Amiche.

Non ho molti amici; ho un solo amico, che stimo talmente da proporlo come prototipo dell’eccezione-che-conferma-la-regola quando si tratta di maschi stronzi, e una fazzolettata di amiche: un gruppo sparuto che comprende conoscenze adolescenziali, reminiscenze universitarie, furti con destrezza dal novero di amicizie altrui, regali inaspettati offerti dalla rete. Sono, queste amiche, spesso alle prese con i propri fatti: perché stanno cambiando casa, iniziando un nuovo lavoro, trascorrendo i fine settimana in ufficio per gli straordinari, accudendo neonati o cani o gatti. Qualcuna è molto impegnata, qualcun’altra ha voglia di chiacchierare un po’, di fare una passeggiata, di mandarmi un paio di foto su WhatsApp a cui risponderò con cuoricini e faccine stupite e bacini con lo schiocco. Qualcuna ha attraversato un brutto momento, qualcun’altra lo sta attraversando ora.

Quando un’amica soffre, mi sento straordinariamente impotente. Non credo nei consigli: dire se fossi in te farei così non mi appartiene. Posso provare ad ascoltare: ma non sempre l’amica che soffre ha voglia di parlare. A volte ha voglia di stare sola: e là mi confondo, io che invece quando ho problemi non faccio che parlare e parlare con le mie amiche, mi confondo e mi sento in difetto – forse non vuole parlare perché io non ascolto bene, forse non vuole parlare perché qualcuno ascolta meglio di me -, provo fastidio e disagio, mi sforzo di tacere e lo faccio scrivendo sedici messaggi in cui dico non preoccuparti, quando vorrai parleremo, e così forzo il suo silenzio e mi chiedo perché si esasperi, mi ha chiesto di non parlare e non sto parlando, i messaggi mica valgono. A volte, l’amica che soffre non mi spiega neanche cosa è successo: non risponde al telefono, visualizza i miei messaggi sui social e non scrive una sillaba, lascia in bacheca frasi misteriose che si prestano a varie e multiformi spiegazioni: starà male? Avrà deciso di trasferirsi in Indonesia? Non vorrà parlarmi mai più? A volte, l’amica che soffre sembra arrabbiata: con me, con se stessa, con altri. È brusca, è scostante, tende a cercare motivi per litigare; rilegge i testi dei messaggi cercando elementi da usare contro di me, si offende per presunte colpe che non penso di avere, non mi spiega perché si è offesa con me, confondendomi ed esasperandomi. A volte, invece, l’amica che soffre mi dice che non ho capito: lei non soffre affatto, sta benissimo, sono io che esagero; sembra che sia pentita di avermi fatto intendere che qualcosa non va: e io, allora, sorrido e dico va bene, sono contenta, ma in realtà sono un po’ preoccupata. Infine, a volte l’amica che soffre ha voglia di passare solo del tempo insieme, parlando del più e del meno, scherzando, rilassandoci: ed ecco, sono contenta, anche se poi mi chiederò se ho parlato troppo, se sono stata fastidiosa, se era meglio che tacessi un po’, se avrei dovuto offrire tè e biscotti invece che birra e noccioline oppure torta di mele invece che pizza a domicilio: ma intanto, pace, è andata così.

Questo post è dedicato alle mie (poche ma buone) amiche: perché sorridano molto, ogni giorno.

Sono nel bel mezzo di “Prendimi” di Lisa Gardner: è un bel giallo complesso, ha un sacco di ritmo, non fa neanche paura. Leggetelo.

Read More

Non ho mai.

Visto Rocky per intero: ma Rocky 1, proprio quello degli anni Settanta, con Stallone che grida Adrianaaa! e Apollo Creed lucido di sudore e le tartarughe nell’acquario e i quarti di bue appesi nella cella frigo e Philadelphia gelida e nebbiosa all’alba, perché un grosso stralcio l’ho visto ieri per la prima volta ma non sono ancora arrivata alla fine e quindi non so se Rocky vince o perde e se Adriana gli vuole bene davvero o magari ci ripensa e resta a casa con quel buzzurro di suo fratello.

Mangiato una brioche col gelato, di quelle che a Palermo tutti mandano giù senza soluzione di continuità da marzo a novembre: ampollosa e traboccante, piena di gelato al cioccolato e nocciola e kinder pinguì e ovomaltina, che a me sembra spungosa e umidiccia e viscida, vagamente appiccicosa e gocciolante.

