Quando fa freddo (a Palermo).

Quando fa freddo a Palermo, di solito non fa freddo sul serio, ma ci sono nove o dieci gradi e magari piove. Quando fa freddo a Palermo, però, si sente freddo sul serio, perché anche se non fa davvero freddo, non siamo abituati neanche a questa parvenza di freddo, e allora soffriamo e ci lamentiamo e ci sentiamo vittime di una profonda ingiustizia. Quando fa freddo a Palermo, di solito piove: ma a Palermo non piove quasi mai, e se piove piove in autunno quando non c’è molto freddo, quindi l’accoppiata freddo+pioggia è rara come un panda esuberante o un editore ottimista.

Quando fa freddo a Palermo, i palermitani ci rimangono male e la prendono sul personale; sono così abituati a non sentire freddo che si avviliscono, mettono su facce da vittime di calamità naturale e si rintanano in casa, non vanno al cinema o in pizzeria o a fare la spesa; alcuni locali sono chiusi, anche se è venerdì sera: perché c’è freddo, e piove, ed è scontato che nessuno si sposterà, neanche se abita a duecento metri di distanza e deve pur mangiare qualcosa, per cena.

Quando fa freddo a Palermo, i turisti sono delusi e offesi: erano venuti giù dalla Svezia in cerca del tiepido sole mediterraneo e si ritrovano con i sandali inzaccherati di fango, con k-way di colore caramelloso ad avvolgere schiene e zaini, a camminare con aria perplessa in strade misteriosamente vuote: perché non sanno, i turisti del nord, che anche se loro indossano pantaloncini e t-shirt, per noi la temperatura è paragonabile a quella di un valico alpino sotto una tormenta.

Quando fa freddo a Palermo, anche se non c’è moltissimo freddo, è un grosso problema per tutti quelli che vivono per strada: che a Palermo sono tanti, proprio perché di solito non c’è freddo, e sono uomini e donne e ragazze con un gatto bianco nel trasportino, cani randagi e canucci agguinzagliati a un cumulo di vestiti e coperte e materassi che è la casa di qualcuno, e gatti tigrati e anche qualche coniglietto sceso giù impavidamente da Monte Pellegrino; quando fa freddo a Palermo, anche se ci sono nove o dieci gradi, per tutti loro e per chi se ne occupa è un guaio, tra giacigli bagnati e croccantini galleggianti in una ciotola piena d’acqua piovana.

Quando fa freddo a Palermo, nessuno se lo aspetta ed è equipaggiato a dovere; tutti girano con sneakers da ginnastica in tela con dentro i calzini che fanno cic-ciac, oppure tirano fuori la tenuta da sci che hanno usato quella volta che sono stati al passo del Tonale in vacanza; nessuno ha stivaletti con la suola di gomma, o scarpe che tengano i piedi asciutti, o magliette termiche o giubbotti di piumino con ampi cappucci: e questo aumenta il senso di disagio, il freddo percepito e la quantità di sguardi da sopravvissuti allo tsunami.

Quando fa freddo a Palermo, o anche quando non fa freddo ma piove, a ogni angolo di strada spuntano persone che vendono ombrelli: e il palermitano, che non gira mai con l’ombrello, si precipita a comprarne uno che si romperà entro il prossimo giorno di pioggia, mentre io mi chiedo dove diamine fossero conservati tutti questi ombrelli, mentre non pioveva, e come facciano i venditori di ombrelli a tirarli fuori con tale tempismo.

Quando fa freddo a Palermo le strade si allagano, sul basolato si scivola, i termosifoni non scaldano mai abbastanza, spesso salta la luce: ma non è un grosso problema, perché tanto a Palermo non fa mai più freddo di un giorno o due, ed è (anche) per questo che non vorrei mai andar via da qui.

Una persona a cui sono affezionata, che è il fratello di una persona a cui sono molto molto affezionata, lunedì attraverserà un momento faticoso (ma da cui verrà fuori in fretta e come nuovo): quindi, anche se è un uomo che non teme il freddo, questo post è per lui.

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19 luglio 1992.

