Dolceamaro e multiforme come il silenzio

Potrebbe essere l’ultimo libro sul tagliere, questo. Mi sembra di non aver mai avuto molto da dire, e oggi meno del solito. Non ho riflessioni da condividere, idee brillanti da raccontare e commentare; non ho stimoli da perseguire, notizie da stigmatizzare, polemiche da rinfocolare. Oggi c’è solo silenzio, ma non quello lieve e sudato delle passeggiate col semi-labrador, né quello concentrato ed elettrico di quando cerco le parole per scrivere un pensiero e a un tratto sono lì, come non le riuscivo a immaginare, già sulla carta senza passare da lingua occhi cervello. Non è il silenzio scuro soffice e rassicurante della notte d’estate, né quello nero fondo e gelido dell’inverno, non è quello fremente di prima-di-una-buona-notizia né quello spesso e pungente imposto in ufficio, devo scrivere un comunicato e quindi zitte, chiaro?, non è quello attento e scappa-risata da biblioteca né quello fremente e spumeggiante di quando si sta piegati dietro un divano prima di urlare buon compleanno. È un silenzio diverso, quello di oggi, è il silenzio malsano e urticante di quando si sente di non riuscire a parlare, non avere più niente da dire, o motivi per dirlo, o persone a cui dirlo. Il silenzio da mancanza di volontà e coraggio, il silenzio dei troppi ‘non vai bene’, quando a furia di sentirlo dire finisci per crederci. Il silenzio di quando non puoi più sbagliare, tre strike e sei fuori e ormai ne hai fatti mille; il silenzio di quando non vuoi neanche più provare a sbagliare, perché sai che non troverai la risposta giusta tra mille errori. Il silenzio di quando hai provato a spiegare e capire, a convincere senza forzare, a mostrare senza aggredire e ti accorgi che tanto non è servito a niente. Il silenzio di quando parlare non ha più senso, di quando le ultime mille parole sono state solo ho sbagliato, lo so, è colpa mia ma non sapevo fare altro. Perché davvero, a tutti i livelli, non so fare altro. Il silenzio delle risposte che non arrivano, delle parole negate, dei sorrisi trepidanti piegati e rimessi in tasca. Delle mail senza risposta, del lavoro a vuoto, degli sguardi da è-colpa-tua, dello sbattersi senza risultato. Dell’incertezza, dell’indecisione, dell’insicurezza, del come vuoi tu, del non prendere posizioni per paura di sbilanciarsi; del tornare a casa e dire ho sbagliato tutto, sempre, ogni giorno. Il silenzio. Non si può scrivere in silenzio.
Per ora sto leggendo un libro, uno di quelli pescati una domenica mattina in una edicola-cartoleria piena di pupazzi di Spank; è Underground di Haruki Murakami, il resoconto delle interviste fatte, a distanza di un anno, alle vittime dell’attentato al sarin nella metropolitana di Tokyo, nel 1995. La cosa che si nota di più è il silenzio, compatto e come di plexiglass, che li ha investiti e soffocati: impiegati che, seduti sui seggiolini della metro, vedevano scivolare al suolo altre persone e rimanevano muti, senza batter ciglio; persone che hanno percorso corridoi e scale mobili, attraversato vicoli e svoltato angoli senza quasi vederci, scossi dai conati, tremanti, ma che sono arrivati, senza una parola, sul posto di lavoro. Non hanno bloccato i treni, non hanno chiesto aiuto, non hanno avvertito del malessere. Avevano un forte senso del dovere, commenta Murakami. Sono stati uccisi, oltre che dal gas venefico e dalla folle mania religiosa di pochi individui, dall’abitudine al silenzio.