Confezionato una teglia di anelletti al forno alla palermitana: dato che nella mia famiglia nessuno li ha mai preparati e io non li ho mai neanche assaggiati, perché gli anelletti non si possono mangiare in una tavola calda o al bar o al ristorante, ma solo a casa, meglio se cucinati da un genitore amorevole o da un nonno con buona manualità e giusto tempo libero, ancor meglio se il giorno dopo, riscaldati in forno e sufficientemente incastagnati.

Letto Cime tempestose, o Orgoglio e pregiudizio, o Guerra e pace o Cuore o Madame Bovary: non ne ho sentito la necessità e non ho neanche mai tentato un approccio soft, un paio di pagine la sera prima di dormire, un capitolo al mattino sorseggiando il tè. Mi sono beata di libri più o meno leggeri, più o meno melensi o spaventosi o scorrevoli o farraginosi, ma i cosiddetti grandi classici, ecco, sono riusciti a trasmettermi noia prima ancora che li aprissi. Anche il tentativo di aggirare l’ostacolo con gli audiolibri si è miseramente incagliato sul fondo: Cristo si è fermato a Eboli e io mi sono fermata a meno della metà del romanzo, vinta dall’invincibile tedio della storia.

Rubato un oggetto in un negozio: ma ho tirato via molti rametti e tralci da piante più o meno grasse da aiuole e graste sui marciapiedi, e ne ho riempito vasi e vasetti, e adesso il nostro balcone trabocca di succulente ricadenti e fogliute, povere e trasandate e rassicuranti e modeste, invadenti, infestanti, onnnipresenti.

La mia inusitata passione per Emmanuel Carrère non sembra placarsi: ho letto con ammirazione e vivo piacere Vite che non sono la mia, un libro intenso e scritto con cristallina, algida perfezione. Due Juliette – una bambina morta per lo tsunami del 2004 e la cognata dell’autore, malata di cancro – divengono il pretesto per narrare la vita delle persone che hanno vissuto al loro fianco: parenti, amici, genitori, fratelli, raccontati con lucidità e affetto, curiosità e pietà, rispetto e costernazione. Un libro completo, che riesce a schivare il rischio di scadere nel patetico. Davvero, davvero, davvero bello.

Read More

Disabile a chi?

Da quando sono nata, ho a che fare con la disabilità; non ne faccio un vanto né una missione, né lo considero un argomento di conversazione particolarmente brillante o necessario, o un vessillo da appuntare sulla prora della mia vita: infatti, delle persone che abitualmente mi sono intorno, solo una minima percentuale ne è a conoscenza. Proprio a causa di questa lunga e costante frequentazione con la disabilità, tendo a notarla poco o per niente, e a privarla dell’assurda aura di sacralità che di solito la investe. Non trovo niente di strano nel fare una battuta che prenda in giro un disabile, né nel chiamare ‘carrozzato’ qualcuno che viva su una sedia a rotelle: nella stessa misura in cui Ife era per me un barbonchio, e non un senzatetto o senza dimora o come diamine il politicamente corretto ci abbia chiesto di dire. Non penso che trattare un disabile con pietismo o con atteggiamento da genitore compassionevole abbia alcun senso: o meglio, penso che se fossi io la disabile e qualcuno lo facesse con me, diverrei una belva.
Sono una grande appassionata di sport: in questo momento sono in corso le Paralimpiadi a Rio e, come e quando posso, le sbircio. Come sempre, la scherma e il nuoto e il ciclismo mi annoiano molto, quindi cerco di incrociare qualche gara di atletica o qualche sessione di tiro con l’arco, oltre al mio amato sollevamento pesi. Ho visto atleti bravissimi: grande tattica nella finale di pallacanestro femminile, rapidità e precisione nelle eliminatorie del salto in lungo, straordinaria forza e tecnica nella gara di sollevamento pesi. Ho visto allenatori incoraggianti o rigidi e inflessibili, travolgenti scene di gioia da parte dei vincitori, lacrime di rabbia e sconforto e frustrazione versate da chi è rimasto fuori dal podio. Ho visto, poi, i commenti sui social: tutti ugualmente roboanti e altisonanti, a lode della grandezza morale e del grande esempio umano dato dagli atleti paralimpici. Mi sono cadute le braccia: ma come, questi ragazzi si spaccano il culo dalla mattina alla sera per salire su un podio olimpico e voi lodate i loro valori morali? Vorrei leggere parole di ammirazione per i bicipiti d’acciaio di Alex Zanardi, e non per il suo atteggiamento o il suo coraggio; vorrei che qualcuno che ne capisce di scherma mi dicesse che Bebe Vio ha sferrato la sua stoccata con rapidità e grande prontezza di riflessi, piuttosto che commentare il suo sorriso o la sua grande forza interiore. Vorrei che fossero trattati da atleti quali sono, e non da disabili: categoria da mischiniare e a cui rivolgere uno sguardo benevolo venato di sottile, disgustosa superiorità; vorrei che si smettesse di paragonare gli atleti paralimpici ai calciatori vantandone la superiorità morale, che la si piantasse di acclamarli come ‘gli unici che possono salvare l’Italia’ e di proporli a cariche politiche o istituzionali. Che si avesse per loro il rispetto di vederli nella loro interezza, con pregi e difetti, sottolineando gli eventuali errori, spronandoli a lavorare sui propri punti deboli. Che smettessero di essere visti solo come dei malati, e iniziassero a essere delle persone.
Continuo a essere impantanata nel sadismo di “Dobbiamo trovarla” di Lisa Gardner; mi sta spaventando molto, piacendo moderatamente, cominciando un poco ad annoiare.

