L’estate (è quasi finita).

I negozi ancora chiusi, ma che riapriranno a breve.

Gli amici che sono andati via, o che andranno via a breve, e la tristezza nel pensare che chissà quando ci rivedremo di nuovo.

Gli abbracci molto forti agli amici, quando stanno andando via.

Gli amici che non abbiamo visto, perché sono venuti a Palermo e non ci hanno avvertito, forse si sono scordati o forse non ne avevano voglia o forse chissacciu pensavano che avremmo dovuto sapere noi quando sarebbero venuti: ma comunque pace, va bene così.

Il ritorno in ufficio, la noia, il caldo, i ventilatori, le millemila email arretrate. Capo che mi saluta contento e mi abbraccia perché non ci vediamo da tre settimane e ha dimenticato quanto posso essere noiosa e assillante. Colleganuova che mi offre il suo aiuto e un po’ di chiacchiere e il primo caffè del rientro. Autricedelcuore che mi chiama il secondo giorno di lavoro dicendo che non mi ha chiamata il giorno prima perché non voleva stressarmi subito, e io le voglio bene anche per questo.

I baristi che ci accolgono festanti alla prima pausa-caffè del rientro, e ricordano ancora come vogliamo il caffè, che io lo voglio macchiato e colleganuova lo vuole con il latte di soja. Il barista che continua a fare la battuta “un macchiato con latte di sogliola” e ride molto. Io che continuo a ridere a questa battuta solo per fargli piacere, ma mi viene fuori un eh eh poco credibile.

L’ansia del rientro al lavoro.

La stanchezza del rientro al lavoro.

Assillare amicastorica con tredicimila vocali perché sono stanca e in ansia per il rientro al lavoro.

Ale che mi manda un messaggio per dirmi che mi pensa perché sa che sono in ansia per il rientro al lavoro.

Mohamed che mi chiama e si stupisce moltissimo che io sia al lavoro, e mi chiede come mai sono già rientrata, non era meglio se stavi ancora un poco in ferie?

Il posto per la macchina sotto casa che già non si trova più.

Il posto per la macchina sotto l’ufficio che si trova ancora, ma solo se arrivo presto.

Il tramonto alle otto di sera.

Andare via da Mohamed quando è buio.

Le previsioni che annunciano pioggia, e invece c’è molta afa e mi piacerebbe che piovesse, ma poi penso che Mohamed sta in mezzo alla strada e che se piovesse il suo letto si bagnerebbe e anche il cibo dei gatti e la radio e il caricabatterie e il tabacco si bagnerebbero e allora non voglio più che piova, e vorrei solo che ci fosse meno caldo.

Mettere ancora gli occhiali da sole per andare a lavoro, anche se non c’è più così tanta luce la mattina.

Il profumo dolcissimo estenuante dei gelsomini e delle pomelie.

La pizza di Peco’s mangiata ai tavolini di Peco’s sul marciapiede, ché loro non chiudono mai.

Dormire sotto il lenzuolo.

Il centro commerciale pieno il sabato pomeriggio.

Gli zainetti e i pacchi di quadernoni e le penne in esposizione al supermercato, dove fino a una settimana fa c’erano palette e secchielli e formine e fenicotteri gonfiabili. I solari e i doposole e gli antizanzare in sconto. Le seggioline da spiaggia esposte nell’ultimo corridoio in fondo, no signora c’è solo in questo colore, sono terminate.

La zucchina lunga che già qualche fruttivendolo non ha più.

Mancano 115 giorni al Natale.

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Quando c’è caldo (a Palermo).

È stato un interminabile inverno, ventoso e umido e bigio, che spingeva alla lagna e all’indolenza – non possiamo uscire a fare la spesa, piove!, ordiniamo pizza e pollo arrosto e mangiamoli davanti alla tv! – e che ha gettato Mohamed nello sconforto e nella recriminazione costante – avevi detto che sarebbe arrivato il caldo! Moha, ma mica è colpa mia! – e fagocitato la primavera: invece di uccellini cinguettanti e foglie nuove sugli alberi e tremebonde margherite nei prati e tutto quel che il nostro immaginario da scuola elementare collega ai mesi di marzo, aprile e maggio, abbiamo avuto pioggia, giubbetti impermeabili, Mohamed disgustato dalla necessità di indossare scarpe chiuse e mugugni assortiti del caneNando che, se già normalmente odia uscire, col maltempo lo considera una sevizia perpetrata ai suoi danni. È stato un interminabile inverno, dicevo: e ora improvvisamente c’è caldo, e quando c’è caldo a Palermo è una faccenda seria, e io già non ne posso più.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti ne parlano: ma se del freddo si parla con stupore e con un atteggiamento di vaga preoccupazione – talè, c’è freddo!, – di caldo di parla con rassegnazione e fastidio e sconforto, perché il caldo inizia adesso e finirà chissà quando, forse a settembre, o a ottobre, o sapiddu quannu, signora mia.

