Benarrivato, bimbopiccolo

Non ho mai apprezzato la retorica del bambino. Non penso che un essere umano, solo perché di età o dimensioni contenute, sia per questo meritevole di ingiustificata acclamazione. Ho una spiccata predilezione per gli anziani e poca pazienza quando, in fila al supermercato, un quattrenne capriccioso piagnucoloso frignante moccoloso si dibatte strillando per ottenere una barretta di cioccolato. Quando al semi-labrador viene impedito l’ingresso in un bar o in un negozio, mi chiedo perché un ragazzino, magari sporco o pidocchioso o solo maleducato abbia diritto di mettere le mani appiccicose sugli scaffali, di spacchettare le caramelle per leccarle e rimetterle a posto o di tirare fuori la sorpresa dalle buste di patatine e il mio amato quadrupede, pulito depulcizzato silenzioso e con un raggio di azione non superiore a un metro e venti sia costretto a restare fuori – con me, beninteso. Fatte le debite premesse, otto giorni fa è nato bimbopiccolo. È tenero e bassetto come solo a otto giorni si può esserlo, e ha labbrucce atteggiate in un simpatico broncio, e guanciotte, e manine strette a pugno che si intravedono dalle maniche delle tutine 1-3 mesi che gli stanno ancora troppo lunghe. È il figlio della sorella di amicastorica, e in quanto tale non è mio nipote: ché non ero io, a rompere le barbie della mamma di bimbopiccolo, né a piangere le notte nel letto accanto al suo. L’ho conosciuta quindici anni fa, la neomamma, e andava ancora a scuola, suonava il pianoforte e usciva con gli amici, ma accompagnata dal padre, ché il motorino no, eh. Poi sono passati gli anni, e mentre amicastorica e io crescevamo e cambiavamo e ci allontanavamo e tornavamo vicine, lei si è laureata e fidanzata e ha trovato lavoro e si è sposata, e poi è arrivato bimbopiccolo. Quando è nato ero in ufficio, e ho battuto le mani e raccontato a tutti che, sapete, amicastorica è diventata zia. Poi l’ho visto in foto, e il giorno dopo in clinica, adagiato in una culletta di plexiglass trasparente, con gli occhioni grigio-blu spalancati e le gengive nude e le unghiette già lunghe, e mi è sembrato fragile e piccolo e bello, con la testolina piena di capelli. Gli ho regalato qualcosa di noioso e utile, sterilizza-ciucci e marsupio, mi sono trattenuta a stento dal comprare anche un delizioso carillon a forma di cane dalle orecchie lunghe – anche se non è detto che un giorno di questi non. Sono stata contenta, di conoscerlo e farmi afferrare un dito; anche solo per potergli dire, quando avrà sedici anni e sarà brufoloso e silenzioso e scostante, che io ti ho visto appena nato, eh. È il primo bambino che vedo a così poco tempo dalla nascita: aveva meno di trenta ore quando gli ho detto ciao, benarrivato, e poi ok basta strillare, mentre lui urlava a perdifiato che aveva fame, accidenti. Spero tanto che sia felice, quanto lo è stata amicastorica quando lo ha visto (“ È nato!” – “Sta bene? E tua sorella? E tu, come ti senti?” – “Penso che il termine giusto sia felice”).
Molti libri parlano di nascite e felicità e stanchezza e fastidio e abitudine e amore. Mi vengono in mente tre libri, diversi tra loro ma tutti e tre complessi e non-rassicuranti. Sono La figlia oscura di Elena Ferrante, ambiguo, ossessivo, inquientate, Lo spazio bianco di Valeria Parrella, rumoroso, silenzioso, opprimente, e È stato così di Natalia Ginzburg, semplicemente stupendo.

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