Read More

Della ztl, del traffico a Palermo, del tram, ovvero hai voluto vivere in periferia? Ora pedala!

Delle mie solite cinque lettrici, due non vivono a Palermo e una ci torna solo saltuariamente: mi scuso con loro, perché probabilmente questo post le annoierà; ma io abito qui da quando sono nata, e per ora non c’è luogo – banchetto di stigghiole, antibagno di ristorante, fila alla posta – in cui si parli di altro che del tram, della ztl, dei pass, dei nuovi percorsi dei bus. E io, schiumante rabbia, non posso esimermi dall’esprimere il mio ininfluente punto di vista.

Abito qui, dicevo, da quando sono nata; ho sempre vissuto in periferia: fino a un anno e mezzo fa, abitavo in un piccolo condominio al confine tra i quartieri Cruillas e Uditore; una zona residenziale, borghesuccia, di impiegati del catasto, bar per operai in pausa pranzo, mercerie zeppe di rocchetti di filo e lunghi viali alberati. Quando ho cambiato casa, mi sono trasferita a 800 metri da qui: di fatto cambiando quartiere, ma ritrovandomi sempre in mezzo ad automobili sfreccianti, larghe aiuole che canenando disprezza, pizzerie da asporto. È stata una mia scelta, non lo nego: avrei potuto, se avessi voluto, trasferirmi in pieno centro, nelle stradine tortuose e col basolato sconnesso in cui lavoro; ho deciso di non farlo: per mille motivi, più o meno personali, ma che non sfidano il codice penale, e per i quali non vedo perché dovrei essere penalizzata.