La cosa che ricordo davvero bene del 19 luglio 1992 è che quando è successo il fatto ero a mare, ma proprio a mare, in acqua. Era domenica, il 19 luglio 1992, e c’era molto caldo, ed eravamo andati alla spiaggia tutti insieme, io e i miei genitori e gli zii e i cugini e i nostri amici soliti; era domenica, e c’era davvero caldo, e i miei genitori erano tornati a casa a pranzo, perché a mio padre stare a mare a pranzo non piaceva: non gli piacevano i calzoni fritti che prendevamo al bar della spiaggia, andando a piedi nudi sulla passerella di cemento rovente, e le prugne che mia zia portava in un contenitore di plastica e diventavano tiepide e molli, e il gelato al mellone e i ghiccioli al limone; non gli piaceva mangiare sulla sdraio, con le ginocchia in bocca, diceva, e dover aspettare due ore per fare il bagno. Erano andati a casa, i miei genitori, ricordo: ed io ero rimasta con gli zii, e avevamo mangiato e poi noi bambini, eravamo cinque, ci eravamo accoccolati sulla sabbia in riva al mare a fare un castello gigante. Era un buon compromesso: mia zia e la sua amica si sedevano con le sdraio vicino alla battigia, con i piedi in acqua, e noi resistevamo al caldo rotolando nella sabbia umida e bagnandoci spesso, con la scusa di dover prendere l’acqua per il castello, non vedi che sta crollando una torre? Ricordo che l’acqua era calda, quel giorno: tipica acqua del mare di Mondello, che il pomeriggio diventa tiepida e verde e stagnante come acqua di lago. Avevamo fatto qualche capriccio per fare il secondo bagno, ricordo: o forse questo non lo ricordo, ma so che è così, perché ogni domenica facevamo un capriccio per tornare in acqua, soprattutto mio cugino, che sapeva fare delle convincenti lagne rappoddiando le vocali, e da-ai, ma-amma, facci tornare in a-acqua. Alla fine i grandi avevano ceduto, e forse anche loro sentivano molto caldo: ma eravamo tornati tutti in acqua, tutti tranne la madre delle nostre amiche, perché lei il bagno non lo faceva mai; stavamo facendo il bagno tutti insieme, e prendevamo Federica, che era la più piccola, e ce la lanciavamo per farle fare dei tuffi e lei rideva, e abbiamo sentito un’esplosione molto forte, come un boom ma lungo, cupo, e noi eravamo in acqua e l’acqua non era profonda ma ha tremato, e mia zia ha detto svelti, tutti fuori, uscite, e noi non ci siamo lamentati anche se eravamo in acqua da pochissimo, non abbiamo detto niente, siamo solo usciti. Poi la madre di Federica, che non si era fatta il bagno, ha detto vado a telefonare a mia madre, perché sua madre, la nonna di Federica, era anziana e non veniva a mare, restava a casa sola e forse aveva sentito il boom molto forte e si era spaventata anche lei. Lei viveva in una strada dalle parti della Fiera, via D’Amelio: e al telefono non rispondeva, e la madre di Federica continuava a rimettere le duecentolire nel telefono a gettoni vicino alla spiaggia, mentre mia zia le diceva stai tranquilla e noi bambini ci facevamo la doccia e ci asciugavamo velocemente e cambiavamo il costume, e intanto mio padre è arrivato in bicicletta. Era venuto da casa ed era tutto vestito e ha detto sto andando a lavoro, perché lui lavorava al Pronto Soccorso, sto andando al lavoro perché ci hanno chiamati tutti, noi reperibili, perché c’è stato un attentato a Borsellino. Ricordo che io non sapevo chi fosse Borsellino, e pensavo che “attentato a Borsellino” fosse un modo di dire, un modo di fare gli attentati, tipo “attentato con la pistola”, e non capivo ed ero perplessa, ma non ho detto niente. Poi mia zia è tornata di corsa dal telefono e ha detto andiamo via tutti, perché la madre di Federica era riuscita a parlare con una vicina di casa che le aveva detto è scoppiata una bomba qua sotto, tua madre è al balcone e per questo non risponde, ma tornate a casa.

Ricordo che siamo tornati a casa a piedi, come tutte le domeniche, ma per strada non c’era nessuno, e si sentivano i televisori e brandelli di notizie, e poi hanno detto che di una ragazza era stato trovato il braccio sull’albero, e io mi sono spaventata moltissimo, ho pensato che gli “attentati a Borsellino” fossero delle cose orribili.

Ricordo che sono arrivata a casa e mia madre era in giardino, c’era la televisione accesa, e mia zia è entrata e lei ha detto ecco, questo è un altro Falcone, e si vedeva un palazzo distrutto e io ho avuto moltissima paura e pensavo ecco, adesso mettono una bomba pure qua e dai nonni e sotto tutti i palazzi della città e anche il mio braccio finirà su un albero, e mi sono messa a piangere. Poi mio padre è tornato, dopo molte ore, e alla televisione si vedeva sempre il palazzo distrutto, e siamo andati dai nonni e anche lì si vedeva il palazzo distrutto. Ricordo solo questo, e che quella notte non riuscivo a dormire e pensavo alle ragazze con le braccia sugli alberi. Poi non ricordo altro, credo, di quel giorno. Era il 19 luglio 1992.

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Tra le due scelgo la terza.

Ogni inverno penso che non ci sia niente di più brutto dell’inverno: il freddo mi intristisce, il buio mi instilla torpore, odio la pioggia e gli ombrelli gocciolanti e i guanti che si perdono e le pozzanghere e i piedi umidi nelle scarpe; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’inverno, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sul maltempo, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto freddo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche coperta. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in estate, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’inverno.

