Amiche.

Non ho molti amici; ho un solo amico, che stimo talmente da proporlo come prototipo dell’eccezione-che-conferma-la-regola quando si tratta di maschi stronzi, e una fazzolettata di amiche: un gruppo sparuto che comprende conoscenze adolescenziali, reminiscenze universitarie, furti con destrezza dal novero di amicizie altrui, regali inaspettati offerti dalla rete. Sono, queste amiche, spesso alle prese con i propri fatti: perché stanno cambiando casa, iniziando un nuovo lavoro, trascorrendo i fine settimana in ufficio per gli straordinari, accudendo neonati o cani o gatti. Qualcuna è molto impegnata, qualcun’altra ha voglia di chiacchierare un po’, di fare una passeggiata, di mandarmi un paio di foto su WhatsApp a cui risponderò con cuoricini e faccine stupite e bacini con lo schiocco. Qualcuna ha attraversato un brutto momento, qualcun’altra lo sta attraversando ora.

Quando un’amica soffre, mi sento straordinariamente impotente. Non credo nei consigli: dire se fossi in te farei così non mi appartiene. Posso provare ad ascoltare: ma non sempre l’amica che soffre ha voglia di parlare. A volte ha voglia di stare sola: e là mi confondo, io che invece quando ho problemi non faccio che parlare e parlare con le mie amiche, mi confondo e mi sento in difetto – forse non vuole parlare perché io non ascolto bene, forse non vuole parlare perché qualcuno ascolta meglio di me -, provo fastidio e disagio, mi sforzo di tacere e lo faccio scrivendo sedici messaggi in cui dico non preoccuparti, quando vorrai parleremo, e così forzo il suo silenzio e mi chiedo perché si esasperi, mi ha chiesto di non parlare e non sto parlando, i messaggi mica valgono. A volte, l’amica che soffre non mi spiega neanche cosa è successo: non risponde al telefono, visualizza i miei messaggi sui social e non scrive una sillaba, lascia in bacheca frasi misteriose che si prestano a varie e multiformi spiegazioni: starà male? Avrà deciso di trasferirsi in Indonesia? Non vorrà parlarmi mai più? A volte, l’amica che soffre sembra arrabbiata: con me, con se stessa, con altri. È brusca, è scostante, tende a cercare motivi per litigare; rilegge i testi dei messaggi cercando elementi da usare contro di me, si offende per presunte colpe che non penso di avere, non mi spiega perché si è offesa con me, confondendomi ed esasperandomi. A volte, invece, l’amica che soffre mi dice che non ho capito: lei non soffre affatto, sta benissimo, sono io che esagero; sembra che sia pentita di avermi fatto intendere che qualcosa non va: e io, allora, sorrido e dico va bene, sono contenta, ma in realtà sono un po’ preoccupata. Infine, a volte l’amica che soffre ha voglia di passare solo del tempo insieme, parlando del più e del meno, scherzando, rilassandoci: ed ecco, sono contenta, anche se poi mi chiederò se ho parlato troppo, se sono stata fastidiosa, se era meglio che tacessi un po’, se avrei dovuto offrire tè e biscotti invece che birra e noccioline oppure torta di mele invece che pizza a domicilio: ma intanto, pace, è andata così.

Questo post è dedicato alle mie (poche ma buone) amiche: perché sorridano molto, ogni giorno.

Sono nel bel mezzo di “Prendimi” di Lisa Gardner: è un bel giallo complesso, ha un sacco di ritmo, non fa neanche paura. Leggetelo.

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