Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

Read More

Buoni propositi (di quasi-metà anno).

Ognuno di noi inizia la giornata armato di buoni propositi: non attaccherò più caccole sotto la sedia del capo, ad esempio, o non mangerò più i muffin pera e cioccolato del baretto all’angolo con la scusa che tanto non dimagrisco mai. Uno dei miei ottimi propositi, in questi giorni, è stato quello di darci un taglio con l’acquisto di libri: perché ne ho moltissimi in coda, impilati sul comodino e sul piano dell’armadio e a un angolo della scrivania e sul mobiletto bianco a ruote, ma anche perché mi piace molto leggere col kindle e ho fatto una buona scorta di ebook; la mia intenzione era chiara, inamovibile, granitica: non entrerò in libreria, e se lo farò sarà solo per raccogliere idee, prendere spunti e copiare titoli su un blocchetto ad hoc, per cercarli, poi, nei meandri (legali) della rete, sotto forma di file .mobi.

Ovviamente, la mia decisione si è scontrata contro la proposta, sabato scorso, di un salto alla Feltrinelli: c’era un buono sconto da spendere, il pomeriggio era piovoso e non invogliava alle passeggiate senza meta, e il sorriso disarmante di una persona speciale mi ha spinta a sorridere e dire ma certo, perché no, andiamo. Ho resistito finché ho potuto: il banco con le novità non l’ho neanche guardato, ho accuratamente evitato l’angolo dedicato ai gialli e mi sono tenuta alla larga dal settore sui romanzi stranieri; mentre ciabattavo con decisione verso il piano interrato, zeppo di strumenti musicali dischi cd e altre simili poco invitanti mercanzie, sono inciampata su un espositore messo in un angolo, voltato a faccia al muro. Lui era triste, i suoi libri sembravano scontenti di star messi da parte, la mia anima da crocerossina non ce l’ha fatta: e nel momento in cui ho avuto in mano Bella mia di Donatella Di Pietrantonio, già sapevo che la frittata era fatta. L’ho letto d’un fiato, in ventiquattro ore spaccate: ed era da un po’ che non mi succedeva, dato che sono ormai due settimane che tento di mandar giù L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, che è sicuramente un bel libro, ma in questo momento è un po’ troppo corposo per il mio stomaco. Bella mia, invece, è bello e basta: ha una scrittura particolare, e io in generale non amo le scritture particolari, pirotecniche e rocambolesche: ma questa è delicata e lieve, e riempie tutte le parole di un colore caldo e consolante, dolce. La storia è tragica nel senso più antico e grandioso del termine: c’è una donna morta, un figlio semi-orfano, una famiglia in pezzi, una gemella in preda al senso di colpa. C’è una città, L’Aquila, che appare sullo sfondo, dolente e malandata ma ancora viva. E c’è la quotidianità del dopo-terremoto: gli alloggi temporanei, le scosse di assestamento, la convivenza forzata con persone che non sempre ci piacciono; c’è anche un amore, in Bella mia: e poteva venir fuori, scontato e banalotto, ma invece si inerpica tra le pagine e riesce a lasciare con un palmo di naso anche me che già sbuffavo piano. È proprio un bel romanzo: consistente al punto giusto, fresco in gola come un bel bicchiere di menta; ed è molto molto brava, l’autrice, a tenersi sempre un passo indietro, in modo da non rischiare mai di scadere nella retorica, nel lacrimevole fine a se stesso. Lo consiglio, questo bel candidato al premio Strega: e spero che arrivi secondo, proprio allo Strega, ma solo perché al primo posto vorrei il mio amato Francesco Piccolo.


Infine, in questi giorni di tempo un po’ uggioso e di raffredore-non-conclamato, cosa c’è di meglio, a merenda, di una tazza di the caldo con un cornetto? Comprato, sì, di quelli incellophanati che si prendono al supermercato: ma, sventrato con un coltello e imbottito con un po’ di buon cioccolato spezzettato e poi passato per un paio di minuti in forno, è proprio quello che ci vuole.

Read More