me ignoti, la serie è praticamente sconosciuta. La pubblica Longanesi e le affibbia delle copertine di insopprimibile bruttezza, che danno l’impressione dei classici libri da spiaggia o da aeroporto, da scorrere e dimenticare su una sdraio. Invece non sono niente male, davvero.

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