Quando c’è caldo a Palermo, è difficile trovare scampo: perché assurdamente sembriamo dimenticare, durante il resto dell’anno, quanto possa essere afosa e soffocante la permanenza in città con più di trenta gradi, e quindi non siamo mai ben attrezzati; il condizionatore deve essere ricaricato, il ventilatore si è rotto alla fine della scorsa estate e non abbiamo pensato di sostituirlo, la cinghietta dei sandali non chiude più bene, i pantaloni di stoffa leggera sono seppelliti su una gruccia sotto decine di paia di jeans e non vogliono proprio saltar fuori.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti annunciano a gran voce di voler andare a mare: ma andare a mare col caldo può essere una lunga e tormentosa esperienza. Si trascorrono ore in macchina cercando parcheggio, con la temperatura dell’abitacolo in costante aumento in misura direttamente proporzionale al giramento di scatole del guidatore; trovato un posto dove lasciare l’auto, si percorrono a piedi distanze degne di una carovana con cammelli, portando teli e borse frigo ricolme di masserizie e molte confezioni di crema protettiva. Alla spiaggia non c’è un posto dove sedersi, la sabbia scotta, il mare è verdognolo, e poi che fastidio il costume bagnato, e quindi niente, stiamoci a casa e facciamo prima.

Quando c’è caldo a Palermo, si dovrebbero cucinare cibi adatti alle alte temperature: e invece i palermitani si dimostrano ascoltatori poco attenti dei consigli elargiti dal tg2 e ne approfittano per friggere melanzane, far pippiare pentoloni ricolmi di pomodori per farne salsa da imbottigliare per l’inverno, soffriggere zucchine e tenerumi per farne minestre gustosissime ma da gustare a una temperatura incompatibile con la vita.

Quando c’è caldo a Palermo succedono avvenimenti apocalittici: prendono fuoco le aiuole spartitraffico della circonvallazione, in centro si trova facilmente parcheggio, i poster appesi al muro con il nastro adesivo piombano a terra sconsolati, svegliandomi nel cuore della notte.

Quando c’è caldo a Palermo, per chi vive in strada è una rogna terribile: il dormitorio è soffocante, tende e camper diventano impraticabili, l’acqua accumulata nei bidoncini è tiepida e sgradevole, il desiderio di una doccia diventa un’ossessione. I cani sono agitati, i gatti fiacchi e infastiditi, gli animi si esacerbano, è più facile che scoppino risse; quando c’è caldo a Palermo, io penso a Mohamed per strada e mi avvilisco.

Quando c’è caldo a Palermo, l’unica cosa che si può fare è sperare che passi in fretta.

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La gita-fuori-porta (ovvero Pasquetta, venticinqueaprile e primomaggio a Palermo).

La scelta della destinazione che, in mancanza di villette d’appoggio, deve rispondere a tutti i crismi imposti da decenni di pratica: luogo fresco e ventilato, mare o montagna (o, nella versione deluxe, un mix dei due), ampie zone dove arrostire, possibilità di lasciare i bambini allo stato brado in sicurezza.

La spesa, da eseguire rigorosamente tutti insieme e in un supermercato che non sia quello di tutti i giorni.

La partenza all’alba, in orario strategico per evitare le code.

Il rischio di starsi mettendo in coda all’alba.

L’autostrada deserta alle 10, perché tutti sono già incolonnati più avanti.

L’arrivo a destinazione quando il sole già picchia, e la scoperta amara e subitanea di non aver portato un cappellino.

Il caldo, che a Palermo sonnecchia per mesi sotto l’aspetto di una finta-primavera grigia e piovosa e poi esplode impietoso quando non c’è un ramo sotto cui ripararsi.

L’abbondante aspersione di tutti i presenti con la crema protettiva per evitare improvvide ustioni da sole.

La sistemazione delle masserizie all’ombra.

Il tentativo, solitamente fallito, di bagno a mare, e la frustrazione nel vedere un nugolo di bambini di sei anni che si tuffano e sguazzano senza mostrare di sentire freddo.

L’accensione del barbecue, con grande dispiego di olio, carta di giornale, legnetti, bestemmie e impronte di carbone sul viso.

La preparazione del pranzo, con la divisione dei gitanti in due brigate, quella addetta alle mansioni “a freddo” – taglio formaggi, confezionamento insalata, condimento bruchette – e quella addetta alla griglia.

L’accudimento di chi si sta occupando della griglia, che va frequentemente idratato, rinfrescato e blandito in modo che non si scocci e non abbandoni salsicce e spiedini al loro destino.

Il pasto, che consta di diciassette portate più frutta, caffè e limoncello.

La scoperta che il cibo era decisamente troppo, e che più della metà delle pietanze dovrà essere inscatolata e riportata a casa.

La partita a pallone, con un SuperSantos comprato per l’occasione.

Il pallone che, al quarto calcio, viene spedito in acqua o sulle fronde di un pino o in burrone e non può più essere recuperato.

La famiglia che ha organizzato il picnic a dieci metri di distanza da noi e che ascolta musica brutta a volume da lite condominiale.

