Ho bisogno.

Di chiarezza. Di stabilità. Di silenzio, a volte: ma non di quello minaccioso da ce-l’ho-con-te o di quello soffocante da esame in corso o di quello impastato di noia e sbadigli di quando si assiste a una conferenza sul riordino dei cicli scolastici, ma di quello esitante e imbarazzato che è pieno di tante parole che non riescono a venir fuori, o di quello disteso e rilassato di quando non c’è bisogno di esprimersi, perché tanto un sorriso basta; o di quello assoluto e protettivo della notte, quando leggere e scrivere e studiare e pensare diventano facili e quasi naturali e sembra che non ci sia nulla che non si possa fare.

Di persone che: non preoccuparti, vai bene così. Non ti vorrei mai diversa. Sei stata brava. Ti presto un bel libro, in cambio di un altro a tua scelta. Hai sbagliato, ma ti spiego perché. Sei molto precisa. Ti ho fatto un regalo. Buongiorno, compagna!

Di sorrisi gratuiti. Di cioccolato fondente non troppo amaro, di pizza Margherita senza origano, delle mia barrette ipocaloriche a metà mattina. Degli ululati del mio cane, quando è felice di vedermi. Di qualcuno che sia felice di vedermi. Di essere felice di vedermi. Di chiacchiere futili, di Masterchef, di molti libri per non sentirmi costretta a leggerne solo uno. Di libri coinvolgenti e stimolanti e intriganti, come L’amore molesto di Elena Ferrante, che mi sta piacendo un bel po’.
Di una persona speciale, che sa di esserlo ma non sa quanto lo è davvero.

Di risate sgangherate, di cantare per strada e in macchina e a casa, di gridare, ogni tanto. Del mio piumone, da ottobre a maggio. Di scarpe comode, di un berretto di lana, d’inverno. Di avere la possibilità di farmi capire, di non sentirmi pressata, di pensare di avere una via di fuga. Di provare compassione, di provare empatia, di provare a superare i miei limiti. Di stringere la mano al tizio che dorme dove posteggio la macchina la mattina: anche se a lui, di me, non penso importi poi tanto. Di dire qualche parola carezzevole al suo cane, perché possa scondinzolare quando mi vede arrivare.

Di baci e carezze, di coccole, di contatto fisico. Di non sentirmi sola. Di qualcuno con cui parlare. Di punti di vista nuovi, di discussioni complesse e lunghe e stimolanti. Di sapere quando i bambini iniziano a provare vergogna, e se la cattiveria è qualcosa di innato, e di cosa sono fatti i pianeti, e qual è la temperatura sulla luna; di provare a immaginare dove finisce l’universo; di qualcuno che mi capisca, quando dico che non ci credo, che le particelle sub-atomiche sono tutte uguali. Di avere paura, un po’: perché è una parte tanto importante di me che forse non sarei più me stessa, senza.
Di fare le moine a tutti i quadrupedi che incontro per strada. Di chiedere “sei un bassotto o un lungotto” a tutti bassotti al guinzaglio che incrocio. Di sprimacciare il semi-labrador mentre dorme, per sentirlo mugolare di felicità. Di originalità, di conoscere qualcosa di nuovo ogni giorno. Di cucinare qualcosa che mi piace. Di una buona ricetta per il pan di Spagna. Di sapere cosa fare della mia vita. Di non sentirmi dire mai più “hai sbagliato tutto”.

Ho bisogno anche di cenette allegre e divertenti con colleghe&affini. All’ultima ho mangiato una superba pasta al forno da provare a copiare: penne rigate (quelle erano integrali, ma non penso sia fondamentale) condite con verza stufata in un fondo di pancetta rosolata e poi infornate coperte di formaggio dolce – tipo provoletta, va’. Buone buone buone.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *