Vivere in strada (non sempre è una scelta).

A Palermo vive una lenzuolata di senzatetto; c’è chi ha la fortuna di ripararsi in un camper o in un’auto, chi si adatta a una tenda, chi ha scelto di trascorrere il suo tempo in un angolo sotto i portici o nel portone di un albergo in disuso. Alcune persone senza casa vivono insieme, in comunità grandi e stranamente strutturate dove i rapporti sono stretti e ingarbugliati e difficilmente spiegabili, fratelli cugini fidanzati compagni di lotte; altre da sole, al riparo da sguardi e parole. Qualcuno ha cani, gatti o coniglietti a fargli compagnia: bestioni ringhianti e pulciosi e ispidi e zamputi, ottimi per difendere un materasso sporco e per scaldare dei piedi intirizziti in una notte di gennaio, per lappare un viso stanco e abbaiare furiosamente a chi osa avvicinarsi al padrone addormentato. Qualcuno ha sacchetti pieni di abiti cenciosi, qualcun altro ha un passeggino o un carrello del supermercato. Qualcuno non ha proprio niente.

Di fronte al mio vecchio ufficio viveva Ife: dopo più di un anno di chiacchiere quotidiane e confidenze seduti vicini sulla coperta arancione, mi manca ancora moltissimo il suo sorriso. Adesso che Ife non c’è più e che la casa editrice si è trasferita da un’altra parte, incontro una mezza dozzina di allegri senzatetto: tutti uomini sulla quarantina abbondante, amanti delle bevute e dei loro grossi e sciocchi cagnoni sbavanti. Hanno riadattato a casa una parte di una inutile piazzetta, chiusa al traffico senza ragioni apparenti; hanno montato mensole a muro e ganci per attaccare i guinzagli, hanno portato reti e materassi, scelto di sfruttare come dispensa il davanzale di una finestra. Ci sono seggiole e cassette in legno che fungono da poltrone, posate e bottiglie e ciotole per i cani. Mi sembra se la cavino abbastanza bene: a Palermo non c’è mai troppo freddo e la gente non è mai troppo diffidente da non regalare qualcosa a chi vive in strada. Ma il punto non è questo.

Qualche giorno fa sono stata contattata da un non meglio identificato amico feisbucchiano: in virtù di una breve discussione sui social, mi chiedeva se avessi voglia di partecipare a una riunione in cui proporre delle idee per il bene dei senzatetto di Palermo. Ho accettato e, trascinandomi dietro la mia bella, incuriosita e sorridente, ho affrontato il traffico cittadino. Alle 18 eravamo già tutti intorno a un tavolo: abbiamo parlato, mangiato cibo etnico, fatto scorpacciata (ok, quello l’ho fatto solo io) di burro d’arachidi. Abbiamo riflettuto sul fatto che l’aiuto ai senzatetto non può essere appaltato esclusivamente alle associazioni di volontariato che, più o meno a pagamento, portano cibo e vestiti e (spesso) preghiere e discorsetti moralistici e benedizioni a chi vive in strada. Abbiamo redatto un documento e stiamo cercando di diffonderlo: chiediamo che i senzatetto di Palermo siano presi in carico dal Comune; che si creino dormitori e si aprano spazi in cui trovare docce, lavanderie, cure mediche e psicologiche. Che si fornisca a tutti la residenza fittizia, che si offrano i presupposti per il reinserimento nel tessuto sociale. Che si diano a tutti delle possibilità: che ognuno possa scegliere se coglierle, e in quale misura, e per quanto tempo. Poi, se qualcuno lo vorrà, potrà restare a dormire in strada, in spiaggia, nelle grotte ai piedi di Monte Pellegrino. Ma che, appunto, sia una scelta.

Sono tornata a casa dopo la riunione, e mi veniva da sorridere: perché, per un attimo, mi sembrava che Ife sorridesse di nuovo.

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