La pennichella, su una sdraio portata esclusivamente a questo scopo.

La passeggiata – sulla spiaggia, o nel bosco, o in paese a seconda della destinazione – e l’acquisto di qualche dolcino da portare a casa e mangiare a cena.

Gli sforzi per caricare di nuovo nelle auto cibo, abbigliamento di riserva, la griglia ancora fumante, i bambini stanchi e urlanti, i sacchetti di spazzatura olezzanti.

La coda in autostrada.

La scoperta, sotto la doccia, di aver riportato, nonoostante lo spesso strato di protezione 50+, ustioni guaribili in quattordici giorni, salvo complicazioni.

Il telegiornale che manda foto di gitanti in luoghi di vacanza e noi non ci siamo mai.

Il caricamente delle foto sui social per fare vedere a tutti che bella gita si è fatto.

La mestizia serale che consegue alla consapevolezza che domani si lavora, accidenti.

Buona Liberazione, buon Primo maggio, buone feste laiche e resistenti.

[La foto è di Ste].

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Quando è primavera (a Palermo).

Con quasi un mese di ritardo, a Palermo è finalmente primavera; fino a qualche giorno fa il cielo era bigio e insipido, l’aria era umidiccia, il vento strapazzava senza ritegno la mia pianta di rosmarino, il mio piede e il braccio sinistro di Mohamed dolevano. Portavo gli stessi vestiti di gennaio, fino a qualche giorno fa: maglioni pesanti e maglie in microfibra e sciarpe di lana e berretti pelosi, e gli anfibi che mi fanno male, e Mohamed metteva un giubbotto imbottito sopra quello di pelle e sentiva freddo lo stesso; la mattina non riuscivo a cavarmi da sotto il piumone ed ero scontenta e lagnosa. Adesso, improvvisamente, è primavera: e io sto gradualmente e rapidamente passando ad abiti via via più leggeri, il mio umore è nettamente migliorato, il bonsai di ulivo è ricoperto di gemme e anche i gelsomini stanno mettendo le foglie nuove, ma lo stesso non ho voglia di alzarmi, la mattina.

Quando è primavera a Palermo, tutti siamo parecchio contenti dell’aria tiepida e del sole smagliante e del cielo molto azzurro, così contenti e sorpresi del repentino cambio di tempo atmosferico che quasi non ci crediamo: e infatti, entrando nei negozi o salutando i passanti per strada, diciamo sempre Taliasse che bello, è primavera, e sorridiamo con trasporto e a volte ci diamo addirittura pacche sulle spalle, come se realmente avessimo temuto che ricominciasse di nuovo l’autunno, facendoci saltare a pie’ pari la bella stagione.

Quando è primavera a Palermo, tutti tolgono di mezzo il cappotto e l’ombrello e gli stivaletti imbottiti e passano direttamente alle t-shirt sbracciate, alle canottiere scollate, alle ciabattine infradito di gomma. I turisti hanno le spalle arrossate dopo una mezza giornata di sole, i passanti inalberano grandi paia di occhiali da sole, il posteggiatore indica i parcheggi all’ombra Così poi la macchina non la ritrova un forno, dotto’.

Quando è primavera a Palermo, basta una mattinata di scirocco per riempire la spiaggia di Mondello: e allora, tra ragazzi che hanno marinato la scuola e pensionati a spasso, tra cani randagi e casalinghe con bambini nel passeggino e teli da stendere sulla battigia e pappine da somministrare fronte mare, riappaiono i venditori di pollanche, birre e coccobello, e io mi chiedo sempre dove siano stati per tutti questi mesi, da settembre ad ora, e cosa abbiano fatto intanto, quando la spiaggia era vuota e le mareggiate riempivano di alghe la distesa di sabbia.

Quando è primavera a Palermo, la domenica mattina tutti vanno al Foro Italico, e il cielo si riempie di aquiloni. Tornano i furgoni dei panini imbottiti, e uno di questi è guidato da Calogero che è amico di Mohamed, e Mohamed va da lui a prendere il caffè ed è contento, ma poi si ricorda che il caffè gli fa male e la contentezza gocciola rapidamente via.

Quando è primavera a Palermo, mi lascio tentare e compro dozzine di vasetti di piante aromatiche, menta e basilico foglia di lattuga e timo limone ed erba cipollina, e poi perdo moltissimo tempo a travasarle e sistemarle e concimarle e bagnarle e poi almeno una metà di loro muore nel giro di qualche mese e ci resto sempre male.

Quando è primavera a Palermo, Nando sta in balcone al sole, ed è contento perché così può abbaiare più agevolmente alla signora del palazzo di fronte.

Quando è primavera a Palermo, Ste continua per molto tempo a indossare vestiti troppo pesanti, e io le dico molte volte al giorno che penso che sentirà caldo e perché non mette il maglioncino di cotone blu invece di quello che ha addosso, ma lei è comprensiva e sorride e non mi risponde di pensare ai maglioncini miei come invece avrebbe ragione di fare.

