Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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Cose che mi piacciono (summer edition).

Le piantine di jalapeño che iniziano a crescere. Il bonsai di ulivo che ha messo le gemme. Dormire ancora sopra il lenzuolo. La scatola di cornetti Algida al caramello intonsa in freezer. La prospettiva di un secondo bagno a mare.

Il sole che tramonta prima delle otto. Stefano che usa il vasino e mi chiede aiuto per rivestirsi. Mangiare un panino con la bresaola per pranzo. Gli spaghetti alla chitarra con pesce san Pietro e mollica atturrata e pesto alla trapanese, e la serenità di un giovedì sera a Terrasini.

La mia bella che ha sviluppato una dipendenza dalle parole crociate. Comprare la Settimana enigmistica ogni venerdì e fare i cruciverba che a lei non piacciono. L’avocado non troppo maturo. La biscottiera nuova, anche se non riesco a svitare bene il coperchio.

Mohamed che ha fiducia in me, dice. I suoi cani che quando mi vedono scodinzolano. Il suo viso sorridente e finto-arrabbiato quando gli ho aggiustato la radio. Pensare che domani lo andrò a trovare e lui dirà ehiiii! e sarà contento, e anche io lo sarò.

La pasta con la zucchina lunga, quando non metto troppo peperoncino. Avere imparato tre espressioni romanesche nuove leggendo una graphic novel di Zerocalcare. Capo che mi dice L’esperta sei tu. I cracker salati con lo stracchino spalmato sopra, e magari anche una fetta di prosciutto crudo.

Poter annaffiare le piante una volta ogni due giorni. Il caffè con Masha ogni mattina, e il barista che prepara i due macchiati senza bisogno di chiederli. Il sole che bagna le basole di piazza San Francesco, a mezzogiorno, e taglia in due la facciata della chiesa. La coppetta al mango della gelateria dietro l’ufficio, ma anche quella vaniglia e cioccolato e quella stracciatella e fior di latte.

Mia madre che è andata a mare tre volte e ha fatto sempre il bagno. Mio padre che è riuscito a non scottarsi le spalle. Mohamed che mi dice piano di far sedere mia madre sulla sua sdraio. La mia bella quando strizza gli occhi per il sole e socchiude le palpebre e io penso che accidenti quanto è bella.

Camminare a piedi nudi sul pavimento caldo del balcone. La gonna jeans che mi entra di nuovo. Il profumo del basilico sulle mani. Le pesche gialle, le nocepesche, i pomodorini. La pasta con la crema di melanzane, quando mi viene bene. Lo sfincione bianco, che non avevo mai assaggiato.

Andare a comprare un libro da Sellerio. Andare a comprare un libro alla Feltrinelli e ricevere in omaggio due paia di infradito. Le patatine fritte con la fonduta di formaggio. La serata delle patatine fritte con la fonduta di formaggio e della cheesecake condivisa, ma anche quella della passeggiata in via Notarbartolo o del panino da Nashville o del cibo cinese da Asia.

Ricevere messaggi da un’amica che vuole bene a Mohamed anche se non lo conosce, ma conosce la mia ansia e il mio senso di colpa e non li maltratta. Rumen che ha paura degli esami e si nasconde dietro la mia scrivania. Rumen che mi fa correggere il tema e spera che mi piaccia. Rumen che mi abbraccia e non mi lascia più, anche se è più alto di me di un’intera testa. Dire ridendo a Rumen che adesso mi deve lasciare, che devo lavorare e lui deve pranzare e.

Il profumo dei biscotti Digestive, dolce e burroso e londinese. La pizza, quando è morbida e con molto basilico. I film di Verdone. Ripetere le battute di Mario Brega fino a non poterne più. Il tè tiepido e la tisana alla menta. Lo yogurt a colazione. Trovare ancora posto per la macchina vicino all’ufficio.