A Palermo i mezzi pubblici sono sempre stati poco fruibili: gli autobus sono pochi e le linee servono bene solo le zone ricche-e-centrali; non esiste una vera metropolitana, ma ci sono otto fermate raggiunte dal treno ogni mezz’ora. Esatto, ogni mezz’ora. Da pochi giorni, poi, c’è il tram: pomposamente denominato Genio, che segue quattro linee, di cui una dislocata nella periferia opposta a quella dove abito, e due il cui percorso, tolte due fermate, coincide. Vista, quindi, la straordinaria quantità e modernità di mezzi pubblici, il Comune ha previsto di costituire la zona a traffico limitato più grande d’Europa: un immenso quadrilatero, comprendente non solo il centro storico, per varcare il quale bisognerà pagare. Si ipotizza che il costo del pass ammonterà a 100 euro per chi, buzzurro di periferia, ha la pessima idea di voler andare in centro a lavorare o, perché no, mangiare un panepanelle con la sua bella, di sabato sera. Per gli abitanti del centro il pass avrà un prezzo più ragionevole, e le zone blu saranno gratuite; si potrà anche scegliere di non pagare, e quindi di non andare mai più in centro in auto: che sicuramente è una scelta perseguibile per chi, come me, vive a otto chilometri di strada dall’ufficio. Potrei andare in bici, per esempio, con buona pace del mio colesterolo: avrei splendidi quadricipiti tonici, glutei da urlo, e dovrei lasciare in casa editrice un accappatoio per fare una bella doccia appena arrivata, ma tant’è, il capo è una persona di cuore e probabilmente non avrebbe molto da ridire. Oppure potrei andare al lavoro in autobus: dovrei fare un tratto in macchina – ma si sa, noi della periferia siamo di bocca buona, quindi il problema smog non ci tocca: altrimenti perché non disincentivare l’uso delle auto anche qui? – e poi proseguire con i mezzi pubblici, cambiando a metà strada e facendo una ventina di minuti a piedi, che sotto la pioggia è un piacere. Oppure potrei prendere il tram, anche se alla fermata, che dista molto da casa mia, non c’è parcheggio; dovrei quindi prendere la macchina, trovare posto, prendere un tram, poi il treno-metropolitana – sì, quello che passa ogni mezz’ora, da orario fornito dal gestore – e poi fare i venti minuti a piedi di cui sopra. Potrei chiedere al capo di farmi lavorare da casa, oppure potrei affittare un piccolo aereo privato e farmi paracadutare sul tetto della chiesa di San Francesco d’Assisi. Oppure potrei licenziarmi e rimanere in buon ordine in periferia, come comunque dovrei fare la sera, che non se ne parla proprio di aspettare un treno per mezz’ora alla stazione, di notte, col panepanelle nella pancia. In fondo, il piano-traffico di Palermo è chiaro: ognuno stia nella sua zona e non disturbi, che questa cosa che l’operaio vuole il figlio dottore è da sempre uno scempio.

Inizio il nuovo anno con Vish Puri e il caso della domestica scomparsa di Tarquin Hall, che ho ricevuto per Natale. Sono alle primissime pagine ma sembra simpatico.

Read More

Tipi da social network.

Quelli che gli animali sono molto meglio delle persone, la vera bestia è l’uomo.
Quelli che a voi interessa solo degli animali, dovreste pensare anche ai bambini che soffrono.
Quelli che c’è un cagnolino ferito in via Roma, passavo di corsa e non potevo prenderlo, ne ho già ventitré a casa e mio figlio è allergico, correteeee.
Quelli che meglio in strada che in canile, una vita chiuso in gabbia.
Quelli che meglio in canile che in strada, almeno è al sicuro.
Quelli che comunque il canile è chiuso, se lo vuoi aiutare portatelo a casa o non rompere più.

Quelli che io non mangio cadaveri come fate voi.
Quelli che io odio i vegetariani, sono la mia ossessione.

Quelli che e i marò?
Quelli che e le foibe?

Quelli che ho visto la foto di un signore che chiedeva l’elemosina, poverino, ora gli mando qualcosa.
Quelli che dargli qualcosa non serve, meglio dare i soldi a qualche associazione.
Quelli che io non mi fido delle associazioni e se li do al tizio che chiede l’elemosina chissà come li usa, me li tengo e basta.

Quelli che io gli zingari li odio, al rogo!
Quelli che io i pedofili e gli stupratori li odio, al rogo!
Quelli che nella giustizia non ci credo, meglio farsela da soli, tanto stanno qualche giorno in galera e poi sono di nuovo per strada.

Quelli che non ho soldi da spendere ma ho l’iPhone.
Quelli che mi lamento delle mie tristi condizioni economiche e poi posto le mie foto di ogni angolo del mondo.

Quelli che io ho allattato mio figlio fino ai sette anni.
Quelli che la coppia mina l’autostima dei figli, noi abbiamo optato per il letto di famiglia e dormiamo in sei stretti stretti.
Quelli che io i miei figli li educherò in casa, altro che scuole, chissà che gli inculcano.
Quelli che nella scuola di mio figlio insegnano il gender e vogliono spiegare ai bambini di sei anni come ci si masturba.

Quelli che no dai il gender no, non ci credo, ma comunque se nella scuola di Gianmaria arriva un maestro frocio lo prendo a legnate.

Quelli che adesso fotografo e condivido i miei piedi, ogni piatto che ho mangiato comprese le stelline col dado, ogni tramonto o nuvola o evento atmosferico.
Quelli che io odio le foto.

Quelli che mi sono fissato su un argomento e ne parlo tutto il tempo anche a sproposito e mi arrabbio moltissimo se gli altri non mi seguono nella mia ossessione.
Quelli che non mi interessa niente che non sia il mio piccolo pezzo di mondo, q
uindi parlo solo di quello che mi riguarda in prima persona.

