Un posto nel cuore.

Mohamed ama la compagnia: la compagnia di persone che mi capiscono, dice. E quando lo dice mi sorride e io sono contenta di far parte di quel gruppo. Mohamed ama anche, nell’ordine, il vino rosso, bagnarsi i piedi in mare ogni mattina, le risate, la musica degli anni Settanta, i cani. Non ama, invece, la gente ipocrita, chi dà troppi consigli, la birra, i cibi grassi, i libri. Gli piacciono le battute di spirito, ascoltare la radio, dormire sotto le stelle; non gli piacciono i camion, la città, chi crede di non aver altro da imparare nella vita.

Mohamed mangia poco; gli piacciono la frutta e l’insalata, ma quando gli ho portato le pesche non le ha apprezzate. Mohamed odia ricevere regali: non accetta soldi né sacchetti di spesa; anche per il caffè storce il naso: io non lo voglio, risponde, ne ho già bevuti troppi. Perché non lo bevi tu? Quando porto il caffè a Mohamed, finisce che poi me lo bevo io, e magari la notte non dormo. O forse quando vado da Mohamed non dormo per altri motivi, e il caffè non c’entra.

Se gli serve qualcosa, Mohamed non la chiede: perché non voglio pesare, dice, e allora faccio da me. Ha le braccia ingessate da due mesi, ma ha imparato comunque a farsi le sigarette da solo, e va a prendere l’acqua per i cani alla fontana senza farsi aiutare a portare i bidoni, e non ha lasciato che gli tagliassi le unghie: ma in questo caso, forse, aveva solo paura che potessi fargli male.

Mohamed ha scritto un libro, ha fondato un’associazione, ha girato per mezza Europa; ha vissuto nell’est, quando il muro di Berlino era ancora al suo posto: ma in Polonia no, ci tiene a dirlo. Parlava otto lingue, un tempo, Mohamed: ma poi ha scoperto che si confondeva e ha deciso di dimenticarle, e ora parla solo italiano e siciliano e persiano: ma, da quando è morto Ife, il persiano lo parla solo per telefono con i suoi fratelli.

La madre di Mohamed è morta lo scorso inverno, e lui quando ne parla piange un po’; piange anche quando si ricorda di quel sogno che aveva e che non ha potuto realizzare: e io allora mi intristisco moltissimo, e cerco di farlo sorridere senza riuscirci, ma poi lui sorride da solo pensando a quell’altro sogno che sa che porterà a compimento, perché lui è cocciuto e quando decide di fare una cosa la fa.

Mohamed ha tre cani, ma Piccolo è il suo preferito; Piccolo è grosso e giallo, ha sedici anni e pochi denti e cammina con le zampe posteriori larghe e rigide. Piccolo non sente e vede solo da un occhio e a volte mi ringhia, anche se gli porto le barrette e le altre cose buone. Piccolo è il capobranco e mangia sempre prima degli altri, e Stella, che è giovane e grossa e nera, gli sta seduta accanto e gli lecca il muso. Sabato scorso una macchina lo ha investito e io mi sono terrorizzata ma per fortuna non si è fatto niente, ma Mohamed si è seduto sulla sua sdraio con una mano sul petto e gli occhi chiusi e per mezz’ora non si è mosso più. Ti sei spaventato molto?, gli ho chiesto. Sì, mi ha detto lui: perché Piccolo è un grande amico, siamo cresciuti insieme e senza di lui non saprei come fare, e io so che Piccolo non ha molta strada davanti e che purtroppo non starà con Mohamed ancora a lungo e mi dispiace moltissimo per lui.

Mohamed è un vero gentiluomo d’altri tempi: se vede mia madre le offre la sua sedia e anche se non la capisce non le dice niente. A me offre sempre qualcosa da mangiare: e ieri che aveva degli yogurt buonissimi e io cercavo di convincerli a mangiarli voleva per forza che me li portassi a casa.

A Mohamed piace parlare dell’Iran, dei suoi viaggi e delle persone che ha conosciuto e delle esperienze che ha fatto, e di quella volta che l’Italia aveva vinto la partita contro la Nigeria ai mondiali e lui si è addormentato al sole e si è scottato le gambe; a me piace ascoltare e fare domande, e quindi con Mohamed mi diverto molto e imparo sempre qualcosa. Spesso gli chiedo se sa una cosa (cosa è quell’edificio lì, quanto dura il servizio militare in Iran, come si chiamava il suo cane di quando era bambino) e lui sa sempre la risposta. A me piacciono le persone che si fanno domande e sanno trovare le risposte.

Mohamed abita molto lontano da me, dal lato opposto della città; io cerco di andarlo a trovare più spesso possibile, ma non è facile; quando vado lì, anche se sono stata con lui per due ore, Mohamed non vuole mai che vada via, insiste e cerca di confondermi con cose da fare improrogabilmente per non farmi andare. Poi ci abbracciamo molto forte e lui spesso mi dice che mi vuole bene, e quando me ne vado sono triste e vedo la sua figura in piedi che fa ciao con il braccio ingessato e mi viene da piangere.

Io vorrei che Mohamed fosse felice e al sicuro, e che tutti i suoi sogni si avverassero.

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Buoni propositi.