Quando è primavera a Palermo e a metà mattina scendo con collegasimpatica per il caffè, la piazza della chiesa brilla per il sole e io non vorrei risalire in ufficio, dove invece continua per settimane a fare freddo.

Quando è primavera a Palermo mi sento enormemente stanca, e vorrei dormire molto ma non posso, e allora mi lamento spesso e poi me ne pento ma ormai è fatta. Che sonno.

[In questi giorni ho letto due libri di Marco Balzano, “Resto qui” e “L’ultimo arrivato”, e accidenti se ne vale la pena; è davvero un narratore coi fiocchi].

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Quasi-primavera.

A Palermo è quasi primavera. Quasi-primavera, insieme a quasi-autunno, è uno dei miei periodi preferiti dell’anno: ci sono meno disagi che in inverno e meno aspettative che in estate, e poi di solito non piove e non c’è troppo vento e mancano ancora intere settimane al famigerato periodo delle gite fuori porta e alla triade dell’arrustuta Pasquetta-venticinque aprile-primo maggio. È un periodo rapido e sfuggente, quasi-primavera: dura una ventina di giorni a stento, e la mimosa in giardino è in fiore, e poi nel tardo pomeriggio c’è ancora luce e il cielo è blu intenso e senza una nuvola, e al tramonto scolora lentamente e diventa celeste e poi bigio e poi rosato e poi bianco, e poi all’improvviso è notte e un po’ ci rimango male.

Quando è quasi-primavera di solito mi vesto ancora da pieno inverno, con molti strati di maglie e maglioncini e calzini a righe sovrapposti, però sostituisco la sciarpa pesante con una pashmina più leggera e tolgo di mezzo gli anfibi e ricomincio a mettere le Gazelle, e immediatamente penso che dovrei fare il cambio di stagione e tirare fuori t-shirt e canottiere, e anche se ho ancora addosso il maglione blu in misto cachemire e i collant duecentocinquanta denari e il berretto di pile mi sento in ritardo e inizio a trafficare con scale e grucce e palline di naftalina e sacchi sottovuoto.

Quando è quasi-primavera, la mattina mi sveglio non troppo di cattivo umore; intingo i miei due biscotti Digestive nel caffè con un mezzo sorriso, perché per andare in ufficio non dovrò portare l’ombrello e potrò evitare di mettere il giubbotto imbottito che mi ingoffa e mi sentirò un po’ più carina del solito.

In quasi-primavera mi sento pervasa da un insensato ottimismo; mi viene voglia di avviare molti progetti, cominciare a studiare una lingua straniera, rinvasare e concimare le piante, arrivare in ufficio con grande anticipo per fare contento Capo e andare via a un orario sensato. Alla fine, l’unica cosa che faccio è occuparmi delle piante: e non c’entra la quasi-primavera, perché anche in inverno e in piena estate e a Natale me ne occupo con la stessa attenzione, anche se con meno agio e con i capelli arricciati dalla pioggia o la testa scaldata dal sole di agosto.

Di solito, in quasi-primavera mi lascio tentare e compro molti vasetti di erbe aromatiche: anzi, quando avevo più tempo e più energie ed entusiasmo facevo incetta di svariate bustine di semi e attendevo con pazienza che iniziassero a germogliare, e sistemavo stecchi di legno a mo’ di paletti tutori e poi separavo le piantine e le reinterravo in vasi via via più grandi e poi le guardavo crescere con affetto e stupore; adesso mi limito ad andare al vivaio a scegliere basilico a foglia di lattuga, menta piperita e timo limone e lavanda e basilico rosso, e poi li sistemo con cura in balcone inconsapevole del fatto che tra qualche mese, quando sarà quasi-inverno, le piantine saranno stecchite dal freddo e io mi sentirò parecchio triste.

In quasi-primavera si sentono di nuovo le tortore, e io che mi ero scordata del loro canto dopo tanti mesi di assenza sono stupita; le pomelie mettono le prime foglie, i pomodorini riprendono sapore, e per il pranzo della domenica torna praticabile l’opzione-gelato: la coppetta media al caffè, con panna e una brioscina a parte, ritorna a competere con il panino alla bresaola e l’insalata con pollo croccante del Mc Donald’s.

Quasi-primavera è il periodo in cui tiro il fiato prima dell’immersione nella Marina di libri; le settimane in cui c’è ancora abbastanza freddo da usare come scusa per evitare di uscire la sera quando non mi va, ma c’è già sufficiente tepore da accettare la proposta di una passeggiata sulla spiaggia il sabato a pranzo. È quel brevissimo tratto di strada in cui sembra che le mezze stagioni esistano ancora: e io, che sono tradizionalista in tutto, ne sono insensatamente felice.

[E no, la vera “mezza stagione” non è la primavera: perché la primavera, a Palermo, è una rocambolesca discesa a perdifiato verso il caldo torrido, in cui si passa dalla felpa alla maglietta a maniche lunghe al bikini nel giro di tre o quattro giorni, e poi ci si gira e c’è già la statua della Santuzza per le strade ed è luglio e io non so neanche come sia stato possibile].