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Quell’estate di dieci anni fa

Mi piace molto il riso; proprio perché mi piace, sono consapevole di come dovrebbe venire un risotto, e di come il mio somigli lontanamente all’ideale gustativo che inseguo. A mia parziale discolpa, posso dire che a Palermo il riso di solito non si tosta rimescola manteca, ma si appallottola schiaccia impana e frigge per farne arancine croccanti e profumate, ma molto poco estive; a casa mia, poi, il risotto è sempre stato uno sconosciuto con cui avere poco o nulla a che fare. Forti della teoria che l’amido scende, madre e nonne, coalizzate in una sadica fazione anti-sapore, mi avevano quasi convinta che il modo migliore per preparare il risotto fosse mettere il riso (quello che-non-scuoce, preferibilmente) in una pentola, coprirlo d’acqua e incrociare le dita, sperando che la corretta congiunzione astrale riuscisse nell’intento. Poi è arrivata un’estate angosciante e strana, cominciata con un ragazzo morto in una piazza di Genova, con un proiettile in testa e sangue sul selciato e troppe persone che parlavano invece di tacere; un’estate continuata con una scuola piena di ragazzi che dormivano e a un tratto venivano pestati e chiedevano perché porca miseria perché. Un’estate finita con due torri che crollavano come in un osceno film catastrofico, e troppe persone che improvvisamente non c’erano più. Ricordo un titolo di giornale, enorme come una bocca spalancata, sgomento: attacco al mondo. Quell’estate di dieci anni fa era quella della mia maturità, una delle più sconclusionate e confuse e poco serene della mia vita. A un certo punto, senza un reale motivo, avevo deciso di accettare l’invito di alcuni compagni appena diventati ex-compagni a passare qualche giorno in una casa di vacanze verde oliva vicina alla ferrovia, una casa grande e strana come quell’estate lunga infinita. Lì un ragazzo con cui avevo scambiato, in cinque anni, poco più di sette-otto parole, aveva preparato un delizioso risotto ai funghi prataioli, spalancandomi le porte della corretta preparazione del risotto e migliorando in maniera significativa la qualità dei miei piatti. Dieci anni dopo, un’amica simpatica e affettuosa e creativa con il nome con l’articolo, una cagnetta mononeuronica e l’orologio al polso destro (sì, come Guccini) mi ha mandato una ricetta della sua mamma, un risotto alle zucchine che, se ben eseguito, è davvero notevole. Una pietanza da preparare con attenzione, col vialone nano al posto di quei risi sintetici a breve cottura che si spiaccicano sulle pareti del tegame, con il brodo vegetale non-di-dado che deve bollire e bollire, con la mantecatura finale a donare delicatezza e dolcezza e morbidezza alla preparazione. Gliene sono grata, come di molte altre cose, parole e foto e un regalo che ha attraversato in silenzio l’Italia.
L’estate 2001 è stata, per me, quella dei libri giapponesi,
Il ponte dei sogni di Tanizaki e Arcobaleni di Kawabata e Musica e Dance dance dance. È stata anche l’estate del concerto di Manu Chao, uno degli eventi che ricordo sempre con un sorriso.

http://youtu.be/vJMLJVha5sw

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Regalare/regalarsi

Mi piace che mi si regalino libri. Volumi usati, amati, sfogliati, squadernati e poi impacchettati o semplicemente consegnati dicendo è per te, o romanzi scelti in libreria guardando la copertina e il titolo e la bandella e il retro, pescati con due dita da uno scaffale o cercati con cura e frenesia e ansia crescente, non c’è, com’è possibile, e poi richiesti al commesso, compitando il nome con un po’ di imbarazzo, guardi, si scrive P-a-l-a-h-n-i-u-k, sì, con la h prima della n, grazie.
Mi piace regalare libri, libri che ho letto e mi sono piaciuti, o che non mi sono piaciuti ma suppongo piaceranno all’altra persona, o che non ho letto ma vorrei leggere, o che non leggerò perché già so che non mi piacerebbero e probabilmente mi farebbero paura però forse a un’altra persona no e quindi.