Quando Ife è morto, ho giurato a me stessa che non mi sarei più affezionata a un senzatetto; ero stanca di preoccuparmi per la sua incolumità, di pregare che i ragazzotti violenti e ipodotati girassero al largo, di leggere il giornale la mattina temendo di incrociare un trafiletto che lo riguardava; di scrutare il cielo ogni quarto d’ora sperando che non piovesse, di leggere le previsioni e incrociare le dita contro il gran caldo, di ascoltare il vento aggressivo di febbraio, di notte, chiedendomi se si stesse spaventando; di percorrere le corsie del supermercato alla ricerca della minestra in scatola, ma si manterrà buona con questo caldo? Non sarà meglio portare della frutta? Ma se poi si deteriora? E quel giubbotto lì serve davvero a mio padre? Per Ife non sarà più utile?

Avevo giurato a me stessa che, e invece.

E invece, una settimana fa, ho incrociato il post di un mio contatto su Facebook: una ragazza che conosceva Ife, che ha portato Mosca e Canepiccolo in un luogo sicuro, che si occupa quotidianamente di canucci e persone randagie. Diceva che Mohamed è stato aggredito, gli hanno rotto le braccia a bastonate, e ora è ingessato e ha bisogno di qualcuno che gli faccia le iniezioni di Seleparina; chi può diversi i turni con me?, si leggeva nel post. Io, ho risposto: e pensavo che in tanti avremmo risposto Conta su di me, e invece dopo molte ore avevo scritto solo io, e quindi abbiamo deciso di spartire i turni tra noi. E ho conosciuto Mohamed.

Mohamed, in realtà, lo conoscevo un poco quando Ife era vivo, ma lui non si ricorda di me; si ricorda, invece, della mia bella: o almeno, dice di ricordarsene, di avere passato molte serate con lei, in taverna alla Vucciria o a Ballarò o in locali che ora non esistono più e in cui lui organizzava misteriose serate danzanti; e la mia bella non si ricorda di lui, ma gli dice di sì, per non farlo rimanere male. E io, ché di me non si ricorda nessuno, un po’ ci resto male ma non importa.

Parla moltissimo, Mohamed, e si capisce quasi tutto quello che dice: e sono tutte cose abbastanza centrate, soprattutto quando parla della Jugoslavia di Tito, o della Germania degli anni Ottanta, quando lui era un ventenne che non parlava tedesco e nessuno lo aiutava a trovare gli indirizzi sulla cartina. Parla dei suoi cani e dei suoi gatti, e anche di piccioni e gabbiani e topi. Ride e finge di scappare, quando brandisco la siringa: e quando gli chiedo se gli ho fatto male, che io a fare iniezioni non sono molto brava, sgrana gli occhi e dice che no, non gli ho fatto male io, gli ha fatto male la vita.

Dice che lui e Ife si conoscevano bene, che erano due dervisci: e io non so se sia vero, ma un po’ mi piace crederlo; dice che le braccia gli fanno male, ma che lui preferisce non pensarci: perché a pensare sempre alle cose negative si diventa tristi, e invece lui si sforza di essere sempre allegro e positivo e per questo tutti gli stanno accanto; effettivamente, ho pensato, ha ragione: se le cose negative comunque esistono, a che serve pensarci? Gli ho chiesto se è la prima volta che si rompe qualcosa, e lui ha riso guardandomi, e mi ha risposto che no, si è rotto una spalla e la testa e tanto altro: se si dorme per strada, mi ha detto, queste cose succedono.

Gli ho portato delle pesche gialle e del cibo per cani, ma mi ha detto che aveva già tutto quello che gli serviva, ed è vero; l’unica cosa che gli serve è qualcuno che gli faccia le sigarette, perché con le mani bloccate non può: e io non le so fare, ma la mia bella sì, e gli ha portato cartine e filtri e gliene ha preparate un bel po’, e lui le passava il tabacco e diceva devi metterti al lavoro!, e rideva profondo di gola.

C’era l’eclissi di luna, ieri: e Mohamed mi ha detto che lui ha studiato astronomia e di queste cose ne capisce, e ne capisce davvero, almeno per me: e mi ha spiegato il meccanismo dell’eclissi, e quando siamo andate via abbiamo guardato la luna che diventava bruna, sul mare di Sant’Erasmo, ma Mohamed no, non l’ha guardata, era stanco. Ha studiato ingegneria, dice: dice che era venuto a Palermo proprio per iscriversi all’università, ma io penso che forse in Iran in quel periodo c’era la guerra, e in realtà è andato via per quello. La guerra è orribile, mi ha detto: e parlava della Bosnia bombardata dai serbi, ma forse non solo.

Adesso Mohamed dovrà essere operato, o forse no: beve e non ci sono medici che si prendano la responsabilità dell’anestesia. Forse rimarrà così, con le braccia ingessate e dolenti, a farsi fare iniezioni nella pancia, a ridere e asciugarsi il sudore dalla fronte col polso steccato. E io, io so solo che ci sono ricaduta: che sono preoccupata per lui, che penso al momento in cui si è svegliato con due persone che lo colpivano; penso al suo dolore, alla paura e alla disperazione, e ringrazio il cielo che al mio Ife tutto questo sia stato risparmiato; penso a quando lunedì sarò lì e lui fingerà di nascondersi per non farsi punzecchiare, e a cosa gli porterò, perché davvero ha tutto ma un regalino vorrei farglielo, ma devo ancora scoprire cosa gli piace. Dice che organizzerà una festa, la prossima settimana o forse anche a settembre: e anche io e la mia bella siamo invitate, e io ci tengo moltissimo a venirci, perché Mohamed dice che la cosa che sa fare meglio è fare divertire gli altri, e la cosa che lo rende felice è vedere gli altri che si divertono.

Penso a Mohamed, adesso, e sono triste e in ansia, e accidenti a me: non so mai rispettare i miei propositi.

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Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

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Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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