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Quando nevica a Palermo.

Foto di Stefania CiminoQuando nevica a Palermo è stranissimo e nessuno se lo aspetta, perché a Palermo non nevica mai. Quando nevica a Palermo, di solito non nevica, ma grandina per qualche minuto, e la strada si imbianca, e tutti gridano “la neve!” e sono molto eccitati e contenti, anche se non sta nevicando davvero.

Quando nevica a Palermo, tutti corrono a comunicarlo su Facebook; scrivono “che freddo!” o “guardate, nevica”, e se sono particolarmente bravi e attenti all’algoritmo e desiderosi di like mettono anche una foto del loro balcone imbiancato, o della strada di casa loro vista dalla finestra.

Quando nevica a Palermo, gli automobilisti si confondono e vanno pianissimo e se devono affrontare la salita del supermercato schiacciano con foga l’acceleratore e già si vedono bloccati giù, nel parcheggio gelido e livido, con il minestrone surgelato che si scioglie e il pollo arrosto che si raffredda nel bagagliaio; così chiamano la moglie e la avvertono che forse ritarderanno perché vedi, nevica, e la moglie li immagina nel pieno di una bufera siberiana e si allarma.

Quando nevica a Palermo, di solito si scivola: perché le basole sono lisce e le scarpe non sono adatte, e qui nessuno indossa stivaletti con la suola a carrarmato o anfibi imbottiti, ma solo scarpe da ginnastica o mocassini o scarpette di cuoio leggero, perché a Palermo non fa mai molto freddo e quindi non è economico comprare delle scarpe pesanti per usarle due giorni l’anno e poi basta.

Quando nevica a Palermo, tutti si rintanano in casa e ordinano la pizza a domicilio; quando nevica a Palermo, i ragazzi che consegnano la pizza a domicilio sono i meno contenti.

Quando nevica a Palermo, le strade sono vuote; non c’è Giovanni ‘o minorenne, il tipo con il camion di arance di Ribera che stazione vicino casa nostra. Non c’è il ragazzo che riempie i sacchetti del Penny e li carica in macchina, e neanche il lavavetri di piazza Croci o il caldarrostaio della Cala, o gli uomini sgraziati e urlanti che abbanniano incongrui mazzi di rose al semaforo di via Roma Nuova. Quando nevica a Palermo c’è un silenzio surreale.

Quando nevica a Palermo, Monte Cuccio subito si imbianca; a volte si imbianca anche Monte Pellegrino, ma meno.

Quando nevica a Palermo, in tanti ci si preoccupa delle persone e degli animali senzatetto; si organizzano raccolte di indumenti e di coperte, si portano bicchieri di thè bollente e croccantini ipercalorici, si fanno telefonate angosciate a Mohamed per sapere come sta. Quando nevica a Palermo, Mohamed sta asserragliato sul camper, con il giubbotto di pelle e il berretto e i calzettoni e le ciabatte, ché di mettersi le scarpe non ha proprio voglia, anche se nevica.

Quando nevica a Palermo, Mohamed dice che ha più dolori del solito, alle braccia e alle spalle e alle costole che negli anni si è rotto, ma poi sa che mi preoccupo molto e quindi dice che no, qui non c’è mica vero freddo, non sai quello che c’è in Iran, che ne puoi capire tu.

Quando nevica a Palermo, se c’è un buon motivo per fare un sit-in, ci si copre bene e si fa lo stesso: e infatti ieri c’erano cinquemila persone davanti a Palazzo delle Aquile, per manifestare solidarietà al sinnaco Ollando che dice che dobbiamo accogliere tutti, migranti economici e rifugiati politici e minori non accompagnati, e io penso che abbia assolutamente ragione, solo che al sit-in non sono andata perché ero in ufficio.

Quando nevica a Palermo, tutti approfittiamo per mangiare molto, bere cioccolata calda e finire il pandoro avanzato da Natale, perché col freddo bisogna nutrirsi adeguatamente, a quei due chili di troppo penseremo dopo.

Quando nevica a Palermo, i turisti sono straniti e scattano molte foto: e c’è sempre qualcuno che fotografa la spiaggia di Mondello, perché la neve sulla sabbia è scenografica e insolita.

Quando nevica a Palermo, io sono piuttosto infelice, perché odio il freddo e sono in pena per Mohamed e i cani e penso alle mie piantine di menta che soffrono; quando nevica a Palermo, io spero solo che finisca presto.

Per fortuna a Palermo non nevica ma.

[La foto è di Stefania Cimino].