Quelli che sono un gran critico letterario e uso ogni gruppo in cui si parla di libri per piazzare interminabili recensioni.
Quelli che questo libro è bellissimo.
Quelli che ma perché è bellissimo, di che parla?
Quelli che è bellissimo, ecco.

Quelli che odio tutti, sono tutti degli schifosi, solo io so come far girare il mondo.
Quelli che so di non fare schifo ma lo scrivo in bacheca così una folla di persone si precipiterà a consolarmi.

È estate, c’è davvero caldo, io continuo a leggere La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno che finalmente sta prendendo quota e sembra molto bello. C’è troppo caldo per mangiare, per cucinare, per parlare di cibo: insalata di pasta con pomodorini, tonno e olive e una generosa manciata di basilico è la soluzione.

Read More

Della stupidità, dell’adolescenza, del sentirsi diversi.

Sono stata adolescente, non troppo tempo fa. Facevo cose stupide o insulse, pensavo di essere molto intelligente, molto triste, molto sola; ero convinta che la vita, fuori dalla scuola, non avesse senso, tanto che immaginavo di fare l’insegnante, per tornare al liceo prima possibile. Studiavo, leggevo, a volte andavo a pattinare, il venerdì sera stavo a casa perché il giorno dopo c’era lezione, e il sabato era il momento fondamentale della settimana. Sono andata più volte in viaggio d’istruzione: in Campania, alle scuole medie, e poi in Grecia e in Spagna. Del primo viaggio ricordo bungalow umidi, un poster con un’immagine soft-porno nella stanza che dividevo con due compagne, file interminabili ai telefoni pubblici e molta pioggia. Della Grecia, invece, mi sono rimaste immagini sconnesse di moltissime ore in pullman, pasti di pessima qualità e l’istmo di Corinto; della Spagna, solo la maestosa bellezza di Mirò. Mi ricordo molti pianti, molte recriminazioni, molti litigi, discorsi complessi, equilibri delicati: tutto quello che è parte essenziale dell’adolescenza. Da alunna ho amato i viaggi d’istruzione, da adulta penso che non accompagnerei mai un pugno di studenti in gita.

Di solito non sono una lettrice attenta della cronaca spicciola: non mi beo di dettagli trucidi né mi scervello sugli autori di delitti e rapine; non mi interessano i meccanismi perversi né i particolari strappalacrime, reputo un’inutile perversione venire a sapere quali fossero le ultime parole del giovane scomparso in un incidente o la felpa preferita del bambino rapito dall’insospettabile vicino di casa. Ho letto con sgomento, però, la notizia del ragazzo morto durante una gita scolastica; non lo conoscevo, è ovvio, e non so nulla – spero di non saperlo mai – del dolore della sua famiglia. Non so cosa sia successo, né perché: se la causa della sua morte sia imputabile a una fatalità o a un gesto volontario, proprio o altrui. So solo quello che i giornali riportano: e so di uno scherzo, che ha avuto o meno a che fare con la sua orrenda scomparsa, ma che mi ha atterrita. Lassativo in una bibita, i bagni chiusi: davvero uno scherzo divertente, non c’è che dire. Un gesto costruito, meditato: quale ragazzo porta con sé farmaci lassativi, per una gita di qualche giorno? Un atto di crudele idiozia, di avvilente retaggio fascista: come non ridere, vedendo un amico, qualcuno che condivide con noi molte ore al giorno, cagarsi addosso davanti a tutti? Cosa ci può essere di più esilarante di percepire il disagio altrui, toccare con mano la sua disperazione, vederlo correre e tentare di abbassare una maniglia dopo l’altra? Cosa può uccidere – moralmente, psicologicamente – un ragazzo di diciannove anni più che l’umiliazione, inflitta da persone fidate, davanti a una pletora di studenti? Non so se questo c’entri con la sua morte: ma c’entra con la stupidità che solo un branco di adolescenti può avere. La voglia di ferire, il desiderio di decidere chi è dentro e chi fuori, la scelta di non intervenire vedendo gli altri fare la cosa sbagliata. Gli adolescenti sono stupidi e infelici: ma alcuni sono molto più stupidi di altri e, per colpa loro, altri sono molto più infelici.

Quando ero un’adolescente infelice, i libri mi hanno aiutata moltissimo. Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Natalia Ginzburg, Isabel Allende: non gliene sarò mai abbastanza grata.

