Non dare sazio manco alla morte (e vantaggio manco agli sciancati).

Leggevo stamattina, nella penombra della camera da letto, mentre cercavo di convincermi che no, quei 74 messaggi da 7 chat potevano aspettare ancora una mezz’ora, leggevo stamattina, dicevo, che un personaggio noto, in un’intervista di alcuni anni fa, ricordava come, alla morte del padre, drammatica e tragica come poche altre, sua sorella, la mattina dopo, fosse andata a sostenere un esame universitario. Dalla sua voce traspariva una sorta di ammirazione, di stima mista a orgoglio frterno: e, d’altronde, i commenti alla lettera, proditoriamente pubblicata sui social, erano tutti in forma esclamativa: che grandezza, che forza d’animo, che nobiltà di pensiero ci vuole ad andare a farsi esaminare da una commissione di accademici subito – subito! neanche ventiquattro ore! – dopo aver subìto un simile lutto. È un atteggiamento comune: ricordo ancora il mio stupore quando i due Schumacher corsero un Gran Premio poche ore dopo la morte della madre, affermando con decisione che Lei avrebbe voluto così, e le parole di elogio e apprezzamento profuse da giornalisti e commentatori che lodavano la professionalità e la saldezza d’animo dei due neo-orfani che, anziché chiudere le valigie e fare un salto a casa, indossavano con sguardo fiero il passamontagna da gara e il casco.

Il mio ardente spirito di contraddizione e l’atteggiamento saldamente tradizionalista mi portano, ogni volta che mi trovo esposta a un simile spiegamento di mezzi di commozione di massa, a una sorta di fastidio; come può mai, mi chiedo, essere più importante un esame universitario, o un’interrogazione a scuola, o una gara sportiva, rispetto a un lutto di quella portata? Perché, per una volta, non fermarsi a piangere, a confortare gli altri familiari, a farsi abbracciare, a guardare per l’ultima volta un volto caro? Perché quest’ansia da prestazione continua? Perché il lato emotivo non è mai una priorità sulle scadenze, le certificazioni, la burocrazia? Sarebbe così drammatico perdere una manciata di punti o ripetere l’orale della specializzazione tre mesi dopo per concedersi il lusso di abbracciare il proprio padre rimasto vedovo o di raccontare al proprio figlio chi era quella nonna che non potrà più conoscere? Perché ormai la morte, come la malattia, è qualcosa da allontanare da noi, quasi un’onta, che non merita neanche di essere nominata o assimilata? Un tempo, al lutto veniva concesso molto tempo: la morte del congiunto doveva sedimentarsi nell’animo della famiglia e le vesti nere e gli atteggiamenti di contrizione aiutavano ad elaborare il dolore; adesso, invece, della morte non si parla: non la si indossa né se ne cita il nome, semplicemente si glissa e si passa avanti. Quando morirò io, tra due giorni o tra cinquant’anni, vorrei che le persone che mi vogliono bene, per poche che siano, si prendessero almeno un giorno da dedicarmi: pensando, piangendo, lamentandosi, raccontando, ricordando.
Sto leggendo con voracità e vivo piacere Crepuscolo, il romanzo che conclude la trilogia di Holt di Kent Haruf; bello, bello, bello: asciutto, deciso, indaga l’animo umano senza stucchevolezze ma con dolce, sereno distacco.

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Cinquanta sfumature di amici.

Ci sono quelli che ci sono sempre: quelli che, negli ultimi vent’anni, hanno sempre fatto parte, con maggiore o minore assiduità, del tuo panorama personale. Quelli che ci tengono a ricordarti quando saranno liberi, che prenotano con settimane di anticipo il tuo tempo, che ci restano male se rispondi che no, mi dispiace ma sabato non posso.

Ci sono quelli che hanno attraversato un momento difficile: hanno lavorato come matti per mesi, atterriti da orrende prospettive che improvvisamente si sono mostrate per quello che erano, bieco terrorismo psicologico: e che tornano, dopo tutti quei mesi, e riannodano i fili di un discorso che non si era concluso.

Ci sono quelli che hanno interessi simili ai tuoi, e ci tengono a farti sentire un pezzo con la chitarra, a farti leggere un articolo, a mostrarti la foto di uno scrittore che blatera a una fiera del libro, a riascoltare insieme un vecchio disco.

Ci sono quelli che ti stanno accanto, con tenacia e dolcezza, nei momenti difficili: che poi, spesso, sono quelli che ti stanno accanto, con sincera gioia, nei momenti facili e belli.

Ci sono quelli lontani, che brontolano per l’assenza e promettono visite con canucci gialli al seguito: ma che, anche con una nazione in mezzo, riescono ad essere una presenza costante, anche solo con un messaggio di buona notte.

Ci sono quelli vicini, oberati dalle responsabilità e dagli impegni e dalle notti insonni e dai malanni stagionali, che trovano una nicchia di tempo per un messaggio, una pizza, una risata di cuore.

Ci sono quelli che ti ricordano il loro affetto in modi diversi: con un regalino inatteso, con un oggetto fatto con le loro mani, con una vecchia foto che ricorda un momento condiviso, con un nuovo libro da leggere o le date di un concerto a cui non mancare.

Ci sono quelli che vanno per mode: che scelgono di parlare di qualcosa per mesi, di costruire schemi mentali e organizzare tour de force e coinvolgere i conoscenti per portare a termine una missione, schiusa delle uova di tartaruga o presa della Bastiglia che sia, per poi dimenticare tutto nel giro di poche ore.