Ho regalato libri per i motivi più vari, perché mi andava e perché non pensavo ci fossero altre opzioni, per mandare un messaggio o per farmi vedere o per celarmi, a volte; ho regalato Gomorra a una persona piena di risposte, perché provasse, con la giusta fatica, a porsi delle domande. L’ho regalato, Gomorra, a molte altre persone, perché ne godessero come me, e sorridessero annuendo con la testa e mi mandassero un messaggino per dire è davvero bello. Ho regalato romanzi sciocchi e scanzonati e pieni di colori come parole d’amore, e libri di Bennett e Murakami a chi pensava che non esistesse nulla oltre Tolstoj. Ho regalato libri che non sono stati aperti, romanzi come moniti o consigli o coccole, storie che tenessero compagnia dopo un lutto, che facessero passare più in fretta una notte in ospedale, che non facessero dimenticare, lontano da casa, la strada del ritorno. Ho regalato, a un’amica, due volte lo stesso romanzo, ed era Sostiene Pereira e questo spiega tutto, perché è un libro che è un po’ tutto, e perché, nei due momenti in cui gliel’ho regalato, significava parti diverse di quello stesso tutto. Ho regalato libri con amore o rispetto o rabbia, li ho scagliati come pietre o adagiati vergognosamente in un angolo, ma li ho scelti sempre con cura tra mille, con calma e strategia. Ho capito che una persona non-amica-e-neanche-buona-conoscente, una di quelle che si frequentano per diplomazia, non aveva più diritto neanche a quel posto di sbieco nella mia vita quando ha detto che, insomma, abbiamo raccolto un po’ di soldi e quindi basta libri, possiamo fare un regalo davvero bello, ed è uscita con le nostre banconote avvoltolate in tasca per tornare trionfante con un brutto paio di calze a strisce che neanche l’Ape Maja avrebbe indossato senza tentennamenti. Ho rabbrividito di repulsione quando sono stata, recentemente, in libreria a comprare un regalo, e mi è stato proposto di acquistare un buono, per non perdere tempo. Eh no, cavolo, preferisco perdere tempo e sbagliare, fare gaffe e sbattere il muso sul politicamente scorretto, regalare il libro sbagliato al momento sbagliato, ma il buono proprio no, plis.

Mi piace chi regala libri, esattamente come chi cucina per qualcun altro, perché c’è uno strano modo di scoprirsi scegliendo un romanzo o preparando una cena, un modo intimo e dolce e profondo di mostrarsi, di tentare di piacere e fare piacere, di essere-per-gli-altri. Si crea una strana complicità, quando si cucina per qualcuno e si cerca il mix perfetto di quello che piace a noi e quello che immaginiamo, con buona approssimazione, possa piacere all’altro. Per anni, andando da una persona a cui pensavo di voler bene, ho portato una torta che non era niente di particolare ma agli altri sembrava piacesse, ed era piena di mandorle e nocciole e noci e io tenevo sempre in casa una scorta di frutta secca, per l’occasione. Quando scelgo un romanzo, come quando preparo l’impasto per una torta o sminuzzo le mandorle o aspergo lo stampo di farina e zucchero a velo in parti uguali per creare quel gusto caramellato e un po’ sbruciacchioso così goloso, è come se tentassi di nascondere una parte di me per dare spazio all’altro, rendendo ancora più visibile, in quel momento, proprio quello che intendevo celare; è nascondersi e mostrarsi, capire e sbagliare ed empatizzare, e mi piace tanto.

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Fenomenologia della tristezza

Parafrasando un incipit molto noto, ogni libro triste lo è a suo modo. Ci sono i libri tristi-deprimenti, quelli tristi-arrabbiati, quelli tristi-rassegnati. Alcuni mi piacciono, altri mi lasciano stremata. Per la tristezza non c’è solo una gradazione quantitativa, da triste-grigio perla a triste-antracite, ma anche un range qualitativo vario e multiforme. Non c’è una sola tristezza standard, ma un nugolo di tristezze eventuali, possibili, differenti, disparate. Disperate.

Non amo la tristezza; sono naturalmente portata alla mestizia, e per questo alla costante ricerca di un rimedio allopatico alla stessa. Niente canzoni di De Andrè, allora, con nani e zingari e puttane e gocce di smarrimento che stillano come farmaco da una flebo, niente notturni di Chopin, niente morti del cigno trasudanti melensa malinconia. Niente film con scene al rallentatore, niente pubblicità televisive con anziani che parlano al telefono con figli lontani, niente canzoni brasiliane colme di saudade, niente premiazioni sportive con atleti commossi che ascoltano gli inni nazionali. Ho bisogno dell’allegria giocosa dei Prozac+, del limpido sorriso degli Scisma, della rabbia sicura e ben diretta dei Punkreas. Non mi piace la tristezza. I libri tristi, però, sono un discorso a parte.