Read More

In silenzio.

Per scrivere – per scrivere qualunque cosa, anche un insulso post in un blog – servono una serie di cose. Prima di tutto, serve qualcosa da scrivere: un’idea, un avvenimento degno di essere raccontato, una domanda a cui non si trova risposta; poi, serve saper scrivere: non solo conoscere l’ortografia e la sintassi, ma avere uno stile, una lingua, metafore ben calibrate da sfoggiare, aggettivi avverbi sostantivi congiunzioni che ci calzino a pennello. Serve anche qualcuno che legga: perché è inutile prendersi in giro, se non volessimo avere dei lettori ci limiteremmo a scarabocchiare su un’agenda o a raccogliere immagini sullo scontrino di non so che. E io, oggi, non ho nulla di tutto questo: non ho niente di cui scrivere, non ho una voce che senta mia, non ho qualcuno a cui desideri far leggere i miei pensieri. Per questo, è meglio tacere: a volte il silenzio è una scelta da non sottovalutare.

In silenzio è difficile ferire qualcun altro – difficile, non impossibile, perché a volte una parola non detta scava un vuoto più di una urlata con stizza; in silenzio è difficile essere accusati di qualcosa: se non di scarso interesse o menefreghismo, peccati veniali se confrontati con molti altri, ira superbia avarizia lussuria, voglia di litigare, intrinseca e congenita capacità di rendersi insopportabili; in silenzio è più facile pensare: e trarre bilanci, e comprendere che forse si è compiuto un errore di troppo, o forse ci è stato solo attribuito, chissà; in silenzio si può lavorare, disegnare, cucinare, mangiare. Non si può amare, in silenzio, né ridere né leggere né essere incoscientemente felici, ma va bene così, non si può avere tutto.

Il silenzio può essere un rifugio, una sfida, un’arma, il risultato di una scelta altrui; si può scegliere di viverlo con la calma e la serenità che merita, o con il fastidio e la frustrazione congeniti nella mancanza di comunicazione; in maniera fluida, multiforme e varia: come una risorsa o una condanna, un delitto o una pena.

Un libro che parla (anche) di silenzio è Io viaggio da sola di Maria Perosino: sorta di manuale per donne che viaggiano – da sole, ma anche in compagnia, va detto. A qualcuno, sul web, è piaciuto moltissimo, altri lo hanno trovato insulso e malinconico; io sono a metà, e mi riservo di non esprimere un giudizio definitivo: alterna pagine piacevoli ad altre decisamente scontate. Spero che non mi deluda, ma non ci conto troppo.

Read More

I libri che (non) ho letto.

Tra i luoghi virtuali che frequento, Twitter è uno dei più simpatici: non ci sono le baruffe ormai stantie dei gruppi di Facebook, e su Anobii, forse a causa di un deodorante sbagliato, nessuno vuole scambiare libri con me. Su Twitter puoi scrivere le tue sciocchezze in pace, e se tagghi qualcuno, fosse anche Eugenio Scalfari, esiste la possibilità di un retweet, con annesso fugace momento di celebrità. Una delle cose che mi divertono di più, sul social network da 140 battute, è la possibilità di captare “tendenze” gradevoli: come se, orecchiando una conversazione sull’autobus, avessimo l’opportunità di essere coinvolti in una discussione spiritosa e frizzante su un argomento che ci sta a cuore. Ieri notte, mentre languivo zampe in su sul mio letto, preda di un furioso mal di testa, mi sono messa a spippolare oziosamente col mio smartphone redivivo; tra una partita a Ruzzle – vergognosamente toppata – e l’altra, ho leggiucchiato qualcosa su Twitter: e bam! mi sono imbattuta nell’ashtag #mailetto. Sorvolo sul fatto che, preda del sonno e del dolore al capo, avessi equivocato l’argomento della discussione – pensavo si parlasse di piccoli graziosi suini -: ma, una volta comprese le coordinate, ho ridacchiato e riflettuto su quanto ognuno di noi parli, ovviamente, di ciò che ha letto (o fatto, o pensato) e su quanto taccia su ciò che non ha letto (o non fatto, o non pensato). Quanti libri non ho letto? Milioni, è chiaro. Ma quanti libri ho affrontato, finendo poi col fuggire a gambe levate? E quanti ho scartato a priori? Quanto si può sapere, di una persona, parlando di ciò che non ha scelto, di ciò che non ha voluto o saputo affrontare? Quanto sono importanti, per sapere davvero chi sono io, i libri-che-non-ho-letto?