Quando qualcuno mi fa un complimento inatteso. Sapere che una persona ha comprato un libro perché gliel’ho consigliato io, anzi ne ha preso addirittura due copie. Quando qualcuno sorride e gli ridono gli occhi. Tuffarsi a mare saltellando sulle punte per il freddo. La doccia gelata alla spiaggia.

Quella volta che abbiamo visto i fuochi d’artificio e pioveva un po’. Nando che mi mette le zampe sulle spalle per la gioia. Il verde lucido delle foglie quando una talea mette radici. Quando hai confidenza con qualcuno e ti prende una mano. Quel paio di jeans che le sta così bene. L’odore di aghi di pino e polvere delle strade di Mondello.

Il weekend alle porte. Poter dormire un po’ di più. Leggere a letto col kindle. Pensare che le persone che amo stanno bene.

Mancano centoquindici giorni al Natale.

 

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Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Mondello.

MondelloIl parcheggio che non si trova se non a qualche chilometro dalla spiaggia, in un vicolo senza uscita assolato e invaso da fiori secchi di oleandro e gatti sbilenchi e spelacchiati ed erbacce che rompono i marciapiedi, Ninuzzo non ti allontanare e dammi la mano per attraversare.

La folla ciabattante e assonnata che percorre le strade, con la borsa-frigo in mano e una mezza anguria tra le braccia e un ombrellone con la pubblicità della Algida in spalla, Totò portala tu la borsa con i costumi che è troppo pesante.

Il lungomare costellato di panellari ambulanti scontrosi e accaldati, che friggono patatine sotto il sole a picco e sputano nell’olio per provare se è a temperatura, Signor lei, la salsa rosa per le crocchè non ce l’ho, ci posso dare il limone.

I bagnini annoiati e sovrappeso che presidiano gli ingressi alla spiaggia, sprofondati in sdraio antidiluviane di tela a righe, con un quotidiano sportivo spiegazzato in mano, gli occhiali da sole calcati e il naso spellato, Signo’, suo figlio deve pagare il biglietto, altro che otto anni, un altro po’ e parte militare.

I varchi d’accesso invasi da un’umanità assortita e schiamazzante, intere famiglie pressate su un telo tra vettovaglie e flaconi di protezione solare, Jessica vieni qui che ti metto la crema prima che ti bruci le spalle.

La cronica mancanza di spazio sul tratto di spiaggia libera, per cui finirai per stenderti con la testa sulla borsa della vicina e i piedi sul castello di sabbia appena costruito da Ciruzzo, Scusasse ma si può fare più in là che qua si deve mettere mio marito?

I ragazzi che giocano a racchettoni, si inseguono alzando nuvole di sabbia, si buttano in acqua tra spruzzi e schiamazzi, noleggiano pedalò su cui salgono in quindici, fingono di voler gettare tra le onde la biondina del gruppo, No no vi prego, oggi ho le mie cose.

Il bagno a turno per non lasciare borse e zaini incustoditi sulla battigia, Signo’ scusasse ci può dare un occhio a questa sacca?

L’acqua sporca vicino alla riva, verde e ferma e calda come quella di un lago, che diventa fresca e trasparente al largo, ma che comunque resta bassa anche alla boa, Signora Lia, che dice, alla secca ci arriviamo?

L’impossibilità di fare due bracciate senza impattare contro gambe, pance e braccioli altrui, Ma che fa, non lo vede che c’è ‘u picciriddu?

La sabbia che brucia i piedi all’uscita dall’acqua, rovente, e si insinua dolorosamente tra le dita, Ahi, la prossima volta mi va’ a fazzu ‘u bagno con le tappine.

La doccia da cui escono dolorosi aculei di acqua gelata, sistemata rigorosamente sotto i pini marittimi in modo da far pungere con gli aghi chi aspetta il proprio turno per lavare via la salsedine dai capelli, Scusasse, ha finito, che ha un’ora che aspetto?

Il venditore ambulante di pannocchie che da anni declama con assoluto autocompiacimento la sua litania, Signora Lucia, la megghiu pollanca è chidda mia.

