Mille domande, o forse solo una.

Come si fa a capire come e quanto si è sbagliato nella vita, se solo qualcosa o tutto o nulla, se molto o poco o una giusta media? Qual è la giusta distanza per vedere in prospettiva: pochi passi o molti anni, essere-nel-momento o aspettare e astrarsi, aggrapparsi a una grondaia e tirarsi su a forza di braccia per osservare le cose dall’alto? Se, camminando su un sentiero di montagna, non si intuisce la forma della cima, né il disegno di curve e rettilinei appena percorso, val la pena di detergersi la fronte, scostare le ciocche sudate dagli occhi e tirare su le maniche della felpa, fermi in mezzo a una macchi di pini, per ammirare il paesaggio, scoprire una distesa di fiori gialli o sbirciare una losanga di mare tra le foglie?

È possibile che il mio telefono riceva tranquillamente in camera da letto e non in soggiorno, o al secondo piano ma non al terzo? Perché in ufficio riesco a parlare solo davanti alla porta del bagno?

Otteniamo sempre quello che ci meritiamo? C’è una giusta misura, una esatta quantità di bene e male che si mantiene in precario tremebondo equilibrio sulle punte, una media aritmetica tra buona sorte e incidenti, fortuna e malattie, stupende sorprese e lancinanti Elena Ferrante, "Storia di chi fugge e di chi resta"dolori? C’è qualcuno che riceve più di qualcun altro, o semplicemente non siamo in grado di pesare e misurare e giudicare e commentare le vite degli altri, e quello che ci sembra invidiabile o insopportabile è sgradevole o stupendo o anche solo adatto a quella persona e non a noi? Siamo sicuri che esista una forma di giustizia, che si dio o l’equilibrio dell’universo a detenerla, o è solo il caso a riempire con manciate di occasioni e delusioni le nostre giornate?

È etico servire le vongole con una trafila di pasta che non siano spaghetti? E se, passando dalle tagliatelle, si arrivasse alle penne rigate?

Quanto tempo perdiamo a sperare e temere, a valutare e immaginare, a incrociare le dita e spiare segnali invece di vivere l’attimo? Quanti momenti non ci siamo goduti, distratti come eravamo dalla paura di quello che sarebbe successo di lì a qualche minuto, qualche giorno, qualche anno? Come si fa a concentrarsi solo sul qui-e-ora, tagliando fuori tutto quello che è incertezza o generica ansia anticipatoria? Quanto migliorerebbe la nostra vita, se imparassimo a immergerci con stolidità nel flusso delle cose, senza pensare a quando lunedì dovremo svegliarci presto, al mal di testa che avremo mercoledì sera, a cosa regaleremo per Natale o a chi ci inviterà a condividere ancora molte ore ogni giorno?

L’autista di autobus che aspetta che una frotta di ragazzi, all’uscita da scuola, corra a perdifiato fino alla fermata per mettere in moto e partire lasciandoli ansimanti sul marciapiede non sente nemmeno una punta di senso di colpa?

Il proposito di non comprare più libri, per ottime e solide ragioni – mensole traboccanti di volumi ancora non letti, comodino scricchiolante sotto una pila di romanzi intonsi, prezzi di copertina vergognosamente alti – può essere infranto senza eccessivi sensi di colpa con l’acquisto di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante? Motivare lo strappo col fatto che si tratti dell’ultimo volume di una trilogia è un bieco ricorrere a una scusa, o può essere una giustificazione valida? E il fatto di aver risparmiato il 40% optando per la versione in ebook basta per autoassolvermi senza remore? Mi auguro di sì.

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Qual è la prima domanda che vi ponete, appena svegli?

Ricordate i nomi dei vostri compagni dell’asilo? I loro faccini tondi imbrattati di salsa, le dita punteggiate di pennarello, la volta che vi hanno strappato il disegno fatto con i pastelli a cera per la festa della mamma? Ricordate le cose che vi sono successe, le frasi che avete pronunciato, gli insulti che vorreste ingoiare? Avete in mente ancora quel sorriso che non rivedrete, rammentate la forma delle unghie di qualcuno a cui avete voluto bene? Il colore degli occhi, quell’odore speciale tra collo e orecchio, e il suono dei suoi passi in pantofole? Ricordate tutti i film che avete visto? E la trama dei libri che avete letto? Quando la maestra vi costringeva a imparare a memoria le poesie, vi siete mai chiesti se il pretesto di aiutarvi ad esercitare la memoria fosse solo una scusa per giustificare il suo sadico piacere nel vedervi arrancare dietro alle donzellette che vengono dalla campagna? Le siete grati lo stesso? Pensate che conti di più lo scopo prefisso, o il risultato raggiunto?

Sognate in grande? Desiderate qualcosa di impossibile, o almeno molto complesso e articolato e improbabile, o ambite mete comuni, semplici, che vi annoiano già prima di averle raggiunte? Vorreste essere astronauti registi fotografi di guerra volontari in Africa, o solo buoni genitori, buoni amanti, buoni amici? Avete molti amici? Non vi comunicano angoscia e senso di soffocamento le persone che hanno lo stesso gruppo di amici-da-sabato-sera da troppi anni? Come se fossero rimasti incastrati nei grembiuli di scuola? Pensate che i veri amici si riconoscano al momento del bisogno, o che siano quelli che sanno condividere le vostre gioie, godere dei vostri successi, battere le mani per voi sorridendo a tutta bocca? Siete sicuri che chi vi poggia la mano sulla spalla quando state male lo faccia per empatia, e non per senso di colpa pietà o sollievo? O forse non vi importano le motivazioni, ma solo quella mano calda sulla spalla?

Avete mai pianto per stanchezza, rassegnazione, rabbia? E per la gioia? Cosa vi ha sconvolto di più? Cosa vi spaventa? Gli incidenti, le malattie, quello che è ineluttabile o quello che non conoscete? Restare uguali o cambiare fino a non riconoscervi? Avete il coraggio di chiedere aiuto? E di offrirlo? Dispensate consigli? E se vi regalano un suggerimento non richiesto, siete in grado di non sbuffare per il fastidio? Cosa vi fa davvero indignare? Quali sono i vostri principi morali? Per quale motivo fate la cosa giusta? Lo sapreste spiegare? Trovate scuse per i vostri fallimenti? E per le piccole quotidiane carognate? Alzate le spalle davanti a un mendicante dicendo ‘non ho soldi scambiati’? Scambiate con lui almeno due parole, un sorriso, una stretta di mano? Carezzate mai un cane randagio? Quando piove forte, vi chiedete se i gatti del quartiere sanno dove rifugiarsi? Le buone intenzioni producono necessariamente buone azioni?

Siete mai usciti di casa in pigiama? Perché? Non odiate anche voi le persone che dicono ‘un tempo avevo i capelli molto più lunghi dei tuoi’? Quando fate la doccia, permettete al vostro animale domestico di assistere? E lui come reagisce?
Quale libro amate? Quale tenete sul comodino da quando avevate quattordici anni? Quale piatto vi fa impazzire? Quali sono i sapori che vi riportano all’infanzia, e in particolare a quel giorno in cui eravate tristi e confusi e poi vi siete seduti a tavola e tutto è andato meglio? Cosa preparereste a un amico che soffre? Forse dei biscotti, da sgranocchiare insieme? Oppure solo una spalla su cui piangere, una briciola della vostra attenzione, qualche minuto del vostro tempo? E vi sembra poco?

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