Ogni estate penso che non ci sia niente di più brutto dell’estate: il caldo mi innervosisce, la luce che filtra dalle serrande mi sveglia presto, odio il sudore e i costumi gocciolanti e gli occhiali da sole che si perdono e la polvere e i piedi umidi nei sandali; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’estate, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sullo scirocco, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto caldo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche bottiglia d’acqua. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in inverno, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’estate.

Ogni stagione ha i suoi meriti, ma soprattutto i suoi demeriti. Sono molti, e io saprei elencarli quasi tutti.

D’estate si dorme male, è indubbio: c’è molto caldo sempre, anche nelle notti più miti, e non è ecologico né economico tenere il condizionatore a 16° per molte ore; tutte le strategie ipotizzabili – condizionatore acceso un’ora prima di andare a dormire per rinfrescare la stanza, ventilatore sapientemente orientato verso il letto – lasciano il tempo che trovano: il condizionatore, appena spento, riporta la camera alla temperatura di partenza in un nanosecondo e il ventilatore si limita a muovere aria bollente, provocandomi solo dolorosi crampi. D’inverno si dorme bene, se al piumone si aggiunge una coperta di pile e un plaid per i piedi e una borsa dell’acqua calda e un canuccio peloso e tiepido sul letto: ma in compenso ci si alza male, tremando e battendo i denti e imprecando, e si tenta di auto-convincersi a fare la doccia immaginando che l’acqua bollente ci riporti a una temperatura compatibile con la vita, speranza puntualmente disattesa.

D’estate ci si veste rapidamente: un paio di fluttuanti pantaloni di cotone, una canottiera e dei sandali bastano; peccato che i pantaloni non abbiano tasche e siano parecchio scomodi, che la canottiera mi stia male e che con i sandali cammini come mamma oca. D’inverno si impiegano molte ore a sovrapporre strati di vestiti, canottine dolcevita maglioncini cardigan cappotto sciarpa berretto, creando un ovvio effetto da omino Michelin. Penso che nessuna storia d’amore sia mai nata in inverno.

D’estate portare il cane a spasso è scomodo e faticoso: il sole picchia, l’asfalto scotta, Nando è troppo grande e divincolantesi per essere portato al parco in braccio; d’inverno non va meglio: si scivola, il cane si bagna e assume il caratteristico odore da cane bagnato, i tuoni lo spaventano e non indosserebbe un impermeabile nemmeno se gli fosse ingiunto dalla legge.

D’estate le piante hanno bisogno di acqua due volte al giorno: e comunque sono sempre riarse, con una sfumatura di giallo sotto il verde delle foglie, boccheggianti. D’inverno i sottovasi traboccano, le radici marciscono, aspetta, aiutami a togliere tutta quest’acqua o la pomelia il prossimo anno non fiorirà.

In conclusione, estate e inverno sono due stagioni fastidiose e colme di pericoli e insidie e fastidi. Bisognerebbe indire una petizione per una primavera perenne.

Sto leggendo Rondini d’inverno, ultima uscita di Maurizio de Giovanni, autore che amo: e proprio perché lo amo sono piuttosto delusa, la storia scorre lentamente e la narrazione è abbastanza ripetitiva, senza guizzi. Spero che migliori più avanti.

LaMate, questo post ovviamente è per te!

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L’amore è.

I miei genitori che, trentacinque anni dopo, guardano la luna piena e dicono C’è la nostra luna!, perché nelle foto del matrimonio si vede che c’era la luna piena anche allora.

Chi sta fuori a bagnare le piante nel mezzo di una sciroccata di fuoco, per evitare che il basilico perda le foglie.

La mia compagna che mi piega il pigiama ogni mattina, perché le fa piacere e perché dice che si sente il mio odore.

Camminare per mano anche se è estate e ho le mani più sudate del solito.

Quel padre che porta il bambino sulle spalle fino alla macchina, anche se la macchina è molto lontana e il bambino gli sta tirando i capelli, ma ha capito che fa così perché è stanco e non si lamenta.

La nonna che ha conservato per quindici anni un mio vecchio bigliettino in cassaforte.

La collega che piange il suo amato cane e che dice Ho perso la mia ombra per sempre, e non riesce a capacitarsene.

Chi sceglie di accettare una nuova sfida in politica non per nutrire il proprio ego, ma per provare a fare qualcosa di buono.

Mio padre che dice a mia madre Stasera non usciamo, sono stanco, quando in realtà sappiamo tutti che quella che è stanca è lei.

Mia madre che, anche se è molto stanca, dice Mi piacerebbe davvero uscire, perché sa che a mio padre piacerebbe farlo.

Nando che ringhia verso chiunque si avvicini alla macchina con mia madre dentro, perché pensa di doverla proteggere ma ha paura.

La mia compagna che è disposta a rinunciare a qualcosa che vorrebbe davvero fare ma che sa che non mi fa piacere. Io che non permetterò che rinunci a qualcosa che vuole davvero fare, sebbene non mi faccia piacere.

Il ragazzino che, alle medie, mi regalò un rametto di mimosa.

Gli occhioni buoni di Miruccio.

Un genitore che riesce davvero a mettere le esigenze dei figli davanti alle proprie, anche se ha il cuore spezzato.

Una persona che non può camminare e si batte a fatica contro la burocrazia per avere una sedia a rotelle per accompagnare il proprio figlio a scuola.

Mia madre che ha sempre fatto il possibile per accompagnarmi alle riunioni con i professori.

La mia compagna che aspetta che abbia finito di prepararmi minuziosamente le cose per il giorno dopo, la sera, e anche se casca dal sonno rimane sveglia per addormentarci insieme.

Preparare un regalino per una persona lontana, sperando che la faccia sorridere.

Mio padre che monterà le nostre tende, anche se è stanco e affaticato, ma ci tiene.

Mia zia che mi dice Ti ricordi di quando eri piccola e tornavo presto dal lavoro per stare con te?

Le nonne che mi hanno cresciuta, i nonni che mi hanno protetta. La certezza di non dimenticarli mai e di rimpiangerli ogni giorno.

Mia madre che mi prepara il gateau di patate per cena. Mio padre che mi compra il succo d’arancia. La mia compagna che sceglie con cura un film che mi piaccia.

Io che oggi andrò alla parata del Palermo Pride, perché il primo amore, quello che non dobbiamo mai mancare di alimentare e curare, è quello per noi stessi.

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Due o tre cose che ho imparato all’ultima edizione di Una marina di libri.

18009293_1456604967746976_732751676_nChe ci saranno sempre i detrattori del festival: quelli che annunceranno trionfanti che col biglietto non verrà nessuno, quelli che, un mese prima, giureranno che la manifestazione è destinata al fallimento, quelli che non vorranno investire tre euro (tre euro, sì) per poterne parlare a ragion veduta, quelli che scriveranno post di feroce critica tre giorni prima dell’inizio, onde poi ritrattare e cercare di appropriarsi dei meriti.

Che, come ogni anno, tutto quello che può andar male lo farà: gli aerei saranno in ritardo, gli albergatori smarriranno le prenotazioni, i driver smarriranno gli scrittori, i volontari smarriranno i pass: e comunque andrà bene lo stesso, perché gli aerei comunque arriveranno, altri alberghi avranno stanze migliori, gli autori rideranno della propria sventatezza e i volontari si passeranno i badge dalle sbarre dell’Orto botanico, accaldati e divertiti.

Che a Palermo, a giugno, c’è davvero molto caldo: e che, nonostante la crema solare, non sarà strano trovarsi con spalle arrossate e gote ricoperte di lentiggini già alle dieci del mattino.

Che la suggestione è una cosa pessima: e che chiunque sceglierà di credere che ci sia poca gente continuerà ad esserne convinto anche quattro giorni dopo, con le matrici dei biglietti in mano e le file ai punti ristoro e diecimila libri venduti in tre giorni e mezzo.

Che gli editori sono una strana categoria: pronti a dichiararsi prossimi al fallimento in qualsiasi momento, ma generosi e prodighi di complimenti e suggerimenti e nastro adesivo rinforzato.

Che ci sono persone che mettono il cuore in tutto quello che fanno: che si tratti di recuperare gli ospiti in aeroporto, controllare le sale o passare un’intera domenica in un gazebo incandescente a spiegare agli avventori come fare per avere lo sconto.

Che gli amici sono quelli che sfidano il caldo, il biglietto e la calca per venirti a trovare, anche se dall’altra parte d’Italia o con un bambino nel passeggino. E che la migliore compagna al mondo è quella che mangia un calzone al forno come pranzo della domenica, pur di passare qualche ora con te in pausa pranzo, dopo mesi di stress e giorni di montaggio, con la polvere che impregna i capelli e troppo nervosismo nell’aria.

Che non c’è niente di più bello dell’ultimo giorno, o meglio, delle ultime ore di un festival: quando la tensione ormai è scemata e, benché ci sia ancora moltissimo da fare, si può sorridere e mangiare un muffin salato e bere un succo di arancia e cominciare a provare una punta di nostalgia.

Che una squadra affiatata è quella che, dopo mesi di fatica e insonnia, riesce ancora a coprirsi le spalle e sostenersi: e che, se una delle componenti è prossima al parto, bisogna aver cura di lei ancora di più.

Che è il terzo o quarto anno di seguito che non compro un libro al festival. Ne ho ricevuti in regalo sei, in compenso. Meglio di niente.

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Marcello, come here!

Non sono mai stata particolarmente picciriddara; a parte poche eccezioni – per esempio Stefanuccio, che è un pupetto tenero e simpatico e poi è il figlio della mia amica Fra’ e questo gli dà un indubbio vantaggio iniziale, o Pagnottino, che è nipote di amicastorica e, anche se non lo vedo da una manciata di anni, lo seguo da lontano e rido molto alla sue domande – a me i bambini non interessano in modo specifico; li trovo, in genere, viziati, noiosetti e troppo lontani da me. Ancor meno ho mai concepito la mentialità siciliana del lasciatelo in pace, è picciriddo! per giustificare qualsiasi monelleria, capriccio o nefandezza compiuta da essere umano di età inferiore ai dieci anni. Ma.

Vivo a Palermo da un nugolo di anni, e so bene quanto l’estate siciliana – che notoriamente inizia a maggio e finisce a ottobre – possa essere calda e spossante. Da piccola odiavo il mare, la spiaggia di Mondello, la sabbia che restava incastrata nel costume per tutto il giorno, le spalle spellate, i capelli schiariti dal sole: ma, se non avessi avuto la fortuna di una casetta di villeggiatura minuscola ma vicina al mare e di due nonne disponibili a portarmi a fare un bagno ogni mattina, penso che sarei impazzita di noia ed esasperazione. Mi chiedevo da bambina – me lo chiedo un po’ anche ora – cosa facessero i miei compagnetti di classe, quelli che non villeggiavano a Mondello e non avevano genitori o nonni che li portassero alla spiaggia: stavano a casa tutto il giorno? Andavano ai giardinetti, a passeggiare per il quartiere, al mercato? Guardavano la tv? E cosa fanno oggi, nelle lunghe mattina d’estate, i bambini palermitani che non hanno il mare (o qualcuno che ce li porti)? Prendono un autobus, a rischio di sgradevoli incontri, di perdersi o di rimanere sui seggiolini arancioni di plastica rovente per tutto il giorno? E se hanno solo sette o otto anni?

A Palermo, dal 1591, in mezzo alla Vucciria c’è una fontana; si chiama Fontana del Garraffello, è piccolina, di media bellezza, discreta, silenziosa. Negli ultimi anni in pochi, pochissimi se la sono filata: e infatti, fino a qualche mese fa, era ridotta a un cumulo di spazzatura, sapientemente maltrattata dai giovani della Palermo-bene che la sera vanno nei rioni popolari del centro a bere birra comprata in bancarelle abusive. Poi è stata restaurata, la fontana, e protetta da una cancellata a lance di ferro, bassa, facilmente scavalcabile: e già la cancellata, ecco, a me sembra brutta e inutile e odiosa, non permette di bagnarsi, di bere, di rinfrescarsi, di fruire della fontana pomposa riconsegnata al quartiere. Qualche giorno fa, sui social è apparsa la foto di due bimbi: in costumino e scarpette, facevano il bagno proprio nella fontana del Garraffello. A me sono sembrati teneri: due corpicini troppo grandi per la vasca minuta della fontana, poco più di una vasca da bagno, con le ciabatte per non scivolare sul basolato, i capelli dritti sulla testa. I commenti negativi, sulle pagine di note testate giornalistiche locali, si sono sprecati: la maggior parte inneggiavano alla pubblica gogna per i due bagnanti e per le loro famiglie, colpevoli di aver distrutto la sacralità di un monumento che, non so se l’ho detto, fino a ieri nessuno si filava di pezza. Ma eccoli, i difensori della morale: nella fontana non si fa il bagno, quindi forza, che si puniscano i monelli.

Ora, io detesto i bambini che urlano in pizzeria, che fanno casino al cinema, che corrono e si spintonano al supermercato: ma andare a mare dalla Vucciria è un viaggio, e questi due bambini non avranno avuto, probabilmente, genitori disponibili a portarli al parco – perché impegnati, ad esempio, a portare il pane a casa. Se hai otto anni e abiti a piazza Garraffello, a Palermo, in estate, non hai nulla da fare che non sia stare a casa o ciondolare per strada: non c’è una piscina, un centro ricreativo, un giardino dove giocare. E se c’è una fontana, e l’acqua è fresca, e ci vuoi fare un bagno dentro, senza distruggerla o rovinarla: fallo, accidenti, ché di questa sacralità dei monumenti, da storica dell’arte, faccio volentieri a meno. A me i monumenti piacciono vivi: e cosa c’è di più bello di una fontana con qualcuno dentro?

P.s.: molti hanno giustificato il proprio livore sostenendo che la destinazione d’uso di una fontana non è che qualcuno ci si immerga; se è per questo, la destinazione d’uso delle chiese è pregare: quindi basta foto, visite turistiche, biglietti di ingresso e guide che illustrano i mosaici, plis.

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God bless i volontari.

Poche cose sono faticose e gratificanti quanto gestire un gruppo di volontari – nel caso specifico, un manipolo di pocopiùcheventenni che, per qualche misterioso motivo, hanno voglia di offrire tempo ed energie al festival del libro più simpatico e scalcinato del mondo.

Da quando il festival di cui sopra esiste, esistono i volontari; o meglio: senza volontari non esisterebbe il festival, dato che ci sono una decina di eventi in contemporanea, dislocati in posti molto molto distanti tra loro, e dozzine di necessità: relatori da recuperare in giro per la città, bottiglie d’acqua da riempire e riempire perché a Palermo a giugno fa molto caldo, autori logorroici ed egocentrici da tenere a bada, bambini maleducati da zittire, adulti scortesi da invitare a non dare disturbo, per favore. E poi videoproiettori che non collaborano, schermi che rimangono inspiegabilmente bui, microfoni muti e casse che fischiano, editori da blandire e padroni di cani da minacciare. C’è molto da fare, ma anche molto da divertirsi: ci sono cani che sguazzano nella vasca delle ninfee, spettacoli di bolle di sapone a cui assistere fingendo di controllare l’area bambini, scrittori famosi a cui avvicinarsi per una dedica brandendo il badge d’ordinanza per scavalcare la fila; ma soprattutto, c’è la sensazione di essere parte di un gruppo, di avere un obiettivo comune, di poter vantare un poco di responsabilità nella buona riuscita di qualcosa.

Sono preziosi, i volontari: sono inesperti, spesso, ma pieni di buona volontà; allegri, carichi di idee, pronti a ridere e mettersi in gioco – ma anche a saltare sul cassone di una motoape per scaricare centinaia di colli di libri, all’occorrenza. Sono faticosi e ingestibili come cuccioli, a volte: fin troppo intraprendenti e traboccanti energie; in altri casi, invece, sono fiscali e noiosetti: controllano che gli altri non abbiano riposato un quarto d’ora più di loro, si lamentano delle zanzare, della noia, delle persone che chiedono informazioni, del male ai piedi. Ci sono quelli che vengono da altre città, che prenotano il b&b e mi chiedono di sapere in anticipo le date delle riunioni: e poi ci sono quelli che non si presentano al loro turno e non avvertono e non rispondono al telefono e spariscono dalla faccia della Terra per intere giornate, per poi riapprodare, sorridenti e scanzonati, il giorno dopo: ecco, loro sono quelli che incorrono nella mia muta furia: perché va bene, non stiamo salvando il mondo né trovando la cura per una grave malattia, ma se non ti presenti e non mi mandi neanche un sms giuro che ti faccio sbranare da canenando.

Dopo anni di gestione dei volontari, penso di sapere cosa devo aspettarmi: e invece ogni volta sono stupita e commossa dalle buone intenzioni e dalla sollecitudine, dalla capacità di mettersi in gioco e dalla perseveranza di ognuno di loro. Li adoro, tutti.

In questi giorni di (relativa) solitudine pensavo che avrei letto molto: invece ho lavorato moltissimo e cercato di montare mobili Ikea e letto poco e male. Ho appena iniziato Viaggiare in giallo, la nuova raccolta di racconti gialli di Sellerio: sembra, come sempre, briosa, simpatica e vagamente inconsistente. Vedremo.

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Go vegan!, ovvero di chi giudica per partito preso.

Non sono vegana. Non sono mai stata neanche vegetariana, se è per questo: per moltissimo tempo non ho mangiato carne, ma per una mera questione di gusto – probabilmente ero satura da un’infanzia scandita dalle tristissime fettine di vitello che venivano ammannite quotidianamente a qualsiasi bambino nato negli anni Ottanta. Mangio tutto, più o meno: con scarsa predilezione per qualcuni alimenti e reale avversione per pochissimi altri, con gusto e spesso eccessiva, imbarazzante voracità. Non sono vegana, affatto: ma mia madre lo è, per mille ragioni che sarebbe futile spiegare, e dato che so per certo che mia madre non è stupida, mi sono sinceramente stancata di sentir dire, sui social come anche nella vita reale, che tutti i vegani sono stupidi.

Dal mio punto di vista, i vegani sono persone che, per ragioni che possono o meno essere condivise, hanno fatto una scelta alimentare diversa da quella della gran parte degli altri. Che lo facciano per amore degli animali, per odio verso i vegetali, per motivi di salute o per farsi notare, saranno pure fatti loro: ma, così come è politicamente scorretto dire a una persona sovrappeso che è grassa ma nessuno trova niente di strano nel dire di una donna snella che dovrebbe ingrassare un poco – con corollario di benevole espressioni del tipo ‘è uno scheletro vestito’ o ‘le ossa si danno ai cani’ – adesso va di moda sparare a zero contro i vegani: e quindi sono tutti degli sciocchi, o degli esaltati, o dei nazisti. Ecco, io le generalizzazioni le odio: conosco vagonate di gay poco sensibili, di donne sgraziate e moleste, di persone di sinistra dalla mentalità gretta e settaria e di vegani intelligenti. Basta guardarsi intorno, magari facendo una chiacchierata e non limitandosi a o uno scambio di battute sul web: pensateci, potreste scoprire tante nuove sfumature, in un mondo che vi appare noiosamente monocromatico.