Il ragazzo con la borsa termica che vende ghiaccioli e bibite fresche e abbannia il suo sconforto per la mancanza di acquirenti, Malura.

Gli anziani che giocano a briscola nei cortili, seduti intorno ai tavoli con scomode sedie pieghevoli di legno, con berretti sulla testa per evitare il colpo di calore e pantaloncini per non mostrarsi in costume, Ti rissi ‘u carrico!

L’attesa di almeno tre ore per il nuovo bagno, tra bambini piagnucolanti e madri esasperate, Santino vedi che se ti butti ora ti si blocca la digestione e muori.

La sabbia nel costume, la sabbia sul telo, la sabbia nei capelli, la sabbia nelle scarpe che continuerai a trovare anche a casa, nonostante docce e accurate ispezioni, Tanuzzo, tutto il letto pieno di rena c’è.

La folla accaldata e arrossata che torna mestamente alle macchine, con i costumi bagnati che disegnano grandi chiazze d’acqua sui vestiti, i capelli ancora grondanti sulle magliette, i palloni ormai sgonfi sotto il braccio, Ma runni la lassammo ‘a machina stamatina, ‘ste strade sunnu tutte uguali.

L’odore di crema solare e lozione doposole che resta appiccicata nel naso per giorni, dolciastra e olezzante di cocco, Rosuccia, ma dove l’accattasti ‘sta roba?

La voglia di rimanere a casa, domenica prossima.

Sto leggendo un libro ambientato a Palermo, di cui mi avevano detto mirabilie; è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, e tenevo molto a comprarlo. Sono circa a un quarto e per ora non sto riuscendo a entrare nella storia: la trama si sfilaccia e mi semba di spiare dal buco della serratura delle vicende troppo intime, troppo personali; andrò avanti, perché comunque la scrittura di Alajmo merita: spero che il libro si riprenda un po’.

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Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

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Attività estive.

D’estate, si sa, c’è caldo. A Palermo, quando c’è caldo, c’è caldo davvero. A dispetto degli ovvi consigli elargiti da telegiornali e riviste, una delle attività più gettonate dal palermitano in estate è la preparazione di pietanze che richiedano una lunga permanenza dell’intera famiglia accanto ai fornelli, meglio se con grandi padelle colme di olio sfrigolante a fare da contorno. Anche la preparazione di una semplice caponata può richiedere il coinvolgimento di tre o quattro persone per un numero di ore direttamente proporzionale alla mole di conoscenti a cui far avere un barattolo sigillato colmo del più classico dei contorni isolani. Sono un must irrinunciabile dell’estate palermitana le giornate – di solito almeno tre, sul finire di agosto – dedicate al confezionamento di casse di buttigghie, bottiglie che hanno contenuto birra e che sono state raccolte nell’arco dell’intero anno, per poi essere sterilizzate con mezzi casalinghi – forno a bassa temperatura, pentola in ebollizione, sole – e riempite con salsa di pomodoro appena tirata via dalla pentola, da conservare per l’inverno e da donare a parenti e conoscenti che, in cambio, ci omaggeranno delle proprie. Ogni famiglia ha una variante – alcune sfiorano la perversione, prevedendo l’aggiunta di carote e/o sedano e/o aglio – ed è fondamentale l’apposizione su ogni bottiglia di post-it con il nome della casa produttrice del condimento, onde evitare rovinose sorprese.