Quando penso ai libri-che-non-ho-letto, il primo che mi viene in mente è I fratelli Karamazov. Partita già sconfitta – un mantra nella mia testa diceva è lunghissimo, non ce la farai mai – ho lottato strenuamente per un paio di mesi, poi ho ceduto le armi: non saprò mai cosa sia successo alla famiglia Karamazov, li ho lasciati che discutevano animatamente in un giardino e per me sono ancora lì, impegnati a rinfacciarsi mancanze che non ho neanche compreso quali siano.

Ci sono autori che ho amato, ma di cui non sono riuscita a leggere alcuni titoli: Inganno e Pastorale americana di Philip Roth continuano a stimolare il mio senso di colpa, ma proprio non riesco a superare lo scoglio delle 50 pagine; non parliamo di Viaggio in Portogallo di Saramago: autore amatissimo, Paese amatissimo, libro indigesto per il mio stomaco. Il mio ultimo fallimento è stato con I detective selvaggi di Bolaño: dopo mesi di tentativi, ho dovuto dichiarare alla collega che me lo aveva prestato che no, mi spiace, non è un’impresa alla mia portata. Ci sono poi, i libri-che-non-ho-mai-letto di autori che non mi attirano per nulla: bypassando i Fabii Voli e simili, posso dire di non aver mai letto un libro di Böll, di Gunther Grass, di Steinbeck, di Flaubert.

Ma, si sa: troppi libri, troppo poco tempo. Quindi, pace: continuo a leggere il bellissimo Nati due volte di Giuseppe Pontiggia (grazie a Chiara che me lo ha regalato e a Paolo che me lo ha consigliato), e i libri-che-non-ho-letto faranno pure a meno di me.

Read More

Regali di compleanno (uno solo basterà).

Una sfera di cristallo, in cui vedere non il mio futuro, ma solo una sfumatura azzurrata di destino: se sorriderò, tra trent’anni o quaranta, se avrò avuto ragione, se starò rimettendo insieme i cocci, se ci sarò ancora. Molti libri da leggere, tutti accompagnati da apposita etichetta “letto per te – zero paura”. Una canzone che mi faccia battere forte il cuore senza commuovermi né intristirmi.

Un abito che non mi faccia sentire inadeguata. Una gonna da indossare senza sentire commenti. Un paio di jeans che mi sostengano e proteggano, ruvidi come un abbraccio. Il sorriso sdentato del nonno, quando dice “ti voglio bene assaje”. Il nonno che si ricorda che gli auguri li deve fare a me, e io sono sua nipote, non sua cognata né la figlia dei vicini della casa di villeggiatura.

Il semi-labrador ancora una volta al mio fianco, anche se solo per mezz’ora: una passeggiata, una corsetta, un paio di pipì in giro e basta. Ife che mi viene incontro, e si liscia i capelli, e mi chiama per nome, una volta: ma va bene anche “signorina”, o anche solo “saluta mamma”, se è per questo.

Una giornata intera senza sensi di colpa. Un sundae al cioccolato grande come un mastello da bucato. Avere ancora sedici anni e andare a pattinare al Giardino Inglese. La nonna che mi telefona per sapere come sto.

Andare al cinema e non trovare fila. Poter bere molti bicchieri di estathè di seguito. Un’intera settimana senza mal di testa. Il posteggiatore vicino all’ufficio che non mi chiede ogni giorno la solita monetina.

Ritrovare su Facebook un vecchio amico. Qualcuno che, a distanza di quattro anni, dica “hai ragione, ho sbagliato”, o almeno “abbiamo sbagliato entrambi”, piuttosto che “hai avuto torto tu”.

Un regalo inaspettato: un braccialetto col mio nome, qualcosa costruita col cuore, una pianta colore del sole, un pensiero scelto perché mi piaccia. Qualche amico che non accampi scuse, che non abbia sempre troppo da fare. Qualcuno che mi chieda se sto bene, guardandomi negli occhi, e che ascolti la risposta, e che mi metta una mano sulla spalla e mi dica che andrà tutto bene.

Occhi che non si stanchino mai di leggere. Piedi che non dolgano, neanche durante le passeggiate più lunghe. Non aver paura di tutto. Mani che non sudino e non mi mettano in imbarazzo, sguardo a terra e “scusa, preferisco salutarti da qui”.