Qualche giorno fa, per Santa Lucia, mi sono vantata – non troppo a ragione, forse – su facebook di aver confezionato un’ottima versione vegana della cuccìa. I commenti non sono stati lusinghieri. In realtà, avevo semplicemente sostituito il latte vaccino della crema di cioccolato con latte vegetale: e questo perché sono intollerante al lattosio dalla nascita, e perché così anche mia madre avrebbe potuto mangiare il dolce. Non è necessario essere vegani – e quindi, nell’accezione collettiva, un po’ cretini – per mangiare vegano: a ben pensarci lo faccio molto spesso, e anche la mia compagna lo fa, quando ceniamo con un’insalata di patate bollite, fagiolini, pomodori e mais, o quando mangiamo la pasta con le lenticchie, o quando la domenica a pranzo optiamo per un panino con panelle e crocchè; e non penso che questo abbia ucciso qualcuno dei miei residui neuroni. Né, soprattutto, penso che questo dovrebbe riguardare chi mi circonda: il vecchio adagio di mia nonna del fatto che sia cattiva educazione guardare nel piatto degli altri dovrebbe tornare a far scuola.

Ho finito da poco “Carne mia” di Roberto Alajmo, e accidenti, che bel libro! La storia c’è ed è molto ben raccontata, e il finale è decisamente da brividi. Leggetelo, davvero.

Per concludere, è abbastanza ridicolo che mi trovi a dover scrivere un post in difesa dei vegani proprio oggi che proporrò alle mie amiche di andare a mangiare un buon hamburger (per me, con gorgonzola, spinaci crudi e confettura di ciliegie). Ma tant’è.

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Fenomenologia della Ztl.

Abito ad alcuni chilometri dal mio ufficio. Vivo in un palazzo piuttosto alto, messo di traverso sul ciglio della circonvallazione, pieno di sole e di vento, con Monte Cuccio di fronte, una gelateria all’angolo e un pastore tedesco ringhiante che si aggira davanti al portone. Mi piace molto la mia casa, e mi piace anche il mio lavoro: la casa editrice, le colleghe, il capo, le pause caffè, il vassoio di cornetti a metà mattina, la sfida quotidiana nel tentare di convincere un pubblico di lettori non-forti a comprare saggi di autori non-noti. Quello che mi piace meno è spostarmi da casa all’ufficio e ritorno; non ho un motorino e a piedi, a detta di Google Maps, impiegherei più di un’ora. Non mi sentirei tranquilla a percorrere la circonvallazione in bicicletta o suoi pattini e, combinando tra loro i pochi mezzi pubblici presenti in zona, potrei coprire il percorso in circa cinquanta minuti, a cui aggiungere, al ritorno, dalla mezz’ora ai quaranta minuti di attesa. Per questo utilizzo l’auto: che mi costa una buona fetta di stipendio in benzina e che già una volta, proprio nei pressi della casa editrice, mi è stata rubata; ma tant’è.

Da una settimana a questa parte è entrata in vigore la Ztl; per ragioni squisitamente legate al rispetto per la salute pubblica – i gas di scappamento fanno male a chi abita in centro – e per il decoro della zona – che brutte queste strade piene di macchine! – non si può più accedere in auto in una grande porzione del centro storico, se non previo pagamento di un pass che può essere giornaliero o semestrale o annuale; quello semestrale o annuale, però, può essere acquistato solo da chi ha valide ragioni per voler raggiungere quotidianamente il centro storico: chi ci abita e chi ci lavora. Armata di pass, quindi, da una settimana entro nella zona concessa solo agli eletti; percorro sempre le stesse strade e mise sembra naturale fare un confrontro tra il prima e il dopo Ztl: ammetto di non trovare una grande differenza rispetto al solito. Il traffico è impercettibilmente alleggerito: di fatto, impiego circa tre o quattro minuti meno di prima; al ritorno, in compenso, percorro il perimetro della zona chiusa: qui, invece, è il caos. Nei pressi di casa, poi, il traffico è praticamente triplicato: ma, è chiaro, qui in periferia i gas di scarico diventano salubri come aria di montagna, la zona non ha bisogno di decoro – anzi, può essere indecorosamente stipata di auto senza che dia disturbo a nessuno –, trascorrere molte ore in coda ci piace e favorisce la socializzazione. Le ragioni della Ztl, che tutti sembrano condividere e sostenere, hanno valore solo in centro; noi cittadini non-del-centro siamo stigmatizzati come agenti inquinanti per pura volontà, per pigrizia e mancanza di senso civico. Dovremmo lavorare sotto casa, o affittare una mongolfiera, o prevedere tre o quattro ore di tempo al giorno per spostarci. Armandoci di buona volontà, saremmo disposti a lasciare l’auto ai limiti della Ztl e proseguire a piedi: anche se si tratta di un chilometro di strada, da percorrere con borsa e ombrello e porta-pranzo e magari pc portatile in spalla. Lo faremmo, comunque: se qualcuno avesse preso in considerazione l’idea di creare parcheggi lungo il perimetro dell’area a pagamento, magari. Ma no, non importa: a Palermo o sei molto figo e vivi in centro storico, o sono solo fatti tuoi.