Non eccessivamente sgradevole è la preparazione di un dolce tra i più apprezzati nel tepore dell’estate siciliana: il gelo di mellone. A Palermo, nessuno avrebbe mai l’ardire di chiamare l’anguria con un nome che non sia, appunto, mellone: il gelo è una deliziosa gelatina, da gustare nel tardo pomeriggio con un’aromatica tazzina di caffè. Bisogna, ovviamente, avere in casa dell’ottima anguria, dolce e succosa, non farinosa. La polpa, estratta con un cucchiaio, va passata al passapomodoro – e non, come leggo su molti blog, al mixer! eresia! – e raccolta in una ciotola. Per un litro di succo sarà necessario usare circa un chilo e mezzo di polpa. In una tazza di succo, a parte, si scioglierà l’amido (80 grammi circa), per poi unire il tutto al resto del succo e allo zucchero (100 grammi circa, ovviamente dipende dalla dolcezza della frutta). Si trasferisce il composto, aromatizzato con una stecca di cannella da tirar via dopo qualche minuto o con qualche fiore di gelsomino, sul fuoco dolce, e si fa cuocere per un minuto circa dopo l’ebollizione, mescolando continuamente finchè il composto velerà il cucchiaio. Si versa in stampini monoporzione e si fa raffreddare per almeno quattro ore. Si decora con gocce di ottimo cioccolato fondente e pistacchi tritati. Non richiede neanche una permanenza troppo lunga ai fornelli: l’unica controindicazione è che un vero palermitano non ne confezionerà mai meno di quaranta stampini alla volta.

Sto finendo di leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, ed è proprio come me l’ero aspettato; Rocco Schiavone, pienamente immerso nel suo ambiente – il romanzo racconta ciò che ha preceduto il trasferimento del vicequestore ad Aosta – è meno scostante e più portato alla dolcezza e alla comprensione. Il giallo è avvincente e stuzzicante, e una vena di tristezza intride il libro. Merita.

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Pro e contro dell’estate.

Nessuno si lamenta per il freddo, la pioggia, il ghiaccio sulle strade, le scarpe bagnate o i guanti perduti.
Tutti si lamentano per il caldo.

Una magliettina, un paio di pantaloni e dei sandali bastano per andare in ufficio.
Quella magliettina sarà zuppa di sudore prima ancora di arrivare in ufficio.

Il bucato steso in balcone si asciuga rapidamente.
Bisogna lavare ogni indumento indossato per più di mezz’ora.

Gli orti traboccano di verdure gustose.
Gli amici, proprietari dei suddetti orti, regalano mazzi di verdure che devono essere lavate e cucinate.

Bastano due pomodori e un filone di pane per azzizzare un pranzo.
Non si possono mangiare solo pane e pomodori per tre mesi di fila e accendere il fornello comporta una sofferenza fisica considerevole.

Le scuole sono chiuse e le strade sono sgombre: per attraversare la città bastano pochi minuti.
Gli automobilisti rimasti in città, accecati dal caldo e dal livore verso chi è al mare, guidano come se non ci fosse un domani.

In tv trasmettono TecheTecheTè e film antichi al posto degli insulsi programmi del pomeriggio.
Sono sempre gli stessi film antichi e a TecheTecheTè c’è sempre e solo Paolo Panelli.

Vengono pubblicati molti gialli.
Molti di quei gialli sono brutti.

Chi vuole, può andare a mare.
Chi non vuole, subirà molte volte al giorno la domanda perché non vai a mare?

Tutti sudano, non solo io.
Io sudo comunque più degli altri.

Posso dire scusi, non le do la mano, sono troppo sudata lanciando uno sguardo di complicità all’interlocutore.
L’interlocutore risponderà lo sono anch’io, non fa niente, costringendomi a una stretta tra due merluzzi appena scongelati al microonde.

Si possono rimandare molti impegni di lavoro dicendo rimarremo chiusi fino a dopo Ferragosto.
Dopo Ferragosto ci sarà una valanga di lavoro arretrato da recuperare.

Si può stare in terrazza a leggere e bere limonata fino a molto tardi.
Si deve comunque rientrare nella casa bollente per andare a dormire.

La scusa del caldo si può utilizzare per non fare nulla tra le 14 e le 18.
Dopo le 18 ci sarà comunque ancora molto caldo.

Penso che le canottiere scollate mi facciano sembrare graziosa.
In realtà nessuno è grazioso quando è ricoperto di sudore.