Ci sono romanzi che ho paura di leggere, perché temo di farmi risucchiare dalla loro sconfortata disperazione; da quando ho uso di ragione qualcuno mi ha sempre consigliato di approcciare Opinioni di un clown di Böll. Mi dispiace, ma non penso ci riuscirò mai, guardare la copertina mi fa stringere il cuore, rapportarmi con il testo potrebbe essere una ferita mortale. È una di quelle forme di tristezza che non penso di riuscire a sopportare. Anche Trilogia della città di K. è un libro triste, ma nella sua fredda, calcolata brutalità ogni lacrima è congelata, ogni dolore anestetizzato, reso acuminato come uno stiletto d’acciaio, sottile invisibile mortale. È uno dei miei libri preferiti in assoluto.

A sangue freddo di Truman Capote è rassegnato nella sua sconsolata volontà di capire fino in fondo i meccanismi perversi dell’animo umano. È triste come un prete al funerale di un parrocchiano a cui ha voluto bene, Capote, è triste per le vittime e per i carnefici, nel suo modo leggero e delicato e in-punta-di-piedi. È dolente, in ogni suo libro, Natalia Ginzburg; lo è con la determinata sicurezza di chi sa come vivere, cosa è giusto e cosa no, cosa è la vera etica laica, l’esatta misura delle cose. È triste ma mai fredda, mai disperata, mai rassegnata, solo come pensierosa e stanca, a volte. È triste Murakami, con i suoi personaggi complessi e infantili e inadatti alla vita, ma in una maniera come superficiale, come se non volesse affondare il coltello nella piaga. È triste Isabel Allende, ma è incazzata e carica e ha energia da vendere, e mi piace tanto, così.

Un buon antidoto alla tristezza è preparare qualcosa di dolce; magari un semplice cheese-cake, con la base fatta da burro e frollini sminuzzati, e la crema confezionata con un buon formaggio tenero tipo quark amalgamato con zucchero a velo e lavorato insieme alla panna, metà già montata e metà in cui sia stata sciolta della gelatina in fogli. Mettete in frigo, guarnite con frutta a volontà, mangiate senza remore, ignorando le occhiate languide del semi-labrador. Anarchy in the UK in sottofondo scioglierà quel fondo di tristezza che era rimasto. Dio salvi i Sex Pistols.

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Momenti di stupore collettivo

Arriva un momento in cui la maggioranza delle persone scopre qualcosa, e ne è stupita. Qualcosa che c’era da anni, e della cui esistenza un numero più ristretto di persone era a conoscenza, la considerava parte naturale del proprio scenario. Era lì, e a un tratto, ecco, se ne sono accorti tutti.

È stato così, per esempio, per Tokyo Blues di Haruki Murakami. È uscito nei primi anni ’90, lo pubblicava Feltrinelli; in economica aveva una copertina rossa con un disegno di ideogrammi verde, e la costina col nome in bianco. Stava sugli scaffali delle librerie e lo abbiamo comprato e letto, ci è piaciuto e ne abbiamo comprati e letti altri, ne parlavamo e facevamo confronti, mi è piaciuto più Dance Dance Dance, no La ragazza dello Sputnik è più interessante. Era un autore come tanti, apprezzato e commentato e regalato, e improvvisamente tutti lo hanno scoperto, e lo consigliavano ed indicavano, lo leggevano ed erano stupiti e si chiedevano dove fosse stato, fino ad ora. Sui nostri scaffali, ecco dov’era.

Come anche Rafa Nadal. Me lo ricordo nel 2003 o 2004, che giocava e vinceva, con i braghettoni bianchi da surf e la maglia arancione senza maniche, sudato, con la fascia bianca sulla fronte, i capelli sotto le orecchie. Clerici e Tommasi commentavano, dicevano quanto era bravo, e quanto il dritto anomalo da sinistra fosse un colpo micidiale; era lì, Nadal, zampettava sulla terra rossa e tirava racchettate ai tacchetti e si sistemava le mutande, e a un tratto era il 2005 e vinceva il Roland Garros, e tutti lì a dire quanto era forte e giovane e atletico. Ma vi assicuro, c’era già.

