Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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Regalare/regalarsi

Mi piace che mi si regalino libri. Volumi usati, amati, sfogliati, squadernati e poi impacchettati o semplicemente consegnati dicendo è per te, o romanzi scelti in libreria guardando la copertina e il titolo e la bandella e il retro, pescati con due dita da uno scaffale o cercati con cura e frenesia e ansia crescente, non c’è, com’è possibile, e poi richiesti al commesso, compitando il nome con un po’ di imbarazzo, guardi, si scrive P-a-l-a-h-n-i-u-k, sì, con la h prima della n, grazie.
Mi piace regalare libri, libri che ho letto e mi sono piaciuti, o che non mi sono piaciuti ma suppongo piaceranno all’altra persona, o che non ho letto ma vorrei leggere, o che non leggerò perché già so che non mi piacerebbero e probabilmente mi farebbero paura però forse a un’altra persona no e quindi.

Ho regalato libri per i motivi più vari, perché mi andava e perché non pensavo ci fossero altre opzioni, per mandare un messaggio o per farmi vedere o per celarmi, a volte; ho regalato Gomorra a una persona piena di risposte, perché provasse, con la giusta fatica, a porsi delle domande. L’ho regalato, Gomorra, a molte altre persone, perché ne godessero come me, e sorridessero annuendo con la testa e mi mandassero un messaggino per dire è davvero bello. Ho regalato romanzi sciocchi e scanzonati e pieni di colori come parole d’amore, e libri di Bennett e Murakami a chi pensava che non esistesse nulla oltre Tolstoj. Ho regalato libri che non sono stati aperti, romanzi come moniti o consigli o coccole, storie che tenessero compagnia dopo un lutto, che facessero passare più in fretta una notte in ospedale, che non facessero dimenticare, lontano da casa, la strada del ritorno. Ho regalato, a un’amica, due volte lo stesso romanzo, ed era Sostiene Pereira e questo spiega tutto, perché è un libro che è un po’ tutto, e perché, nei due momenti in cui gliel’ho regalato, significava parti diverse di quello stesso tutto. Ho regalato libri con amore o rispetto o rabbia, li ho scagliati come pietre o adagiati vergognosamente in un angolo, ma li ho scelti sempre con cura tra mille, con calma e strategia. Ho capito che una persona non-amica-e-neanche-buona-conoscente, una di quelle che si frequentano per diplomazia, non aveva più diritto neanche a quel posto di sbieco nella mia vita quando ha detto che, insomma, abbiamo raccolto un po’ di soldi e quindi basta libri, possiamo fare un regalo davvero bello, ed è uscita con le nostre banconote avvoltolate in tasca per tornare trionfante con un brutto paio di calze a strisce che neanche l’Ape Maja avrebbe indossato senza tentennamenti. Ho rabbrividito di repulsione quando sono stata, recentemente, in libreria a comprare un regalo, e mi è stato proposto di acquistare un buono, per non perdere tempo. Eh no, cavolo, preferisco perdere tempo e sbagliare, fare gaffe e sbattere il muso sul politicamente scorretto, regalare il libro sbagliato al momento sbagliato, ma il buono proprio no, plis.

Mi piace chi regala libri, esattamente come chi cucina per qualcun altro, perché c’è uno strano modo di scoprirsi scegliendo un romanzo o preparando una cena, un modo intimo e dolce e profondo di mostrarsi, di tentare di piacere e fare piacere, di essere-per-gli-altri. Si crea una strana complicità, quando si cucina per qualcuno e si cerca il mix perfetto di quello che piace a noi e quello che immaginiamo, con buona approssimazione, possa piacere all’altro. Per anni, andando da una persona a cui pensavo di voler bene, ho portato una torta che non era niente di particolare ma agli altri sembrava piacesse, ed era piena di mandorle e nocciole e noci e io tenevo sempre in casa una scorta di frutta secca, per l’occasione. Quando scelgo un romanzo, come quando preparo l’impasto per una torta o sminuzzo le mandorle o aspergo lo stampo di farina e zucchero a velo in parti uguali per creare quel gusto caramellato e un po’ sbruciacchioso così goloso, è come se tentassi di nascondere una parte di me per dare spazio all’altro, rendendo ancora più visibile, in quel momento, proprio quello che intendevo celare; è nascondersi e mostrarsi, capire e sbagliare ed empatizzare, e mi piace tanto.

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