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Libri che parlano di libri.

da6ef3d4d876819003b336c73104beddQuando ero bambina e poi ragazzina, da giugno a settembre andavo a mare ogni giorno: non perché mi piacesse, ma perché le mie nonne ci tenevano ed erano troppo insistenti e cocciute per poterle convincere a lasciarmi fare altro, e comunque non immaginavo altra prospettiva per la giornata che la consueta sequenza di bagno-doccia gelata-breve permanenza al sole-ghiacciolo al limone; le mie estati erano fatte solo di spiaggia, giri in bicicletta con il walkman alle orecchie, partite a carte o a Cluedo nei pomeriggi particolarmente afosi, passeggiate sul lungomare e parecchi libri. Leggevo moltissimo, per abitudine e per noia e per assenza di stimoli: rovistavo tra quelli dei miei genitori o li compravo all’edicola, selezionando accuratamente tra le poche copertine esposte qualcosa di non-tedioso, non-spaventoso, non-banale, non-classico, non-Harmony. Non era semplice, e ho acquistato molti libri che poi ho scagliato via disgustata (e un paio che mi hanno terrorizzata a morte): ma mi sono anche imbattuta in romanzi che sono diventati una parte fondamentale del mio bagaglio culturale, del mio lessico, del mio metro di paragone per i libri a venire; uno di questi era Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. L’ho acquistato nell’estate del 1996, quando avevo da poco finito la terza media: era appena uscito per la collana Oscar Mondadori, costava 5.900 lire e mi aveva attirata perché c’era una bici in copertina, e io in quel periodo ero una creatura metà ragazzina lentigginosa e scarmigliata e metà mountain bike blu. L’ho letto con piacere e meraviglia e stupore e invidia: piacere per la scrittura rapida e nervosa e brillante e spigolosa, meraviglia e stupore nei confronti dell’adolescenza e delle sue mille possibilità, invidia per lo scrittore che sapeva raccontare la storia così bene, e per Aidi e il vecchio Alex che avevano una vita piena di avvenimenti prodigiosi; ne ho capito probabilmente un quarto: sicuramente ho perso, a quella prima lettura, tutti i riferimenti a film, gruppi musicali e modelli di comportamento tardo-adolescenziali di cui il libro è disseminato, ma mi sono rimasti impressi da subito la lingua fresca, giovane e vivace e ancora non-violenta e non-eccessiva di Brizzi, uno schizzo di Bologna (che non ho mai visto, e dove non credo mi capiterà di andare ancora per un bel po’) e l’ammirazione per De Carlo: perché a un certo punto il protagonista dice di stare leggendo Treno di panna e che Andrea De Carlo è forse il suo scrittore preferito; e io ho iniziato a leggerlo, De Carlo, ed è stato il mio scrittore preferito per molti anni, finché non ha iniziato a rendere i suoi personaggi sempre più esasperati ed esasperanti. Da quel momento ho sempre cercato, nei libri, consigli e riferimenti letterari, suggerimenti di autori da conoscere, poesie da rileggere, brani da sottolineare.

Oggi, che leggo poco e male, con poco tempo e poca attenzione e troppi stimoli esterni e pensieri faticosi, ho sviluppato una mania per i libri che parlano di montagne, scalate, spedizioni himalayane, bufere di neve e carovane e allevatori di yak e fiumi e ghiacciai e saraccate; così, quando ho sentito che Paolo Cognetti, scrittore che mi piace moderatamente, aveva appena pubblicato un libro che raccontava di un viaggio in Tibet, mi sono precipitata a cercarlo; e il mio stupore è stato enorme quando ho scoperto che, fin dalle prime pagine, si fa riferimento a Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen: perché lo sto leggendo da un po’ di tempo, me lo regalato amicastorica e lo sto centellinando per accordarmi al ritmo lento della scrittura, che ricalca quello della spedizione alla ricerca del felino più schivo del mondo. Mi ritrovo in uno strano crossover, in cui sto leggendo un libro che parla di un altro libro che sto leggendo. È bizzarro, vagamente da capogiro, e le storie si rincorrono e si somigliano e spesso coincindono e mi confondo, ma è anche piuttosto divertente.

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Fieri ogni giorno (ma a volte un po’ di più).

La scorsa settimana c’è stato il Pride a Palermo. Io c’ero, immusonita e triste: pioveva molto e la mia bella era a casa, dolorante e sudata, vittima di una potente colica biliare. Mi sono rifugiata nel camper di Mohamed, nell’attesa che spiovesse, con i cani e le gattine e Mohamed e un suo amico sconosciuto, e i soliti sacchetti di cibo e borse di vestiti e misteriosi oggetti conservati per un possibile uso futuro. Alle cinque la parata è iniziata, alle otto eravamo al Teatro Massimo, alle nove ero a casa. In mezzo ci sono state le solite cose: musica trash, splendide drag queen truccate con cura, migliaia di persone sorridenti e allegre, adesivi rainbow, qualche cartello divertente, qualche faccia perplessa che scrutava dai marciapiedi, il trenino delle Famiglie Arcobaleno pieno di bambini contenti, qualche bandiera, un’atmosfera generale di gaia spensieratezza. Tolto il mio umore da basset-hound con le zecche, tutto praticamente perfetto. Praticamente.