Un libro scritto da Natalia Ginzburg, solo per me. Una nuova serie di E.R., con Carter che sorride e non piagnucola e Green redivivo. Pensieri gioiosi, o zero pensieri del tutto. Svegliarmi col cuore che non galoppa.

Non essere in ritardo. Il vicino partigiano che mi riconosce e non mi dice “cosa vuoi da me?”. Una mostra di quadri di Mirò, solo per me. Un sogno che mi lasci un sapore dolce in bocca per l’intera giornata. Trangugiare patatine fritte senza sporcarmi le dita di olio.

Essere fiera di me. Un’intera giornata senza piangere. Sentirmi, anche solo per mezz’ora, felice.

Read More

C’è una prima volta per tutto.

Mio nonno, non-più-ottuagenario ormai da un bel po’, inizia ad avere problemi con l’esame di realtà. Dopo giorni in cui chiamava chiedendosi cosa mai ci facesse in banca alle sei del mattino – era, in realtà, nella sua camera da letto – o quale fosse la parte del corpo che si stacca e si riattacca senza problemi, ieri ha comunicato che no, non aveva più intenzione di alzarsi dal letto: era stanco e scocciato, aveva mal di schiena e la sua decisione era irrevocabile. Ho impugnato le mie armi migliori – citazioni evangeliche, sorriso disarmante, gelato al cioccolato e mio padre, che il nonno teme e rispetta e ama più di qualsiasi altro – e ho affrontato l’impresa: convincerlo ad uscire di casa. Quando sono arrivata, l’anziano parente era dove aveva promesso: tra tre guanciali, con gli occhi fissi alla tv e la bocca impiastricciata di dolciumi. Indossava il pigiama, aveva la barba lunga e, prima ancora che potessi invocare la sua devozione per la Signore del Rosario di Pompei – nonno, lo sai, la Madonna ci resta male se stai a letto – stava già salmodiando nonononono. C’è voluta mezz’ora di suppliche alternate a frasi ferme e decise, ma alla fine la parola magica – mettiti i jeans! – è stata trovata. Dopo altri veni minuti e una faticosa discesa dei quattro scalini della portineria eravamo giù, sorridenti e di buon umore, pronti per il barbiere. Mentre lui veniva tosato e profumato, sono rimasta seduta su una seggiolina dall’imbottitura marrone, a guardami intorno; stupito della mia curiosità – tagliate anche i peli del naso e delle orecchie? Oooh, anche le sopracciglia?! – il barbiere mi ha chiesto se fossi mai stata in una sala da barba, in passato: e la risposta, chiaramente, è stata che no, non mi era mai capitato, grazie. Ma c’è sempre una prima volta: e quindi ho curiosato divertita tra pennelli e lamette, per la perplessità degli uomini che roteavano sulle altre sedie.
Finita la visita, il burbero vecchietto mi ha comprato un regalo anticipato per il compleanno – L’ultima scommessa di Gian Mauro Costa – e si è lasciato offrire l’ennesimo gelato: una coppetta nocciola e cioccolato che mi ha offerto, per poi richiederla indietro dopo pochi minuti, ché tanto se la portiamo a casa la possiamo mettere in freezer, no? Dopo quasi due ore in giro per il quartiere, abbiamo riaffrontato la breve rampa di scale: di nuovo a casa sua, il nonno ha recuperato il suo consueto malumore, ma ha acconsentito a regalarmi un vecchio mazzo di carte, quello delle napoletane con cui facevo i solitari, la sera, insieme alla nonna, più o meno vent’anni fa. Quando l’ho salutato, mi ha ringraziata: Maru’, sono stato contento, mi hai fatto proprio ‘nu bellu regalo. No, nonno, il bel regalo lo hai fatto tu a me: e non so se capiterà ancora di uscire insieme, e suppongo che difficilmente mi capiterà un’altra volta di andare dal barbiere, ma questo pomeriggio insieme entrerà di prepotenza nella mia personale classifica dei momenti felici.
Ho comprato, appena uscito, La piramide di fango di Andrea Camilleri: perché è un periodo in cui leggere mi costa fatica, e avevo bisogno di un libro rassicurante, che suonasse alle mie orecchie come la voce di un vecchio amico. Lo sto finendo, e non è affatto male, anzi.

Read More