Ci sono quelli che non confliggono: quelli che sgusciano via, che fiutano segnali di crisi e preferiscono tenere per sé le considerazioni; quelli che non vogliono crescere insieme, ma scelgono di rimanere in una bolla atemporale e non-genuina, non-sana, non-piacevole.

Infine, ci sono quelli che non sono più amici: perché hanno preferito le proprie rigide convinzioni al dialogo, l’intransigenza alla capacità di ascoltare, il fanatismo al dubbio, l’atteggiamento tetragono di un Achille offeso all’elastica curiosità di un Odisseo in cerca di mondi nuovi. Sono quelli che non distinguono la mancanza di rispetto dalle opinioni diverse e la fedeltà ai propri principii dal rigore medievale: sono quelli con cui ogni ulteriore parola è, probabilmente, sprecata.

Sono in una nuova fase di stallo nella lettura: dopo Benedizione ho pensato di continuare la serie di Kent Haruf e dedicarmi a Canto della pianura: che mi sta sembrando lento, troppo affollato di personaggi, poco coeso e con uno stile molto meno personale del precedente.

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Di papà ce n’è uno solo.

Sono una persona banale, mainstream, terra terra: sono rimasta con gioia nella mia città natale, con buona pace di tutti quelli che pensano che sia una scelta rinunciataria e da perdenti, non disdegno panini con hamburger e patatine del fast food per una cena veloce, ho letto tutte le sfumature di grigio presenti in commercio e visto tutti i film con vampiri algidi e lupi mannari nerboruti che si trovino in streaming; mi piace ricevere mimose l’otto marzo, andare a cena fuori per l’anniversario, festeggiare con malcelato entusiasmo San Valentino, la festa della mamma e tutte le altre ricorrenze che fanno storcere il naso alle persone colte e radical chic che mi circondano. Ad esempio, domani sarà la festa del papà, e io, nella mia ovvietà, ho comprato un regalino per mio padre: perché, appunto, sono una persona assolutamente ordinaria, e perché mio padre, che ordinario non è, semplicemente se lo merita.

Per parafrasare il titolo del romanzo di un’autrice a me cara, dove potreste mai trovare un altro padre come il mio? Vi auguro di averne accanto uno anche voi. Vi auguro che sia, appunto, come il mio: comprensivo, facile alla risata, timido con gli sconosciuti e aperto e sincero con le persone vicine. Forte e rassicurante, sicuro di sé, sereno: un perfetto cane alpha della paternità. È, mio padre, la persona più impermeabile all’ansia che io conosca: ha dormito pacificamente il giorno prima di impegni insormontabili, di viaggi rocamboleschi, di interventi rischiosi, per poi cedere alla preoccupazione per motivi sciocchi: sarà il caso di comprare quella macchina fotografica che mi piace, anche se è piuttosto costosa? [comunque sì, era proprio il caso].

Ha un’enorme barba bianca, mio padre: più lunga della sua la aveva solo Ife che, forse per l’omologia di aspetto, riponeva in mio padre una cieca fiducia; ha chiesto di incontrarlo più volte, per parlargli di problemi di salute propri e del mondo, per chiedergli aiuto per Mosca, per mostrargli la vastità della piazza dalla coperta arancione e come stava bene, Ife, con il suo giaccone blu. Era presente, mio padre, il giorno terribile in cui Ife è morto: e anche in molti altri giorni terribili, ma soprattutto in giorni stupendi, e ancor di più in giorni straordinariamente normali: quando ho imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, quando ho preso 10 nella versione di latino, quando sono stata tamponata e l’investitore è scappato, quando ho preparato la crostata con crema e marmellata e per la prima volta non si è attaccata allo stampo. È presente, in maniera costante e poco appariscente, ogni giorno, accanto a chi soffre: lo ha fatto per decenni con i suoi pazienti, continua a farlo con parenti, amici e mariti di colleghe e conoscenti e vicini di casa, quando stanno male o hanno bisogno di un consiglio.

Ama il buon cibo, mio padre: ma ha sempre trangugiato con gioia qualsiasi cosa gli abbia preparato, per ardita e scotta che fosse. Ama il cinema, i gialli, la fotografia, i cani, la montagna, le passeggiate, portare il cane Nando al parco; ama anche i bambini, ma riesce a non farmi pesare la mancata prospettiva di un nipote. Odia, nell’ordine, i fascisti, i prepotenti, i violenti, le verdure, le cene che finiscono senza un dolcetto, i libri che sembrano gialli e poi non lo sono. È sempre stato, per me, un impareggiabile esempio di tolleranza, apertura mentale, capacità di ascolto. È anche un appassionato di turpiloquio e coltiva la suggestiva abitudine di prendere in giro i bambini molto piccoli inventando storie sconclusionate da spacciare per vere. Ha ancora un eskimo, nell’armadio, retaggio degli anni della contestazione giovanile, e idee non meno estreme e rivoluzionarie di quelle.

Probabilmente non leggerà mai questo post: ma se lo facesse arrossirebbe e non direbbe nulla. E io aggiungerei soltanto una parola: auguri.

(Anche) di rapporti tra genitori e figli parla il bellissimo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, che ho finito da poco: e che, davvero merita.

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Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

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