Di papà ce n’è uno solo.

Sono una persona banale, mainstream, terra terra: sono rimasta con gioia nella mia città natale, con buona pace di tutti quelli che pensano che sia una scelta rinunciataria e da perdenti, non disdegno panini con hamburger e patatine del fast food per una cena veloce, ho letto tutte le sfumature di grigio presenti in commercio e visto tutti i film con vampiri algidi e lupi mannari nerboruti che si trovino in streaming; mi piace ricevere mimose l’otto marzo, andare a cena fuori per l’anniversario, festeggiare con malcelato entusiasmo San Valentino, la festa della mamma e tutte le altre ricorrenze che fanno storcere il naso alle persone colte e radical chic che mi circondano. Ad esempio, domani sarà la festa del papà, e io, nella mia ovvietà, ho comprato un regalino per mio padre: perché, appunto, sono una persona assolutamente ordinaria, e perché mio padre, che ordinario non è, semplicemente se lo merita.

Per parafrasare il titolo del romanzo di un’autrice a me cara, dove potreste mai trovare un altro padre come il mio? Vi auguro di averne accanto uno anche voi. Vi auguro che sia, appunto, come il mio: comprensivo, facile alla risata, timido con gli sconosciuti e aperto e sincero con le persone vicine. Forte e rassicurante, sicuro di sé, sereno: un perfetto cane alpha della paternità. È, mio padre, la persona più impermeabile all’ansia che io conosca: ha dormito pacificamente il giorno prima di impegni insormontabili, di viaggi rocamboleschi, di interventi rischiosi, per poi cedere alla preoccupazione per motivi sciocchi: sarà il caso di comprare quella macchina fotografica che mi piace, anche se è piuttosto costosa? [comunque sì, era proprio il caso].

Ha un’enorme barba bianca, mio padre: più lunga della sua la aveva solo Ife che, forse per l’omologia di aspetto, riponeva in mio padre una cieca fiducia; ha chiesto di incontrarlo più volte, per parlargli di problemi di salute propri e del mondo, per chiedergli aiuto per Mosca, per mostrargli la vastità della piazza dalla coperta arancione e come stava bene, Ife, con il suo giaccone blu. Era presente, mio padre, il giorno terribile in cui Ife è morto: e anche in molti altri giorni terribili, ma soprattutto in giorni stupendi, e ancor di più in giorni straordinariamente normali: quando ho imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, quando ho preso 10 nella versione di latino, quando sono stata tamponata e l’investitore è scappato, quando ho preparato la crostata con crema e marmellata e per la prima volta non si è attaccata allo stampo. È presente, in maniera costante e poco appariscente, ogni giorno, accanto a chi soffre: lo ha fatto per decenni con i suoi pazienti, continua a farlo con parenti, amici e mariti di colleghe e conoscenti e vicini di casa, quando stanno male o hanno bisogno di un consiglio.

Ama il buon cibo, mio padre: ma ha sempre trangugiato con gioia qualsiasi cosa gli abbia preparato, per ardita e scotta che fosse. Ama il cinema, i gialli, la fotografia, i cani, la montagna, le passeggiate, portare il cane Nando al parco; ama anche i bambini, ma riesce a non farmi pesare la mancata prospettiva di un nipote. Odia, nell’ordine, i fascisti, i prepotenti, i violenti, le verdure, le cene che finiscono senza un dolcetto, i libri che sembrano gialli e poi non lo sono. È sempre stato, per me, un impareggiabile esempio di tolleranza, apertura mentale, capacità di ascolto. È anche un appassionato di turpiloquio e coltiva la suggestiva abitudine di prendere in giro i bambini molto piccoli inventando storie sconclusionate da spacciare per vere. Ha ancora un eskimo, nell’armadio, retaggio degli anni della contestazione giovanile, e idee non meno estreme e rivoluzionarie di quelle.

Probabilmente non leggerà mai questo post: ma se lo facesse arrossirebbe e non direbbe nulla. E io aggiungerei soltanto una parola: auguri.

(Anche) di rapporti tra genitori e figli parla il bellissimo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, che ho finito da poco: e che, davvero merita.

Read More

Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

Read More