Praticamente, ecco, perché io non sono mai contenta, e tendo a lagnarmi con frequenza: e, per esempio, inizio col chiedermi perché la manifestazione si chiami Palermo Pride, e non Gay Pride (di Palermo), o Lgbt+ Pride (di Palermo). Di cosa siamo fieri, esattamente, mentre sfiliamo per le strade della città cantando Supercafone? Di essere palermitani, di vivere a Palermo? Non lo so: io amo la mia città e ne sono molto fiera, ma sabato scorso stavo ribadendo la mia fierezza di essere lesbica, non di vivere nel capoluogo siciliano; eravamo, la maggior parte di noi, lì in quanto appartenenti alla comunità lgbt+: e allora mi piacerebbe che questo, da qualche parte, spuntasse. Dare un nome alle cose è fondamentale, e se faccio la sagra della porchetta non la chiamo Sagra del Lazio o Fiera delle margherite, ecco. Quello che non si nomina non esiste, o esiste molto poco, e io voglio esistere.

Di sera ho incrociato un post su Facebook, dove veniva mostrato un video del sinnaco Ollando, padre buono di Palermo, politico che stimo e apprezzo; la didascalia recitava “Ormai da anni il Palermo pride non è più il “Gay pride”. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani,dei lavoratori. Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo”. Ecco, questa frase condensa il fastidio, il disagio, il senso di frizione che ho provato sabato: il senso di uno snaturamento. È giusto, è sacrosanto, è bello e sano manifestare per i diritti di tutti; solo, facciamo una manifestazione ad hoc: e io ci andrò, lo giuro. Ma al Pride vorrei che si parlasse di gay, di lesbiche, di bisessuali, di transgender; di Gpa, di stepchild adoption, di matrimonio egualitario, di legge contro l’omofobia; di figli di coppie omogenitoriali ancora senza diritti, di bullismo omofobico sul lavoro e nelle scuole, di transfobia. Altrimenti facciamo la festa dell’Unità, o un corteo per i diritti civili, o qualsiasi altra cosa: ma quella di sabato scorso doveva essere una manifestazione per i diritti e la tutela della comunità lgbt+, non una generica manifestazione di sinistra (perché, per qualcuno è necessario ribadirlo, i valori dell’accoglienza, dell’eguaglianza, della giustizia sociale sono valori profondamente di sinistra). Mi sembra un controsenso enorme, quasi un cortocircuito mentale: facciamo una manifestazione per esserci in quanto gay, lesbiche, bisex e transgender, e poi di fatto non ci siamo. La corsa a voler ribadire che il pride non è “degli omosessuali” ma di tutti mi sembra un’ipocrisia, l’ennesima volta in cui siamo costretti a scomparire: come scompariamo dai necrologi sui giornali (non ho mai letto “Morto Mario Rossi, lo piange il compagno Luigi Bianchi”), dalle trasmissioni telesivise (avete mai sentito, in un qualsiasi programma della tv generalista, “Questo è il concorrente Mario Rossi, accompagnato dal marito Luigi Bianchi”?), dai libri (in cui i gay fanno solo i gay e non sono quasi mai connotati in altro modo, non sono mai benzinai o tassisti o commendatori, ma solo gay, macchiette destinate a una vita di dolore o a concepire figli non desiderati in una notte di ebrezza), dalla vita comune. Io voglio esserci: e voglio, pretendo, che almeno una volta l’anno si parli di me, e non mi si metta sotto l’ombrello di mille altre istanze, tutte correttissime e ineccepibili, ma fuori luogo in quel contesto.

Mi sembra che i pride abbiano perso il potere dirompente, esplosivo di un tempo; ho visto pochi cartelli, poche scritte, poche persone con abbigliamenti inconsueti: e mi sembra, ecco, che ci stiamo appiattendo, ci stiamo eteronormando, come se non volessimo farci notare, come se dovessimo scusarci. Ho letto migliaia di post che recitavano “c’erano anche i bambini, le persone discinte o bizzarre erano poche”: come se volessimo dire che noi non siamo quelli che danno scandalo, siamo gli impiegati in tailleur o in cravatta, i vicini di casa che ti danno una tazza di zucchero se gliela chiedi; non giriamo col culo di fuori, non diamo fastidio, stiamo tranquilli e buoni. Ma io tranquilla e buona non sono stata mai, e scendo in piazza anche e soprattutto per ribadire il diritto di tutti noi di essere come siamo e come vogliamo: anche bizzarri, anche discinti, anche trasgressivi, coi boa di piume o la salopette di jeans, con gli occhi bistrati o i capelli rasati; non dentro gli schemi, non dentro le righe.

Nota a mrgine: le madrini del pride di quest’anno sono state Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia; ora, con tutta la stima per una grande fotografa, qual è il suo legame con la comunità lgbt+? Continuo a chiedermelo.

[Ovviamente, la mia stima per chi si è fatto in quattro per organizzare la manifestazione è enorme e imperitura: hanno fatto un ottimo lavoro, su questo non ci sono dubbi].

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Un posto nel cuore.