Ora tutti hanno scoperto Francesco Piccolo. Avevo letto Storie di primogeniti e figli unici, tanti racconti minuziosi e attenti, pieni di particolari e della sua strana cinica ironia. Aveva una copertina niente-di-che, lo avevo pescato in uno scaffale di volumetti in edizione economica; lo avevo letto e ne ero stata entusiasta, e nessuno lo conosceva né voleva farlo. Piccolo scriveva, in pochi compravamo i suoi libri, li scrutavamo con soddisfazione, con un piacere vagamente snob da setta segreta, ed inopinatamente è uscito Momenti di trascurabile felicità, e tutti leggono Piccolo e dicono quanto è bravo, e che ha fatto fino ad ora. Ha scritto, ve lo assicuro.

Anche per i cibi, a volte, è così. Mia nonna non amava la pasta sfoglia, e confezionava in casa la brisée, lavorando la farina e il burro con le lame di due coltelli per non fare scaldare il grasso. La mangiavo e dicevo che buona, e a un tratto tutti la prendono dal banco frigo e dicono che buona, e quanto è pesante, invece, la sfoglia. Ma c’era già, giuro. Ed è buona davvero. Ritagliate dei triangoli, mettete su un pezzetto di formaggio e uno di prosciutto, avvolgeteli a formare dei cornetti, spennellateli di tuorlo e spolverate di semi di sesamo. Pochi minuti in formo e sono ottimi, croccanti e gustosi.

Chissà perché, a un tratto, tutti scoprono qualcosa. Magari domani si spargerà la voce di quanto è rilassante carezzare il semi-labrador, ma stanotte le sue lappate sono solo per me.

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La formula matematica della serenità

Mi piace leggere. Mi rilassa e rasserena, mi culla e carezza e consola, addolcisce la piega amara delle mie labbra, il cipiglio corrucciato da giornata-no. In un oceano di contingenze ansiogene e nemici immaginari, di semi-labrador infangati e con il muso da senso di colpa e di volte a crociera che insistono su spazi quadrangolari di forma irregolare, di quasi-amici e non-più-amici, di delusione e tristezza e incomprensioni, di calzini a righe multicolor disperatamente bagnati e di capelli arricciati arruffati elettrizzati dall’umidità, la formula scientifica nota come libro&piumone continua a dare insperati risultati.

Mi piace leggere; ancor di più, mi piace scoprire libri leggendone altri. Mi piace che uno scrittore mi descriva un suo collega, o che citi il titolo di un romanzo che ha letto, che lo ha appassionato, che magari appassionerà anche me. Amo gli autori generosi, che mi presentano gli amici, mi consigliano il titolo di un saggio, mi raccomandano di ascoltare una canzone che dà loro i brividi, di provare un piatto che a loro fa venire l’acquolina.

Natalia Ginzburg, per esempio; mi ha fatto conoscere Pavese: me lo ha mostrato dolce e sfuggente, silenzioso e ombroso e triste, ormai stanco, privo di fiducia, di stimoli, di energia. Pieno di pena, ma attento, premuroso, schivo. Me lo ha indicato già di spalle, mentre andava via confuso e solo, turbato.

Mi ha presentato anche Leone, suo marito, ma di sfuggita e come a cenni; il tempo di affezionarmi e già non c’era più, sparito tra le sbarre di Regina Coeli e tra le righe di Lessico famigliare, sicuro e appassionato, coraggioso, impavido, solo e disperato, giovane e sofferente e già scomparso.

Enrico Brizzi mi ha confidato come per caso che Andrea De Carlo, per lui, era un grande scrittore; e che, dei suoi romanzi, il migliore era Treno di Panna, scabro e ruvido, acerbo, vivo. Starnone, invece, mi ha detto che stimava una ragazza che leggeva Pube angelicale di Puig. Mi ha fatto passare interi pomeriggi a cercarlo, e altri a leggerlo; ha finito per farmi comprare e amare tutti i libri di Puig, dal superbo Il bacio della donna ragno al coinvolgente Una frase, un rigo appena. Gliene sono grata. Murakami ha lasciato che Watanabe mi consigliasse di leggere La montagna incantata, Tabucchi, invece, ha permesso a Pereira di descrivermi L’ultima lezione di Daudet con un tono commosso e appassionato, partecipe e attento, da amico che ti sussurra all’orecchio di un racconto che ha amato. Infine, Harper Lee mi ha fatto sorridere di complicità quando ha descritto Truman Capote come solo una compagna di giochi poteva fare.

Ogni romanzo ha un sapore, un profumo, una ricetta tra le pagine. Scopritela, cucinatela, assaporatela.

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