Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

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Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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