Mohamed ama la compagnia: la compagnia di persone che mi capiscono, dice. E quando lo dice mi sorride e io sono contenta di far parte di quel gruppo. Mohamed ama anche, nell’ordine, il vino rosso, bagnarsi i piedi in mare ogni mattina, le risate, la musica degli anni Settanta, i cani. Non ama, invece, la gente ipocrita, chi dà troppi consigli, la birra, i cibi grassi, i libri. Gli piacciono le battute di spirito, ascoltare la radio, dormire sotto le stelle; non gli piacciono i camion, la città, chi crede di non aver altro da imparare nella vita.

Mohamed mangia poco; gli piacciono la frutta e l’insalata, ma quando gli ho portato le pesche non le ha apprezzate. Mohamed odia ricevere regali: non accetta soldi né sacchetti di spesa; anche per il caffè storce il naso: io non lo voglio, risponde, ne ho già bevuti troppi. Perché non lo bevi tu? Quando porto il caffè a Mohamed, finisce che poi me lo bevo io, e magari la notte non dormo. O forse quando vado da Mohamed non dormo per altri motivi, e il caffè non c’entra.

Se gli serve qualcosa, Mohamed non la chiede: perché non voglio pesare, dice, e allora faccio da me. Ha le braccia ingessate da due mesi, ma ha imparato comunque a farsi le sigarette da solo, e va a prendere l’acqua per i cani alla fontana senza farsi aiutare a portare i bidoni, e non ha lasciato che gli tagliassi le unghie: ma in questo caso, forse, aveva solo paura che potessi fargli male.

Mohamed ha scritto un libro, ha fondato un’associazione, ha girato per mezza Europa; ha vissuto nell’est, quando il muro di Berlino era ancora al suo posto: ma in Polonia no, ci tiene a dirlo. Parlava otto lingue, un tempo, Mohamed: ma poi ha scoperto che si confondeva e ha deciso di dimenticarle, e ora parla solo italiano e siciliano e persiano: ma, da quando è morto Ife, il persiano lo parla solo per telefono con i suoi fratelli.

La madre di Mohamed è morta lo scorso inverno, e lui quando ne parla piange un po’; piange anche quando si ricorda di quel sogno che aveva e che non ha potuto realizzare: e io allora mi intristisco moltissimo, e cerco di farlo sorridere senza riuscirci, ma poi lui sorride da solo pensando a quell’altro sogno che sa che porterà a compimento, perché lui è cocciuto e quando decide di fare una cosa la fa.

Mohamed ha tre cani, ma Piccolo è il suo preferito; Piccolo è grosso e giallo, ha sedici anni e pochi denti e cammina con le zampe posteriori larghe e rigide. Piccolo non sente e vede solo da un occhio e a volte mi ringhia, anche se gli porto le barrette e le altre cose buone. Piccolo è il capobranco e mangia sempre prima degli altri, e Stella, che è giovane e grossa e nera, gli sta seduta accanto e gli lecca il muso. Sabato scorso una macchina lo ha investito e io mi sono terrorizzata ma per fortuna non si è fatto niente, ma Mohamed si è seduto sulla sua sdraio con una mano sul petto e gli occhi chiusi e per mezz’ora non si è mosso più. Ti sei spaventato molto?, gli ho chiesto. Sì, mi ha detto lui: perché Piccolo è un grande amico, siamo cresciuti insieme e senza di lui non saprei come fare, e io so che Piccolo non ha molta strada davanti e che purtroppo non starà con Mohamed ancora a lungo e mi dispiace moltissimo per lui.

Mohamed è un vero gentiluomo d’altri tempi: se vede mia madre le offre la sua sedia e anche se non la capisce non le dice niente. A me offre sempre qualcosa da mangiare: e ieri che aveva degli yogurt buonissimi e io cercavo di convincerli a mangiarli voleva per forza che me li portassi a casa.

A Mohamed piace parlare dell’Iran, dei suoi viaggi e delle persone che ha conosciuto e delle esperienze che ha fatto, e di quella volta che l’Italia aveva vinto la partita contro la Nigeria ai mondiali e lui si è addormentato al sole e si è scottato le gambe; a me piace ascoltare e fare domande, e quindi con Mohamed mi diverto molto e imparo sempre qualcosa. Spesso gli chiedo se sa una cosa (cosa è quell’edificio lì, quanto dura il servizio militare in Iran, come si chiamava il suo cane di quando era bambino) e lui sa sempre la risposta. A me piacciono le persone che si fanno domande e sanno trovare le risposte.

Mohamed abita molto lontano da me, dal lato opposto della città; io cerco di andarlo a trovare più spesso possibile, ma non è facile; quando vado lì, anche se sono stata con lui per due ore, Mohamed non vuole mai che vada via, insiste e cerca di confondermi con cose da fare improrogabilmente per non farmi andare. Poi ci abbracciamo molto forte e lui spesso mi dice che mi vuole bene, e quando me ne vado sono triste e vedo la sua figura in piedi che fa ciao con il braccio ingessato e mi viene da piangere.

Io vorrei che Mohamed fosse felice e al sicuro, e che tutti i suoi sogni si avverassero.

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