Posso ignorare il posteggiatore adducendo la scusa del caldo per non dargli retta.
Attraversare piazza Magione sotto il sole è un’esperienza pericolosa quasi quanto un safari nella giungla.

Si bevono litri di Estathè con la scusa di reintegrare i liquidi persi.
Io bevo sempre litri di Estathè.

In questi giorni torridi mi sta facendo compagnia La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno: interessante e molto ben scritto, ma anche interminabile.

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Letture-da-estate, ovvero il giallo come operazione commerciale.

Non c’è lettura più estiva di una raccolta di racconti gialli. E poi si sa, amo i libri Sellerio – nello specifico, gli ebook Sellerio -, amo i gialli, amo i racconti: era naturale accompagnare questi giorni di caldo opprimente con un ventilatore sparato in faccia, molte confezioni di succo di albicocche e Turisti in giallo.

La ricetta di casa Sellerio è sempre la stessa: prendi una manciata di autori, più o meno bravi e simpatici e sulla cresta dell’onda, aggiungi una tematica di riferimento legata al calendario o al tempo atmosferico, Natale capodanno la scuola o le vacanze, e il best-seller è fatto. Ineccepibile strategia editoriale, meglio nota come squadra che vince non si cambia: tanto, per ora, basta mettere il nome di Manzini o di Malvaldi e si vende anche l’elenco del telefono.

Intendiamoci, non è male, Turisti in giallo: è il tipicissimo libro da ombrellone, senza pretese culturali radical-chic; il difetto sta tutto nell’avere messo insieme autori diversi, con stili e abilità narrative diverse, che sbilanciano il libro facendolo passare da piacevole e godibilissimo ad assolutamente irritante nel giro di due pagine.

I racconti migliori, come è prevedibile, sono quelli di Manzini e Malvaldi: due veri gialli, con trame brevi ma sensate. Rocco Schiavone continua a lamentarsi per il freddo, il che, tre romanzi e un pugno di racconti dopo, inizia a diventare un po’ stucchevole, ma suppongo che non smetterà mai di farlo, quindi pace; la trasferta in montagna senza vecchietti al seguito, invece, fa respirare il barrista Massimo e i suoi lettori: ne viene fuori un racconto spiritoso e brillante, fuori dai soliti stereotipi e dal trito scambio di battute usuali. Il contributo di Piazzese, invece, potrebbe spingere alle lacrime i suoi lettori della prima ora: sembra scritto all’indomani di La doppia vita di M. Laurent e il sapore un po’ retrò dato dai prezzi in lire è stemperato dalla tenerezza di avere ritrovato un vecchio amico, quel Piazzese che con gli anni si è un po’ (un bel po’) perso, in grande spolvero. Alicia Giménez-Bartlett fa il suo lavoro, come sempre: un raccontino un po’ stiracchiato ma salvato dalla indubbia maestria dell’autrice e dalla caustica simpatia di Petra &co.

Un discorso a parte meritano Recami e Savatteri: e lo so, lo so, a me non andrebbero a genio neanche se scrivessero un panegirico sulle mie indubbie qualità di venditrice di cocomeri, ma insomma. Sul perché Recami, che scriveva bellissimi non-gialli, si ostini a scrivere brutti gialli, mi ha illuminata la lettura di La memoria di Elvira: però accidenti, questo racconto è, come sempre, di rara inutilità e mancanza di senso ed eleganza e mera logica. Quanto a Savatteri, l’impressione è che a lui piaccia scrivere più di quanto agli altri piaccia leggere quello che scrive: e quindi, ecco il solito racconto over-size, che di giallo ha solo il nome, pieno di riferimenti e strizzatine d’occhio e auto-pacche sulle spalle e quanto-sono-figo. Sbuff.

Sembra che il caldo non passerà molto presto: quindi, niente paste e risotti e pizze e frittate, ma via libera a un bel frullato a base di yogurt e pesche gialle: freschissimo, dissetante, pieno di sali minerali e, perché no, anche dietetico.

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