Mia madre ha deciso di provare a preparare le arancine di spaghetti; siamo ancora metà dell’opera, ma sembra un’impresa fattibile. Il concetto è uguale a quello delle arancine di riso, ma si usa la pasta per comporre la parte esterna. Abbiamo lessato gli spaghetti, aggiunto tuorli, burro e grana, li abbiamo tagliati e messi in frigo. Domani si potranno comporre le pallette, da riempire con prosciutto cotto e scamorza. Vedremo.

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Attività estive.

D’estate, si sa, c’è caldo. A Palermo, quando c’è caldo, c’è caldo davvero. A dispetto degli ovvi consigli elargiti da telegiornali e riviste, una delle attività più gettonate dal palermitano in estate è la preparazione di pietanze che richiedano una lunga permanenza dell’intera famiglia accanto ai fornelli, meglio se con grandi padelle colme di olio sfrigolante a fare da contorno. Anche la preparazione di una semplice caponata può richiedere il coinvolgimento di tre o quattro persone per un numero di ore direttamente proporzionale alla mole di conoscenti a cui far avere un barattolo sigillato colmo del più classico dei contorni isolani. Sono un must irrinunciabile dell’estate palermitana le giornate – di solito almeno tre, sul finire di agosto – dedicate al confezionamento di casse di buttigghie, bottiglie che hanno contenuto birra e che sono state raccolte nell’arco dell’intero anno, per poi essere sterilizzate con mezzi casalinghi – forno a bassa temperatura, pentola in ebollizione, sole – e riempite con salsa di pomodoro appena tirata via dalla pentola, da conservare per l’inverno e da donare a parenti e conoscenti che, in cambio, ci omaggeranno delle proprie. Ogni famiglia ha una variante – alcune sfiorano la perversione, prevedendo l’aggiunta di carote e/o sedano e/o aglio – ed è fondamentale l’apposizione su ogni bottiglia di post-it con il nome della casa produttrice del condimento, onde evitare rovinose sorprese.

Non eccessivamente sgradevole è la preparazione di un dolce tra i più apprezzati nel tepore dell’estate siciliana: il gelo di mellone. A Palermo, nessuno avrebbe mai l’ardire di chiamare l’anguria con un nome che non sia, appunto, mellone: il gelo è una deliziosa gelatina, da gustare nel tardo pomeriggio con un’aromatica tazzina di caffè. Bisogna, ovviamente, avere in casa dell’ottima anguria, dolce e succosa, non farinosa. La polpa, estratta con un cucchiaio, va passata al passapomodoro – e non, come leggo su molti blog, al mixer! eresia! – e raccolta in una ciotola. Per un litro di succo sarà necessario usare circa un chilo e mezzo di polpa. In una tazza di succo, a parte, si scioglierà l’amido (80 grammi circa), per poi unire il tutto al resto del succo e allo zucchero (100 grammi circa, ovviamente dipende dalla dolcezza della frutta). Si trasferisce il composto, aromatizzato con una stecca di cannella da tirar via dopo qualche minuto o con qualche fiore di gelsomino, sul fuoco dolce, e si fa cuocere per un minuto circa dopo l’ebollizione, mescolando continuamente finchè il composto velerà il cucchiaio. Si versa in stampini monoporzione e si fa raffreddare per almeno quattro ore. Si decora con gocce di ottimo cioccolato fondente e pistacchi tritati. Non richiede neanche una permanenza troppo lunga ai fornelli: l’unica controindicazione è che un vero palermitano non ne confezionerà mai meno di quaranta stampini alla volta.

Sto finendo di leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, ed è proprio come me l’ero aspettato; Rocco Schiavone, pienamente immerso nel suo ambiente – il romanzo racconta ciò che ha preceduto il trasferimento del vicequestore ad Aosta – è meno scostante e più portato alla dolcezza e alla comprensione. Il giallo è avvincente e stuzzicante, e una vena di tristezza intride il libro. Merita.

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